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mercoledì 1 gennaio 2025

Oltre le tensioni del mondo

 

Altri due sguardi sul mondo. Due sguardi che suggeriscono “strategie” alternative che consegniamo all’anno nuovo. Due sguardi nostrani, che però dirazzano dal mainstream e perlustrano la realtà e la creazione artistica come occasione meditativa, a partire dalla propria esperienza personale o dai movimenti della storia.

Un fermento che emerge qua e là anche nel panorama giovanile, un’attesa di profondità che suona fresca, priva di pregiudizi – certo, senza nemmeno troppi punti di riferimento, ma comunque aperta ad “altro”.

E insomma, il primo sguardo lo trovo in una giovane cantautrice che si chiama Gaia Morelli. E in particolare in un disco dal titolo accattivante: “La natura delle cose” (Dischi sotterranei, 2024). 


Le “cose” di cui parla Gaia sono quelle più ordinarie, un po’ come prova a restituire il videoclip che raccoglie, come in un cortometraggio di tre capitoli, altrettanti brani dell’album. Il primo, “Siamo stonati”, descrive momenti di vita di Gaia, con un approccio tra il fenomenologico e il meditativo che diventa occasione di una riflessione sulla propria storia personale, l’occasione in cui misurare la fatica di cogliere le dinamiche profonde che definiscono la nostra “forma”: «Siamo stonati fra tanti / Chi lo sa fra quanto tempo riusciremo a diventare grandi».

Il secondo capitolo, “Lo Spazio”, descrive una sorta di pellegrinaggio dal sapore esistenziale, come recitano le parole della prima strofa: «Con il cambio di stagione / io sono andata, non ritorno / Fa molto caldo/  Te ne sei accorta / Sai che puoi piangere / Ho ancora i miei drammi». Così Gaia dalla periferia urbana attraversa la campagna, scruta attorno a sè fino a uno “spazio” accogliente in cui «vivo per un motivo». Una bella immagine per provare a descrivere una “via” contemplativa, un’alternativa al disincanto e ai drammi dell’ordinario.

Nel terzo capitolo, “Fine”, il video è tutto concentrato su di lei,  immersa nel buio, colta da un lungo e lento allargarsi del campo di ripresa. Il testo esprime l’indole meditativa dell’album: «È tanto veloce che le cose cambiano / Lo riconosco il tempo sano / Analizzare piano piano sottovoce / La natura delle cose / Fino a sparire un po'/».

Ma cos’è la natura delle cose? In un’intervista Gaia la spiega così: «La Natura delle cose è quasi l’essenza delle cose che viviamo e facciamo, in qualche modo il trovare una qualche forma di pace».

Un approccio molto femminile, come femminile è quel passaggio che accompagna la liturgia dell’inizio dell’anno, dedicata alla solennità di Maria Santissima Madre di Dio, quando l’evangelista Luca dice – e lo ripete due volte: Luca 2, 19 e 2, 51 – che Maria «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore». E mi piace che non dica che le capiva, ma che le meditava, custodendo il mistero delle cose, provando a cucire insieme, nei tempi e nei modi che la vita e la grazia concede, l’agire dell’uomo con quello di Dio, le cose e il loro senso.


L’altro sguardo è quello di Vasco Brondi, che circa un anno fa usciva con “Un segno di vita” (Carosello Records 2024). Il brano è frutto di un artista più maturo, che qualcuno ricorda sotto l’etichetta di “Luci della centrale elettrica”, ma che ora propone un cantautorato italianissimo, musicalmente forse un po’ già sentito ma molto raffinato, dove le parole suonano in certi passaggi come poesia.

Il videoclip del brano che dà anche il titolo all'album, “Un segno di vita”, accompagna con delicatezza e la forza di immagini evocative le parole del testo, descrivendo il cammino e le scoperte di un ragazzino in mezzo alla natura, ma anche tra i libri, le carte geografiche e di fronte alla suggestiva e un po’ enigmatica complessità degli affreschi di Ercole de’ Roberti e Francesco del Cossa con il ciclo dei Mesi in palazzo Schifanoia a Ferrara.

In “Un segno di vita” – quasi «una preghiera rumorosa», il testo si arricchisce di molteplici riferimenti, alcuni dal sapore biblico, «distruggevano e ricostruivano e ancora distruggevano e ricostruivano e ancora distruggevano e ricostruivano e ricostruivano e ricostruivano», che suona quasi come un passo del Qoelet (3,3) quando rammenta che «c’è un tempo per demolire e un tempo per costruire». Ma torna in mente anche il profeta Geremia (1,10), a cui il Signore dà l’autorità «per sradicare e demolire, / per distruggere e abbattere,/ per edificare e piantare», alludendo al giudizio ma anche alla misericordia, a interpretare alla luce di Dio i traumi della storia.

Ancora più direttamente evangelico il passaggio in cui Brondi canta, quasi fosse una preghiera: «Ho ancora tanti errori da commettere / ti prego lasciameli fare / Adesso lasciati guardare / nella luce artificiale o nella luce naturale / che bel rumore fanno le cose / quando stanno per finire / Resta con noi che si fa sera /resta con noi è quasi primavera». Parole che ricordano il brano di Emmaus, quando i discepoli invitano lo sconosciuto pellegrino, in realtà Gesù risorto, a fermarsi con loro a cena: «Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino”» (Lc 24,28-29). Un brano che suona in sintonia con la canzone di Brondi, in cui accanto alla tragedia e alla delusione si aprono spazi di luce e stupita speranza.

Per chi volesse approfondire c'è online anche un bel dialogo tra Vasco Brondi con il monaco Guidalberto Bormolini.

Uno sguardo contemplativo, se lo mettiamo accanto a quello di Gaia Morelli, forse più maschile, comunque un invito a cogliere nel dramma del reale i segni di speranza. Un po’ come invita a fare il Papa in questo anno santo 2025, un tempo in cui riconoscere i “segni dei tempi” spesso drammatici del nostro tempo (guerre, migrazioni, squilibri sociali, cambiamenti climatici…), e «porre attenzione al tanto bene che è presente nel mondo per non cadere nella tentazione di ritenerci sopraffatti dal male e dalla violenza. Ma i segni dei tempi, che racchiudono l’anelito del cuore umano, bisognoso della presenza salvifica di Dio, chiedono di essere trasformati in segni di speranza».

In effetti il brano di Brondi ha il sapore di una meditazione sapienziale sulla storia in cui accanto al dramma è possibile registrare inattesi “segni di vita”: «Bombardano bombardano / e tutti guardano / Non arrivano le provviste / Non arrivano le voci e le promesse/ Solo luci di stelle fisse/ che parlano di pace / e di apocalisse».

«Siamo in un’epoca di transizione – ha affermato l’autore in un’intervista - , cioè, tutte le epoche poi possono essere considerate tempi bui o non esserlo. Però la cosa che sempre possiamo fare, e qui mi viene da citare Calvino che dice una cosa importante in merito, è cercare e saper riconoscere chi e che cosa in mezzo all’inferno non è inferno e farlo durare e dargli spazio».

Una citazione che me ne ricorda un’altra, del monaco russo Silvano del monte Athos, rimasto celebre per quanto il Signore gli avrebbe fatto intuire: «Tieni il tuo spirito agli inferi e non disperare», un invito a custodire la speranza e la consapevolezza della misericordia di Dio anche in mezzo al peccato, nei drammi della storia o nei tormenti delle prove.


venerdì 7 ottobre 2022

Tornare al cuore dall'orlo della catastrofe

Dentro ci sono alcuni punti fermi della sua poetica, ma in una lettera scritta a macchina per lanciare il suo ultimo album sono soprattutto illustrati, con acume e sensibilità poetica, alcuni tratti dolenti del nostro tempo. Weyes Blood, nome d'arte di Natalie Laura Mering, sofisticata cantautrice americana che ha sfornato uno dei più  bei dischi degli ultimi anni (Titanic Rising, Sub Pop 2019) abbozza così, tra strategia promozionale e genio artistico, una tagliente riflessione.

«La nostra cultura - scrive - si basa sempre meno sulle persone. Questo genera un nuovo, inedito livello di isolamento. La promessa di poter comprare la nostra via d’uscita da questo vuoto offre poco conforto di fronte alla paura con cui tutti conviviamo: la paura di diventare obsoleti. C’è qualcosa che non va, e anche se la sensazione appare diversa per ogni individuo, è universale».

La preoccupazione per una tecnologia sempre più invasiva e distraente non è nuova per Weyes Blood. L'iper isolamento dovuto alla pandemia ha poi acuito questa sua (e nostra) consapevolezza. Così, nella sua lettera scritta a macchina, sottratta alla facilità del copia e incolla, redatta nel ritmo lento e soppesato di lettere impresse sulla carta una volta per tutte, parla di una tecnologia che distrae l'uomo da sé stesso, spingendolo a cercare "fuori" quanto avrebbe bisogno di trovare dentro di sè. Eppure anche Sant'Agostino diceva qualcosa del genere: Noli foras ire, in te ipsum redi (non uscire fuori di te, ritorna in te stesso). E forse Gesù intendeva qualcosa di ancora più semplice quando raccontava del figliol prodigo che «rientrò in se stesso», o quando parlando ai discepoli li spingeva a «cercare il cibo che rimane» o incontrando la Samaritana la portava all'acqua viva passando dalle sue inconsistenze. 


Il video che accompagna il singolo di lancio "It's Not Just Me, It's Everybody" offre uno sguardo distopico, ma neanche troppo, sulla realtà. 

Natalie Mering, descritta con quell'estetica fin de siècle che già respira i fumi della catastrofe, danza un grottesco balletto in un vecchio ed elegante teatro disseminato di cadaveri. Sul palco uno scenario di distruzione, una Guernica di morti e rovine in cui balla e canta in veste di marinaio. Una nave che affonda? Un modo per ricordarci che siamo tutti sulla stessa barca? Teatro o realtà? Un piccolo smartphone ballerino le contende la scena e si nutre dei cadaveri. La tecnologia ruba all'uomo il proprio posto sulla scena del mondo, ne divora la vita. Una bomba, nel tempo in cui la minaccia nucleare si riaffaccia prepotentemente, è pronta a schiantarsi sulla scena, sospesa nel vuoto a un passo dal palco.

Il testo del brano è accompagnato da un ritornello che dà nome anche alla canzone: «non sono io, siamo tutti». Un'espressione di ispirazione buddista che serve alla Marling per parlare dell'interconnessione che lega ogni creatura e cantare la comunione nel tempo dell'isolamento: «tutti sanguiniamo allo stesso modo»; per poi invocare, su tutti, misericordia. 


Oltre la messinscena straniante e grottesca del video, oltre il tentativo di gettare luce sul «nostro disincanto contemporaneo», nella sua lettera scritta a macchina c'è l'invito a riconoscere nel cuore, cifra dell'umano, con i suo ritmi originari e il suo continuo bussare alle porte delle nostre distratte esistenze, «una guida», «una sorgente di speranza», una luce «che splende in questi tempi oscuri».

Se dunque guardassimo dentro noi stessi, nel nostro cuore, cosa troveremmo?


Vivendo nella scia di cambiamenti troppo grandi
siamo diventati tutti estranei
perfino a noi stessi
Non possiamo farne a meno
Non riusciamo a intendere da lontano
che ogni onda potrebbe non essere la stessa
ma che fa tutto parte di qualcosa di grande

La misericordia è l'unica
cura per il nostro essere così soli
Mai un tempo è stato più capace di rivelare
che le persone si stanno facendo del male
Oh, non sono solo io
Immagino che siano tutti
Sì, sanguiniamo tutti allo stesso modo


Sitting at this partyWondering if anyone knows me
Really sees who I am
Oh it’s been so long since I felt really known
Fragile in the morning
Can’t hold on to much of anything
With this hole in my hand
I can’t pretend that we always keep what we find
Yes everybody splits apart sometimes

Living in the wake of overwhelming changes
We’ve all become strangers
Even to ourselves
We just can’t help
We can’t see from far away
To know that every wave might not be the same
But its all apart of one big thing

Oh it’s not just me, it’s not just me
It’s not just me, it’s everybody

Mercy is the only
Cure for being so lonely
Has a time ever been more revealing
That the people are hurting
Oh it’s not just me
I guess it’s everybody
Yes we all bleed the same way