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giovedì 30 aprile 2026

Però la morte non ha l'ultima parola


È il tempo pasquale ma fuori, per le vie e i vicoli del centro, non sembrano accorgersene in molti, anche perchè il venerdì santo non era poi molto diverso da qualunque fine settimana. E peraltro, adesso come in Quaresima, il parroco in bianche vesti attraversa a grandi passi la città suscitando, nel migliore dei casi, lo sguardo incuriosito di forestieri in visita. Nei giorni di festa la città è vuota e silenziosa almeno fino a mezzogiorno, gli anziani più tristi perchè si sentono soli e perfino gli accattoni sembrano un po' smarriti. Il Signore è risorto ma la vita arranca, spenta dal di dentro dal vitalismo estetico/estatico dell'età del consumo e dal di fuori da anni di narrazioni ansiogene e di distruzioni di massa.

Nella rincorsa delle notizie, infatti, dimentichiamo rapidamente i cadaveri senza nome, i conflitti in diretta, le vittime delle violenze domestiche. Narrazioni di morte gettano nell'oblio altre morti. Una saturazione visiva che spento lo sdegno e la compassione conduce a un «intorpidimento senza fine né cambiamento».

Così canta, anzi, ragiona tra sé Florence Shaw, cantante dei Dry Cleaning, band post punk che ha confezionato un disco in flusso di coscienza che merita qualche attenzione. Cupi ritmi anni ottanta e distorsioni fragorose accompagnano la recitazione monocorde di Shaw che abbozza inquietanti e spiazzanti considerazioni sul presente, mentre personaggi improbabili – un po' come i protagonisti dei videoclip che accompagnano tutte le tracce dell'album – raccontano uno sguardo sul mondo in cui, come in Evil Evil Idiot, negare l'evidenza è portato al parossismo: «i miei denti sono vecchi e le mie scarpe /  non sono quelle giuste, / ma sono giovane / Sono vecchio giovane, mi fa male. / E mi preoccupo molto di quello che la gente pensa di me / La TV di Natale nella mia mente / La TV di Natale tutto il tempo».


Nel brano “Blood”, l'immagine del sangue racconta l'incessante profluvio di morte che gronda dagli schermi degli smartphone o da quelli televisivi, continuamente rilanciati da anni di conflitti, di costosissimi droni e ingegnose tecnologie sapientemente guidate per uccidere: «Sangue, sangue sulla mia pelle, sulle mani e sulle unghie / e anche nei miei occhi. / Sto strisciando. / Sono in un bunker sotterraneo / con la mia bomba volante controllata da computer. / È un intorpidimento senza fine né cambiamento». Un bombardamento mediatico che si fa trauma personale, detonazione interiore: «Pellegrinaggio, vita privata, mortalità. / Un profondo shock sentito nel corpo».

Inesorabile come una macchia d'olio la morte si espande e filtra in ogni dove, ombra inevitabile delle sue negazioni. 

Parlare di resurrezione è chiaramente sovversivo. Talvolta ho l'impressione che suoni quasi inaudito. Non è ben chiaro, ad esempio, che fine faccia il caro estinto, almeno quando non lo si trattiene nello spazio domestico perchè resti “sempre qui con me”, in urne di ceneri intronizzate sul comodino o nascoste nell'armadio, dimenticate tra i libri e sullo scaffale della libreria. Occorre prendere la morte sul serio e dare valore alla vita. La predicazione di Gesù, i suoi miracoli, le sue parole, raccontano del valore inestimabile che racchiude la vita come dell'irripetibile grazia che passa dal momento presente. La pecora smarrita, il figlio perduto, il viandante moribondo ai bordi della strada, aprono gli occhi sulla dignità e il bene che custodisce ogni uomo. Chi li perde di vista o non li scorge chiude l'orizzonte e non si comprende. Ma il cuore che vede e la misericordia di Gesù non si spiegherebbero senza le prerogative divine che accompagnano il Cristo, la sua autorità e sapienza e soprattutto la sua resurrezione dai morti si spiegano soltanto con Dio. E dunque, per quanto suoni difficile e misterioso l'equilibrio che custodisce la persona di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, questo articolo di fede, così teologicamente connotato, resta un punto irrinunciabile per la fede e la comprensione della vita alla luce del Cielo. Come spiegarlo a chi ha perso l'alfabeto di Dio? 

Il rito, la tradizione religiosa, lo "spirituale" che tocca la carne non sono alieni alla sensibilità contemporanea. 


Da uno spazio di morte violenta e distruzione, ad esempio, riparte il canto e il rituale che accompagna “Saoirse" (che in irlandese significa libertà). É uno dei brani di punta dei Maruja, band di Manchester che suona una sorta di post hardcore militante. Il videoclip traduce con grande sensibilità il testo. Le immagini di desolata rovina e morte in apertura si aprono a una sorta di corteo funebre che chiude il brano in una danza catartica, tra iridescenti diffrazioni che aprono alla speranza e a una possibile speranza. Uomini con tuniche e veli accompagnano la giovane vittima di un conflitto, braccia e gambe maschili che una volta tanto non uccidono ma in un significativo ribaltamento accolgono e custodiscono la vita. Non arrivano risposte tradizionali, tantomeno confessionali. Però il gesto compassionevole, il rito del pianto, si fanno dimensione collettiva di pietà.


Di fronte alla violenza che spezza l'altro negandone l'alterità, il brano inneggia invece al valore della differenza, “che ci rende splendidi”. «Questa – affermano in una intervista  - è una canzone per la pace, uno sfogo di dolore e un rifiuto di rimanere insensibili a ciò che stiamo vedendo».

Sono le nostre differenze che ci rendono belli / Sono le nostre differenze che ci rendono belli. / Cancella il mio ego. / Lascia che il mio amore cresca, / mantienimi umile. / Nessuna supposizione. Guardami lasciar andare, / non aggrapparti mai. / Nella morte lascio andare. / Quindi comincio ora.

C'è o non c'è il divino, il superamento trascendente? Il video racconto di Saoirse si ferma prima. Più avanti, attraverso territori più personali e intimisti, sembra spingersi il fenomeno pop del momento. Ne hanno parlato talmente tanto che comincio a diffidarne. Lux, l'ultimo album di Rosalía ha spopolato un po' ovunque, anche Avvenire ha benedetto l'interesse per la spiritualità monastica, il misticismo, i riferimenti alla fede cattolica e anche molto altro, aggiungerei fin troppo, che ribolle dal disco della cantante spagnola.

"Berghain", il singolo che ha lanciato l'album, è sorretto da un videoclip che però è un piccolo capolavoro; un intreccio di rimandi e citazioni (Da Biancaneve a la Bottega dell'Orefice - l'avrà mai letto Rosalia?) che descrivono i tre movimenti del brano: dall'apertura orchestrale col cantato lirico in tedesco di Rosalía, all'intervento di Bjork, al finale da incubo techno di Yves Tumor. «La parola Berghain - spiega in un'intervista -  significa boschetto di montagna. Berghain potrebbe essere la tua mente. Un luogo in cui perdersi». L'appartamento in cui Rosalía stira e rifà il letto, spazio ordinato e arredato con la statue della Vergine e il sacro cuore che l'orchestra satura come un gomitolo di pensieri, è in fondo l'altra faccia delle stanze tramutate in boschetto e popolate da animali selvatici che attraversa di notte. La mente il cuore, spezzato e malato. Tra la carne e il sangue, ferite e rinascite inquiete, Rosalía si dà un gran da fare a raccontare il fascino dei contrasti e l'abisso che ti porti dentro. Su tutto però, si staglia la voce di Bjork che inimitabile e affilata come un coltello traccia indelebili solchi nell'ascoltatore: «The only way to save us is through divine intervention / The only way I will be saved is through divine / intervention» «L'unico modo per salvarci è attraverso l'intervento divino. L'unico modo in cui sarò salvato è attraverso l'intervento divino».


Diverso spessore trapela in un altro disco iberico, opera prima di Amanda Mur, pianista e compositrice di musica elettronica. Non mancano, anche in questo lavoro, riferimenti alla tradizione monastica, su tutte Ildegarda di Bingen, pur dentro un gran mescolone spirituale che affianca Zarathustra, induismo, cristianesimo e forse pure qualche altro riferimento recuperato dall'inquieta ricerca di Mur. Così, tra i brani musicali emerge, come se fosse stata scoperto o ascoltato per la prima volta, un cantilenante passaggio dell'Ave Maria: «Prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte». Quante volte lo abbiamo ripetuto? Quante volte lo abbiamo ascoltato o balbettato fin da piccoli? Ma chi non si guarderebbe bene di parlare di “morte” a dei bambini? E chi, pensandoci bene, non resta col fiato sospeso pensando all'ora della propria morte?


Amanda Mur lo ha posto in apertura di "Canto a los migrantes", un brano inquietante e sofisticato, in cui la voce, spinta dal suono di una ghironda cresce in un vortice ritmico che cattura come la ragnatela che accompagna la copertina del disco. Il brano è sorretto da un testo bellissimo aperto da un drammatico quanto dirompente interrogativo: 

Who will pray?
For the bodies that fall from the top
of a wall that crosses no man´s land.

Who will pray?
For the people who fall in to sea
and can´t swim and still go.

Who will pray?
For those who get to the otherside
with Luck
and want to talk

and there is no such universal language.
Ora pro nobis.
If you want to get out of there
die and you´ll be born again.
They think so
they have no heart.
We´ll break down the wall someday.
Still dreaming of equality,
still dreaming of that energy
that brings respect and love,
that brings respect and love.

For those who get to the otherside
with Luck.


Chi pregherà?
Per i corpi che cadono dalla cima
di un muro che attraversa la terra di nessuno.

Chi pregherà?
Per le persone che cadono in mare, non sanno nuotare e continuano a vivere.
Chi pregherà?
Per coloro che arriveranno dall'altra parte
con un po' di fortuna
e vorranno parlare
ma non esiste un linguaggio universale del genere.

Pregate per noi.
Se vuoi uscire da lì,
muori e rinascerai.
Loro la pensano così,
non hanno cuore.
Un giorno abbatteremo il muro.

Sogno ancora l'uguaglianza,
sogno ancora quell'energia
che porta rispetto e amore,
che porta rispetto e amore.

Per coloro che, grazie alla fortuna, arriveranno dall'altra parte.

Oggi più che mai la forza del rito e la sapienza della preghiera sono in grado di intercettare gli spiriti più sensibili. Di custodire l'umano e aprire al divino. 

To be continued.

domenica 22 dicembre 2024

Tra le tensioni del mondo

Due sguardi sul mondo. Il primo arriva da Anja Plaschg, meglio nota come Soap & Skin, cantante austriaca che in una manciata di album ha dato voce alle inquietudine e al disincanto del mondo contemporaneo, anzi, in particolare dell’Europa continentale, di una Mitteleuropa avvezza a confrontarsi con l’angoscia, la morte e un desiderio di trascendenza che ha smarrito il Cielo. Nelle melodie oscure che suonano ora come una preghiera o una marcia funebre, la sua voce tagliente arriva fin nel midollo. 

Il suo ultimo album è interamente di cover, compreso il singolo “Girl loves me”, un brano di David Bowie estratto da Blackstar, l’ultimo, estremo disco – quasi un testamento- del duca bianco. Difficile orientarsi nel testo, uno slang di parole incomprensibili da cui però, l’autrice ha preso spunto in un verso «I'm sitting in the chestnut tree» (sono seduto nel castagno) per dare forma alla narrazione del video. Qualcuno ci ha letto un riferimento a Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez, dove uno dei personaggi vive i suoi ultimi giorni, afflitto da demenza legato a un albero di castagno. 

Nel video Soap & Skin appare dentro il tronco di un albero, poi legata a un gigantesco camion come un animale condotto al macello. La violazione della natura, sfracellata dalle macchine, ridotta a oggetto di consumo in un sistema produttivo anonimo e inarrestabile, rimanda senza mezzi termini alla crisi del rapporto uomo e natura. Presentando il video Soap & Skin ha commentato: 

«trapped in the labyrinth of furrows in the tree bark we are puny ants, sitting in a chestnut tree living in a butchery».


Intrappolati nel labirinto di solchi nella corteccia degli alberi siamo gracile formiche, sedute su un castagno, vive dentro una macelleria.


Eppure siamo soltanto gracili formiche? 

C’è una vita nascosta nell’albero e un’opposizione irriducibile oltre le catene che conducono lontano Anja nel labirinto di una tetra miniera. Parabola dello sfacelo ecologico, ma anche immagine della guerra che in un vorticoso crescendo mangia, una dopo l’altra, le sue vittime.


Ci siamo forse rassegnati a pensare che il sistema contempli anche la possibilità della violenza? Produciamo e vendiamo senza sosta macchine per uccidere, oltrepassiamo, un giorno dopo l’altro, i paletti dalla convivenza civile, faticosamente piantati in decenni di non belligeranza: carri armati, missili ipersonici, bombe a grappolo, mine antiuomo e testate nucleari sono ulteriori ingranaggi che consumano l’umano. Così il video si chiude negli antri di una falegnameria che assomiglia più ad una grande macelleria e che la memoria recente lega alle tetre immagini dell'Azovstal di Mariupol, martellata da una guerra di annientamento.


Nell'acciaieria di Mariupol (Dmytro Kozatsky)

Il secondo sguardo arriva da Beirut, dal cuore di una città e di un paese scenario di una guerra violenta e sprezzante. C’è un gruppo libanese - i Postcards - che a dire il vero suona molto occidentale. L’ultimo video che hanno realizzato, nell'aprile 2023, parla di tenerezza.


«Isn’t it tenderness we all seek?»

Non è la tenerezza quello che tutti cerchiamo?


Ce lo domandano le parole di questo brano che il gruppo dedica a quanti non si sentono visti da nessuno. 


«I am the tiny seed you sow, cover me with soil»

Sono il piccolo seme che semini, coprimi di terra



Nella tensione tra violenza e tenerezza, distruzione sistemica e il bisogno di cura si intrecciano tante inquietudini contemporanee. Sì, tutti cerchiamo tenerezza, ma abbiamo bisogno di custodirne le radici. Flannery O'Connor, decenni fa ammoniva spietatamente che la tenerezza «staccata dalla persona di Cristo, è avvolta nella teoria. Quando la tenerezza è separata dalla sorgente della tenerezza, la sua logica conseguenza è il terrore. Finisce nei campi di lavoro forzato e nei fumi delle camere a gas».

Quale sintesi potrà consegnare il Natale a un mondo che lo separa dalla nascita di Cristo?


 Donne soldate israeliane si fanno un selfie a Gaza. Feb. 19, 2024. (AP Photo/Tsafrir Abayov)


venerdì 7 ottobre 2022

Tornare al cuore dall'orlo della catastrofe

Dentro ci sono alcuni punti fermi della sua poetica, ma in una lettera scritta a macchina per lanciare il suo ultimo album sono soprattutto illustrati, con acume e sensibilità poetica, alcuni tratti dolenti del nostro tempo. Weyes Blood, nome d'arte di Natalie Laura Mering, sofisticata cantautrice americana che ha sfornato uno dei più  bei dischi degli ultimi anni (Titanic Rising, Sub Pop 2019) abbozza così, tra strategia promozionale e genio artistico, una tagliente riflessione.

«La nostra cultura - scrive - si basa sempre meno sulle persone. Questo genera un nuovo, inedito livello di isolamento. La promessa di poter comprare la nostra via d’uscita da questo vuoto offre poco conforto di fronte alla paura con cui tutti conviviamo: la paura di diventare obsoleti. C’è qualcosa che non va, e anche se la sensazione appare diversa per ogni individuo, è universale».

La preoccupazione per una tecnologia sempre più invasiva e distraente non è nuova per Weyes Blood. L'iper isolamento dovuto alla pandemia ha poi acuito questa sua (e nostra) consapevolezza. Così, nella sua lettera scritta a macchina, sottratta alla facilità del copia e incolla, redatta nel ritmo lento e soppesato di lettere impresse sulla carta una volta per tutte, parla di una tecnologia che distrae l'uomo da sé stesso, spingendolo a cercare "fuori" quanto avrebbe bisogno di trovare dentro di sè. Eppure anche Sant'Agostino diceva qualcosa del genere: Noli foras ire, in te ipsum redi (non uscire fuori di te, ritorna in te stesso). E forse Gesù intendeva qualcosa di ancora più semplice quando raccontava del figliol prodigo che «rientrò in se stesso», o quando parlando ai discepoli li spingeva a «cercare il cibo che rimane» o incontrando la Samaritana la portava all'acqua viva passando dalle sue inconsistenze. 


Il video che accompagna il singolo di lancio "It's Not Just Me, It's Everybody" offre uno sguardo distopico, ma neanche troppo, sulla realtà. 

Natalie Mering, descritta con quell'estetica fin de siècle che già respira i fumi della catastrofe, danza un grottesco balletto in un vecchio ed elegante teatro disseminato di cadaveri. Sul palco uno scenario di distruzione, una Guernica di morti e rovine in cui balla e canta in veste di marinaio. Una nave che affonda? Un modo per ricordarci che siamo tutti sulla stessa barca? Teatro o realtà? Un piccolo smartphone ballerino le contende la scena e si nutre dei cadaveri. La tecnologia ruba all'uomo il proprio posto sulla scena del mondo, ne divora la vita. Una bomba, nel tempo in cui la minaccia nucleare si riaffaccia prepotentemente, è pronta a schiantarsi sulla scena, sospesa nel vuoto a un passo dal palco.

Il testo del brano è accompagnato da un ritornello che dà nome anche alla canzone: «non sono io, siamo tutti». Un'espressione di ispirazione buddista che serve alla Marling per parlare dell'interconnessione che lega ogni creatura e cantare la comunione nel tempo dell'isolamento: «tutti sanguiniamo allo stesso modo»; per poi invocare, su tutti, misericordia. 


Oltre la messinscena straniante e grottesca del video, oltre il tentativo di gettare luce sul «nostro disincanto contemporaneo», nella sua lettera scritta a macchina c'è l'invito a riconoscere nel cuore, cifra dell'umano, con i suo ritmi originari e il suo continuo bussare alle porte delle nostre distratte esistenze, «una guida», «una sorgente di speranza», una luce «che splende in questi tempi oscuri».

Se dunque guardassimo dentro noi stessi, nel nostro cuore, cosa troveremmo?


Vivendo nella scia di cambiamenti troppo grandi
siamo diventati tutti estranei
perfino a noi stessi
Non possiamo farne a meno
Non riusciamo a intendere da lontano
che ogni onda potrebbe non essere la stessa
ma che fa tutto parte di qualcosa di grande

La misericordia è l'unica
cura per il nostro essere così soli
Mai un tempo è stato più capace di rivelare
che le persone si stanno facendo del male
Oh, non sono solo io
Immagino che siano tutti
Sì, sanguiniamo tutti allo stesso modo


Sitting at this partyWondering if anyone knows me
Really sees who I am
Oh it’s been so long since I felt really known
Fragile in the morning
Can’t hold on to much of anything
With this hole in my hand
I can’t pretend that we always keep what we find
Yes everybody splits apart sometimes

Living in the wake of overwhelming changes
We’ve all become strangers
Even to ourselves
We just can’t help
We can’t see from far away
To know that every wave might not be the same
But its all apart of one big thing

Oh it’s not just me, it’s not just me
It’s not just me, it’s everybody

Mercy is the only
Cure for being so lonely
Has a time ever been more revealing
That the people are hurting
Oh it’s not just me
I guess it’s everybody
Yes we all bleed the same way