giovedì 30 aprile 2026

Però la morte non ha l'ultima parola


È il tempo pasquale ma fuori, per le vie e i vicoli del centro, non sembrano accorgersene in molti, anche perchè il venerdì santo non era poi molto diverso da qualunque fine settimana. E peraltro, adesso come in Quaresima, il parroco in bianche vesti attraversa a grandi passi la città suscitando, nel migliore dei casi, lo sguardo incuriosito di forestieri in visita. Nei giorni di festa la città è vuota e silenziosa almeno fino a mezzogiorno, gli anziani più tristi perchè si sentono soli e perfino gli accattoni sembrano un po' smarriti. Il Signore è risorto ma la vita arranca, spenta dal di dentro dal vitalismo estetico/estatico dell'età del consumo e dal di fuori da anni di narrazioni ansiogene e di distruzioni di massa.

Nella rincorsa delle notizie, infatti, dimentichiamo rapidamente i cadaveri senza nome, i conflitti in diretta, le vittime delle violenze domestiche. Narrazioni di morte gettano nell'oblio altre morti. Una saturazione visiva che spento lo sdegno e la compassione conduce a un «intorpidimento senza fine né cambiamento».

Così canta, anzi, ragiona tra sé Florence Shaw, cantante dei Dry Cleaning, band post punk che ha confezionato un disco in flusso di coscienza che merita qualche attenzione. Cupi ritmi anni ottanta e distorsioni fragorose accompagnano la recitazione monocorde di Shaw che abbozza inquietanti e spiazzanti considerazioni sul presente, mentre personaggi improbabili – un po' come i protagonisti dei videoclip che accompagnano tutte le tracce dell'album – raccontano uno sguardo sul mondo in cui, come in Evil Evil Idiot, negare l'evidenza è portato al parossismo: «i miei denti sono vecchi e le mie scarpe /  non sono quelle giuste, / ma sono giovane / Sono vecchio giovane, mi fa male. / E mi preoccupo molto di quello che la gente pensa di me / La TV di Natale nella mia mente / La TV di Natale tutto il tempo».


Nel brano “Blood”, l'immagine del sangue racconta l'incessante profluvio di morte che gronda dagli schermi degli smartphone o da quelli televisivi, continuamente rilanciati da anni di conflitti, di costosissimi droni e ingegnose tecnologie sapientemente guidate per uccidere: «Sangue, sangue sulla mia pelle, sulle mani e sulle unghie / e anche nei miei occhi. / Sto strisciando. / Sono in un bunker sotterraneo / con la mia bomba volante controllata da computer. / È un intorpidimento senza fine né cambiamento». Un bombardamento mediatico che si fa trauma personale, detonazione interiore: «Pellegrinaggio, vita privata, mortalità. / Un profondo shock sentito nel corpo».

Inesorabile come una macchia d'olio la morte si espande e filtra in ogni dove, ombra inevitabile delle sue negazioni. 

Parlare di resurrezione è chiaramente sovversivo. Talvolta ho l'impressione che suoni quasi inaudito. Non è ben chiaro, ad esempio, che fine faccia il caro estinto, almeno quando non lo si trattiene nello spazio domestico perchè resti “sempre qui con me”, in urne di ceneri intronizzate sul comodino o nascoste nell'armadio, dimenticate tra i libri e sullo scaffale della libreria. Occorre prendere la morte sul serio e dare valore alla vita. La predicazione di Gesù, i suoi miracoli, le sue parole, raccontano del valore inestimabile che racchiude la vita come dell'irripetibile grazia che passa dal momento presente. La pecora smarrita, il figlio perduto, il viandante moribondo ai bordi della strada, aprono gli occhi sulla dignità e il bene che custodisce ogni uomo. Chi li perde di vista o non li scorge chiude l'orizzonte e non si comprende. Ma il cuore che vede e la misericordia di Gesù non si spiegherebbero senza le prerogative divine che accompagnano il Cristo, la sua autorità e sapienza e soprattutto la sua resurrezione dai morti si spiegano soltanto con Dio. E dunque, per quanto suoni difficile e misterioso l'equilibrio che custodisce la persona di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, questo articolo di fede, così teologicamente connotato, resta un punto irrinunciabile per la fede e la comprensione della vita alla luce del Cielo. Come spiegarlo a chi ha perso l'alfabeto di Dio? 

Il rito, la tradizione religiosa, lo "spirituale" che tocca la carne non sono alieni alla sensibilità contemporanea. 


Da uno spazio di morte violenta e distruzione, ad esempio, riparte il canto e il rituale che accompagna “Saoirse" (che in irlandese significa libertà). É uno dei brani di punta dei Maruja, band di Manchester che suona una sorta di post hardcore militante. Il videoclip traduce con grande sensibilità il testo. Le immagini di desolata rovina e morte in apertura si aprono a una sorta di corteo funebre che chiude il brano in una danza catartica, tra iridescenti diffrazioni che aprono alla speranza e a una possibile speranza. Uomini con tuniche e veli accompagnano la giovane vittima di un conflitto, braccia e gambe maschili che una volta tanto non uccidono ma in un significativo ribaltamento accolgono e custodiscono la vita. Non arrivano risposte tradizionali, tantomeno confessionali. Però il gesto compassionevole, il rito del pianto, si fanno dimensione collettiva di pietà.


Di fronte alla violenza che spezza l'altro negandone l'alterità, il brano inneggia invece al valore della differenza, “che ci rende splendidi”. «Questa – affermano in una intervista  - è una canzone per la pace, uno sfogo di dolore e un rifiuto di rimanere insensibili a ciò che stiamo vedendo».

Sono le nostre differenze che ci rendono belli / Sono le nostre differenze che ci rendono belli. / Cancella il mio ego. / Lascia che il mio amore cresca, / mantienimi umile. / Nessuna supposizione. Guardami lasciar andare, / non aggrapparti mai. / Nella morte lascio andare. / Quindi comincio ora.

C'è o non c'è il divino, il superamento trascendente? Il video racconto di Saoirse si ferma prima. Più avanti, attraverso territori più personali e intimisti, sembra spingersi il fenomeno pop del momento. Ne hanno parlato talmente tanto che comincio a diffidarne. Lux, l'ultimo album di Rosalía ha spopolato un po' ovunque, anche Avvenire ha benedetto l'interesse per la spiritualità monastica, il misticismo, i riferimenti alla fede cattolica e anche molto altro, aggiungerei fin troppo, che ribolle dal disco della cantante spagnola.

"Berghain", il singolo che ha lanciato l'album, è sorretto da un videoclip che però è un piccolo capolavoro; un intreccio di rimandi e citazioni (Da Biancaneve a la Bottega dell'Orefice - l'avrà mai letto Rosalia?) che descrivono i tre movimenti del brano: dall'apertura orchestrale col cantato lirico in tedesco di Rosalía, all'intervento di Bjork, al finale da incubo techno di Yves Tumor. «La parola Berghain - spiega in un'intervista -  significa boschetto di montagna. Berghain potrebbe essere la tua mente. Un luogo in cui perdersi». L'appartamento in cui Rosalía stira e rifà il letto, spazio ordinato e arredato con la statue della Vergine e il sacro cuore che l'orchestra satura come un gomitolo di pensieri, è in fondo l'altra faccia delle stanze tramutate in boschetto e popolate da animali selvatici che attraversa di notte. La mente il cuore, spezzato e malato. Tra la carne e il sangue, ferite e rinascite inquiete, Rosalía si dà un gran da fare a raccontare il fascino dei contrasti e l'abisso che ti porti dentro. Su tutto però, si staglia la voce di Bjork che inimitabile e affilata come un coltello traccia indelebili solchi nell'ascoltatore: «The only way to save us is through divine intervention / The only way I will be saved is through divine / intervention» «L'unico modo per salvarci è attraverso l'intervento divino. L'unico modo in cui sarò salvato è attraverso l'intervento divino».


Diverso spessore trapela in un altro disco iberico, opera prima di Amanda Mur, pianista e compositrice di musica elettronica. Non mancano, anche in questo lavoro, riferimenti alla tradizione monastica, su tutte Ildegarda di Bingen, pur dentro un gran mescolone spirituale che affianca Zarathustra, induismo, cristianesimo e forse pure qualche altro riferimento recuperato dall'inquieta ricerca di Mur. Così, tra i brani musicali emerge, come se fosse stata scoperto o ascoltato per la prima volta, un cantilenante passaggio dell'Ave Maria: «Prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte». Quante volte lo abbiamo ripetuto? Quante volte lo abbiamo ascoltato o balbettato fin da piccoli? Ma chi non si guarderebbe bene di parlare di “morte” a dei bambini? E chi, pensandoci bene, non resta col fiato sospeso pensando all'ora della propria morte?


Amanda Mur lo ha posto in apertura di "Canto a los migrantes", un brano inquietante e sofisticato, in cui la voce, spinta dal suono di una ghironda cresce in un vortice ritmico che cattura come la ragnatela che accompagna la copertina del disco. Il brano è sorretto da un testo bellissimo aperto da un drammatico quanto dirompente interrogativo: 

Who will pray?
For the bodies that fall from the top
of a wall that crosses no man´s land.

Who will pray?
For the people who fall in to sea
and can´t swim and still go.

Who will pray?
For those who get to the otherside
with Luck
and want to talk

and there is no such universal language.
Ora pro nobis.
If you want to get out of there
die and you´ll be born again.
They think so
they have no heart.
We´ll break down the wall someday.
Still dreaming of equality,
still dreaming of that energy
that brings respect and love,
that brings respect and love.

For those who get to the otherside
with Luck.


Chi pregherà?
Per i corpi che cadono dalla cima
di un muro che attraversa la terra di nessuno.

Chi pregherà?
Per le persone che cadono in mare, non sanno nuotare e continuano a vivere.
Chi pregherà?
Per coloro che arriveranno dall'altra parte
con un po' di fortuna
e vorranno parlare
ma non esiste un linguaggio universale del genere.

Pregate per noi.
Se vuoi uscire da lì,
muori e rinascerai.
Loro la pensano così,
non hanno cuore.
Un giorno abbatteremo il muro.

Sogno ancora l'uguaglianza,
sogno ancora quell'energia
che porta rispetto e amore,
che porta rispetto e amore.

Per coloro che, grazie alla fortuna, arriveranno dall'altra parte.

Oggi più che mai la forza del rito e la sapienza della preghiera sono in grado di intercettare gli spiriti più sensibili. Di custodire l'umano e aprire al divino. 

To be continued.

martedì 17 febbraio 2026

Tre canzoni, anzi quattro per la Quaresima



Con il Mercoledì delle Ceneri la Chiesa entra nel tempo liturgico della Quaresima. Quando la cenere cade sulla testa o lascia traccia sulla fronte con un segno di croce, le parole «Ricordati che sei polvere, e in polvere ritornerai» sono un invito arcaico ed eloquente a misurare il proprio limite. Forse a fare un passo indietro davanti alle attese/pretese del mondo; senz'altro un appello a fermarsi. E a farlo oltre la porta chiusa della propria interiorità, nella stanza in cui sediamo faccia a faccia con la coscienza. 

Esame di coscienza

Da questo spazio, talora dolorosamente trasparente, sale il testo, o meglio, la commovente confessione di “Io”, il brano d’apertura di Post mortem (42 Records 2025), ultimo disco de I cani. Pesanti interrogativi evidenziano errori e contraddizioni interiori, fino a trovare risposta nel ritornello in un’amara confessione che suona come il raglio di un asino. Domanda dopo domanda, in un progressivo scendere dentro le pieghe della propria esistenza, anche chi ascolta si trova coinvolto in un inevitabile esame di coscienza. Un invito a leggersi con onestà, che non è poi così lontano dalle parole con cui Gesù mette in guardia dall’ipocrisia. 



Chi mi ha dato una spinta?

Chi mi ha fatto cadere?

Chi promette che cambia e poi resta lo stesso?

Post mortem, peraltro, è un album bellissimo, asciutto e scorretto, in cui non mancano, come colpi di rasoio, - ad esempio in "Nella parte del mondo in cui sono nato"- considerazioni sullo smarrimento del nostro continente: «Fino da piccolo mi hanno insegnato/  Che tutto è corrotto, tutto è sbagliato», «Vivere è fascista, nascere è reato / Vivere è capitalista, nascere è peccato». In quella parte del mondo - aggiunge Niccolò Contessa (voce e leader de i Cani) - «Se qualcuno parla di anima è un invasato /  Un complottista non è vaccinato». 

In "Colpevole", invece, grava un senso di colpa insuperabile (Nei miei nuovi pantaloni / Io mi sento sempre colpevole / L′elemosina ai barboni / Ma rimani sempre colpevole) che accompagna anche la sensibilità di altri cantautori. 

Guardare le proprie ombre

È infatti sulle zona d'ombra che punta il suo sguardo poetico Andrea Laszlo De Simone, autore di un disco da ascoltare e vedere  anche in versione film, in diciassette episodi videomusicali dal sapore malinconico e analogico. Un retro pop cantautorale che si inserisce nel filone più meditativo e cinematico della musica italiana. De Simone attraversa i propri dubbi, le ombre e i sensi di colpa personali e collettivi in cui ci troviamo incastrati: «Come brucia la nostra coda di paglia / E la presunta innocenza / Traballa al lume di fiamma / La coscienza, a volte, pure si sbaglia / Colpevole /Sono colpevole Il futuro..» (Colpevole). 


La dolorosa consapevolezza che corre nei pochi versi del brano eponimo - «Io mi accorgo di esser diventato grande / Vedo solo facce stanche / E quando viene sera / Proietto una lunghissima ombra» - è però accompagnata da un'inattesa "diffrazione". Il video si sofferma ipnotico su una foglia che inspiegabilmente attaccata al suo ramo dondola al vento in una danza che incanta. Uno sguardo in bilico tra fallimento e "momento migliore": «È da una fragile mente, o sono solo immaturo / O, più probabilmente, non voglio pensare al futuro / Perché sono quasi sicuro che sbaglierò per sempre / Nessuno, nessuno / Nessuno, nessuno /Ha mai avuto un momento migliore».

Guardare le proprie ombre diventa esercizio di verità, ma anche scelta tutto sommato consolatoria, in cui accorgersi che è meglio custodire la complessità che offrire risposte, restare nel dubbio anziché esporsi in un sistema pronto a fagocitarti. 

Cercavi Dio, ma non l'hai trovato

Più scanzonata ma non meno pungente la poetica di Giorgio Poi confezionata nel suo ultimo lavoro "Schegge" (Bomba Dischi/Sony Music Italy, 2025) magnificamente esaltata dal videoclip di "Uomini contro insetti". Qui l'attenzione si sposta sulla tentazione di una vita "low cost", proiettata costantemente oltre le proprie possibilità e ributtata continuamente nella mediocrità o nell'inganno. Anche la ricerca spirituale sembra franare di fronte all'impossibilità di trovare risposte che non arrivano a buon mercato: «Bucare il cielo con uno sputo / Cercavi Dio, ma non l'hai trovato / E ti torna indietro». Forse Dio non si fa trovare, o forse stai cercando male. Il finale di questo brano surreale e dal testo imprevedibile rimanda giusto alla cenere: «Su letti pieni di briciole /  Di sabbia e di cenere, impazzirò / Le canzoni sono sempre ridicole / Scusate, lo so / Lo so».



Accanto alle fragilità e agli errori, ai sensi di colpa, alle contraddizioni del cuore umano il Vangelo pone lo sguardo di Dio padre. Quello che vede «nel segreto» e che «ti ricompenserà». Un'opzione non prevista dalla spiritualità diffusa oltre il perimetro di chi frequenta o si dice cristiano, in cui il sentire è personale, la risposta incerta, non dogmatica, fuori dal solco delle religioni tradizionali. Le vie d'uscita da un "mondo" massificante e anti-umano sono però custodite da una spiritualità niente affatto disincarnata: «Il mondo vero - commenta Andrea Laszlo De Simone - è fatto di persone in carne e ossa... Io ho fiducia nella gente, tanta. È il mondo che mi fa paura». 

Vai a costruire la campane

Lo sguardo positivo di "Amalfitano", alias Gabriele Mencacci Amalfitano, cantautore con in tasca una laurea in filosofia e in storia delle religioni, corre in lungo e in largo nel suo ultimo album, il cui titolo è già un programma dal sapore pasquale: "Sono morto x 15 giorni ma sono tornato perché l'amore è" (bmgitaly 2025). 



In "Vai a costruire la campane" spunta a sorpresa un'amara quasi citazione del Qoelet -sì, quello in cui «tutto è vanità» e «non c'è niente di nuovo sotto il sole» - laddove Amalfitano canta «Ricorda che la conoscenza delle cose porta al pianto» («molta sapienza, molto affanno; chi accresce il sapere, aumenta il dolore»; Qoelet 1,18). Poi, però aggiunge: «Ma senti come scoppia dentro al cuore / Perché la vita, sai / È commozione, sai, del tuo dolore». Quando la vita si accende di "commozione" e tocca le corde profonde dell'umano c'è ancora speranza, l'esistenza si apre al dono, all'esperienza dello stupore per ciò che ti supera. Amalfitano ha dedicato la canzone a suo figlio Ascanio a cui - ha risposto in un'intervista - vorrebbe trasmettere questo: «Che la vita non va subita, ma vissuta. Che bisogna lavorarla, costruirla come se fosse un’opera d’arte, anche nei suoi aspetti più sacri. Vorrei insegnargli a godere della vita, anche nei momenti difficili. E se possibile, costruire qualcosa che vada oltre, come una campana: qualcosa che suoni per comunicare con ciò che sta più in alto».

«Invece, quando tu preghi, - dice Gesù - entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà». Arriverà anche il momento di "costruire le campane", di cantare l'Alleluia che la Quaresima ci sottrae per lasciarlo fiorire nel desiderio e nella consapevolezza del dono ricevuto.

Tu sei tu

E in fondo dentro te

È lì che gioca l'universo

Tu sei tu

In fondo, dentro te

È lì che gioca tutto quanto


Alza questa voce

Grida al cielo

Fai di tutto, fallo forte

E fallo sempre

Ama

E se fa male ama ancora

E lasciati amare

E sì, fai un fuoco

Vai per mare

Ribellati

Vai a costruire le campane

mercoledì 23 aprile 2025

Quando il pontificato è l'arte dell'incontro

 

 
Mi ha chiamato Fabio per dirmi che era triste perchè è morto il Papa. Mi diceva: «il Papa era contento quando mi aveva visto». A dire il vero non so se Francesco l'abbia proprio visto, ma di certo noi abbiamo visto lui, insieme a tante altre persone, giovani e pellegrini. Però quella frase di Fabio, che è un ragazzo down con cui abbiamo condiviso tante esperienze, come la Giornate mondiali della Gioventù, mi sembra un bel modo di ricordare il Papa. 
 
Lui, se n'è andato in punta di piedi, il giorno di Pasquetta, quando tutti erano distratti per la gita fuori porta o una dormita più lunga del solito. Ora tornano in mente gesti, parole, anche contestazioni e polemiche. Francesco non era il papa della santità eroica di Giovanni Paolo II, tantomeno un papa professore e teologo come Benedetto XVI. Un papa "uno di noi", un "parroco del mondo", capace di mille delicate attenzioni e scelte decisioniste, con i suoi pregi e i suoi difetti, in grado di farsi intendere da tutti, ma proprio tutti, di passare dalla cattedra di Pietro all'apparizione televisiva al festival di Sanremo. Qualche giorno prima dell'elezione un mio amico argentino lo escludeva dai papabili: «E questo chi è - gli domandavo scorrendo le foto dei cardinali sul giornale -. Lo conosci?». «Ah, ma lui no, prende il bus, va al mercato, è uno semplice..». 
In piazza san Pietro il giorno della Messa di inizio pontificato, nella solennità di san Giuseppe, uscirono subito alcuni passaggi chiave del suo futuro magistero come la custodia del Creato e un "potere" che si fa servizio. Però a me rimase impresso quando parlò della "tenerezza": «non abbiate paura della tenerezza».

Dall'Omelia di inizio pontificato (Piazza San Pietro, 19 marzo 2013)

Papa Francesco è stato il Papa delle periferie. Nei suoi viaggi ha privilegiato paesi in cui i cristiani sono minoranza, talvolta davvero piccola. In Mongolia, dove i cattolici sono poco più di 1000 in tutto il paese, aveva salutato una donna, che una decina di anni prima aveva riportato a casa una statua di legno della Madonna che aveva trovato in una discarica: “questa bella signora è voluta venire ad abitare nella mia tenda” e il papa era andato a visitarla. Ogni giorno, fin quasi all'ultimo, ha chiamato al telefono la parrocchia di Gaza. A Lesbo in visita ai profughi lì ospitati, raccolse i disegni dei bambini profughi e lì mostrò al mondo di ritorno sull'aereo. Nel suo primo viaggio a Lampedusa, all'indomani di una - l'ennesima - strage di migranti nel Mediterraneo, pronunciò espressioni poi diventate proverbiali, come la "globalizzazione dell'indifferenza".

 

Dall'Omelia della Santa Messa nel campo sportivo "Arena" (Lampedusa, 8 luglio 2013)
Palma, un'anziana signora, non parlava da anni con la sorella. Mi aveva raccontato di vecchie ruggini e poi di parole e gesti mai digeriti. Ma una domenica mattina aveva sentito una parola del Papa pronunciata all'Angelus che invitava al perdono, a riconciliarsi in famiglia e aveva alzato la cornetta. Qualcosa di inatteso era accaduto. A me pare una grazia grande quanto un motu proprio, forse più grande della nomina del prefetto di un dicastero vaticano. Ma d'altra parte, come il Papa ricordava in uno dei suoi documenti più belli, "Gaudete et exsultate" la santità passa dai "piccoli particolari dell'amore". Cosa avesse in testa il Papa quando parlava di Chiesa lo espresse bene a Firenze, in occasione del Convegno Ecclesiale della Chiesa italiana, dove tornava fuori un'altra sua espressione rimasta emblematica: quella di una Chiesa in uscita, «accidentata, ferita e sporca».

Dal discorso pronunciato in occasione del V Convegno Ecclesiale della Cei (Firenze, Santa Maria del Fiore, 10 novembre 2015)

Non è possibile dimenticare, in tempi più recenti, il discorso in occasione del momento di preghiera per la pandemia e ancora di più l'immagine iconica di un Papa solo nella piazza deserta e bagnata dalla pioggia, nel silenzio di minuti che hanno parlato all'umanità intera. La pandemia, purtroppo, ha segnato anche un crescere delle tensioni interne alla Chiesa e l'immagine della barca nella tempesta, già ricordata da un papa Benedetto quasi al termine del suo pontificato, tornava ad esprimere le svolte faticose della Chiesa nel tempo. 

Un disegno preparato per la Via Crucis col Papa realizzata dai bambini nel 2021

Dal discorso pronunciato in occasione del momento straordinario di Preghiera in tempo di epidemia (Piazza San Pietro, 27 marzo 2020)

Per chi ha vissuto l'esperienza delle Giornate mondiali della Gioventù l'incontro con Papa Francesco aveva il sapore del dialogo con uno "di famiglia", un "motivatore" sempre pronto a comprendere, capace di un linguaggio semplice e chiaro. A Rio, la sua prima Gmg, diceva che «la gioventù è la finestra attraverso la quale il futuro entra nel mondo .. la nostra generazione si rivelerà all’altezza della promessa che c’è in ogni giovane quando saprà offrirgli spazio» (Papa Francesco, Cerimonia di benvenuto a Rio de Janeiro, 22 luglio). Il Papa c'ha provato, specialmente con il Sinodo dei giovani (2018) da cui è uscito uno dei suoi testi più belli, l'esortazione "Christus vivit" (2019). 


Dal discorso pronunciato in occasione della Veglia al Parque Tejo durante la GMG di Lisbona (5 agosto 2023)
Un passaggio, questo della Veglia della Gmg di Lisbona, in cui tornava un tema caro al pontificato di papa Francesco, quello della gioia. Un aspetto decisivo, che testimoniava il suo sorriso e che trova radice nella "gioia del Vangelo" che ha raccontato e invitato tutti a comunicare nel suo documento più bello e importante: "Evangelii Gaudium". 
 
C'è però un passaggio, che si può spulciare nell'enciclica Fratelli tutti, in cui il papa racconta qualcosa di sè, che mi pare bello e capace di fare sintesi di molti suoi gesti e parole. Qui cita una canzone, un brano musicale di cui rammenta il disco e la data di registrazione in Argentina: «Vinicius De Moraes, Samba della benedizione (Samba da Bênção), nel disco Um encontro no Au bon Gourmet, Rio de Janeiro (2 agosto 1962)». Un brano che gli deve essere stato caro da cui citava un verso e avviava una riflessione molto personale:  
 
«La vita è l’arte dell’incontro, anche se tanti scontri ci sono nella vita». Tante volte ho invitato a far crescere una cultura dell’incontro, che vada oltre le dialettiche che mettono l’uno contro l’altro. (...) Da tutti, infatti, si può imparare qualcosa, nessuno è inutile, nessuno è superfluo. Ciò implica includere le periferie. Chi vive in esse ha un altro punto di vista, vede aspetti della realtà che non si riconoscono dai centri di potere dove si prendono le decisioni più determinanti».

mercoledì 1 gennaio 2025

Oltre le tensioni del mondo

 

Altri due sguardi sul mondo. Due sguardi che suggeriscono “strategie” alternative che consegniamo all’anno nuovo. Due sguardi nostrani, che però dirazzano dal mainstream e perlustrano la realtà e la creazione artistica come occasione meditativa, a partire dalla propria esperienza personale o dai movimenti della storia.

Un fermento che emerge qua e là anche nel panorama giovanile, un’attesa di profondità che suona fresca, priva di pregiudizi – certo, senza nemmeno troppi punti di riferimento, ma comunque aperta ad “altro”.

E insomma, il primo sguardo lo trovo in una giovane cantautrice che si chiama Gaia Morelli. E in particolare in un disco dal titolo accattivante: “La natura delle cose” (Dischi sotterranei, 2024). 


Le “cose” di cui parla Gaia sono quelle più ordinarie, un po’ come prova a restituire il videoclip che raccoglie, come in un cortometraggio di tre capitoli, altrettanti brani dell’album. Il primo, “Siamo stonati”, descrive momenti di vita di Gaia, con un approccio tra il fenomenologico e il meditativo che diventa occasione di una riflessione sulla propria storia personale, l’occasione in cui misurare la fatica di cogliere le dinamiche profonde che definiscono la nostra “forma”: «Siamo stonati fra tanti / Chi lo sa fra quanto tempo riusciremo a diventare grandi».

Il secondo capitolo, “Lo Spazio”, descrive una sorta di pellegrinaggio dal sapore esistenziale, come recitano le parole della prima strofa: «Con il cambio di stagione / io sono andata, non ritorno / Fa molto caldo/  Te ne sei accorta / Sai che puoi piangere / Ho ancora i miei drammi». Così Gaia dalla periferia urbana attraversa la campagna, scruta attorno a sè fino a uno “spazio” accogliente in cui «vivo per un motivo». Una bella immagine per provare a descrivere una “via” contemplativa, un’alternativa al disincanto e ai drammi dell’ordinario.

Nel terzo capitolo, “Fine”, il video è tutto concentrato su di lei,  immersa nel buio, colta da un lungo e lento allargarsi del campo di ripresa. Il testo esprime l’indole meditativa dell’album: «È tanto veloce che le cose cambiano / Lo riconosco il tempo sano / Analizzare piano piano sottovoce / La natura delle cose / Fino a sparire un po'/».

Ma cos’è la natura delle cose? In un’intervista Gaia la spiega così: «La Natura delle cose è quasi l’essenza delle cose che viviamo e facciamo, in qualche modo il trovare una qualche forma di pace».

Un approccio molto femminile, come femminile è quel passaggio che accompagna la liturgia dell’inizio dell’anno, dedicata alla solennità di Maria Santissima Madre di Dio, quando l’evangelista Luca dice – e lo ripete due volte: Luca 2, 19 e 2, 51 – che Maria «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore». E mi piace che non dica che le capiva, ma che le meditava, custodendo il mistero delle cose, provando a cucire insieme, nei tempi e nei modi che la vita e la grazia concede, l’agire dell’uomo con quello di Dio, le cose e il loro senso.


L’altro sguardo è quello di Vasco Brondi, che circa un anno fa usciva con “Un segno di vita” (Carosello Records 2024). Il brano è frutto di un artista più maturo, che qualcuno ricorda sotto l’etichetta di “Luci della centrale elettrica”, ma che ora propone un cantautorato italianissimo, musicalmente forse un po’ già sentito ma molto raffinato, dove le parole suonano in certi passaggi come poesia.

Il videoclip del brano che dà anche il titolo all'album, “Un segno di vita”, accompagna con delicatezza e la forza di immagini evocative le parole del testo, descrivendo il cammino e le scoperte di un ragazzino in mezzo alla natura, ma anche tra i libri, le carte geografiche e di fronte alla suggestiva e un po’ enigmatica complessità degli affreschi di Ercole de’ Roberti e Francesco del Cossa con il ciclo dei Mesi in palazzo Schifanoia a Ferrara.

In “Un segno di vita” – quasi «una preghiera rumorosa», il testo si arricchisce di molteplici riferimenti, alcuni dal sapore biblico, «distruggevano e ricostruivano e ancora distruggevano e ricostruivano e ancora distruggevano e ricostruivano e ricostruivano e ricostruivano», che suona quasi come un passo del Qoelet (3,3) quando rammenta che «c’è un tempo per demolire e un tempo per costruire». Ma torna in mente anche il profeta Geremia (1,10), a cui il Signore dà l’autorità «per sradicare e demolire, / per distruggere e abbattere,/ per edificare e piantare», alludendo al giudizio ma anche alla misericordia, a interpretare alla luce di Dio i traumi della storia.

Ancora più direttamente evangelico il passaggio in cui Brondi canta, quasi fosse una preghiera: «Ho ancora tanti errori da commettere / ti prego lasciameli fare / Adesso lasciati guardare / nella luce artificiale o nella luce naturale / che bel rumore fanno le cose / quando stanno per finire / Resta con noi che si fa sera /resta con noi è quasi primavera». Parole che ricordano il brano di Emmaus, quando i discepoli invitano lo sconosciuto pellegrino, in realtà Gesù risorto, a fermarsi con loro a cena: «Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino”» (Lc 24,28-29). Un brano che suona in sintonia con la canzone di Brondi, in cui accanto alla tragedia e alla delusione si aprono spazi di luce e stupita speranza.

Per chi volesse approfondire c'è online anche un bel dialogo tra Vasco Brondi con il monaco Guidalberto Bormolini.

Uno sguardo contemplativo, se lo mettiamo accanto a quello di Gaia Morelli, forse più maschile, comunque un invito a cogliere nel dramma del reale i segni di speranza. Un po’ come invita a fare il Papa in questo anno santo 2025, un tempo in cui riconoscere i “segni dei tempi” spesso drammatici del nostro tempo (guerre, migrazioni, squilibri sociali, cambiamenti climatici…), e «porre attenzione al tanto bene che è presente nel mondo per non cadere nella tentazione di ritenerci sopraffatti dal male e dalla violenza. Ma i segni dei tempi, che racchiudono l’anelito del cuore umano, bisognoso della presenza salvifica di Dio, chiedono di essere trasformati in segni di speranza».

In effetti il brano di Brondi ha il sapore di una meditazione sapienziale sulla storia in cui accanto al dramma è possibile registrare inattesi “segni di vita”: «Bombardano bombardano / e tutti guardano / Non arrivano le provviste / Non arrivano le voci e le promesse/ Solo luci di stelle fisse/ che parlano di pace / e di apocalisse».

«Siamo in un’epoca di transizione – ha affermato l’autore in un’intervista - , cioè, tutte le epoche poi possono essere considerate tempi bui o non esserlo. Però la cosa che sempre possiamo fare, e qui mi viene da citare Calvino che dice una cosa importante in merito, è cercare e saper riconoscere chi e che cosa in mezzo all’inferno non è inferno e farlo durare e dargli spazio».

Una citazione che me ne ricorda un’altra, del monaco russo Silvano del monte Athos, rimasto celebre per quanto il Signore gli avrebbe fatto intuire: «Tieni il tuo spirito agli inferi e non disperare», un invito a custodire la speranza e la consapevolezza della misericordia di Dio anche in mezzo al peccato, nei drammi della storia o nei tormenti delle prove.


domenica 22 dicembre 2024

Tra le tensioni del mondo

Due sguardi sul mondo. Il primo arriva da Anja Plaschg, meglio nota come Soap & Skin, cantante austriaca che in una manciata di album ha dato voce alle inquietudine e al disincanto del mondo contemporaneo, anzi, in particolare dell’Europa continentale, di una Mitteleuropa avvezza a confrontarsi con l’angoscia, la morte e un desiderio di trascendenza che ha smarrito il Cielo. Nelle melodie oscure che suonano ora come una preghiera o una marcia funebre, la sua voce tagliente arriva fin nel midollo. 

Il suo ultimo album è interamente di cover, compreso il singolo “Girl loves me”, un brano di David Bowie estratto da Blackstar, l’ultimo, estremo disco – quasi un testamento- del duca bianco. Difficile orientarsi nel testo, uno slang di parole incomprensibili da cui però, l’autrice ha preso spunto in un verso «I'm sitting in the chestnut tree» (sono seduto nel castagno) per dare forma alla narrazione del video. Qualcuno ci ha letto un riferimento a Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez, dove uno dei personaggi vive i suoi ultimi giorni, afflitto da demenza legato a un albero di castagno. 

Nel video Soap & Skin appare dentro il tronco di un albero, poi legata a un gigantesco camion come un animale condotto al macello. La violazione della natura, sfracellata dalle macchine, ridotta a oggetto di consumo in un sistema produttivo anonimo e inarrestabile, rimanda senza mezzi termini alla crisi del rapporto uomo e natura. Presentando il video Soap & Skin ha commentato: 

«trapped in the labyrinth of furrows in the tree bark we are puny ants, sitting in a chestnut tree living in a butchery».


Intrappolati nel labirinto di solchi nella corteccia degli alberi siamo gracile formiche, sedute su un castagno, vive dentro una macelleria.


Eppure siamo soltanto gracili formiche? 

C’è una vita nascosta nell’albero e un’opposizione irriducibile oltre le catene che conducono lontano Anja nel labirinto di una tetra miniera. Parabola dello sfacelo ecologico, ma anche immagine della guerra che in un vorticoso crescendo mangia, una dopo l’altra, le sue vittime.


Ci siamo forse rassegnati a pensare che il sistema contempli anche la possibilità della violenza? Produciamo e vendiamo senza sosta macchine per uccidere, oltrepassiamo, un giorno dopo l’altro, i paletti dalla convivenza civile, faticosamente piantati in decenni di non belligeranza: carri armati, missili ipersonici, bombe a grappolo, mine antiuomo e testate nucleari sono ulteriori ingranaggi che consumano l’umano. Così il video si chiude negli antri di una falegnameria che assomiglia più ad una grande macelleria e che la memoria recente lega alle tetre immagini dell'Azovstal di Mariupol, martellata da una guerra di annientamento.


Nell'acciaieria di Mariupol (Dmytro Kozatsky)

Il secondo sguardo arriva da Beirut, dal cuore di una città e di un paese scenario di una guerra violenta e sprezzante. C’è un gruppo libanese - i Postcards - che a dire il vero suona molto occidentale. L’ultimo video che hanno realizzato, nell'aprile 2023, parla di tenerezza.


«Isn’t it tenderness we all seek?»

Non è la tenerezza quello che tutti cerchiamo?


Ce lo domandano le parole di questo brano che il gruppo dedica a quanti non si sentono visti da nessuno. 


«I am the tiny seed you sow, cover me with soil»

Sono il piccolo seme che semini, coprimi di terra



Nella tensione tra violenza e tenerezza, distruzione sistemica e il bisogno di cura si intrecciano tante inquietudini contemporanee. Sì, tutti cerchiamo tenerezza, ma abbiamo bisogno di custodirne le radici. Flannery O'Connor, decenni fa ammoniva spietatamente che la tenerezza «staccata dalla persona di Cristo, è avvolta nella teoria. Quando la tenerezza è separata dalla sorgente della tenerezza, la sua logica conseguenza è il terrore. Finisce nei campi di lavoro forzato e nei fumi delle camere a gas».

Quale sintesi potrà consegnare il Natale a un mondo che lo separa dalla nascita di Cristo?


 Donne soldate israeliane si fanno un selfie a Gaza. Feb. 19, 2024. (AP Photo/Tsafrir Abayov)


sabato 12 agosto 2023

Cuori giovani e pavoni

«What I was made for?» Per cosa sono stata fatta? Lo domanda Billie Eilish, che presta le parole a Barbie, catapultata nella complessità del mondo reale da quello chiccherelloso e artificiale delle bambole. Però la questione è seria e in fondo entra come una lama nel burro di scenari contemporanei vuoti di proposte e risposte decisive. O forse, ancora di più, inclini a  silenziare le domande decisive.
Per cosa sono stata/o creato?
In viaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù di Lisbona l'interrogativo piove su chi, tra i 16 e i 20 anni, cerca di dipanare la matassa che ingarbuglia la mente, il corpo e il cuore.


Di queste giornate si dice molto, ma non è facile tradurre in parole quel che nelle parole non ci sta, perché eccedente, nei numeri, come nelle emozioni, negli incontri, come nella bellezza che ti si ribalta addosso ad ogni angolo di strada, dentro i volti, le mani, le voci che ti guardano, ti cercano, ti chiamano.

Per mettere ordine nei pensieri che ruotano attorno a quei giorni mi vengono in mente tre parole.

La prima è ascolto. Siamo abituati, specialmente in ambito ecclesiale, a ridirsi che occorre "ascoltare i giovani": cosa sacrosanta, più invocata che praticata. 
Però nei giorni portoghesi uno si accorge quanto i giovani sappiano ascoltare. Ascoltano le parole del Papa, quelle dei loro coetanei, dei don che li accompagnano. Hanno fiuto per quel che vale la pena ascoltare. Si dirà che non tutti erano consapevoli e attenti, che poi non li ritrovi sempre sulle panche in parrocchia; che c'è da tener conto della logica dei grandi numeri. Però l'esperienza insegna che una parola o un gesto possono restare agganciati anche alle antenne più distratte o refrattarie. A chi predica o accompagna, questa disponibilità all'ascolto che poi è preludio ad aperture del cuore, a racconti di sè che non si sottraggono alla commozione, può anche suggerire, ogni tanto, di tacere.


La seconda parola è identità. In un senso però molto diverso da quello in cui si pone, generalmente, nel mainstream del pensiero, la questione identitaria. Un'identità cioè, che non risponde primariamente alla domanda: «chi sono?» Ma ad un altro interrogativo che mi sembra più "drammatico" per un giovane: ma io, «per chi sono?» E cioè: la mia vita conta davvero per qualcuno? Qualcuno si accorge che esisto?  Mi merito di essere amato così incondizionatamente da Dio? Conto davvero qualcosa per i miei genitori, i miei prof, gli amici, o sono soltanto capace di sbagliare, deludere, non riuscire a raggiungere i risultati che il mondo si attende da me (o quel che penso si attenda il mondo da me?). 

Le ansie che si agitano nel cuore di tanti ragazzi fanno pensare. «A volte - commentava con acutezza un giovane pellegrino - abbiamo più paura della luce che è in noi che dell'ombra». Allo stesso tempo ti accorgi che la vita fiorisce quando qualcuno ti dice che vali, che «non sei un numero», ma una creatura unica e irripetibile, voluta e amata da Dio. È in fondo l'identità che esprimono bandiere, maglie e spillette della Gmg; che non raccontano un'identità fatta per distinguere o prevalere, contrapporsi o difendersi, ma ricchezza da condividere, con cui andare incontro all'altro e cantare la bellezza che ci si porta dietro.

Per raggiungere il centro della propria identità, il pellegrinaggio a Lisbona racconta, una volta di più, la forza rivoluzionaria della tenerezza, del cuore trasparente e diretto di quelli che chiamiamo disabili, che pure custodiscono il segreto di un'abilità che i grandi registi del consumo mondiale pagherebbero oro per acquisire, quella di parlare dritto al cuore, di smuovere ogni resistenza o presunzione, di smascherare, come spiegava un altro pellegrino - «i filtri che complicano le nostre relazioni». Il carisma dei "ragazzi", dei più fragili, dei "piccoli", oggi più che mai rivela una forza capace di curare ferite e fragilità che gli specialisti sanno spesso soltanto certificare. 


La terza parola è croce. Col passare dei giorni il pellegrinaggio, con le sue fatiche e i suoi intoppi, con la preghiera e la confidenza, permette di comprendere che nonostante i richiami di divertimento o distrazione mondani non è possibile scansare la realtà della croce. Dentro un cuore giovane non c'è soltanto e primariamente una spensierata allegria. Nelle «montagne russe» delle emozioni vissute a Lisbona ci siamo confrontati con la complessità, ma anche con qualcosa di più grande. «Credo di non aver mai conosciuto la vita come in questi giorni», affermava una ragazza durante una condivisione. «La grazia - commentavano altri - non passa solo attraverso i momenti di gioia, ma anche di pena e di dolore», e altre voci hanno aggiunto: «Ho imparato l'arte di essere fragili e l'arte di essere forti». D'altronde «quando sono debole - ricordava San Paolo - è allora che sono forte». È la scoperta tracciata da un amore più grande, che intreccia ogni cosa, ti cerca, ti sostiene, accompagna in silenzio, perdona, fa entrare nello spessore della vita, attende risposta.


Sono le acquisizioni fondamentali della vita di fede, che ti arrivano addosso come una ventata improvvisa e ti fanno intuire per cosa sei stata/o creato. Nelle crisi che non controlli o negli imprevisti del viaggio, nel malessere che blocca chi hai accanto e chiede di rimodulare nei ritmi e nei modi il tuo viaggio, nell'orizzonte che si apre oltre la linea del mare, nel sole che si colora di rosso al tramonto, nel silenzio che nella notte riempie la distesa di giovani in preghiera lungo le rive del Tago o nelle apparizioni improvvise della grazia. 
Come nei tre pavoni planati in mezzo alle confidenze dei giovani, antichi richiami di bellezza ed eternità per chi è pellegrino in questo mondo. 

lunedì 21 novembre 2022

Chiamare per nome

La Solennità di Cristo Re, chiusura dell’anno liturgico, ci ripresenta il brano della crocifissione di Gesù con la viva e paradossale tensione tra regalità e umiliazione, gloria ed abbassamento. Quel crocifisso è il Signore dell’Universo. Esplicitato per intero il titolo di questa solennità — Solennità di nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo — risuona oggi ultra cattolico. Eppure tutto chiede di tornare all’ora della croce.


Il brano di Luca per la solennità di quest’anno suona fin troppo asciutto a chi è abituato agli effetti speciali e ai grandi sentimenti. C’è spazio soltanto per le parole e le reazioni dei presenti: ci sono i capi («Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l'eletto»), i soldati («Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso»), uno dei ladroni crocifissi con lui («Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!»). Uno dopo l’altro, contestando e prendendo in giro elencano, in una sorta di cristologia negativa, i titoli di Gesù: l’“eletto”, cioè l’unto, il “Cristo di Dio”; il “Re dei Giudei” (e Gesù d'altra parte discende dalla casa del re Davide); il salvatore a cui si grida “salva te stesso e noi”. Poi c’è l’altro, il ladrone che chiama il crocifisso per nome: «Gesù» ed è l’unico ad aver capito, l’unico ad accogliere la misericordia che quel crocifisso innocente è pronto a donare a tutti.

Perché, su uno che muore così, possiamo scommetterci la vita? Perché sul crocifisso si costruiscono impegni di vita, nel suo nome si spendono ore di volontariato e di proposte educative? Perchè, per amore di quel crocifisso, "perdere tempo" nell’orazione, percorrere le vie della verginità, arrivare a donare al vita nel martirio?

Quel crocifisso ci sta sempre sotto gli occhi. Dice che nella pena, nell’umiliazione e nella sofferenza si può leggere altro. C’è un mistero regale che parla di accoglienza, comprensione, fraternità profonda. Quel crocifisso si può chiamare per nome. Ha un nome come il mio. E d’altronde non può essere lontano da me e dal mio sentire chi muore così sulla croce. Anche se nel suo silenzio e nella sua innocenza, le ferite, i chiodi, le umiliazioni non sono solo sue, sono le nostre in lui e sopra di lui. Quando lo comprendiamo entriamo nello spazio della misericordia.

Non so se sia il peso dei nostri peccati, o quello dei nostri dolori, non so se siano le nostre lacrime oppure il grido e la bestemmia di chi sfida il Cielo nell’ora della prova. Non so se siano gli strazi delle guerre e le violenze degli uomini, le tragiche "leggerezze" dei bulli o i morti innocenti. Però c’è un mistero, un orizzonte più largo e spesso sorprendente che si affaccia alla vita quando l’ora della prova, quella della croce, si apre alla misericordia.

Oltre le distrazioni del mondo contemporaneo e le ubriacature del consumo, al di là delle apparenza di chi passa la vita a “flexare” con macchinoni tirati a lucido, quattrini facili e donne oggetto, c’è un universo di fragilità e paure, di solitudini e cuori spenti.

In attesa della metropolitana, con gli occhi persi nell’oscurità del tunnel, sul crinale tra la ripartenza e lo spazio invalicabile dei binari e del pericolo di morte, addormentati o ubriachi sui vagoni, i personaggi del video musicale che accompagna un brano di Max Richter, intitolato “Mercy”, “Misericordia” compongono poeticamente suggestioni metropolitane di “ordinaria” misericordia. «Il bellissimo film di Yulia Mahr (si legge nel commento al video su YouTube) pone saldamente la questione della misericordia e della compassione nel nostro mondo quotidiano».

Aprono e chiudono il video, tutto o quasi girato dentro e fuori gli ambienti sotterranei della metropolitana, ritagli di cielo con stormi di colombi in volo e uno sguardo dall’alto che scorre lento sulla città. Sotto la superficie della metropoli la vita scorre tra marginalità e solitudini e dietro i volti di passeggeri di ogni età si intrecciano il miracolo della nascita e il dolore della malattia, il passato e il presente, gli abbracci di chi si ama e il senso di attesa di chi è in costante viaggio, tra una sosta e l’altra della giornata e della vita. Tra un volto e l'altro un fiore che sboccia, le onde del mare, l'acqua che scorre. E in questo sotterraneo andirivieni tra i non luoghi dell’ordinario urbano si aprono esperienze di misericordia. È l’umano che si ritrova, si riconosce, risuona come una sveglia nella vita e si apre a qualcosa di più grande che lo compie, atteso, cercato ma sempre sorprendente. La vita tocca qualcos’altro. È lì che intuisci i segreti del Regno, la leva che ribalta il mondo e lo prepara a una nuova, differente fioritura. 

Così capisco meglio il crocifisso che incrocia, con il suo mistero di innocenza offesa e umiliata, ma anche di profonda fraternità e compassione, la vita di ogni donna e uomo. A lui, che pende dalla croce in silenzio davanti a me, posso rivolgermi chiamandolo per nome. Poi, su per le misteriose vie della grazia e della fede, posso arrivare a comprenderlo Salvatore, Cristo, Figlio di Dio, posso anche chiamarlo Re e Signore dell’Universo.