domenica 13 dicembre 2020

Segnali nella notte


«Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce». E questo fa pensare che il Vangelo di oggi si capisca meglio nelle tenebre. «In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete». «Ecco, guardi priore, questo è proprio per me. È quello che vivo io». Lo ripete con il capo basso, seduto sulla panca in fondo alla chiesa. Con lo sguardo perso non so bene dove. Rintanato nel piumino con ai piedi le pantofole e per pantaloni il pigiama. Un’anima smarrita, per una vita di ferite ed errori che si avvolgono su se stessi. Ma io devo parlare della gioia, perché questa è la domenica Gaudete, nella quale la liturgia ci invita a rallegrarci, e poi c’è il rosa, che non è viola e c’è il Natale che si avvicina e  infatti c’è anche il presepe. E poi penso all’uggia che posso fare con questi discorsi, e all’uggia che mi facevano i predicatori di gioia dalla faccia triste. E un po’ anche a quella che posso avere io qualche volta. Però a guardarmi intorno la gioia non è facile rintracciarla, perché la chiesa è semi vuota e ci piove dentro e c’è un freddo che tiro via a finire prima che mi si ghiaccino i piedi. 

«Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa». Così dice di sé il Battista, dopo che per tre volte ha fatto sapere quello che non è. Non il Cristo, non Elia, non un profeta. Un’identità che si capisce per via di negazione. Soltanto sfrondando ogni incrostazione, rimuovendo ogni maschera e proiezione si capisce il Battista e il Battista capisce se stesso. 

Ho l’impressione che lo stesso sia chiesto pure a noi. Perché appaia la reale misura della nostra identità occorre stare sulla soglia di una verità paradossale, quella dell’umana miseria e di un’attesa infinita, quella di una fragilità ontologica e del desiderio di una nuova vita, quella della consapevolezza di accrescere l’entropia e di essere, allo stesso tempo, spazio d’azione della grazia. Allo stesso modo per essere veri testimoni, autentici "ripetitori" del Vangelo, occorre togliere ogni realtà che disturbi la frequenza. Lo sperimentiamo con forza in questi mesi di paure ataviche e isolamento. È proprio nelle tenebre dell'anno di grazia 2020 che deve arrivare la luce, risuonare la voce e avvicinarsi il Natale. 

Su queste corde batte la poetica della soglia che attraversa Orphée, l’ultimo disco di Johann Johannsson, compositore islandese scomparso prematuramente due anni fa a 48 anni. Di soglia si parla per via del mito di Orfeo, che con la sua musica è capace di riportare in vita l’amata Euridice, per poi perderla di nuovo, ma imprimendo nella storia del pensiero la potenza fascinante delle arti e in particolare della musica. Lo ammetteva lo stesso Johannsson, spiegando che Orphée «ha a che fare con le soglie – tra mondi, tra luce e tenebra, tra estremi». È la soglia evocata nel video “Song for Europa”, dove la soglia attraversata da Orfeo si trasforma in «quella che passava attraverso due mondi e due ideologie (…). Dopo pochi decenni di relativa calma — spiegava Johansonn — sembra che l’Europa lentamente torni a separarsi e che stiamo entrando in tempi turbolenti o almeno sulla soglia di qualche cambiamento più grande». 


https://youtu.be/dCWbVxfkoKg

Nel videoclip, ambientato in un ambiguo passato che richiama alla mente gli anni della guerra fredda e il muro di Berlino, un’antenna radio lancia segnali che attraversano lo spazio in luminose onde sonore. Dall’abisso di lontananze indefinite affiorano segnali in codice, numeri pronunciati in tedesco, messaggi criptati da imprecisate emittenti radio. Voci capaci di spalancare inedite suggestioni, ma anche di arrivare lontano, oltre le barriere del tempo e dello spazio, oltre i muri degli uomini e le difese dell’anima. Un segnale che arriva. Una luce che raggiunge. Si spalanca un mondo che apre un orizzonte ancora da decifrare.

Un messaggio di speranza che chiede di tendere l'orecchio, ma che passa ogni distanza. Ci ripenso e ripenso alle tenebre e alla domenica della gioia. Finché non mi arriva il disegno che ha fatto S., dove si vede la sacra famiglia raccolta attorno a un neonato Gesù bambino. Sotto c’è una frase che nella sua semplicità fa lasciare ogni esitazione: «Giuseppe e Maria sono felici di Gesù». 

domenica 6 dicembre 2020

La locusta del Battista


II Domenica di Avvento - anno B

C’era quella finestra col vetro rotto e il falegname lì per dare un’occhiata. Spiegavo, raccontavo, indicavo, ma lui fissava la finestra, con i suoi infissi sgangherati e consumati dal tempo. E mentre mi piegavo ad aprire il chiavistello in basso e lui elaborava interventi di falegnameria sfiorando e picchiettando i vetri con le dita, mi sono accorto che stava lì. Agganciata e mimetizzata con la serratura. Una locusta del colore del bronzo, creatura aliena in cerca di riparo dal freddo che da sempre suscita in me il più atavico orrore. Non ho fatto in tempo a vedere la mia faccia sconvolta nel riflesso del vetro. Una faccia come non me la immagino, ma così com'è.

Così però mi immagino il Battista, che punta il dito sull’orrore che ti porti addosso e non ti accorgi. O forse soltanto su quello che non scorgi mai nell’ordinario, ma che sta lì appeso forse da tempo immemorabile ma che appena scopri mette a nudo il tuo volto più profondo. Perché, altrimenti, dare credito a un tipo così alternativo, spingersi nel deserto per ascoltarlo e farsi immergere nell’acqua in un battesimo di conversione?

Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.

Preparare la via, raddrizzare sentieri. A che cosa? A chi? E come? L’attacco del Vangelo di Marco butta là alcuni attrezzi fondamentali per quest’opera di preparazione. Che poi è una sorta di meccanica dello Spirito in cui il progetto è nella mente e nelle mani di un altro. C’è, d’acchito, l’urgenza di un cambiamento. Niente mezzi termini. Qualcosa sta per accadere e qualcuno sta per arrivare. Preparate la via. Convertitevi.

Ma quest’urgenza non è troppo distante dal sentire di questo tempo. Dalle ansie e dal sentimento collettivo di mesi di emergenza sanitaria mondiale. Un tempo che si può leggere alla luce di una bella poesia in musica, un rap tramutato in esperienza letteraria, che oggi chiamano spoken-word. E che ti punta il dito addosso e rivela qualcosa che fatichi a riconoscere e vedere. Sono i versi di People's Faces di Kate Tempest.

Un altro disastro/ Catarsi / Un altro miraggio mezzo scartato/ Un'altra maschera che scivola via

Per qualcuno serve una locusta ad aprire gli occhi. Per tutti c’è una pandemia mondiale. O meglio, la nostra paura e il nostro limite. Per il Battista lo sguardo si apre nel deserto. Anzi, lì si aprono gli orecchi perché la parola emerge in tutta la sua forza. 

Nel deserto parla di via, di sentieri, di cammino. Ed è una via che ha il sapore agro dell’esodo. Quello archetipico degli ebrei in fuga dall’Egitto verso la terra promessa, quello storico del ritorno da Babilonia, quello spirituale di chi è condotto nella regione del non ordinario, e di lì intende ripartire ricalcolando il percorso. È la via della vita, con i suoi rischiosi fuori pista, e le svolte improvvise, discese a capocollo e salite interminabili.

Il deserto, la via; Giovanni aggiunge il battesimo. Che poi è entrare nell’acqua dopo essersi immersi nella verità dei propri peccati, è il lavacro che arriva dopo aver misurato il proprio disordine, il gesto che sancisce la presa di posizione sulla propria esistenza, sulla novità che entra nella vita. È anche il nostro battesimo — quello sacramentale — forse dimenticato, tradito, rifiutato, ma mai venuto meno. Un dono che fa partecipi della vita divina e che non finiremo mai di perlustrare.

E poi lo Spirito. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo dice il Battista. L’acqua bagna, la bevo e la vedo, ma lo Spirito Santo quando l’ho mai sperimentato? Forse in un sentire profondo che non so bene da dove spunti in me. Spirito dice già qualcosa di invisibile ma decisivo, come il vento che spazza dai monti alle strade, ma che senti mugghiare e sibilare, ed è capace di scoperchiare tetti ed abbattere alberi secolari. Spirito come realtà mobile, penetrante, vitale, che vive l’irrisolta tensione con il terrestre, o meglio il mondano, con la fissità della propria routine e dei propri schemi di vita.

Ecco bell’e fatto, un piccolo dizionario di vita spirituale alla portata di tutti: deserto, via, battesimo, Spirito.

Le vie del cambiamento cristiano partono da qui. Arnesi per una vita spirituale che solo il Signore sa dove condurre e assemblare. Strumenti di verità su noi stessi e sugli altri.


https://youtu.be/TSMffdtyOwI

Uno sguardo a tratti sgomento e amaro sul mondo di oggi è accompagnato nell’ultimo lavoro di Kate Tempest (The Book Of Traps And Lessons, 2019) da un’apertura di speranza, “rivelazione” di un cambiamento possibile. «In "People's Faces" — confida in un’intervista — dico “sto affondando”. Ed è difficile. È un grido disperato, ma i volti degli altri mi salvano. È la cosa più semplice del mondo, l’espressione amorosa meno complicata possibile. Guardare qualcuno negli occhi. Le persone sono splendide, davvero». 

Pure lei, che ha spesso il dito puntato sulle fratture del nostro tempo, nella sua laica ma umanissima poesia mette insieme un piccolo vocabolario di spiritualità contemporanea.

Dentro c’è la parola “sistema”, espressione forse un po’ consumata ai nostri orecchi, ma comunque efficace per descrivere i perversi meccanismi economico-politici del nostro tempo, ma anche quelle profonde strutture negative che ci portiamo dentro, che per chi crede assumono il nome di “peccato”. C’è la parola “sintomo”, scaturita dalla capacità di cogliere i segnali di disagio di fronte a un paradigma disumano, accompagnata da “sentire”, che è il sentire dentro di sé l’urgenza del grido e del pianto che montano, ma anche un sentire profondo per ciò che si muove fuori di sé: («Sto ascoltando ogni piccolo sussurro in lontananza cantando inni/ E posso sentire le cose/ Cambiare»). C’è la parola “città”, che racconta un’esistenza immersa, tra luci e molte ombre, nelle viscere del metropolitano (Guardo la mia città in un altro giorno difficile / E grido dentro di me / Quando cambierà tutto questo) e che assomiglia un po' al deserto, e poi “carne”, in cui recuperare il senso di una profonda fraternità umana, legata da «un’unica carne», e poi “empatia”, “rispetto”: sentimenti che fioriscono da uno sguardo contemplativo sul volto degli altri. Eccole, infine, le parole “volto”, “faccia”. Un piccolo vocabolario che custodisce una traiettoria interessante, perché dal sistema porta alla persona, al volto.

 



«Non ci saranno nuovi inizi

finché tutti non vedranno che le vecchi modi di fare devono finire»

Ma è difficile accettare di essere tutti un’unica carne. Date

le divisioni dilaganti tra oppressori e oppressi

Ma lo siamo.

 

Più empatia

Meno avidità

Più rispetto

 

(…)

 

Sono tutta spirito ma sto affondando

Perché i nostri giorni non sono giorni ma strani sintomi

Questo è il nostro tempo

 

Sto ascoltando ogni piccolo sussurro in lontananza cantando inni

E posso sentire le cose

Cambiare Questo è il nostro

Tempo ma il nostro tempo è la rabbia che affonda nel beige

E sì i nostri figli sono coraggiosi

Ma la loro missione è vaga

Ora non ho le risposte

Ma ci sono ancora cose da dire

Guardo la mia città in un altro giorno difficile

E urlo dentro di me

Quando cambierà questo

Sto cominciando a svanire

Ma la mia sanità mentale è salva, perché posso vedere i vostri volti La

mia sanità mentale è

salva Perché posso vedere i vostri volti

 

Niente di tutto questo era scritto nella pietra

La corrente è veloce ma il fiume si muove lentamente

E posso sentire le cose cambiare

Anche quando sono debole e mi sto spezzando

rimango a piangere alla stazione

dei treni Perché posso vedere i vostri volti

Amo i volti delle persone

domenica 29 novembre 2020

Veglia solo chi è sveglio


«Priore, io glielo dico: a volte ci credo poco. Ha presente quando vai a letto e ti addormenti subito? Suona la sveglia e neanche ti accorgi di aver dormito per ore?  Forse sarà così anche quando si muore. Solo che la sveglia non suona». 

Lo ascolto, dall’altra parte del bancone, mentre col capo basso fa avanti e indietro tra gli scaffali per agganciarmi il pacchetto giusto di caffè. 

«Vorrà dire che verrò a svegliarla quando saremo tutti e due di là da questo mondo!». Lo saluto così, il mio rivenditore sotto casa di generi alimentari, quasi convinto d’averlo catechizzato bene. Ma ci vuole poco a capire che una risposta così non vale niente.

E invece, quella confessione tra il serio e il faceto mi torna alla mente in questi giorni e la ritrovo nei versi decisamente più seri, di un pezzo che ha proprio il sapore di un’estrema confessione. Il titolo Worm in Heaven / Verme in Paradiso esce dal genio musicale dei Protomartyr, band statunitense esponente di prim’ordine di un post punk militante e raffinato. 

«Ti auguro ogni bene, davvero / Possa tu trovare pace in questo mondo / e quando è finita  / dissolverti senza paura».

Un congedo amaro, reso ancora più inquieto dal videoclip che accompagna questa straniante ballata, girata in un asettico scantinato abitato da un misterioso personaggio in bilico tra la vita e morte. Eloquente e attualissima traduzione dell’isolamento precauzionale e della malattia che diventano limite nella relazione e nell’incontro. E, allo stesso tempo, immagine di una vita ai minimi termini, dove ambigui macchinari prendono spazio nell’umano, innestando il tecnologico nell’organico. Realtà distopica in grado di descrivere i rischi della solitudine e delle conseguenze della paura: «Io sono il verme in Paradiso / Ricordati di me come vivevo / ero spaventato / sempre spaventato».
Una vita in scacco. Il peggiore effetto collaterale della pandemia. 




Così, alla lunga, capita anche a chi vive da stordito o nella paura le proprie giornate. Un tempo "sospeso", articolato in attimi isolati l'uno dall'altro, come i fotogrammi che compongono il video, immagine di uno stadio premorte da cui è impossibile destarsi. Tutta colpa dei ritmi di un meccanismo economico che non aspetta nessuno, oppure di quanto assorbe l’umano e lo consuma dopo averlo ridotto a consumatore? Forse semplice conseguenza di un mondo sempre più complicato e temibile, esigente e generatore di ansia? La tentazione resta quella di rimpiattarsi in casa e sfuggire dalla paura, dalla vita e dalla relazione. 

I exist, I did 
I exist, I did 
I was here, I was
Oh

Never, never, never, never, never, never, never was

Non è proprio quanto ricorda e ripete abbondantemente il Signore in questa prima domenica di Avvento: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento». Un invito a stare svegli che chiede di mantenere gli occhi ben aperti sulla realtà, pronti all’incontro, nella consapevolezza che aldilà della paura, il presente può trasformarmi nel momento giusto e aprirsi a quell’attimo decisivo che se non cogli per tempo perdi per sempre. 

«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento».

Il cristiano non ha bisogno della sveglia. Né può restare prigioniero di una vita addormentata. Il credente veglia. Perché sa che ogni momento, fosse anche il più banale o l’estremo, è sempre aperto alla grazia e all'incontro che può cambiare la vita. La sveglia è già suonata per chi crede, o almeno ci prova, e legge ogni cosa, malattia e paura comprese, nell'orizzonte sconfinato di Dio. 

E tu sei sveglio? O vivi da addormentato?

venerdì 17 aprile 2020

Due o tre cose per una Covid-19 Playlist (tk1)

La quarantena forzata da coronavirus apre spazi di riflessione inediti.
Arriverà il momento in cui saremo più lucidi e più in grado di tirare qualche conclusione su questo dramma planetario. Al momento epidemiologi, esperti tuttologi, complottisti di tutti gli schieramenti si dedicano a dire la propria sul virus, i suoi effetti, la sua origine, le cause nascoste e quello che nessuno ti avrebbe mai detto. Si intrecciano senza dubbio dinamiche che nulla hanno a che fare con i virus, come la politica o la finanza.

Ho l’impressione però, che ci sia un baco in tutto questa matassa di discussioni: il bisogno profondo di trovare il colpevole, di snidare il nemico. Una volta trovato, più o meno a ragione, la coscienza si acquieta, il dramma si scioglie, la realtà si semplifica.  E invece è l’occasione buona per mettersi in discussione. Forse, per mettere in discussione tutto un sistema.

Neil Young ne è convinto e lo ha messo in musica in un pezzo del suo ultimo album “Colorado”. Il brano, che è in realtà ispirato ai temi del climate change, e alla necessità di una nuova sensibilità ecologica, è intitolato “Shut It Down” ed è stato accompagnato in quattro e quattr’otto, ormai in piena crisi Covid-19, da un video diretto dallo stesso Young e dalla moglie.

Nel video c’è anche il papa nella piazza San Pietro deserta, la Roma deserta causa lockdown e i delfini che guizzano nel porto di Cagliari. Un video decisamente suggestivo con un testo mordace:

Devi chiudere l'intero sistema / La gente cerca di salvare questa Terra da una morte terribile / La gente cerca di vivere in un mondo che affronta questa minaccia... devi chiudere l'intero sistema / È il solo modo in cui possiamo essere liberi / Devi chiudere l'intero sistema / Ricominciare e ricostruirlo per l'eternità


Le immagini del video danno il senso della dimensione planetaria dell’epidemia. Eppure non è la prima volta che una malattia mette in crisi l’umanità: la spagnola ce lo ricorda, come la peste bubbonica o il raffreddore che sterminò più indigeni delle spade dei conquistadores. Siamo fragili e questo dato di fatto infastidisce. Fare i conti con l’umano per quello che è, cioè vulnerabilità, mortalità e allo stesso tempo, desiderio infinito, apertura oltre se stesso, è un dato di fatto da tenere presente.

C’è infatti un video molto bello e surreale che parla della morte.
Un uomo sul letto di morte, con tanto di prete per la benedizione, che pure è lasciato solo nel momento decisivo. Il filmato racconta con delicatezza lo sgomento di fronte alla morte oggi tanto diffuso. La morte è dovunque sui nostri schermi, ma quando si presenta per davvero facciamo di tutto per negarla.


Nel video una bambina (la nipotina) si avvicina al capezzale e …prende il via un viaggio straordinario. Il video accompagna il pezzo della band statunitense Khruangbin e si intitola “Como te Quiero”. È stato realizzato da uno studio di animazione di Mexico City e prova a tradurre in immagini il ricordo del proprio nonno a cui la bassista della band, Laura Lee, era molto legata. Il nome del gruppo è una parola tailandese che significa “cosa, oggetto, volante”..non manca il riferimento nel video.

La quarantena da Coronavirus ci chiede di fare i conti con la paura e la solitudine. Chiusi nelle nostre case, sentiamo che quello di cui abbiamo bisogno  non si acquista, ma manca più di ogni altra cosa. È la concretezza dell’amore, dell’ascolto, della prossimità fatta di carne e ossa. C’è un video stupendo che può raccontare meglio di tante parole lo smarrimento di chi si sente isolato.


Il video  ha segnato il ritorno sulle scene dei Portishead, celebre band di trip-hop guidata dalla glaciale e tagliente voce di Beth Gibbons. Il brano è, in realtà, per quanto irriconoscibile, una cover di SOS degli ABBA. I lampeggiamenti nel video traducono nel linguaggio morse proprio la richiesta di aiuto “sos”. Ma è soprattutto il finale a impressionare e “bucare” decisamente lo schermo.  C’è anche, in più, una citazione della parlamentare laburista inglese Jo Cox, assassinata da un neonazista nel 2016. La citazione, suona estremamente attuale oggi che il mondo intero si è fermato per la pandemia: «Abbiamo molto più in comune di quello che ci divide».

L’isolamento ci stringe in uno spazio ristretto, ben più angusto delle quattro mura di casa. Uno spazio colmo di domande e di pensieri che si rincorrono. Il senso claustrofobico del prolungato lockdown è restituito con grande efficacia in un video realizzato dagli italiani “Corteccia”, che sono poi Pietro Puccio e Simone Pirovano. Nel 2020 hanno pubblicato un album dal titolo quantomeno sofisticato: “Quadrilogia degli stati d’animo”, perché composto da quattro brani (ognuno accompagnato da un videoclip) dedicati rispettivamente alle ossessioni, al sentirsi estraniati dagli altri, alla frustrazione di «tenersi dentro pensieri e parole», al sollievo dopo le difficoltà.


Il titolo del brano è infatti “Il silenzio danneggia” e descrive lo stato d’animo della frustrazione dovuta all’incomunicabilità parlando della “fatica” del silenzio, del non potersi muovere, del non saper ascoltare. Vale la pena pensarci nel tempo in cui smessaggiamo di continuo ma in cui ci sentiamo soli e, come recitano le parole del video, «Non so ancora accogliere le risposte, non so ancora comprendere le risposte».
Il video, per la regia di Margherita Loba Amadio è davvero riuscito.

Al tempo del Covid-19 dice la sua anche Giovanni Lindo Ferretti, che riemerge dal suo “eremo” appenninico per affidare alla melodia di un vecchio brano dei CSI (La lune du Prajou) una sua breve e tagliente riflessione che tocca il tema del tempo.
Il ritornello di questi ultimi giorni è infatti il calendario delle tappe per il dopo lockdown: conto alla rovescia, calcolo probabilistico, una contabilità temporale che misura i giorni in base alle perdite in termini di Pil, contagi o decessi. Il tempo ridotto a calcolo, misura computabile, interesse bancario, scricchiola sotto il peso del tempo dilatato e sospeso della quarantena. Cambia la percezione del tempo, ma siamo disposti ad accoglierlo in modo differente? A coglierlo nel ritmo del sole e della luna, nel movimento delle ombre sul muro della casa di fronte, in quella realtà interiore, evidente e chiara a tutti che sono io e che qualcuno associa all’anima?


«Non il tempo perduto, il tempo ritrovato,  - recita Ferretti - un tempo sconosciuto, stagnante nel regno dell’accelerazione, irrompe in streaming senza consolazione. Connessi tracciabili asettici, comunichiamo solitudini moleste e sovraesposte».

Ma Ferretti parla anche di un altro tempo: il tempo della liturgia, il tempo nel tempo quotidiano che rimanda a quello della salvezza.

Verrà il momento in cui oltre la fase 2, torneremo alla normalità, a popolare strade e piazza di paesi e città. E quanto prima ci sembrava del tutto scontato e banale apparirà (chissà per quanto) qualcosa di irreale. Almeno quanto la città irreale (Unreal city) descritta dal folksinger M. Ward nel suo ultimo album “Migrant stories” (2020). Tutto ispirato a storie di migrazione, il suo disco contiene questo brano trasognato che accompagna un bel video in stile nouvelle vague. Nel video c’è infatti una città sognata in cui farsi trascinare dal desiderio di ballare per strada. «Tutta la mia vita, il mio cuore in cerca di cosa, di quando ..chi può mettere in fila le parole?».


«Il video – spiega lo stesso Ward - racconta quando scopri la gioia e la meraviglia nei momenti e nei posti più impensati». Protagonista è l’attrice e modella francese Clémence Poésy che per le strade di Parigi (si intravede anche Notre Dame danneggiata dopo l'incendio) passeggia e balla. «E così, come ovunque il sole colpisce il marciapiede/ ovunque ci sono piedi per strada/ mi sento al massimo in quel momento/ Ho trovato la pace nella Città irreale».

Il finale corale è per noi liberatorio, come traduzione visiva di quanto dice il salmo 30: «hai mutato il mio lamento in danza». Un augurio per tutti purché la città, per noi sia pienamente reale.

venerdì 26 aprile 2019

Vivere da risorti

Scoccata l’ora della Pasqua suona la campanella della ricreazione: i fioretti si sciolgono, si spalmano di nutella le fette di pane, evapora la tensione spirituale, la mortificazione lascia il passo al fermento primaverile. La festa chiede necessariamente una celebrazione integrale, in anima e corpo. Eppure al volgere della sera di Pasqua, sera del dì di festa, la Pasqua chiede ancora di essere celebrata. L’ottava di Pasqua prolunga di una settimana la memoria dell’evento che ha cambiato la storia, ma che forse attende ancora di cambiare il nostro cuore.

E non c’è solo l’ottava, ma un tempo di Pasqua che si prolunga per cinquanta giorni fino alla Pentecoste. Se i quaranta giorni della Quaresima sembrano un’eternità, i cinquanta giorni del tempo pasquale filano via senza colpo ferire. Vivere la Quaresima è tutto sommato più facile, forse perché ci sentiamo più protagonisti: noi con le nostre colpe, i nostri guai, le nostre ferite e fratture interiori; noi con i nostri buoni propositi e le nostre piccole e grandi mortificazioni. Certamente e sinceramente di fronte al Signore, chiamati a meditare la sua passione e individuare la nostra pista di conversione. Ma il tempo pasquale ci ripresenta il primato di Dio, il suo protagonismo nella nostra vita, la sua presenza dentro e attorno a noi, nella Chiesa pellegrinante e in quella celeste.
 

Il tempo di Pasqua ci parla della forza dirompente della resurrezione di Cristo nelle passioni della storia, dell’azione dello Spirito nella vita dei credenti. Papa Francesco ci ha messo in guardia: «Ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua» (Evangelii Gaudium, 6), perché in fondo la Pasqua è più “difficile”, tutta divina; la vita da risorti è principalmente opera dello Spirito Santo in noi. Ma quanto è difficile vivere da risorti! Il tempo del miserere ci torna meglio del tempo dell'alleluia. Una fatica condivisa anche dai discepoli, perché non c’è racconto della resurrezione in cui non ondeggino tra paura e incredulità, delusione o incomprensione. C'è bisogno dello Spirito Santo per arrivare a dire, con Paolo «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Gal 2,20).

Alla sera del giorno di Pasqua, come alla sera di ogni giorno da cristiano, può insinuarsi la sensazione che le tenebre inghiottano di nuovo l’esistenza. L’ora della sera, “the blue hour” (l’ora blu, dicono gli inglesi), in cui il giorno si stempera è il momento in cui tra i grandi sale la malinconia per le cose e le allegrezze del mondo che passano. Per i più piccoli è il momento in cui cala la notte, arriva il buio che inghiotte le cose, anche gli angoli più noti di casa, e monta la paura. 
Come si fa a vivere la Pasqua nell’ora della sera?

Alla creazione la sera e la mattina custodiscono ancora l’inquietudine primordiale per cui tutte le cose possono ripiombare nel disordine, perdersi nuovamente nel caos originario. Ma la genesi recita: «e fu sera e fu mattina»: nello scandirsi del tempo è iniziato qualcosa di nuovo. Alla sera, al momento in cui le tenebre sopravanzano il giorno e la luce - prima tra le creature di Dio-  è già possibile contare l’inizio di un nuovo giorno. Alla notte succede la mattina, in cui la luce torna a riportare ordine e tutto riprende il nome di cosmo perché d’ora in poi non ci sarà più confusione di elementi, come quando «la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso» (Gn 1,2).


«The blue hour» è anche il nome di un recente album degli Suede, storica rock band britannica, che continua a sfornare dischi degni di nota. L’ora blu di cui si parla, a detta della band, è l’ora in cui la preoccupazione per un bambino scomparso si trasforma in angoscia perché cala la notte. L’ora blu è dunque il punto in cui si avverte di smarrire definitivamente la propria infanzia e la propria giovinezza, con il suo carico di gioia e di sogni.

Cosa succede quando tutto è inghiottito dalla luce blu della sera? Un brano dell’album, “life is golden”, accenna una possibile risposta.

«Non sei solo, guarda il cielo e stai tranquillo/ Non sei solo, guarda la luce sei ascoltato/ non sei solo, la tua vita è d’oro (…) non sei solo; quando il mondo riversa in te tutto l’inverno/ non sei solo; sono lì con le parole che usi/ Non sei mai solo; la tua vita è d'oro/ E se non ti ameranno stanotte/ continua a battere le mani per la resurrezione/ Scolpisci il tuo nome nella mia tenera pelle/ Con le tue parole meravigliose/ con le tue, le tue parole meravigliose//».

La vita dei risorti è una vita d’oro. 
Ed è proprio quando cala la sera dei giorni qualunque che si misura la tua vita da risorto. È la vita da risorto che conduce il cristiano attraverso le tenebre del mondo, che fa attraversare ai cristiani della prima ora come di oggi, la persecuzione e l’ostilità del mondo. Lo si vede nei santi e nei martiri di ogni tempo nei quali la vita divina trasforma l’esistenza per farla brillare di una luce e di una vita che mai si spegne.

La vita dei risorti è la vita redenta e ricreata che la Quaresima ti invita a cercare e accogliere da Cristo risorto. Proprio quella che ti ha consegnato il battesimo e che forse non ti sei ancora accorto di custodire.


Il video che accompagna “life is golden” è stato girato presso Chernobyl. Descrive con grande suggestione come dopo trentanni (il 26 aprile ricorrevano 33 anni esatti), nonostante le conseguenze del disastro nucleare, la natura si sia lentamente riappropriata di ogni cosa, riconquistando centimetro dopo centimetro gli spazi deserti di una città fantasma. Il video, girato nella città di Pripyat, presso Chernobyl «non intende raccontare la tragedia del disastro accaduto tanti anni fa –precisano gli Suede-, ma parla della forza inarrestabile della vita che si è ripresa il desolato paesaggio lasciato dagli esseri umani. Ci è sembrato meravigliosamente calzante per adattare la canzone al cemento incrinato, ormai tutto conquistato da imponenti alberi d'oro».  

In effetti non c’è disastro che da “risorto” tu possa attraversare come prima. Non c’è passato o tristezza che possa trattenerti. «D’altra parte, - ci ricorda Papa Francesco nella sua Christus vivit- Gesù è risorto e vuole farci partecipare alla novità della sua risurrezione. Egli è la vera giovinezza di un mondo invecchiato ed è anche la giovinezza di un universo che attende con «le doglie del parto» (Rm 8,22) di essere rivestito della sua luce e della sua vita. Vicino a Lui possiamo bere dalla vera sorgente, che mantiene vivi i nostri sogni, i nostri progetti, i nostri grandi ideali, e che ci lancia nell’annuncio della vita che vale la pena vivere».

domenica 16 dicembre 2018

Che cosa dobbiamo fare? III domenica di Avvento

«Che cosa dobbiamo fare?»
Da dove nasce l’interrogativo del vangelo di questa domenica, la terza di Avvento? Giovanni Battista si ritrova davanti le folle e le categorie più insperate; la gente se lo domanda: che sia lui il messia? Tutto il popolo fremeva nell’attesa, inquieto. Frutto di un’operazione di marketing ben riuscita? Un’omileta accattivante? La liturgia non ce lo ricorda, ma nel deserto Giovanni pronunciava parole pesanti: «Ormai la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero dunque che non fa buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco». Parole fuori luogo nella domenica “Gaudete”?
«Per una volta, per favore, ci proverai e farai attenzione alla tua vita?»
È il ritornello di un brano dei Piano Magic, «Attention to life», per l’appunto, accompagnato da un video che giustappone, come in una carrellata di quadri, inquadrature come fotografie dentro una straniante atmosfera violacea. Il testo -condito con il tipico spleen dei Piano Magic- racconta di una storia d’amore, di un’amante, tra partenze e disincanto. La vita scorre o è corsa altrove.
Un’inquietante presenza femminile lascia in secondo piano ponti, viadotti, mercantili, tralicci elettrici, attorno ai quali cresce una natura inospitale e selvaggia, che minaccia e attacca – non vista ma inesorabile- le fondamenta del vivere quotidiano. Una prospettiva differente, da cui osservare le cose e la vita che corre. Chi è, alla fine dei conti, più ai margini dell’esistenza?
È in questo sguardo sospeso che l’interrogativo può prendere forma e farsi serio. Fare attenzione almeno per una volta alla propria vita, può spalancare dinanzi agli occhi la vacuità del mio penare quotidiano, la meschinità dei miei tormenti e di una soddisfazione fatta di rapine, sotterfugi, violenze o prepotenze. L’attenzione svela i meccanismi che fanno scansare o stritolare l’altro per affermarsi. Ci si può stupire di se stessi, talvolta inorridire. Dal groppo alla gola sale una domanda: e allora, che cosa devo fare? «Che cosa dobbiamo fare?» Vivo o mi lascio vivere? Mi perdo nel peccato o, per una buona volta, decido di entrare nella vita?
«Per una volta, per favore, ci proverai e farai attenzione alla tua vita?»
Per quanto ci inquieti questo discorso, le parole del Battista lasciano il campo aperto all’irruzione di una novità sorprendente, capace di trasformare e purificare ogni cosa come la fiamma viva: «Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco».
L’attenzione, diceva Simone Weil, è la forma più rara e più pura della generosità. Per lei, donna della soglia, l’attenzione era un punto decisivo. L’attenzione ha già il sapore della grazia, cresce con il desiderio e la gioia, diventa intelligenza, non a meno di profonde e dolorose purificazioni.
In attesa del Signore che bruci e trasformi la vita, ormai prossimi al Natale, in «Attesa di Dio», come recita il titolo del classico volume di Simone Weil da cui è tratta la citazione che segue, vale la pena cominciare a fare attenzione alla vita.
«Nella nostra anima c’è qualcosa che ripugna la vera attenzione molto più violentemente di quanto alla carne ripugni la fatica. Questo qualcosa è molto più vicino al male di quanto non lo sia la carne. Ecco perché ogni volta che si presta veramente attenzione si distrugge un po’ di male in se’ stessi. Un quarto d’ora di attenzione così orientata ha lo stesso valore di molte opere buone».

domenica 2 dicembre 2018

C'è vita sulla terra? I domenica di Avvento

C'è vita sulla terra?
Le catastrofi preannunciate da Gesù lasciano sempre inquieti se non dubbiosi. Non ci sembrano coerenti con l'immagine che ce ne siamo fatta; lui sempre buono, misericordioso, paziente..se non proprio amicone, almeno compagnone, visto che del Vangelo ci ricordiamo sempre meglio i suoi momenti a tavola e i suoi prodigi col pane e col vino.
Che poi -verrebbe dire- non abbiamo ancora ben capito che ci azzecchi questa rivoluzione celeste e terrestre con il Natale che tintinna alle porte.
«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte».
Il mondo come lo conosciamo -ci viene suggerito-, finirà, la storia girerà pagina. Ma la gente morirà addirittura per la paura, erosa, sgretolata dell'angoscia. Angoscia di che?
E poi, prima e accanto alla paura, ubriachezza, dissipazione, preoccupazioni quotidiane, agitazioni che si portano dentro le esigenze biologiche (mangiare, bere & co..).
«Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con potenza e gloria grande.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina»
A ben guardare l'impressione è che di fronte al Signore che viene il problema sia proprio nel fatto che il Signore viene. Se, come ci insegnano, l'apocalittica non parla tanto del futuro ma ci aiuta a leggere il presente, sconvolgimenti e cataclismi, paure e sgomento generale preoccupano soprattutto chi del mondo vecchio non può proprio farne a meno, perché ci si è aggrappato con le unghie e coi denti.
Per qualcuno forse, l'apocalisse è già arrivata. Il mondo desolato, moribondo e transeunte è quello di chi ha solo un cielo atmosferico, di chi non ha più un altro Cielo o neppure lo attende, e vive come se non ci fosse.
Non viviamo già da morti se schiavi o tirati dentro un sistema che ci distrae fino all'ultimo giorno?
Vivere per mangiare o consumare roba, affetti, desideri ti butta dentro la ruota della finitudine che stritola.
«In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia; egli eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra».
E allora la liturgia ci parla di in germoglio. Germoglio che arriva in mezzo alle prove e alla desolazione. È germoglio che viene a visitarci, scruta le nostre miserie, misura la povertà del nostro abbarbicamento alle cose del mondo.
Vi siete mai sentiti scrutati dal germoglio?
Contemplati dalla presenza discreta, umile, silente di Dio;
che vede e cerca, e mentre contempla ama, ha misericordia. Basterebbe accorgersi di questo piccolo e desto germoglio per alzare il capo e risollevarsi.

Lo racconta un bel video (Jon Hopkins, Feel First Life, 2018), che gioca sapientemente sullo scenario post apocalittico e fa seguire i movimenti di uno strano seme animato, che rotola rotola tra le desolazioni di un mondo finito, entra nei panni di un astronauta per esplorare un pianeta fattosi deserto. C'è vita sulla terra?
Il finale del video è molto suggestivo..e già Natalizio.
«State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso».
C'è vita sulla terra? E tu quando ti decidi a vivere? Quando vivrai per la vita e non per la morte?