È il tempo pasquale ma fuori, per le vie e i vicoli del centro, non sembrano accorgersene in molti, anche perchè il venerdì santo non era poi molto diverso da qualunque fine settimana. E peraltro, adesso come in Quaresima, il parroco in bianche vesti attraversa a grandi passi la città suscitando, nel migliore dei casi, lo sguardo incuriosito di forestieri in visita. Nei giorni di festa la città è vuota e silenziosa almeno fino a mezzogiorno, gli anziani più tristi perchè si sentono soli e perfino gli accattoni sembrano un po' smarriti. Il Signore è risorto ma la vita arranca, spenta dal di dentro dal vitalismo estetico/estatico dell'età del consumo e dal di fuori da anni di narrazioni ansiogene e di distruzioni di massa.
Nella rincorsa delle notizie, infatti, dimentichiamo rapidamente i cadaveri senza nome, i conflitti in diretta, le vittime delle violenze domestiche. Narrazioni di morte gettano nell'oblio altre morti. Una saturazione visiva che spento lo sdegno e la compassione conduce a un «intorpidimento senza fine né cambiamento».
Così canta, anzi, ragiona tra sé Florence Shaw, cantante dei Dry Cleaning, band post punk che ha confezionato un disco in flusso di coscienza che merita qualche attenzione. Cupi ritmi anni ottanta e distorsioni fragorose accompagnano la recitazione monocorde di Shaw che abbozza inquietanti e spiazzanti considerazioni sul presente, mentre personaggi improbabili – un po' come i protagonisti dei videoclip che accompagnano tutte le tracce dell'album – raccontano uno sguardo sul mondo in cui, come in Evil Evil Idiot, negare l'evidenza è portato al parossismo: «i miei denti sono vecchi e le mie scarpe / non sono quelle giuste, / ma sono giovane / Sono vecchio giovane, mi fa male. / E mi preoccupo molto di quello che la gente pensa di me / La TV di Natale nella mia mente / La TV di Natale tutto il tempo».
Nel brano “Blood”, l'immagine del sangue racconta l'incessante profluvio di morte che gronda dagli schermi degli smartphone o da quelli televisivi, continuamente rilanciati da anni di conflitti, di costosissimi droni e ingegnose tecnologie sapientemente guidate per uccidere: «Sangue, sangue sulla mia pelle, sulle mani e sulle unghie / e anche nei miei occhi. / Sto strisciando. / Sono in un bunker sotterraneo / con la mia bomba volante controllata da computer. / È un intorpidimento senza fine né cambiamento». Un bombardamento mediatico che si fa trauma personale, detonazione interiore: «Pellegrinaggio, vita privata, mortalità. / Un profondo shock sentito nel corpo».
Inesorabile come una macchia d'olio la morte si espande e filtra in ogni dove, ombra inevitabile delle sue negazioni.
Parlare di resurrezione è chiaramente sovversivo. Talvolta ho l'impressione che suoni quasi inaudito. Non è ben chiaro, ad esempio, che fine faccia il caro estinto, almeno quando non lo si trattiene nello spazio domestico perchè resti “sempre qui con me”, in urne di ceneri intronizzate sul comodino o nascoste nell'armadio, dimenticate tra i libri e sullo scaffale della libreria. Occorre prendere la morte sul serio e dare valore alla vita. La predicazione di Gesù, i suoi miracoli, le sue parole, raccontano del valore inestimabile che racchiude la vita come dell'irripetibile grazia che passa dal momento presente. La pecora smarrita, il figlio perduto, il viandante moribondo ai bordi della strada, aprono gli occhi sulla dignità e il bene che custodisce ogni uomo. Chi li perde di vista o non li scorge chiude l'orizzonte e non si comprende. Ma il cuore che vede e la misericordia di Gesù non si spiegherebbero senza le prerogative divine che accompagnano il Cristo, la sua autorità e sapienza e soprattutto la sua resurrezione dai morti si spiegano soltanto con Dio. E dunque, per quanto suoni difficile e misterioso l'equilibrio che custodisce la persona di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, questo articolo di fede, così teologicamente connotato, resta un punto irrinunciabile per la fede e la comprensione della vita alla luce del Cielo. Come spiegarlo a chi ha perso l'alfabeto di Dio?
Il rito, la tradizione religiosa, lo "spirituale" che tocca la carne non sono alieni alla sensibilità contemporanea.
Da uno spazio di morte violenta e distruzione, ad esempio, riparte il canto e il rituale che accompagna “Saoirse" (che in irlandese significa libertà). É uno dei brani di punta dei Maruja, band di Manchester che suona una sorta di post hardcore militante. Il videoclip traduce con grande sensibilità il testo. Le immagini di desolata rovina e morte in apertura si aprono a una sorta di corteo funebre che chiude il brano in una danza catartica, tra iridescenti diffrazioni che aprono alla speranza e a una possibile speranza. Uomini con tuniche e veli accompagnano la giovane vittima di un conflitto, braccia e gambe maschili che una volta tanto non uccidono ma in un significativo ribaltamento accolgono e custodiscono la vita. Non arrivano risposte tradizionali, tantomeno confessionali. Però il gesto compassionevole, il rito del pianto, si fanno dimensione collettiva di pietà.
Di fronte alla violenza che spezza l'altro negandone l'alterità, il brano inneggia invece al valore della differenza, “che ci rende splendidi”. «Questa – affermano in una intervista - è una canzone per la pace, uno sfogo di dolore e un rifiuto di rimanere insensibili a ciò che stiamo vedendo».
Sono le nostre differenze che ci rendono belli / Sono le nostre differenze che ci rendono belli. / Cancella il mio ego. / Lascia che il mio amore cresca, / mantienimi umile. / Nessuna supposizione. Guardami lasciar andare, / non aggrapparti mai. / Nella morte lascio andare. / Quindi comincio ora.
C'è o non c'è il divino, il superamento trascendente? Il video racconto di Saoirse si ferma prima. Più avanti, attraverso territori più personali e intimisti, sembra spingersi il fenomeno pop del momento. Ne hanno parlato talmente tanto che comincio a diffidarne. Lux, l'ultimo album di Rosalía ha spopolato un po' ovunque, anche Avvenire ha benedetto l'interesse per la spiritualità monastica, il misticismo, i riferimenti alla fede cattolica e anche molto altro, aggiungerei fin troppo, che ribolle dal disco della cantante spagnola.
"Berghain", il singolo che ha lanciato l'album, è sorretto da un videoclip che però è un piccolo capolavoro; un intreccio di rimandi e citazioni (Da Biancaneve a la Bottega dell'Orefice - l'avrà mai letto Rosalia?) che descrivono i tre movimenti del brano: dall'apertura orchestrale col cantato lirico in tedesco di Rosalía, all'intervento di Bjork, al finale da incubo techno di Yves Tumor. «La parola Berghain - spiega in un'intervista - significa boschetto di montagna. Berghain potrebbe essere la tua mente. Un luogo in cui perdersi». L'appartamento in cui Rosalía stira e rifà il letto, spazio ordinato e arredato con la statue della Vergine e il sacro cuore che l'orchestra satura come un gomitolo di pensieri, è in fondo l'altra faccia delle stanze tramutate in boschetto e popolate da animali selvatici che attraversa di notte. La mente il cuore, spezzato e malato. Tra la carne e il sangue, ferite e rinascite inquiete, Rosalía si dà un gran da fare a raccontare il fascino dei contrasti e l'abisso che ti porti dentro. Su tutto però, si staglia la voce di Bjork che inimitabile e affilata come un coltello traccia indelebili solchi nell'ascoltatore: «The only way to save us is through divine intervention / The only way I will be saved is through divine / intervention» «L'unico modo per salvarci è attraverso l'intervento divino. L'unico modo in cui sarò salvato è attraverso l'intervento divino».
Diverso spessore trapela in un altro disco iberico, opera prima di Amanda Mur, pianista e compositrice di musica elettronica. Non mancano, anche in questo lavoro, riferimenti alla tradizione monastica, su tutte Ildegarda di Bingen, pur dentro un gran mescolone spirituale che affianca Zarathustra, induismo, cristianesimo e forse pure qualche altro riferimento recuperato dall'inquieta ricerca di Mur. Così, tra i brani musicali emerge, come se fosse stata scoperto o ascoltato per la prima volta, un cantilenante passaggio dell'Ave Maria: «Prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte». Quante volte lo abbiamo ripetuto? Quante volte lo abbiamo ascoltato o balbettato fin da piccoli? Ma chi non si guarderebbe bene di parlare di “morte” a dei bambini? E chi, pensandoci bene, non resta col fiato sospeso pensando all'ora della propria morte?
Amanda Mur lo ha posto in apertura di "Canto a los migrantes", un brano inquietante e sofisticato, in cui la voce, spinta dal suono di una ghironda cresce in un vortice ritmico che cattura come la ragnatela che accompagna la copertina del disco. Il brano è sorretto da un testo bellissimo aperto da un drammatico quanto dirompente interrogativo:
Who will pray?For the bodies that fall from the top
of a wall that crosses no man´s land.
Who will pray?
For the people who fall in to sea
and can´t swim and still go.
Who will pray?
For those who get to the otherside
with Luck
and want to talk
and there is no such universal language.
Ora pro nobis.
If you want to get out of there
die and you´ll be born again.
They think so
they have no heart.
We´ll break down the wall someday.
Still dreaming of equality,
still dreaming of that energy
that brings respect and love,
that brings respect and love.
with Luck.
Chi pregherà?
Per i corpi che cadono dalla cima
di un muro che attraversa la terra di nessuno.
Chi pregherà?
Per le persone che cadono in mare, non sanno nuotare e continuano a vivere.
Chi pregherà?
Per coloro che arriveranno dall'altra parte
con un po' di fortuna
e vorranno parlare
ma non esiste un linguaggio universale del genere.
Pregate per noi.
Se vuoi uscire da lì,
muori e rinascerai.
Loro la pensano così,
non hanno cuore.
Un giorno abbatteremo il muro.
sogno ancora quell'energia
che porta rispetto e amore,
che porta rispetto e amore.
Per coloro che, grazie alla fortuna, arriveranno dall'altra parte.
To be continued.














