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mercoledì 23 aprile 2025

Quando il pontificato è l'arte dell'incontro

 

 
Mi ha chiamato Fabio per dirmi che era triste perchè è morto il Papa. Mi diceva: «il Papa era contento quando mi aveva visto». A dire il vero non so se Francesco l'abbia proprio visto, ma di certo noi abbiamo visto lui, insieme a tante altre persone, giovani e pellegrini. Però quella frase di Fabio, che è un ragazzo down con cui abbiamo condiviso tante esperienze, come la Giornate mondiali della Gioventù, mi sembra un bel modo di ricordare il Papa. 
 
Lui, se n'è andato in punta di piedi, il giorno di Pasquetta, quando tutti erano distratti per la gita fuori porta o una dormita più lunga del solito. Ora tornano in mente gesti, parole, anche contestazioni e polemiche. Francesco non era il papa della santità eroica di Giovanni Paolo II, tantomeno un papa professore e teologo come Benedetto XVI. Un papa "uno di noi", un "parroco del mondo", capace di mille delicate attenzioni e scelte decisioniste, con i suoi pregi e i suoi difetti, in grado di farsi intendere da tutti, ma proprio tutti, di passare dalla cattedra di Pietro all'apparizione televisiva al festival di Sanremo. Qualche giorno prima dell'elezione un mio amico argentino lo escludeva dai papabili: «E questo chi è - gli domandavo scorrendo le foto dei cardinali sul giornale -. Lo conosci?». «Ah, ma lui no, prende il bus, va al mercato, è uno semplice..». 
In piazza san Pietro il giorno della Messa di inizio pontificato, nella solennità di san Giuseppe, uscirono subito alcuni passaggi chiave del suo futuro magistero come la custodia del Creato e un "potere" che si fa servizio. Però a me rimase impresso quando parlò della "tenerezza": «non abbiate paura della tenerezza».

Dall'Omelia di inizio pontificato (Piazza San Pietro, 19 marzo 2013)

Papa Francesco è stato il Papa delle periferie. Nei suoi viaggi ha privilegiato paesi in cui i cristiani sono minoranza, talvolta davvero piccola. In Mongolia, dove i cattolici sono poco più di 1000 in tutto il paese, aveva salutato una donna, che una decina di anni prima aveva riportato a casa una statua di legno della Madonna che aveva trovato in una discarica: “questa bella signora è voluta venire ad abitare nella mia tenda” e il papa era andato a visitarla. Ogni giorno, fin quasi all'ultimo, ha chiamato al telefono la parrocchia di Gaza. A Lesbo in visita ai profughi lì ospitati, raccolse i disegni dei bambini profughi e lì mostrò al mondo di ritorno sull'aereo. Nel suo primo viaggio a Lampedusa, all'indomani di una - l'ennesima - strage di migranti nel Mediterraneo, pronunciò espressioni poi diventate proverbiali, come la "globalizzazione dell'indifferenza".

 

Dall'Omelia della Santa Messa nel campo sportivo "Arena" (Lampedusa, 8 luglio 2013)
Palma, un'anziana signora, non parlava da anni con la sorella. Mi aveva raccontato di vecchie ruggini e poi di parole e gesti mai digeriti. Ma una domenica mattina aveva sentito una parola del Papa pronunciata all'Angelus che invitava al perdono, a riconciliarsi in famiglia e aveva alzato la cornetta. Qualcosa di inatteso era accaduto. A me pare una grazia grande quanto un motu proprio, forse più grande della nomina del prefetto di un dicastero vaticano. Ma d'altra parte, come il Papa ricordava in uno dei suoi documenti più belli, "Gaudete et exsultate" la santità passa dai "piccoli particolari dell'amore". Cosa avesse in testa il Papa quando parlava di Chiesa lo espresse bene a Firenze, in occasione del Convegno Ecclesiale della Chiesa italiana, dove tornava fuori un'altra sua espressione rimasta emblematica: quella di una Chiesa in uscita, «accidentata, ferita e sporca».

Dal discorso pronunciato in occasione del V Convegno Ecclesiale della Cei (Firenze, Santa Maria del Fiore, 10 novembre 2015)

Non è possibile dimenticare, in tempi più recenti, il discorso in occasione del momento di preghiera per la pandemia e ancora di più l'immagine iconica di un Papa solo nella piazza deserta e bagnata dalla pioggia, nel silenzio di minuti che hanno parlato all'umanità intera. La pandemia, purtroppo, ha segnato anche un crescere delle tensioni interne alla Chiesa e l'immagine della barca nella tempesta, già ricordata da un papa Benedetto quasi al termine del suo pontificato, tornava ad esprimere le svolte faticose della Chiesa nel tempo. 

Un disegno preparato per la Via Crucis col Papa realizzata dai bambini nel 2021

Dal discorso pronunciato in occasione del momento straordinario di Preghiera in tempo di epidemia (Piazza San Pietro, 27 marzo 2020)

Per chi ha vissuto l'esperienza delle Giornate mondiali della Gioventù l'incontro con Papa Francesco aveva il sapore del dialogo con uno "di famiglia", un "motivatore" sempre pronto a comprendere, capace di un linguaggio semplice e chiaro. A Rio, la sua prima Gmg, diceva che «la gioventù è la finestra attraverso la quale il futuro entra nel mondo .. la nostra generazione si rivelerà all’altezza della promessa che c’è in ogni giovane quando saprà offrirgli spazio» (Papa Francesco, Cerimonia di benvenuto a Rio de Janeiro, 22 luglio). Il Papa c'ha provato, specialmente con il Sinodo dei giovani (2018) da cui è uscito uno dei suoi testi più belli, l'esortazione "Christus vivit" (2019). 


Dal discorso pronunciato in occasione della Veglia al Parque Tejo durante la GMG di Lisbona (5 agosto 2023)
Un passaggio, questo della Veglia della Gmg di Lisbona, in cui tornava un tema caro al pontificato di papa Francesco, quello della gioia. Un aspetto decisivo, che testimoniava il suo sorriso e che trova radice nella "gioia del Vangelo" che ha raccontato e invitato tutti a comunicare nel suo documento più bello e importante: "Evangelii Gaudium". 
 
C'è però un passaggio, che si può spulciare nell'enciclica Fratelli tutti, in cui il papa racconta qualcosa di sè, che mi pare bello e capace di fare sintesi di molti suoi gesti e parole. Qui cita una canzone, un brano musicale di cui rammenta il disco e la data di registrazione in Argentina: «Vinicius De Moraes, Samba della benedizione (Samba da Bênção), nel disco Um encontro no Au bon Gourmet, Rio de Janeiro (2 agosto 1962)». Un brano che gli deve essere stato caro da cui citava un verso e avviava una riflessione molto personale:  
 
«La vita è l’arte dell’incontro, anche se tanti scontri ci sono nella vita». Tante volte ho invitato a far crescere una cultura dell’incontro, che vada oltre le dialettiche che mettono l’uno contro l’altro. (...) Da tutti, infatti, si può imparare qualcosa, nessuno è inutile, nessuno è superfluo. Ciò implica includere le periferie. Chi vive in esse ha un altro punto di vista, vede aspetti della realtà che non si riconoscono dai centri di potere dove si prendono le decisioni più determinanti».

sabato 12 agosto 2023

Cuori giovani e pavoni

«What I was made for?» Per cosa sono stata fatta? Lo domanda Billie Eilish, che presta le parole a Barbie, catapultata nella complessità del mondo reale da quello chiccherelloso e artificiale delle bambole. Però la questione è seria e in fondo entra come una lama nel burro di scenari contemporanei vuoti di proposte e risposte decisive. O forse, ancora di più, inclini a  silenziare le domande decisive.
Per cosa sono stata/o creato?
In viaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù di Lisbona l'interrogativo piove su chi, tra i 16 e i 20 anni, cerca di dipanare la matassa che ingarbuglia la mente, il corpo e il cuore.


Di queste giornate si dice molto, ma non è facile tradurre in parole quel che nelle parole non ci sta, perché eccedente, nei numeri, come nelle emozioni, negli incontri, come nella bellezza che ti si ribalta addosso ad ogni angolo di strada, dentro i volti, le mani, le voci che ti guardano, ti cercano, ti chiamano.

Per mettere ordine nei pensieri che ruotano attorno a quei giorni mi vengono in mente tre parole.

La prima è ascolto. Siamo abituati, specialmente in ambito ecclesiale, a ridirsi che occorre "ascoltare i giovani": cosa sacrosanta, più invocata che praticata. 
Però nei giorni portoghesi uno si accorge quanto i giovani sappiano ascoltare. Ascoltano le parole del Papa, quelle dei loro coetanei, dei don che li accompagnano. Hanno fiuto per quel che vale la pena ascoltare. Si dirà che non tutti erano consapevoli e attenti, che poi non li ritrovi sempre sulle panche in parrocchia; che c'è da tener conto della logica dei grandi numeri. Però l'esperienza insegna che una parola o un gesto possono restare agganciati anche alle antenne più distratte o refrattarie. A chi predica o accompagna, questa disponibilità all'ascolto che poi è preludio ad aperture del cuore, a racconti di sè che non si sottraggono alla commozione, può anche suggerire, ogni tanto, di tacere.


La seconda parola è identità. In un senso però molto diverso da quello in cui si pone, generalmente, nel mainstream del pensiero, la questione identitaria. Un'identità cioè, che non risponde primariamente alla domanda: «chi sono?» Ma ad un altro interrogativo che mi sembra più "drammatico" per un giovane: ma io, «per chi sono?» E cioè: la mia vita conta davvero per qualcuno? Qualcuno si accorge che esisto?  Mi merito di essere amato così incondizionatamente da Dio? Conto davvero qualcosa per i miei genitori, i miei prof, gli amici, o sono soltanto capace di sbagliare, deludere, non riuscire a raggiungere i risultati che il mondo si attende da me (o quel che penso si attenda il mondo da me?). 

Le ansie che si agitano nel cuore di tanti ragazzi fanno pensare. «A volte - commentava con acutezza un giovane pellegrino - abbiamo più paura della luce che è in noi che dell'ombra». Allo stesso tempo ti accorgi che la vita fiorisce quando qualcuno ti dice che vali, che «non sei un numero», ma una creatura unica e irripetibile, voluta e amata da Dio. È in fondo l'identità che esprimono bandiere, maglie e spillette della Gmg; che non raccontano un'identità fatta per distinguere o prevalere, contrapporsi o difendersi, ma ricchezza da condividere, con cui andare incontro all'altro e cantare la bellezza che ci si porta dietro.

Per raggiungere il centro della propria identità, il pellegrinaggio a Lisbona racconta, una volta di più, la forza rivoluzionaria della tenerezza, del cuore trasparente e diretto di quelli che chiamiamo disabili, che pure custodiscono il segreto di un'abilità che i grandi registi del consumo mondiale pagherebbero oro per acquisire, quella di parlare dritto al cuore, di smuovere ogni resistenza o presunzione, di smascherare, come spiegava un altro pellegrino - «i filtri che complicano le nostre relazioni». Il carisma dei "ragazzi", dei più fragili, dei "piccoli", oggi più che mai rivela una forza capace di curare ferite e fragilità che gli specialisti sanno spesso soltanto certificare. 


La terza parola è croce. Col passare dei giorni il pellegrinaggio, con le sue fatiche e i suoi intoppi, con la preghiera e la confidenza, permette di comprendere che nonostante i richiami di divertimento o distrazione mondani non è possibile scansare la realtà della croce. Dentro un cuore giovane non c'è soltanto e primariamente una spensierata allegria. Nelle «montagne russe» delle emozioni vissute a Lisbona ci siamo confrontati con la complessità, ma anche con qualcosa di più grande. «Credo di non aver mai conosciuto la vita come in questi giorni», affermava una ragazza durante una condivisione. «La grazia - commentavano altri - non passa solo attraverso i momenti di gioia, ma anche di pena e di dolore», e altre voci hanno aggiunto: «Ho imparato l'arte di essere fragili e l'arte di essere forti». D'altronde «quando sono debole - ricordava San Paolo - è allora che sono forte». È la scoperta tracciata da un amore più grande, che intreccia ogni cosa, ti cerca, ti sostiene, accompagna in silenzio, perdona, fa entrare nello spessore della vita, attende risposta.


Sono le acquisizioni fondamentali della vita di fede, che ti arrivano addosso come una ventata improvvisa e ti fanno intuire per cosa sei stata/o creato. Nelle crisi che non controlli o negli imprevisti del viaggio, nel malessere che blocca chi hai accanto e chiede di rimodulare nei ritmi e nei modi il tuo viaggio, nell'orizzonte che si apre oltre la linea del mare, nel sole che si colora di rosso al tramonto, nel silenzio che nella notte riempie la distesa di giovani in preghiera lungo le rive del Tago o nelle apparizioni improvvise della grazia. 
Come nei tre pavoni planati in mezzo alle confidenze dei giovani, antichi richiami di bellezza ed eternità per chi è pellegrino in questo mondo. 

venerdì 26 aprile 2019

Vivere da risorti

Scoccata l’ora della Pasqua suona la campanella della ricreazione: i fioretti si sciolgono, si spalmano di nutella le fette di pane, evapora la tensione spirituale, la mortificazione lascia il passo al fermento primaverile. La festa chiede necessariamente una celebrazione integrale, in anima e corpo. Eppure al volgere della sera di Pasqua, sera del dì di festa, la Pasqua chiede ancora di essere celebrata. L’ottava di Pasqua prolunga di una settimana la memoria dell’evento che ha cambiato la storia, ma che forse attende ancora di cambiare il nostro cuore.

E non c’è solo l’ottava, ma un tempo di Pasqua che si prolunga per cinquanta giorni fino alla Pentecoste. Se i quaranta giorni della Quaresima sembrano un’eternità, i cinquanta giorni del tempo pasquale filano via senza colpo ferire. Vivere la Quaresima è tutto sommato più facile, forse perché ci sentiamo più protagonisti: noi con le nostre colpe, i nostri guai, le nostre ferite e fratture interiori; noi con i nostri buoni propositi e le nostre piccole e grandi mortificazioni. Certamente e sinceramente di fronte al Signore, chiamati a meditare la sua passione e individuare la nostra pista di conversione. Ma il tempo pasquale ci ripresenta il primato di Dio, il suo protagonismo nella nostra vita, la sua presenza dentro e attorno a noi, nella Chiesa pellegrinante e in quella celeste.
 

Il tempo di Pasqua ci parla della forza dirompente della resurrezione di Cristo nelle passioni della storia, dell’azione dello Spirito nella vita dei credenti. Papa Francesco ci ha messo in guardia: «Ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua» (Evangelii Gaudium, 6), perché in fondo la Pasqua è più “difficile”, tutta divina; la vita da risorti è principalmente opera dello Spirito Santo in noi. Ma quanto è difficile vivere da risorti! Il tempo del miserere ci torna meglio del tempo dell'alleluia. Una fatica condivisa anche dai discepoli, perché non c’è racconto della resurrezione in cui non ondeggino tra paura e incredulità, delusione o incomprensione. C'è bisogno dello Spirito Santo per arrivare a dire, con Paolo «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Gal 2,20).

Alla sera del giorno di Pasqua, come alla sera di ogni giorno da cristiano, può insinuarsi la sensazione che le tenebre inghiottano di nuovo l’esistenza. L’ora della sera, “the blue hour” (l’ora blu, dicono gli inglesi), in cui il giorno si stempera è il momento in cui tra i grandi sale la malinconia per le cose e le allegrezze del mondo che passano. Per i più piccoli è il momento in cui cala la notte, arriva il buio che inghiotte le cose, anche gli angoli più noti di casa, e monta la paura. 
Come si fa a vivere la Pasqua nell’ora della sera?

Alla creazione la sera e la mattina custodiscono ancora l’inquietudine primordiale per cui tutte le cose possono ripiombare nel disordine, perdersi nuovamente nel caos originario. Ma la genesi recita: «e fu sera e fu mattina»: nello scandirsi del tempo è iniziato qualcosa di nuovo. Alla sera, al momento in cui le tenebre sopravanzano il giorno e la luce - prima tra le creature di Dio-  è già possibile contare l’inizio di un nuovo giorno. Alla notte succede la mattina, in cui la luce torna a riportare ordine e tutto riprende il nome di cosmo perché d’ora in poi non ci sarà più confusione di elementi, come quando «la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso» (Gn 1,2).


«The blue hour» è anche il nome di un recente album degli Suede, storica rock band britannica, che continua a sfornare dischi degni di nota. L’ora blu di cui si parla, a detta della band, è l’ora in cui la preoccupazione per un bambino scomparso si trasforma in angoscia perché cala la notte. L’ora blu è dunque il punto in cui si avverte di smarrire definitivamente la propria infanzia e la propria giovinezza, con il suo carico di gioia e di sogni.

Cosa succede quando tutto è inghiottito dalla luce blu della sera? Un brano dell’album, “life is golden”, accenna una possibile risposta.

«Non sei solo, guarda il cielo e stai tranquillo/ Non sei solo, guarda la luce sei ascoltato/ non sei solo, la tua vita è d’oro (…) non sei solo; quando il mondo riversa in te tutto l’inverno/ non sei solo; sono lì con le parole che usi/ Non sei mai solo; la tua vita è d'oro/ E se non ti ameranno stanotte/ continua a battere le mani per la resurrezione/ Scolpisci il tuo nome nella mia tenera pelle/ Con le tue parole meravigliose/ con le tue, le tue parole meravigliose//».

La vita dei risorti è una vita d’oro. 
Ed è proprio quando cala la sera dei giorni qualunque che si misura la tua vita da risorto. È la vita da risorto che conduce il cristiano attraverso le tenebre del mondo, che fa attraversare ai cristiani della prima ora come di oggi, la persecuzione e l’ostilità del mondo. Lo si vede nei santi e nei martiri di ogni tempo nei quali la vita divina trasforma l’esistenza per farla brillare di una luce e di una vita che mai si spegne.

La vita dei risorti è la vita redenta e ricreata che la Quaresima ti invita a cercare e accogliere da Cristo risorto. Proprio quella che ti ha consegnato il battesimo e che forse non ti sei ancora accorto di custodire.


Il video che accompagna “life is golden” è stato girato presso Chernobyl. Descrive con grande suggestione come dopo trentanni (il 26 aprile ricorrevano 33 anni esatti), nonostante le conseguenze del disastro nucleare, la natura si sia lentamente riappropriata di ogni cosa, riconquistando centimetro dopo centimetro gli spazi deserti di una città fantasma. Il video, girato nella città di Pripyat, presso Chernobyl «non intende raccontare la tragedia del disastro accaduto tanti anni fa –precisano gli Suede-, ma parla della forza inarrestabile della vita che si è ripresa il desolato paesaggio lasciato dagli esseri umani. Ci è sembrato meravigliosamente calzante per adattare la canzone al cemento incrinato, ormai tutto conquistato da imponenti alberi d'oro».  

In effetti non c’è disastro che da “risorto” tu possa attraversare come prima. Non c’è passato o tristezza che possa trattenerti. «D’altra parte, - ci ricorda Papa Francesco nella sua Christus vivit- Gesù è risorto e vuole farci partecipare alla novità della sua risurrezione. Egli è la vera giovinezza di un mondo invecchiato ed è anche la giovinezza di un universo che attende con «le doglie del parto» (Rm 8,22) di essere rivestito della sua luce e della sua vita. Vicino a Lui possiamo bere dalla vera sorgente, che mantiene vivi i nostri sogni, i nostri progetti, i nostri grandi ideali, e che ci lancia nell’annuncio della vita che vale la pena vivere».

sabato 20 dicembre 2014

Natale Inquieto | Quarta Domenica di Avvento 2014

Tutte le foto sono di 

Alfred Stieglitz (1864–1946)  
È facile incappare in situazioni imbarazzanti quando, sull’autobus o sulla metro, o soltanto camminando per strada, lo sguardo di chi stai osservando si incrocia con il tuo. La reazione immediata, fulminata con gli occhi, suona come un rimprovero e un limpido invito a farsi i fatti propri. Per fortuna esistono anche tipi più timidi che distolgono lo sguardo immediatamente, volgendosi distratti ad un punto indistinto per terra o in un angolo. Poi gli occhi si incrociano nuovamente, ma soltanto per controllare che l’altro abbia finalmente distolto l’attenzione. Altri, con la testa alta e l’espressione salda sul volto, sembrano non temere niente e nessuno o almeno vogliono farlo intendere. Altri ancora sono del tutto refrattari ad ogni contatto, persi tra sé, come gli alcolizzati di strada o certi senza fissa dimora che afferrano con un guizzo inatteso l’attenzione di chi passa per lanciare strali o messaggi confusi. Soltanto i bambini sanno rispondere senza problemi ad uno sguardo contemplativo: scrutano attenti e incuriositi e se poi riconoscono un sorriso con un sorriso rispondono, si rimpiattano dietro la spalla della mamma o del babbo per sbirciare subito dopo come in un gioco. 
I seminaristi, generalmente, sanno evitare certi sguardi. Ma a loro, oggi e da preti, capiterà di volgere lo sguardo in profondità sulle realtà degli uomini. Dal benestante al più misero, dal più giovane al più anziano, dal corrotto al redento. Misuravamo con G. questo dato di fatto, entrambi catapultati da contesti diversi e tutto sommato più omogenei, pensando, tra qualche scambio di battute, alla posizione singolare e del tutto trasversale del sacerdote nella società.
C’era un «mistero avvolto nel silenzio per secoli» che Dio ha rivelato. La maestosa chiusura della Lettera ai Romani proposta per quest’ultima domenica di Avvento lo attesta solennemente: il silenzio è stato rotto e la rivelazione è il Vangelo che annuncia Gesù Cristo. Ci sono, però, altri e numerosi, anzi, incalcolabili misteri avvolti nel silenzio per secoli. Sono misteri custoditi da Dio fin dall’eternità che trovano forma e vita negli uomini di ogni tempo. Misteri che soltanto Dio conosce pienamente, ma che suggerisce ai contemplativi, agli uomini di fede e lascia intravedere a quelli di buona volontà. Che poi non si tratti soltanto di una pia divagazione lo confermano i Vangeli, dove gli incontri e i dialoghi di Gesù sono quasi sempre avviati dal suo sguardo sugli uomini e sulle situazioni (‘e vedendo’, ‘vide’, ‘lo guardò’, ‘fissatolo’…). 
Papa Francesco, invita spesso a coltivare lo sguardo di chi ama e vede con gli occhi di Dio. È uno sguardo che avvia il discernimento pastorale ed è appello alla decisione: «la Chiesa ha bisogno di uno sguardo di vicinanza per contemplare, commuoversi e fermarsi davanti all’altro tutte le volte che sia necessario». La città, prosegue il papa nell’esortazione Evangelii Gaudium, è uno dei luoghi privilegiati in cui esercitare questo sguardo, perché la città è la cifra di un’umanità variegata e complessa, diversamente in attesa. «Abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze … Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata».

Anche questa quarta Domenica di Avvento si concentra su uno sguardo, o meglio, su uno scambio di sguardi: «Entrando da lei, disse: “Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te”. A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo».
Da uno sguardo inaspettato, sale un’inquietudine. Uno sguardo interrompe lo scorrere libero dei pensieri e le cose tutt’intorno acquistano una diversa prospettiva. Sale l’inquietudine e brancola attorno al richiamo suscitato da un altro. La vita spirituale è continuamente intrecciata di questi momenti. Scorriamo la Bibbia e d’un tratto il Signore getta un’occhiata inaspettata su di noi. Preghiamo o ci accostiamo a qualcuno: pensieri e parole inattese puntano inaspettatamente dritto su di noi. Monta l’inquietudine e dentro di noi scopriamo un mistero, quello della nostra vocazione. Vocazione che ci supera ed è la radice più profonda e più vera della nostra identità. Qualcosa del genere succede al re Davide nel racconto della prima Lettura di questa Domenica. I suo progetti, per quanto devoti, sono umanamente limitati, ma nascono anch’essi da un’inquietudine: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda». Eppure Dio supera i suoi proponimenti e li ribalta. Dio è più grande dell’uomo: sarà Lui a dare una casa a Davide, a compiere il mistero della sua identità la quale non si esaurisce - come per ognuno di noi – con la sua mera esistenza. « il Signore ti annuncia che farà a te una casa. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio».
Dio vede molto più in là: ci guarda con gli occhi dell’eterno. 

Rainer Maria Rilke, ripercorrendo il vangelo di questa Domenica, ha costruito sullo scambio di sguardi tra la Vergine e l’angelo una stupenda poesia. Eccola: 

Non perché un angelo entrò (sappilo questo),
si spaventò. Non più di altri quando
un raggio di sole o la luna a notte
va esplorando nella loro stanza
sobbalzano -, così non si stupì
per il sembiante in cui andava un angelo;
immaginava appena come agli angeli
quaggiù il soggiorno sia arduo. (O se sapessimo
come era pura. Non si è mai una cerva,
che giacendo nel bosco la adocchiasse,
perduta in lei, così da generare,
senza contatto col maschio, l’unicorno,
l’animale di luce, l’animale puro -).
Non perché entrò ma perché tanto vicino
accostò su di lei l’angelo un volto
di giovinetto; così che il suo sguardo e quello
che lei sollevò furono un battito
come se fuori tutto, a un tratto, fosse vuoto
e l’affanno di milioni, il guardare, l’andare,
tutto fosse penetrato in loro; solo lei e lui,
lo sguardo e chi è guardato, l’occhio e la sua delizia,
in nessun altro luogo se non qui-: vedi
è questo che sgomenta. E fu sgomento a entrambi.

Poi intonò l’angelo la sua melodia.
(Annunciazione di Maria, da Vita di Maria, 1912)

Da questo incanto contemplativo sono condotto alle parole di un inquieto brano musicale dalle singolare qualità contemplative. I Mutual Benefit, nome dietro al quale si cela un collettivo guidato dal texano Jordan Lee, ha descritto in musica l’incanto di uno sguardo in un brano dal titolo sibillino: Advanced Falconry (dall’album Love’s Crushing Diamond, 2013). Il testo, in realtà, sembrerebbe tradire, stando almeno alle simpatie di chi lo ha scritto, riferimenti alla contemplazione orientale. Le parole e la musica, però, le possiamo prendere così come sono, accompagnate oltretutto, da un interessante videoclip che ha strane affinità con una vanitas barocca, un’allusione cioè alla caducità della vita, ma anche al suo superamento. Il video, infatti, compone e scompone lentamente una foto di famiglia in un giardino autunnale, in un trascolorare di generazione in generazione, di identità in identità, di mistero in mistero.



And oh the way she moves
always on the run
and to look into her eyes
will make a fool of anyone
and she talks softly
sees through me
says something
I can't hear it
but I won't forget
the way she flies
oh to stare into the void
and see a friendly face
and find meaning in a word
in a moment of rare grace..
e..il modo in cui si muove
sempre in movimento
e guardare nei suoi occhi
manderebbe fuori di testa chiunque
parla delicatamente
vede attraverso me
dice qualcosa
che non riesco a percepire
ma non dimenticherò
il modo in cui si libra
oh…fissare nel vuoto
e scorgere un volto amico
e trovare il senso in una parola
in un raro momento di grazia..


È un «raro momento di grazia» anche, anzi, soprattutto quello in cui il Signore accompagna il suo sguardo ad una parola. Dio manifesta il suo sguardo sulla nostra vita …e poi? L’inquietudine resta sospesa tra lo stupore e l’attesa di ciò che accadrà. A cosa rimanda un simile accadimento? Nulla si perde nella mente di Dio. Il nostro mistero personale, «mistero avvolto nel silenzio per secoli» è oggi compreso in quello, ormai manifesto di Cristo. L’inquietudine dello sguardo inatteso può destare interrogativi pressanti sulla propria identità e sulla propria vocazione. Valga anche per noi, come augurio per l’Avvento e il nuovo anno, la risposta di Maria: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». 

mercoledì 6 agosto 2014

Una comunità in cammino

Il seminario è in viaggio. L’estate riannoda sei percorsi di formazione nel ‘noveposti’ parrocchiale. Rettore al volante si macinano chilometri lasciando alle spalle bombe d'acqua, esami e gossip estivi della sede vacante. Poco più di una settimana in cui si intrecciano, col senno di poi, i quattro pilastri della formazione al presbiterato così come ce li ha consegnato il santo Giovanni Paolo II:  formazione umana, spirituale, pastorale e intellettuale.

Lagrasse, ottocento km più tardi, è la mèta semideserta dove si chiudono i fasti repubblicani del 14 luglio. Lungo il fiume, attorno un’antica abbazia carolingia, è nato e sopravvive un villaggio contadino. 
Chi arriva in seminario avverte uno straniamento simile. Dopo le animate peripezie vocazionali ci si trova catapultati in un luogo separato, ai margini (apparentemente) della città, lontano dai ritmi e i riferimenti di ogni giorno, con gli orecchi che ancora fischiano per il rumore.


Così ad occidente, non troppo lontani dalla Spagna, la sera è più lunga. Su una riva il cimitero e l'abbazia, sull'altra il paese e la strada. Sul ponte, non troppo fuor di metafora, sta in posa tutto il seminario.



Attorno regna il silenzio. Chiacchiere, prediche, incontri, catechesi, rompono il silenzio dei preti fin dagli anni del seminario. Eppure la campagna quieta e ordinata di questo sperduto ma familiare mondo contadino azzittisce, dispone le orecchie e la memoria a inattesi richiami. C’è la natura e dentro, quasi apposta per inquadrarla in panorami suggestivi e ordinati, sei giovani più o meno giovani capitati ‘per caso’ nella strana avventura del seminario.


E più in là? Sull’asfalto liscio di fresco, pronto per lo sciame ciclistico del tour de France, è segnata la strada verso l’ignoto dove tendono tutte le cose. La strada è tracciata per il cammino.
A papa Francesco piace la metafora del cammino. Dalla prima omelia ai cardinali quale pontefice neoeletto, fino al recente viaggio a Caserta, torna con frequenza il tema del cammino: «io non capisco un cristiano fermo! Un cristiano che non cammina, io non lo capisco! Il cristiano deve camminare ... Ci sono cristiani che confondono il camminare col “girare”. Non sono “camminanti”, sono erranti e girano qua e là nella vita. Sono nel labirinto, e lì vagano, vagano... Siamo sicuri soltanto quando camminiamo alla presenza del Signore Gesù. Lui ci illumina, Lui ci dà il suo Spirito per camminare bene».


Anche il seminario, lo dice la Pastores dabo vobis (d’ora in poi PDV), che rifrulla nella testa qui ed anche più avanti, è «una comunità educativa in cammino».
Strana avventura quella del seminario: quando ci sembra di star fermi il Signore ci sorprende, ci stimola, ridona freschezza e motivazione. Tra distrazioni e stanchezza, chi vive il seminario e impara ad affidarsi scopre inevitabilmente che il Signore sorprende sempre.


«Bienvenue dans le pays cathares!» A Carcassonne, è custodito nell’incanto turistico del revival medievale il ricordo dei catari e delle sanguinose crociate che li spazzarono via. Eresia, o meglio, religione ‘cristiana’ decisamente alternativa, summa dei dualismi e delle gnosi antiche che sopravvisse fino almeno al Trecento tra Linguadoca e Provenza. 
Le deformazioni del cristianesimo hanno origini spesso comuni: la Parola non è colta nella sua profondità o interezza, la Bibbia è scomposta, rotta è l’unità tra il vecchio ed il nuovo testamento, la vicenda di Cristo travisata in senso troppo umano o troppo spirituale. Ai testi canonici se ne aggiungono altri, in cerca di chiavi di lettura diverse e semplificatrici. Questi travisamenti non sono lontani nel tempo, ma si riaffacciano anche oggi sotto travestimenti alla moda. La formazione teologica ci mette in guardia e ci consegna la saggezza della tradizione che da sempre si è confrontata con le domande ricorrenti dell’uomo.


Unde malum? Da dove il male? Dalla mela dell’eden il peccato è entrato nel mondo. Anche ai catari apparteneva il racconto di Genesi, ma la creazione in cui sgambettavano i progenitori era prodotto bacato di Satana, l’angelo ribelle che nel caos compreso tra le acque di sopra e quelle di sotto (così racconta la Cena segreta o Interrogatorio di Giovanni, uno dei pochi testi catari superstiti) confezionò il mondo degli uomini, costringendo nei corpi tratti dal fango le anime delle altre creature celesti caduti.

In questa genesi rovesciata l’antico non dialoga con il nuovo, la Scrittura è spezzata e scissa come il mondo. Il peccato di Adamo è una colpa carnale, dove maschile e femminile sono segno ulteriore di divisione perversa, origine di un desiderio che vive in un mondo organizzato dal maligno.

Nelle vetrate della Cattedrale c’è la risposta cattolica. L’albero della vita di Bonaventura, ricuce gli strappi tra il creato e il divino, l’antico e il nuovo, la carne dell’uomo e la vita divina. La storia, con il suo carico di peccato è ricondotta a Dio, in un disegno di misericordia che non cessa di preannunciare, promettere e prefigurare la venuta del Figlio «così da elevare le nostre intelligenze alla fede e infiammare gli affetti con vive aspirazioni nel corso dei millenni» (Lignum Vitae, fructus I, 2).  



La scala che porta alla salvezza è per i catari la vita di ascesi, un’esistenza rinnovata dal consolamentum, un battesimo ottenuto con l’imposizione delle mani e l’invocazione dello Spirito, dopo il quale la vita si impronta all’astensione dalla carne, nel letto e nel piatto, in una vita onesta e lavoratrice, da boni homines o boni christiani, come si chiamavano tra loro. Pena la discesa nei gradini inferiori, in un ciclo di reincarnazione nelle creature inferiori che rimandava il ritorno al cielo. 

C’è ascesi anche nel seminario: disciplina che non basta a sé stessa, ma rimanda, nei tempi di preghiera, nel distacco più o meno evidente e forzato dalle cose del mondo, al primato di Dio. Ma il seminario è soprattutto una scuola di unità. Il seminario ricuce pezzi sconnessi della nostra esistenza, ricompone fratture interiori, avvicina cielo e terra. È il cammino di unità che fa rima con comunità, ma che comprende l'unità col papa e il vescovo, col presbiterio e in definitiva tutta la Chiesa. Unità che tocca soprattutto la propria vita interiore, che discende dall’esigenza di «vivere intimamente uniti » a Gesù Cristo, e con Lui, principio e termine unificatore, insieme a tutte le cose.



Carcassonne, caduta al tempo dei catari si è poi trasformata in castello fiabesco, fortezza Graziani per nemici remoti. Il tempo, che ne aveva scalfito bastioni e merlature, ha ceduto all’assedio di Eugène Viollet Le-Duc (1814-1879), l’architetto che ha rilanciato la passione per il gotico in Francia, trasportando le sanguinose crociate dei catari nel mito romantico di un tempo cavalleresco e patriota, il tempo che ha lasciato spazio ai vagheggiamenti misterici di sapienze eretiche e/o templari che non hanno nulla di saggio (Rennes-le-Château non è lontano) e a passeggiate turistiche che hanno tutto di commerciale. 




Dalla Linguadoca alla Provenza, nell’antica città di Arles c’è invece il ricordo della più nobile tradizione cattolica. La città di concili, sinodi e padri della Chiesa. Nella Cattedrale si riannoda il filo coll'antico: un sarcofago è diventato un altare. E sulla cassa si riconosce ancora una brulicante raffigurazione dell’attraversamento del Mar Rosso. È il passaggio pasquale tra la morte e la vita, la schiavitù e la libertà, il peccato e la salvezza.

Anche nelle chiese francesi c’è un prima e un dopo, l’evidenza di un passaggio drammatico che assomiglia piuttosto ad un diluvio: è lo spartiacque della rivoluzione. Un naufragio da cui la chiesa è uscita cambiata e le stesse città amputate di chiese, conventi, tabernacoli, croci stradali. 




La Provenza è piena di luce. Così ad Arles, dove c’è aria di sud, e una luce mediterranea che taglia i vicoli e spiove sui muri invecchiati. Ma piuttosto che alla luce della ragione laica questa luce meridiana mette a nudo, senza pietà, le magagne del tempo e la solitudine dei vicoli e delle piazze.

Anche il seminarista e il prete, insidiati dal demone meridiano, sperimentano nella solitudine, quando il seminario chiude i battenti o il prete si ritira nella propria stanzetta,  le miserie del mondo e un senso di trapasso inesorabile che avvelena le cose.



Che cosa anima la vocazione? Nel disagio meridiano il seminarista torna a chiederselo e riannoda i fili della sua vocazione, i segni di quell’amicizia con Gesù che si è irrobustita fino a divenire un insostituibile legame d’amore. «Senza di te che cosa sarei stato? Senza di te che cosa non sarei?». Così recitava Novalis nei suoi Canti Spirituali, ma la domanda resta decisiva per ogni ‘chiamato’. Che cosa sarei se non avessi Lui? Forse una presenza inerte fuori tempo massimo, come i pensionati che si danno appuntamento nella corte del vecchio monastero.




Papa Benedetto ci ha insistito tanto: la vita del cristiano si misura dalla gioia. Anche adesso, che da emerito attempato conduce vita ritirata e passeggia con il deambulatore, il suo volto irradia pace e gioia interiore e non ha i tratti lamentosi o intristiti del vecchio pensionato borghese. Chi cammina con il Signore intravede nella vita, tra le finestre, dietro l'angolo, lungo la strada, giusto accanto o appena sopra di sé, i segni della grazia ed i tratti della festa.


La festa più bella, infatti, scaturisce dall’incontro con Dio, dall’esperienza di Lui, nella preghiera, nel servizio, nello stare insieme, nella pace liberatrice della confessione.

Da preti, tra non molto tempo, entreremo anche noi nell’intimità della gente, nel luogo nascosto dove germoglia questa gioia divina. Uomini e donne che neppure conosciamo apriranno il loro cuore consegnando al Signore, per tramite nostro, miserie e desideri. Che diremo a questa gente? Come la accompagneremo a Gesù misericordioso?



Non c’è nulla di più dolce che tuffarsi nella corrente divina. Inviteremo uomini, donne, anziani e bambini a seguire l’onda d’amore che conduce fino al mare celeste - un’onda larga e potente come quella Rodano, dove Van Gogh immortalava lunatici capolavori. Forse diremo qualcosa del genere, magari con meno poesia e più discrezione.



Per strada c’è una Madonna senza volto, una ‘Signora del pianto’ nascosta in un gemito senza voce. Di fronte a questo pianto dirotto e dimenticato nasce stupore.
Mentre gironzoliamo distratti in cerca della cena, il Signore non cessa di cercarci per donare se stesso. Il dramma dell’amore non amato è continuamente presente, perfino nelle nostre parrocchie e negli stessi seminari.
Dio non è amato e di qui scaturisce la carità che caratterizza una vocazione speciale e che assume i tratti della ‘carità pastorale’. «Il principio interiore, la virtù che anima e guida la vita spirituale del presbitero in quanto configurato a Cristo Capo e Pastore è la carità pastorale, partecipazione della stessa carità pastorale di Gesù Cristo: dono gratuito dello Spirito Santo, e nello stesso tempo compito e appello alla risposta libera e responsabile del presbitero.
Il contenuto essenziale della carità pastorale è il dono di sé, il totale dono di sé alla Chiesa, ad immagine e in condivisione con il dono di Cristo. «La carità pastorale è quella virtù con la quale noi imitiamo Cristo nella sua donazione di sé e nel suo servizio. Non è soltanto quello che facciamo, ma il dono di noi stessi, che mostra l'amore di Cristo per il suo gregge. La carità pastorale determina il nostro modo di pensare e di agire, il nostro modo di rapportarci alla gente. E risulta particolarmente esigente per noi». (PDV, 23)



Nel portale del duomo di Arles c’è la gloria della scultura romanica provenzale. Una rivisitazione creativa del passato romano. Un arco di trionfo dall’esuberanza decorativa tardo antica trasformato in portale. Al centro e sui lati, tra le figure inteccherite di santi dagli occhi sgranati campeggia il giudizio finale.

In chiesa, dentro la cappella feriale, don Lucien, un vecchio prete ‘in pensione’ riannoda la cronaca alla profezia e anima la conversazione con passaggi in latino per principianti. Una rivisitazione creativa del ministero antico.

La carità è profondamente creativa. Papa Francesco lo ha ricordato di recente nell’incontro con i sacerdoti della diocesi di Caserta: «È il comandamento che Dio ha dato ad Adamo: “Va e fa crescere la Terra. Sii creativo”. È anche il comandamento che Gesù ha dato ai suoi, mediante lo Spirito Santo, per esempio la creatività della prima Chiesa nei rapporti con l’ebraismo … Creatività è la parola. E come si può trovare questa creatività? Prima di tutto – e questa è la condizione se noi vogliamo essere creativi nello Spirito, cioè nello Spirito del Signore Gesù – non c’è altra strada che la preghiera. Un Vescovo che non prega, un prete che non prega ha chiuso la porta, ha chiuso la strada della creatività».




La casa fondata sulla roccia è il palazzo dei Papi. Residenza-fortezza ampiamente mondana, gioiello architettonico ostaggio dei regni d'oltralpe e della politica delle grandi potenze. 
In questo giocattolino gotico i papi hanno inserito tutti gli ambienti e gli uffici funzionali al governo spirituale e temporale, secondo la logica chiaramente espressa dal triregno: la tiara pontificia inventata da Bonifacio VIII e completata da tre corone giusto al tempo del Papato avignonese di Benedetto XII (1334-1342), perfetta esemplificazione della potestà universale del vicario di Cristo. Nasceva cosi uno stato moderno attrezzato e funzionale, ma anche una chiesa confusa tra i regni del mondo.



Una chiesa, quella della cattività avignonese, che ci sembra molto lontana dalla reductio evangelica di papa Francesco, ma in cui non mancavano figure di santità e dibattiti teologici sofisticati.
Che sarà di noi dopo la morte? La visione di Dio avverrà soltanto dopo il giudizio finale o, per i santi, immediatamente dopo la morte? Strano caso, quello della visione beatifica, in cui il papa, Giovanni XXII (1316-1334), bacchettato da più parti dai teologi, dovette ritrattare e tornare sui suoi passi in punto di morte.



«Le anime dei santi – correggeva il tiro Benedetto XII con la bolla Benedictus Deus nel 1336-  vedono la divina essenza con visione intuitiva ed anche facciale, non essendovi di mezzo alcuna creatura che funga in ragione di oggetto veduto, bensì mostrandosi la stessa divina essenza immediatamente, nudamente, chiaramente e apertamente».  Tutto è chiaro e distinto nell’affermazione, ma il Cielo dove si consumerà la visione resta comunque misterioso. Lì - lo sentiamo, ne avvertiamo un’insopprimibile nostalgia - c’è il mistero che ci supera. Lassù teniamo lo sguardo puntato.
«Fate bene attenzione miei figliuoli , - dice il Santo Curato d’Ars -: il tesoro del cristiano non è sulla terra, ma in cielo. Il nostro pensiero perciò deve volgersi dov'è il nostro tesoro. Questo è il bel compito dell'uomo: pregare ed amare. Se voi pregate ed amate, ecco, questa è la felicità dell'uomo sulla terra. La preghiera nient'altro è che l'unione con Dio».

Così cresce anche la formazione spirituale dell’aspirante presbitero, in un continuo, talora impercettibile progresso nella preghiera. È il Signore che conduce, guida alle dolcezze dell’incontro con Lui, ma aiuta anche a ricordare ogni cosa, a portare nella preghiera non soltanto le nostre piccole-grandi questioni, ma le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce del mondo intero.



«La preghiera – continua il santo curato- ci fa pregustare il cielo, come qualcosa che discende a noi dal paradiso. Non ci lascia mai senza dolcezza. Infatti è miele che stilla nell’anima e fa che tutto sia dolce … Ci sono alcune persone che si sprofondano completamente nella preghiera come un pesce nell’onda, perché sono tutte dedite al buon Dio».
Vedere i compagni di seminario scomparire come pesciolini nell’onda non capita tutti i giorni, ma quando qualcuno è immerso davvero in preghiera si può restare stupiti ed edificati. La preghiera personale e vicendevole, quella rivolta l’uno all’edificazione e al sostegno dell’altro, aiuta a crescere, sostiene l’amicizia, affina gli occhi del cuore e della fede, sostiene una comunità che cammina insieme. Si può così veder crescere«una comunità compaginata da una profonda amicizia e carità, così da poter essere considerata una vera famiglia che vive nella gioia» (PDV, 60).
Ci vogliamo davvero bene in seminario? Seppure pochi non ci siamo scelti e tutti  abbiamo temperamenti, modi di pensare, progetti diversi. L'alternativa, drammatica per davvero, non è quella semplicistica tra il dissidio e la simpatia, ma tra l'effetto tunnel (buon viso a cattivo gioco fino alla fine) e la crescita nella preghiera che fonda la comunione.




Sulle strade che costeggiano il mont Ventoux, epica vetta del Tour de France e celebrata mèta di scalate medievali dal Petrarca, trova posto, oltre le balze, sul fondo di una rocciosa vallata, l’abbazia cistercense di Senanque. 

Alla morte di san Bernardo (1153) - seguiamo da qui lunghi tratti del noto studio di Georges Duby - i cistercensi si diffondevano a macchia d'olio: il suo monastero aveva affiliato settanta abbazie, se ad esse si aggiungono quelle che Bernardo era riuscito ad aggregare alla sua famiglia monastica, Chiaravalle riuniva centosessantaquattro figlie. Molto più che le altre abbazie madri; numerose sorelle dunque, mai semplici repliche.




Per i cistercensi liberare il mondo dalle tenebre significa abbellirlo. Il bello, infatti, emerge dalle tenebre, dall’opacità, è armonia che acquista la forma del corpo di Cristo. L’abbazia cistercense è fatta per portare l’ordine, per ritrovare i segni del divino, per trarre la materia dal disordine. Un’opera che è portata avanti da monaci e conversi. Per loro, i conversi (religiosi ‘di seconda classe’, dediti ai lavori manuali necessari al sostentamento del monastero), l’opus dei, l’opera di Dio quasi si limita al lavoro, che diventa piuttosto la liturgia dei poveri. Per i monaci esso è il prolungamento naturale della salmodia.



Dominare la terra è il compito di Adamo. Così, assecondando la volontà divina, l’uomo continua l'opera della creazione. Nel mondo decaduto occorre rinnovare la materia secondo il desiderio di Dio. L’ordine impresso da Dio nel mondo può essere riscoperto dall’uomo, che con il suo lavoro può condurlo a maggiore bellezza, usando in questo compito tutti i mezzi donati da Dio: la ragione, la volontà, la memoria, le facoltà dell’anima, ma anche tutte le arti e le sue stesse mani.
Gli anni del seminario, che di fatto è un punto a metà strada tra il ritiro del monastero e le piazze del mondo, sono il tempo proficuo per la ricerca di questo ordine, esteriore e interiore. Per quest’ultimo, è chiaro, il lavoro è più arduo e procede, a ritmi e tappe differenziate, per tutta la vita. L’amore di Dio, in cui trovano compimento tutte le regole e le indicazioni per la vita comune, è l’agente principale dell’opera di riordino, sorgente purissima dell’armonia che può informare la vita, soprattutto quella affettiva: «si tratta di un amore che coinvolge l’intera persona, nelle sue dimensioni e componenti fisiche, psichiche e spirituali, e che si esprime nel ‘significato sponsale’ del corpo umano, grazie al quale la persona dona se stessa all'altra e la accoglie» (PDV, 44). 




Il chiostro è figura di un paradiso riconquistato, uno spazio dove il caos esterno è addomesticato, dove il tutto cosmico è raccolto ordinatamente, trasfigurato in accordo musicale. L’edificio è quadrato come la Gerusalemme celeste, la città di Dio, e questa quadratura evoca allo spirito meditativo i quattro fiumi del giardino dell’Eden. Le quattro fonti sono i Vangeli, le quattro virtù cardinali, infine la quaternità primordiale che risiede nell’essere stesso di Dio, cioè le quattro dimensioni del divino. In esse sono comprese le tre dello spazio sensibile: lunghezza, larghezza, altezza, a cui si aggiunge, misteriosa ed ineffabile, la profondità. 
Il seminarista potrebbe forse ravvisarvi, più prosaicamente, i quattro pasti del seminario: colazione, pranzo, merenda e cena, oppure  i quattro anni (se va bene) che precedono il diaconato, ma anche i quattro pilastri della formazione al sacerdozio.



Il chiostro individua anche l’incrociarsi ortogonale degli assi dell’universo. È l’immenso quadrante dove sono compresi tutti i ritmi del cosmo. Il chiostro evoca la congiunzione di due durate: quella rettilinea, proiettata nella storia della salvezza, nella quale si inscrive l’avanzare personale di ognuno, e quella circolare, il percorso delle ore, delle stagioni, dei riti liturgici, che regge i movimenti delle sfere celesti a cui si accorda la vita comunitaria. Per questo il chiostro riconduce tutto il movimento alla regolarità dello spirito a questa lenta progressione verso l’eterno a cui l’anima convertita si avvicina, passo passo, nell’umiltà e nell’amore.



Sul chiostro si apre la porta dell’armarium dove si tengono i libri. Là ogni monaco prende un testo. Lo deve leggere da solo, forse a voce alta, meditarlo e lasciarlo penetrare nella memoria. Il monaco legge e cammina, per questo il chiostro è composto da percorsi, spazi in cui camminare e rivivere l’esperienza del cammino di liberazione del popolo di Israele, tracciati interiori ed esteriori in cui compiere la personale traversata nel deserto. La visione delle cose e del luogo stesso può sostenere, nutrire, fortificare la ruminatio del testo, trattenere l’anima nella percezione della luce.
Nel seminario abbondano i libri e il seminarista li accumula, li dispone ordinatamente, li spolvera, cerca le occasioni e curiosa tra gli scaffali altrui in cerca di prestiti a lungo (o perpetuo) termine. Ma accanto a questo accumulo compensatorio, la parola di un altro libro, la Bibbia, accompagna tutta la giornata; raddrizza, illumina, punzecchia, talvolta brucia o zittisce. «Elemento essenziale della formazione spirituale è la lettura meditata e orante della Parola di Dio (lectio divina), è l’ascolto umile e pieno d’amore di Colui che parla. È, infatti, nella luce e nella forza della Parola di Dio che può essere scoperta, compresa, amata e seguita la propria vocazione e compiuta la propria missione» (PDV 47).



Nella comunità cistercense di Senanque c’è un pisano con trascorsi romani, un già presbitero diocesano che ha scoperto nella vocazione una vocazione ulteriore. Nella pace celeste del chiostro viene da chiedersi se sia davvero preferibile ritirarsi in monastero piuttosto che menare la vita di parrocchia. Per secoli il prete è stato in bilico tra il monastero e il secolo, sollecitato a far propria la spiritualità del monaco ma, allo stesso tempo, ad accompagnare la gente nei ritmi quotidiani della vita. In questo servizio quotidiano il prete ha individuato nella carità pastorale il centro della sua esistenza donata. Al chiostro potrebbe preferire il loggiato, più aperto sul mondo e proiettato in lunghezza sui percorsi degli uomini.

Il chiostro è il luogo centrale del monastero, punto di equilibrio tra claustrum et heremus, tra vita cenobitica e vita solitaria. Il chiostro è al servizio dell’anima e del corpo, privo di elementi disordinati o eccessivamente ornati che favoriscono la distrazione.

«Che cosa fa nei chiostri, dove i fratelli stanno leggendo l’Officio, quella ridicola mostruosità, quella specie di strana formosità deforme e deformità formosa? Che cosa vi stanno a fare le immonde scimmie? O i feroci leoni? O i mostruosi centauri? O i semiuomini? O le maculate tigli? O i soldati nella pugna? O i cacciatori con le tube .. Insomma appare dappertutto una così grande e così strana varietà di forme eterogenee, che si prova più gusto a leggere i marmi che i codici e a occupare l’intera giornata ammirando a una a una queste immagini che meditando la legge di Dio». Il celebre testo di san Bernardo (L’apologia all’Abate Guglielmo) rammenta con fine sensibilità che il chiostro (ma potremmo aggiornare la polemica con internet e smartphone) non serve ad alimentare fantasie, ma l’intelligenza di un testo, a ribadire - ancora una volta - il primato della Parola.





Dal chiostro, ci viene fatto notare, si accede nella chiesa per un braccio leggermente in salita. È la faticosa ascesa alla Gerusalemme terrestre nella quale è possibile sperimentare qualcosa di quella celeste. Se il chiostro è al centro del monastero tutti i suoi spazi sono però subordinati alla chiesa e funzionali alla preparazione della preghiera. Essa è il compito principale dei monaci: i monaci pregano per tutto il corpo della Chiesa, cioè per i suoi membri, vivi e morti.

A immagine dell’uomo, costituito di un’anima e di un corpo e di Gesù stesso, il Dio fatto uomo, la chiesa combina le due immagini, le associa ed equilibra. Nel lungo tratto longitudinale della navata essa è diritta traiettoria di una freccia lanciata verso la perfezione; nella cupola che segna l’incrociarsi con il transetto è descritto il cerchio, l’andamento circolare dei movimenti eterni dove il mutamento stesso è assorbito. 




«La funzione della luce – scrive ancora Duby - è la stessa nella chiesa cistercense come nella canzone cortese: è impalpabile scala dell’amore. In questa scuola di Cristo dove ciò che si insegna è l’arte di amare, ogni monaco, uscito dall’oscurità del dormitorio, uscito dal chiostro dove la luce del cielo si spande senza alcun mistero, diventa, appena penetra nella penombra quasi sconosciuta della chiesa, come la preda di una caccia amorosa. Se il chiostro è una sorta di rete dove sono catturati i movimenti degli astri, sono i monaci che, in quest’altra trappola che è la chiesa, servono da bersaglio agli assalti dell’amore divino, a quegli assalti che si rinnovano ad ogni aurora».



Usciamo dal monastero sopraffatti dalla bellezza della liturgia cistercense. Nell’isolamento e nella separazione della vita monastica la liturgia cistercense, sorprendentemente, in un incanto di austera semplicità conduce ogni cosa a Dio, offre sull’altare il mondo intero, polvere, pietre, piante, insetti, pennuti, alberi, seminaristi e turisti giapponesi.
A loro ci associamo prima della partenza, in una foto ricordo da vecchi compagnoni, noncuranti del cartello che dice: «Severamente vietato introdursi nel campo di lavanda. Pericolo scorpioni e serpenti». Ci sorregge la Parola del salmo: «Camminerai su aspidi e vipere, schiaccerai leoni e draghi./ Lo salverò, perché a me si è affidato; lo esalterò, perché ha conosciuto il mio nome» (Sal 90,13-14). 



Nulla è impossibile per chi crede, perché nulla è impossibile a Dio.



Sembra quasi impossibile, ma al centro di un modesto paese campagnolo si leva una basilica gotica colossale. Carlo d'Angiò, sul finire del Duecento, ritrovò qui, tra le sepolture di antichi cristiani, i resti di santa Maria Maddalena. Dalla Palestina alla Provenza, in un rocambolesco viaggio per mare accompagnata dalla sorella, Lazzaro e altre sante amiche, sarebbe arrivata fino in Francia dove condusse vita di preghiera ed eremitaggio. Qui, a St. Maximim le Sainte Baume, si ritirò alla fine dei suoi giorni terreni.



Sorprende la maestosa verticalità della basilica, oggi spoglia e degradata nel distratto paesello. Nella cripta, coronata da splendidi sarcofagi tardo antichi, è custodita la testa di Maria Maddalena. L’innamorata di Dio, la donna d'amore, sembra a suo agio in tanta noncuranza.

Allo stesso modo, nelle case dei nostri paesi, tra le mura di anonimi condomini o piccole parrocchie si elevano, nel nascondimento, cattedrali d'amore, basiliche del servizio umile e operoso. Altre donne, un po’ Marta e un po’ Maria, compiono questo ufficio silenzioso più o meno casalingo. 


Dietro la grata, in un busto reliquiario, si intravede il teschio della santa. “Maria!”
 Nell’anonimato di un  cranio c’è il mistero di quella chiamata così personale e commovente rivoltagli dal risorto: Gesù stesso la chiamava per nome e soltanto allora comprese.
«Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» - che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: «Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv 20,16-17)».
Davanti al cranio che ha originato una storia così leggendaria è bello fermarsi in ginocchio e meditare su una chiamata cosi personale. 


Anche oggi il Signore continua a chiamare con amore: «Chiamò a sé quelli che volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli... ».



Il Signore colora la vita e vuole farci superare ogni paura. «La gente ha bisogno di uscire dall'anonimato e dalla paura, ha bisogno di essere conosciuta e chiamata per nome, di camminare sicura sui sentieri della vita, di essere ritrovata se perduta, di essere amata, di ricevere la salvezza come supremo dono dell'amore di Dio: proprio questo fa Gesù, il buon Pastore; Lui e i presbiteri con lui» (PDV, 82).




Sulla strada del ritorno c’è un’altra abbazia. Le Thoronet è immersa nel bosco, ben nascosta in fondo ad una valle. Oggi le chiese cistercensi appaiono curiosamente moderne. Ispirate ad una razionalismo minimalista che adesso trova spazio perfino nell’elettronica e nelle riviste patinate. Ma l’estetica è qui subordinata ad un’etica, o meglio, ad una sobria bellezza evangelica.

Ogni arredo liturgico riflette il gusto per l’essenzialità e la scelta di materiali poveri: la croce di legno, le tovaglie d’altare di lino, il candelabro, semplice e di ferro, calici e patene solo in argento o in argento dorato: una essenzialità che sarebbe piaciuta a Romano Guardini e ai maestri del movimento liturgico. Nel capitolo generale del 1150 i cistercensi precisano: «vietiamo che si facciano sculture o pitture nelle nostre chiese e negli altri luoghi del monastero perché, a guardarli si trascura spesso l’utilità della buona meditazione e la disciplina del contegno religioso».




Il monaco ha lasciato il mondo, ha abbandonato tutto soltanto per Cristo, e questo esige, anche nella spoglia severità degli interni, la mortificazione dei sensi per suscitare la devozione e la pietà.



Gli unici ornamenti concessi sono la musica e la luce. Luce che non è filtrata da vetrate colorate, ma soltanto da motivi a grisaille geometrici. Queste modeste aperture permettono di riflettere sulle virtù, sulle dimensioni del divino. Dio è la luce. Attraverso lo spazio sacro dardeggiano frecce amorose, emanazioni dirette di Dio. 



Fondata su rapporti aritmetici sui quali si stabiliscono anche gli accordi musicali, l’architettura cistercense accompagna alla perfezione le gioie austere delle cerimonie cistercensi. Alla stesso tempo esse si legano alle armonie del cosmo, chiudono l’edificio entro misure comuni, come la mano o il braccio, che sono quelle del corpo umano di cui le proporzioni concordano in piano e nell’alzato della chiesa.
Nell’armonia della sezione aurea in cui tutto converge l’uomo ritrova il proprio posto nel creato, il religioso o il prete la misura umana della chiamata divina. Un equilibrio tra cielo e terra che contraddistingue soprattutto il prete, chiamata ad essere «ponte  e non ostacolo per gli altri nell’incontro con Gesù Cristo redentore dell’uomo» (PDV 43). 



Il seminarista resta incantato di fronte alla ricchezza spirituale di questa tradizione monastica, espressa in forme e misure, luce e oscurità, vuoti e pieni. Il monaco ha la sicurezza di una regola e di un ruolo in comunità, ma il prete diocesano?





Papa Francesco ha recentemente parlato dalla spiritualità del clero diocesano. «Prete contemplativo, ma non come uno che è nella Certosa, non intendo questa contemplatività. Il sacerdote deve avere una contemplatività, una capacità di contemplazione sia verso Dio sia verso gli uomini. È un uomo che guarda, che riempie i suoi occhi e il suo cuore di questa contemplazione: con il Vangelo davanti a Dio, e con i problemi umani davanti agli uomini. In questo senso deve essere un contemplativo. Non bisogna fare confusione: il monaco è un’altra cosa (…). Non c’è spiritualità del prete diocesano senza questi due rapporti: con il Vescovo e con il presbiterio».

Per il vescovo altri si stanno attrezzando. Per il presbiterio ci stiamo attrezzando, ma sarà un cammino lungo quanto la vita. Per cominciare può servire anche un viaggio in Provenza. Qui, nella chiesa polverosa di un paesello sul monte, c’è il disegno di un piccolo parrocchiano sedotto dalla luce dell’estate e docile all’amore di Dio : Nella luce vedo Gesù che mi  sorride!
«La vita e il ministero del sacerdote sono continuazione della vita e dell'azione dello stesso Cristo. Questa è la nostra identità, la nostra vera dignità, la sorgente della nostra gioia, la certezza della nostra vita». (PDV, 18)