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martedì 17 febbraio 2026

Tre canzoni, anzi quattro per la Quaresima



Con il Mercoledì delle Ceneri la Chiesa entra nel tempo liturgico della Quaresima. Quando la cenere cade sulla testa o lascia traccia sulla fronte con un segno di croce, le parole «Ricordati che sei polvere, e in polvere ritornerai» sono un invito arcaico ed eloquente a misurare il proprio limite. Forse a fare un passo indietro davanti alle attese/pretese del mondo; senz'altro un appello a fermarsi. E a farlo oltre la porta chiusa della propria interiorità, nella stanza in cui sediamo faccia a faccia con la coscienza. 

Esame di coscienza

Da questo spazio, talora dolorosamente trasparente, sale il testo, o meglio, la commovente confessione di “Io”, il brano d’apertura di Post mortem (42 Records 2025), ultimo disco de I cani. Pesanti interrogativi evidenziano errori e contraddizioni interiori, fino a trovare risposta nel ritornello in un’amara confessione che suona come il raglio di un asino. Domanda dopo domanda, in un progressivo scendere dentro le pieghe della propria esistenza, anche chi ascolta si trova coinvolto in un inevitabile esame di coscienza. Un invito a leggersi con onestà, che non è poi così lontano dalle parole con cui Gesù mette in guardia dall’ipocrisia. 



Chi mi ha dato una spinta?

Chi mi ha fatto cadere?

Chi promette che cambia e poi resta lo stesso?

Post mortem, peraltro, è un album bellissimo, asciutto e scorretto, in cui non mancano, come colpi di rasoio, - ad esempio in "Nella parte del mondo in cui sono nato"- considerazioni sullo smarrimento del nostro continente: «Fino da piccolo mi hanno insegnato/  Che tutto è corrotto, tutto è sbagliato», «Vivere è fascista, nascere è reato / Vivere è capitalista, nascere è peccato». In quella parte del mondo - aggiunge Niccolò Contessa (voce e leader de i Cani) - «Se qualcuno parla di anima è un invasato /  Un complottista non è vaccinato». 

In "Colpevole", invece, grava un senso di colpa insuperabile (Nei miei nuovi pantaloni / Io mi sento sempre colpevole / L′elemosina ai barboni / Ma rimani sempre colpevole) che accompagna anche la sensibilità di altri cantautori. 

Guardare le proprie ombre

È infatti sulle zona d'ombra che punta il suo sguardo poetico Andrea Laszlo De Simone, autore di un disco da ascoltare e vedere  anche in versione film, in diciassette episodi videomusicali dal sapore malinconico e analogico. Un retro pop cantautorale che si inserisce nel filone più meditativo e cinematico della musica italiana. De Simone attraversa i propri dubbi, le ombre e i sensi di colpa personali e collettivi in cui ci troviamo incastrati: «Come brucia la nostra coda di paglia / E la presunta innocenza / Traballa al lume di fiamma / La coscienza, a volte, pure si sbaglia / Colpevole /Sono colpevole Il futuro..» (Colpevole). 


La dolorosa consapevolezza che corre nei pochi versi del brano eponimo - «Io mi accorgo di esser diventato grande / Vedo solo facce stanche / E quando viene sera / Proietto una lunghissima ombra» - è però accompagnata da un'inattesa "diffrazione". Il video si sofferma ipnotico su una foglia che inspiegabilmente attaccata al suo ramo dondola al vento in una danza che incanta. Uno sguardo in bilico tra fallimento e "momento migliore": «È da una fragile mente, o sono solo immaturo / O, più probabilmente, non voglio pensare al futuro / Perché sono quasi sicuro che sbaglierò per sempre / Nessuno, nessuno / Nessuno, nessuno /Ha mai avuto un momento migliore».

Guardare le proprie ombre diventa esercizio di verità, ma anche scelta tutto sommato consolatoria, in cui accorgersi che è meglio custodire la complessità che offrire risposte, restare nel dubbio anziché esporsi in un sistema pronto a fagocitarti. 

Cercavi Dio, ma non l'hai trovato

Più scanzonata ma non meno pungente la poetica di Giorgio Poi confezionata nel suo ultimo lavoro "Schegge" (Bomba Dischi/Sony Music Italy, 2025) magnificamente esaltata dal videoclip di "Uomini contro insetti". Qui l'attenzione si sposta sulla tentazione di una vita "low cost", proiettata costantemente oltre le proprie possibilità e ributtata continuamente nella mediocrità o nell'inganno. Anche la ricerca spirituale sembra franare di fronte all'impossibilità di trovare risposte che non arrivano a buon mercato: «Bucare il cielo con uno sputo / Cercavi Dio, ma non l'hai trovato / E ti torna indietro». Forse Dio non si fa trovare, o forse stai cercando male. Il finale di questo brano surreale e dal testo imprevedibile rimanda giusto alla cenere: «Su letti pieni di briciole /  Di sabbia e di cenere, impazzirò / Le canzoni sono sempre ridicole / Scusate, lo so / Lo so».



Accanto alle fragilità e agli errori, ai sensi di colpa, alle contraddizioni del cuore umano il Vangelo pone lo sguardo di Dio padre. Quello che vede «nel segreto» e che «ti ricompenserà». Un'opzione non prevista dalla spiritualità diffusa oltre il perimetro di chi frequenta o si dice cristiano, in cui il sentire è personale, la risposta incerta, non dogmatica, fuori dal solco delle religioni tradizionali. Le vie d'uscita da un "mondo" massificante e anti-umano sono però custodite da una spiritualità niente affatto disincarnata: «Il mondo vero - commenta Andrea Laszlo De Simone - è fatto di persone in carne e ossa... Io ho fiducia nella gente, tanta. È il mondo che mi fa paura». 

Vai a costruire la campane

Lo sguardo positivo di "Amalfitano", alias Gabriele Mencacci Amalfitano, cantautore con in tasca una laurea in filosofia e in storia delle religioni, corre in lungo e in largo nel suo ultimo album, il cui titolo è già un programma dal sapore pasquale: "Sono morto x 15 giorni ma sono tornato perché l'amore è" (bmgitaly 2025). 



In "Vai a costruire la campane" spunta a sorpresa un'amara quasi citazione del Qoelet -sì, quello in cui «tutto è vanità» e «non c'è niente di nuovo sotto il sole» - laddove Amalfitano canta «Ricorda che la conoscenza delle cose porta al pianto» («molta sapienza, molto affanno; chi accresce il sapere, aumenta il dolore»; Qoelet 1,18). Poi, però aggiunge: «Ma senti come scoppia dentro al cuore / Perché la vita, sai / È commozione, sai, del tuo dolore». Quando la vita si accende di "commozione" e tocca le corde profonde dell'umano c'è ancora speranza, l'esistenza si apre al dono, all'esperienza dello stupore per ciò che ti supera. Amalfitano ha dedicato la canzone a suo figlio Ascanio a cui - ha risposto in un'intervista - vorrebbe trasmettere questo: «Che la vita non va subita, ma vissuta. Che bisogna lavorarla, costruirla come se fosse un’opera d’arte, anche nei suoi aspetti più sacri. Vorrei insegnargli a godere della vita, anche nei momenti difficili. E se possibile, costruire qualcosa che vada oltre, come una campana: qualcosa che suoni per comunicare con ciò che sta più in alto».

«Invece, quando tu preghi, - dice Gesù - entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà». Arriverà anche il momento di "costruire le campane", di cantare l'Alleluia che la Quaresima ci sottrae per lasciarlo fiorire nel desiderio e nella consapevolezza del dono ricevuto.

Tu sei tu

E in fondo dentro te

È lì che gioca l'universo

Tu sei tu

In fondo, dentro te

È lì che gioca tutto quanto


Alza questa voce

Grida al cielo

Fai di tutto, fallo forte

E fallo sempre

Ama

E se fa male ama ancora

E lasciati amare

E sì, fai un fuoco

Vai per mare

Ribellati

Vai a costruire le campane

lunedì 21 novembre 2022

Chiamare per nome

La Solennità di Cristo Re, chiusura dell’anno liturgico, ci ripresenta il brano della crocifissione di Gesù con la viva e paradossale tensione tra regalità e umiliazione, gloria ed abbassamento. Quel crocifisso è il Signore dell’Universo. Esplicitato per intero il titolo di questa solennità — Solennità di nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo — risuona oggi ultra cattolico. Eppure tutto chiede di tornare all’ora della croce.


Il brano di Luca per la solennità di quest’anno suona fin troppo asciutto a chi è abituato agli effetti speciali e ai grandi sentimenti. C’è spazio soltanto per le parole e le reazioni dei presenti: ci sono i capi («Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l'eletto»), i soldati («Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso»), uno dei ladroni crocifissi con lui («Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!»). Uno dopo l’altro, contestando e prendendo in giro elencano, in una sorta di cristologia negativa, i titoli di Gesù: l’“eletto”, cioè l’unto, il “Cristo di Dio”; il “Re dei Giudei” (e Gesù d'altra parte discende dalla casa del re Davide); il salvatore a cui si grida “salva te stesso e noi”. Poi c’è l’altro, il ladrone che chiama il crocifisso per nome: «Gesù» ed è l’unico ad aver capito, l’unico ad accogliere la misericordia che quel crocifisso innocente è pronto a donare a tutti.

Perché, su uno che muore così, possiamo scommetterci la vita? Perché sul crocifisso si costruiscono impegni di vita, nel suo nome si spendono ore di volontariato e di proposte educative? Perchè, per amore di quel crocifisso, "perdere tempo" nell’orazione, percorrere le vie della verginità, arrivare a donare al vita nel martirio?

Quel crocifisso ci sta sempre sotto gli occhi. Dice che nella pena, nell’umiliazione e nella sofferenza si può leggere altro. C’è un mistero regale che parla di accoglienza, comprensione, fraternità profonda. Quel crocifisso si può chiamare per nome. Ha un nome come il mio. E d’altronde non può essere lontano da me e dal mio sentire chi muore così sulla croce. Anche se nel suo silenzio e nella sua innocenza, le ferite, i chiodi, le umiliazioni non sono solo sue, sono le nostre in lui e sopra di lui. Quando lo comprendiamo entriamo nello spazio della misericordia.

Non so se sia il peso dei nostri peccati, o quello dei nostri dolori, non so se siano le nostre lacrime oppure il grido e la bestemmia di chi sfida il Cielo nell’ora della prova. Non so se siano gli strazi delle guerre e le violenze degli uomini, le tragiche "leggerezze" dei bulli o i morti innocenti. Però c’è un mistero, un orizzonte più largo e spesso sorprendente che si affaccia alla vita quando l’ora della prova, quella della croce, si apre alla misericordia.

Oltre le distrazioni del mondo contemporaneo e le ubriacature del consumo, al di là delle apparenza di chi passa la vita a “flexare” con macchinoni tirati a lucido, quattrini facili e donne oggetto, c’è un universo di fragilità e paure, di solitudini e cuori spenti.

In attesa della metropolitana, con gli occhi persi nell’oscurità del tunnel, sul crinale tra la ripartenza e lo spazio invalicabile dei binari e del pericolo di morte, addormentati o ubriachi sui vagoni, i personaggi del video musicale che accompagna un brano di Max Richter, intitolato “Mercy”, “Misericordia” compongono poeticamente suggestioni metropolitane di “ordinaria” misericordia. «Il bellissimo film di Yulia Mahr (si legge nel commento al video su YouTube) pone saldamente la questione della misericordia e della compassione nel nostro mondo quotidiano».

Aprono e chiudono il video, tutto o quasi girato dentro e fuori gli ambienti sotterranei della metropolitana, ritagli di cielo con stormi di colombi in volo e uno sguardo dall’alto che scorre lento sulla città. Sotto la superficie della metropoli la vita scorre tra marginalità e solitudini e dietro i volti di passeggeri di ogni età si intrecciano il miracolo della nascita e il dolore della malattia, il passato e il presente, gli abbracci di chi si ama e il senso di attesa di chi è in costante viaggio, tra una sosta e l’altra della giornata e della vita. Tra un volto e l'altro un fiore che sboccia, le onde del mare, l'acqua che scorre. E in questo sotterraneo andirivieni tra i non luoghi dell’ordinario urbano si aprono esperienze di misericordia. È l’umano che si ritrova, si riconosce, risuona come una sveglia nella vita e si apre a qualcosa di più grande che lo compie, atteso, cercato ma sempre sorprendente. La vita tocca qualcos’altro. È lì che intuisci i segreti del Regno, la leva che ribalta il mondo e lo prepara a una nuova, differente fioritura. 

Così capisco meglio il crocifisso che incrocia, con il suo mistero di innocenza offesa e umiliata, ma anche di profonda fraternità e compassione, la vita di ogni donna e uomo. A lui, che pende dalla croce in silenzio davanti a me, posso rivolgermi chiamandolo per nome. Poi, su per le misteriose vie della grazia e della fede, posso arrivare a comprenderlo Salvatore, Cristo, Figlio di Dio, posso anche chiamarlo Re e Signore dell’Universo.

domenica 13 dicembre 2020

Segnali nella notte


«Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce». E questo fa pensare che il Vangelo di oggi si capisca meglio nelle tenebre. «In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete». «Ecco, guardi priore, questo è proprio per me. È quello che vivo io». Lo ripete con il capo basso, seduto sulla panca in fondo alla chiesa. Con lo sguardo perso non so bene dove. Rintanato nel piumino con ai piedi le pantofole e per pantaloni il pigiama. Un’anima smarrita, per una vita di ferite ed errori che si avvolgono su se stessi. Ma io devo parlare della gioia, perché questa è la domenica Gaudete, nella quale la liturgia ci invita a rallegrarci, e poi c’è il rosa, che non è viola e c’è il Natale che si avvicina e  infatti c’è anche il presepe. E poi penso all’uggia che posso fare con questi discorsi, e all’uggia che mi facevano i predicatori di gioia dalla faccia triste. E un po’ anche a quella che posso avere io qualche volta. Però a guardarmi intorno la gioia non è facile rintracciarla, perché la chiesa è semi vuota e ci piove dentro e c’è un freddo che tiro via a finire prima che mi si ghiaccino i piedi. 

«Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa». Così dice di sé il Battista, dopo che per tre volte ha fatto sapere quello che non è. Non il Cristo, non Elia, non un profeta. Un’identità che si capisce per via di negazione. Soltanto sfrondando ogni incrostazione, rimuovendo ogni maschera e proiezione si capisce il Battista e il Battista capisce se stesso. 

Ho l’impressione che lo stesso sia chiesto pure a noi. Perché appaia la reale misura della nostra identità occorre stare sulla soglia di una verità paradossale, quella dell’umana miseria e di un’attesa infinita, quella di una fragilità ontologica e del desiderio di una nuova vita, quella della consapevolezza di accrescere l’entropia e di essere, allo stesso tempo, spazio d’azione della grazia. Allo stesso modo per essere veri testimoni, autentici "ripetitori" del Vangelo, occorre togliere ogni realtà che disturbi la frequenza. Lo sperimentiamo con forza in questi mesi di paure ataviche e isolamento. È proprio nelle tenebre dell'anno di grazia 2020 che deve arrivare la luce, risuonare la voce e avvicinarsi il Natale. 

Su queste corde batte la poetica della soglia che attraversa Orphée, l’ultimo disco di Johann Johannsson, compositore islandese scomparso prematuramente due anni fa a 48 anni. Di soglia si parla per via del mito di Orfeo, che con la sua musica è capace di riportare in vita l’amata Euridice, per poi perderla di nuovo, ma imprimendo nella storia del pensiero la potenza fascinante delle arti e in particolare della musica. Lo ammetteva lo stesso Johannsson, spiegando che Orphée «ha a che fare con le soglie – tra mondi, tra luce e tenebra, tra estremi». È la soglia evocata nel video “Song for Europa”, dove la soglia attraversata da Orfeo si trasforma in «quella che passava attraverso due mondi e due ideologie (…). Dopo pochi decenni di relativa calma — spiegava Johansonn — sembra che l’Europa lentamente torni a separarsi e che stiamo entrando in tempi turbolenti o almeno sulla soglia di qualche cambiamento più grande». 


https://youtu.be/dCWbVxfkoKg

Nel videoclip, ambientato in un ambiguo passato che richiama alla mente gli anni della guerra fredda e il muro di Berlino, un’antenna radio lancia segnali che attraversano lo spazio in luminose onde sonore. Dall’abisso di lontananze indefinite affiorano segnali in codice, numeri pronunciati in tedesco, messaggi criptati da imprecisate emittenti radio. Voci capaci di spalancare inedite suggestioni, ma anche di arrivare lontano, oltre le barriere del tempo e dello spazio, oltre i muri degli uomini e le difese dell’anima. Un segnale che arriva. Una luce che raggiunge. Si spalanca un mondo che apre un orizzonte ancora da decifrare.

Un messaggio di speranza che chiede di tendere l'orecchio, ma che passa ogni distanza. Ci ripenso e ripenso alle tenebre e alla domenica della gioia. Finché non mi arriva il disegno che ha fatto S., dove si vede la sacra famiglia raccolta attorno a un neonato Gesù bambino. Sotto c’è una frase che nella sua semplicità fa lasciare ogni esitazione: «Giuseppe e Maria sono felici di Gesù». 

domenica 6 dicembre 2020

La locusta del Battista


II Domenica di Avvento - anno B

C’era quella finestra col vetro rotto e il falegname lì per dare un’occhiata. Spiegavo, raccontavo, indicavo, ma lui fissava la finestra, con i suoi infissi sgangherati e consumati dal tempo. E mentre mi piegavo ad aprire il chiavistello in basso e lui elaborava interventi di falegnameria sfiorando e picchiettando i vetri con le dita, mi sono accorto che stava lì. Agganciata e mimetizzata con la serratura. Una locusta del colore del bronzo, creatura aliena in cerca di riparo dal freddo che da sempre suscita in me il più atavico orrore. Non ho fatto in tempo a vedere la mia faccia sconvolta nel riflesso del vetro. Una faccia come non me la immagino, ma così com'è.

Così però mi immagino il Battista, che punta il dito sull’orrore che ti porti addosso e non ti accorgi. O forse soltanto su quello che non scorgi mai nell’ordinario, ma che sta lì appeso forse da tempo immemorabile ma che appena scopri mette a nudo il tuo volto più profondo. Perché, altrimenti, dare credito a un tipo così alternativo, spingersi nel deserto per ascoltarlo e farsi immergere nell’acqua in un battesimo di conversione?

Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.

Preparare la via, raddrizzare sentieri. A che cosa? A chi? E come? L’attacco del Vangelo di Marco butta là alcuni attrezzi fondamentali per quest’opera di preparazione. Che poi è una sorta di meccanica dello Spirito in cui il progetto è nella mente e nelle mani di un altro. C’è, d’acchito, l’urgenza di un cambiamento. Niente mezzi termini. Qualcosa sta per accadere e qualcuno sta per arrivare. Preparate la via. Convertitevi.

Ma quest’urgenza non è troppo distante dal sentire di questo tempo. Dalle ansie e dal sentimento collettivo di mesi di emergenza sanitaria mondiale. Un tempo che si può leggere alla luce di una bella poesia in musica, un rap tramutato in esperienza letteraria, che oggi chiamano spoken-word. E che ti punta il dito addosso e rivela qualcosa che fatichi a riconoscere e vedere. Sono i versi di People's Faces di Kate Tempest.

Un altro disastro/ Catarsi / Un altro miraggio mezzo scartato/ Un'altra maschera che scivola via

Per qualcuno serve una locusta ad aprire gli occhi. Per tutti c’è una pandemia mondiale. O meglio, la nostra paura e il nostro limite. Per il Battista lo sguardo si apre nel deserto. Anzi, lì si aprono gli orecchi perché la parola emerge in tutta la sua forza. 

Nel deserto parla di via, di sentieri, di cammino. Ed è una via che ha il sapore agro dell’esodo. Quello archetipico degli ebrei in fuga dall’Egitto verso la terra promessa, quello storico del ritorno da Babilonia, quello spirituale di chi è condotto nella regione del non ordinario, e di lì intende ripartire ricalcolando il percorso. È la via della vita, con i suoi rischiosi fuori pista, e le svolte improvvise, discese a capocollo e salite interminabili.

Il deserto, la via; Giovanni aggiunge il battesimo. Che poi è entrare nell’acqua dopo essersi immersi nella verità dei propri peccati, è il lavacro che arriva dopo aver misurato il proprio disordine, il gesto che sancisce la presa di posizione sulla propria esistenza, sulla novità che entra nella vita. È anche il nostro battesimo — quello sacramentale — forse dimenticato, tradito, rifiutato, ma mai venuto meno. Un dono che fa partecipi della vita divina e che non finiremo mai di perlustrare.

E poi lo Spirito. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo dice il Battista. L’acqua bagna, la bevo e la vedo, ma lo Spirito Santo quando l’ho mai sperimentato? Forse in un sentire profondo che non so bene da dove spunti in me. Spirito dice già qualcosa di invisibile ma decisivo, come il vento che spazza dai monti alle strade, ma che senti mugghiare e sibilare, ed è capace di scoperchiare tetti ed abbattere alberi secolari. Spirito come realtà mobile, penetrante, vitale, che vive l’irrisolta tensione con il terrestre, o meglio il mondano, con la fissità della propria routine e dei propri schemi di vita.

Ecco bell’e fatto, un piccolo dizionario di vita spirituale alla portata di tutti: deserto, via, battesimo, Spirito.

Le vie del cambiamento cristiano partono da qui. Arnesi per una vita spirituale che solo il Signore sa dove condurre e assemblare. Strumenti di verità su noi stessi e sugli altri.


https://youtu.be/TSMffdtyOwI

Uno sguardo a tratti sgomento e amaro sul mondo di oggi è accompagnato nell’ultimo lavoro di Kate Tempest (The Book Of Traps And Lessons, 2019) da un’apertura di speranza, “rivelazione” di un cambiamento possibile. «In "People's Faces" — confida in un’intervista — dico “sto affondando”. Ed è difficile. È un grido disperato, ma i volti degli altri mi salvano. È la cosa più semplice del mondo, l’espressione amorosa meno complicata possibile. Guardare qualcuno negli occhi. Le persone sono splendide, davvero». 

Pure lei, che ha spesso il dito puntato sulle fratture del nostro tempo, nella sua laica ma umanissima poesia mette insieme un piccolo vocabolario di spiritualità contemporanea.

Dentro c’è la parola “sistema”, espressione forse un po’ consumata ai nostri orecchi, ma comunque efficace per descrivere i perversi meccanismi economico-politici del nostro tempo, ma anche quelle profonde strutture negative che ci portiamo dentro, che per chi crede assumono il nome di “peccato”. C’è la parola “sintomo”, scaturita dalla capacità di cogliere i segnali di disagio di fronte a un paradigma disumano, accompagnata da “sentire”, che è il sentire dentro di sé l’urgenza del grido e del pianto che montano, ma anche un sentire profondo per ciò che si muove fuori di sé: («Sto ascoltando ogni piccolo sussurro in lontananza cantando inni/ E posso sentire le cose/ Cambiare»). C’è la parola “città”, che racconta un’esistenza immersa, tra luci e molte ombre, nelle viscere del metropolitano (Guardo la mia città in un altro giorno difficile / E grido dentro di me / Quando cambierà tutto questo) e che assomiglia un po' al deserto, e poi “carne”, in cui recuperare il senso di una profonda fraternità umana, legata da «un’unica carne», e poi “empatia”, “rispetto”: sentimenti che fioriscono da uno sguardo contemplativo sul volto degli altri. Eccole, infine, le parole “volto”, “faccia”. Un piccolo vocabolario che custodisce una traiettoria interessante, perché dal sistema porta alla persona, al volto.

 



«Non ci saranno nuovi inizi

finché tutti non vedranno che le vecchi modi di fare devono finire»

Ma è difficile accettare di essere tutti un’unica carne. Date

le divisioni dilaganti tra oppressori e oppressi

Ma lo siamo.

 

Più empatia

Meno avidità

Più rispetto

 

(…)

 

Sono tutta spirito ma sto affondando

Perché i nostri giorni non sono giorni ma strani sintomi

Questo è il nostro tempo

 

Sto ascoltando ogni piccolo sussurro in lontananza cantando inni

E posso sentire le cose

Cambiare Questo è il nostro

Tempo ma il nostro tempo è la rabbia che affonda nel beige

E sì i nostri figli sono coraggiosi

Ma la loro missione è vaga

Ora non ho le risposte

Ma ci sono ancora cose da dire

Guardo la mia città in un altro giorno difficile

E urlo dentro di me

Quando cambierà questo

Sto cominciando a svanire

Ma la mia sanità mentale è salva, perché posso vedere i vostri volti La

mia sanità mentale è

salva Perché posso vedere i vostri volti

 

Niente di tutto questo era scritto nella pietra

La corrente è veloce ma il fiume si muove lentamente

E posso sentire le cose cambiare

Anche quando sono debole e mi sto spezzando

rimango a piangere alla stazione

dei treni Perché posso vedere i vostri volti

Amo i volti delle persone

domenica 29 novembre 2020

Veglia solo chi è sveglio


«Priore, io glielo dico: a volte ci credo poco. Ha presente quando vai a letto e ti addormenti subito? Suona la sveglia e neanche ti accorgi di aver dormito per ore?  Forse sarà così anche quando si muore. Solo che la sveglia non suona». 

Lo ascolto, dall’altra parte del bancone, mentre col capo basso fa avanti e indietro tra gli scaffali per agganciarmi il pacchetto giusto di caffè. 

«Vorrà dire che verrò a svegliarla quando saremo tutti e due di là da questo mondo!». Lo saluto così, il mio rivenditore sotto casa di generi alimentari, quasi convinto d’averlo catechizzato bene. Ma ci vuole poco a capire che una risposta così non vale niente.

E invece, quella confessione tra il serio e il faceto mi torna alla mente in questi giorni e la ritrovo nei versi decisamente più seri, di un pezzo che ha proprio il sapore di un’estrema confessione. Il titolo Worm in Heaven / Verme in Paradiso esce dal genio musicale dei Protomartyr, band statunitense esponente di prim’ordine di un post punk militante e raffinato. 

«Ti auguro ogni bene, davvero / Possa tu trovare pace in questo mondo / e quando è finita  / dissolverti senza paura».

Un congedo amaro, reso ancora più inquieto dal videoclip che accompagna questa straniante ballata, girata in un asettico scantinato abitato da un misterioso personaggio in bilico tra la vita e morte. Eloquente e attualissima traduzione dell’isolamento precauzionale e della malattia che diventano limite nella relazione e nell’incontro. E, allo stesso tempo, immagine di una vita ai minimi termini, dove ambigui macchinari prendono spazio nell’umano, innestando il tecnologico nell’organico. Realtà distopica in grado di descrivere i rischi della solitudine e delle conseguenze della paura: «Io sono il verme in Paradiso / Ricordati di me come vivevo / ero spaventato / sempre spaventato».
Una vita in scacco. Il peggiore effetto collaterale della pandemia. 




Così, alla lunga, capita anche a chi vive da stordito o nella paura le proprie giornate. Un tempo "sospeso", articolato in attimi isolati l'uno dall'altro, come i fotogrammi che compongono il video, immagine di uno stadio premorte da cui è impossibile destarsi. Tutta colpa dei ritmi di un meccanismo economico che non aspetta nessuno, oppure di quanto assorbe l’umano e lo consuma dopo averlo ridotto a consumatore? Forse semplice conseguenza di un mondo sempre più complicato e temibile, esigente e generatore di ansia? La tentazione resta quella di rimpiattarsi in casa e sfuggire dalla paura, dalla vita e dalla relazione. 

I exist, I did 
I exist, I did 
I was here, I was
Oh

Never, never, never, never, never, never, never was

Non è proprio quanto ricorda e ripete abbondantemente il Signore in questa prima domenica di Avvento: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento». Un invito a stare svegli che chiede di mantenere gli occhi ben aperti sulla realtà, pronti all’incontro, nella consapevolezza che aldilà della paura, il presente può trasformarmi nel momento giusto e aprirsi a quell’attimo decisivo che se non cogli per tempo perdi per sempre. 

«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento».

Il cristiano non ha bisogno della sveglia. Né può restare prigioniero di una vita addormentata. Il credente veglia. Perché sa che ogni momento, fosse anche il più banale o l’estremo, è sempre aperto alla grazia e all'incontro che può cambiare la vita. La sveglia è già suonata per chi crede, o almeno ci prova, e legge ogni cosa, malattia e paura comprese, nell'orizzonte sconfinato di Dio. 

E tu sei sveglio? O vivi da addormentato?

venerdì 17 aprile 2020

Due o tre cose per una Covid-19 Playlist (tk1)

La quarantena forzata da coronavirus apre spazi di riflessione inediti.
Arriverà il momento in cui saremo più lucidi e più in grado di tirare qualche conclusione su questo dramma planetario. Al momento epidemiologi, esperti tuttologi, complottisti di tutti gli schieramenti si dedicano a dire la propria sul virus, i suoi effetti, la sua origine, le cause nascoste e quello che nessuno ti avrebbe mai detto. Si intrecciano senza dubbio dinamiche che nulla hanno a che fare con i virus, come la politica o la finanza.

Ho l’impressione però, che ci sia un baco in tutto questa matassa di discussioni: il bisogno profondo di trovare il colpevole, di snidare il nemico. Una volta trovato, più o meno a ragione, la coscienza si acquieta, il dramma si scioglie, la realtà si semplifica.  E invece è l’occasione buona per mettersi in discussione. Forse, per mettere in discussione tutto un sistema.

Neil Young ne è convinto e lo ha messo in musica in un pezzo del suo ultimo album “Colorado”. Il brano, che è in realtà ispirato ai temi del climate change, e alla necessità di una nuova sensibilità ecologica, è intitolato “Shut It Down” ed è stato accompagnato in quattro e quattr’otto, ormai in piena crisi Covid-19, da un video diretto dallo stesso Young e dalla moglie.

Nel video c’è anche il papa nella piazza San Pietro deserta, la Roma deserta causa lockdown e i delfini che guizzano nel porto di Cagliari. Un video decisamente suggestivo con un testo mordace:

Devi chiudere l'intero sistema / La gente cerca di salvare questa Terra da una morte terribile / La gente cerca di vivere in un mondo che affronta questa minaccia... devi chiudere l'intero sistema / È il solo modo in cui possiamo essere liberi / Devi chiudere l'intero sistema / Ricominciare e ricostruirlo per l'eternità


Le immagini del video danno il senso della dimensione planetaria dell’epidemia. Eppure non è la prima volta che una malattia mette in crisi l’umanità: la spagnola ce lo ricorda, come la peste bubbonica o il raffreddore che sterminò più indigeni delle spade dei conquistadores. Siamo fragili e questo dato di fatto infastidisce. Fare i conti con l’umano per quello che è, cioè vulnerabilità, mortalità e allo stesso tempo, desiderio infinito, apertura oltre se stesso, è un dato di fatto da tenere presente.

C’è infatti un video molto bello e surreale che parla della morte.
Un uomo sul letto di morte, con tanto di prete per la benedizione, che pure è lasciato solo nel momento decisivo. Il filmato racconta con delicatezza lo sgomento di fronte alla morte oggi tanto diffuso. La morte è dovunque sui nostri schermi, ma quando si presenta per davvero facciamo di tutto per negarla.


Nel video una bambina (la nipotina) si avvicina al capezzale e …prende il via un viaggio straordinario. Il video accompagna il pezzo della band statunitense Khruangbin e si intitola “Como te Quiero”. È stato realizzato da uno studio di animazione di Mexico City e prova a tradurre in immagini il ricordo del proprio nonno a cui la bassista della band, Laura Lee, era molto legata. Il nome del gruppo è una parola tailandese che significa “cosa, oggetto, volante”..non manca il riferimento nel video.

La quarantena da Coronavirus ci chiede di fare i conti con la paura e la solitudine. Chiusi nelle nostre case, sentiamo che quello di cui abbiamo bisogno  non si acquista, ma manca più di ogni altra cosa. È la concretezza dell’amore, dell’ascolto, della prossimità fatta di carne e ossa. C’è un video stupendo che può raccontare meglio di tante parole lo smarrimento di chi si sente isolato.


Il video  ha segnato il ritorno sulle scene dei Portishead, celebre band di trip-hop guidata dalla glaciale e tagliente voce di Beth Gibbons. Il brano è, in realtà, per quanto irriconoscibile, una cover di SOS degli ABBA. I lampeggiamenti nel video traducono nel linguaggio morse proprio la richiesta di aiuto “sos”. Ma è soprattutto il finale a impressionare e “bucare” decisamente lo schermo.  C’è anche, in più, una citazione della parlamentare laburista inglese Jo Cox, assassinata da un neonazista nel 2016. La citazione, suona estremamente attuale oggi che il mondo intero si è fermato per la pandemia: «Abbiamo molto più in comune di quello che ci divide».

L’isolamento ci stringe in uno spazio ristretto, ben più angusto delle quattro mura di casa. Uno spazio colmo di domande e di pensieri che si rincorrono. Il senso claustrofobico del prolungato lockdown è restituito con grande efficacia in un video realizzato dagli italiani “Corteccia”, che sono poi Pietro Puccio e Simone Pirovano. Nel 2020 hanno pubblicato un album dal titolo quantomeno sofisticato: “Quadrilogia degli stati d’animo”, perché composto da quattro brani (ognuno accompagnato da un videoclip) dedicati rispettivamente alle ossessioni, al sentirsi estraniati dagli altri, alla frustrazione di «tenersi dentro pensieri e parole», al sollievo dopo le difficoltà.


Il titolo del brano è infatti “Il silenzio danneggia” e descrive lo stato d’animo della frustrazione dovuta all’incomunicabilità parlando della “fatica” del silenzio, del non potersi muovere, del non saper ascoltare. Vale la pena pensarci nel tempo in cui smessaggiamo di continuo ma in cui ci sentiamo soli e, come recitano le parole del video, «Non so ancora accogliere le risposte, non so ancora comprendere le risposte».
Il video, per la regia di Margherita Loba Amadio è davvero riuscito.

Al tempo del Covid-19 dice la sua anche Giovanni Lindo Ferretti, che riemerge dal suo “eremo” appenninico per affidare alla melodia di un vecchio brano dei CSI (La lune du Prajou) una sua breve e tagliente riflessione che tocca il tema del tempo.
Il ritornello di questi ultimi giorni è infatti il calendario delle tappe per il dopo lockdown: conto alla rovescia, calcolo probabilistico, una contabilità temporale che misura i giorni in base alle perdite in termini di Pil, contagi o decessi. Il tempo ridotto a calcolo, misura computabile, interesse bancario, scricchiola sotto il peso del tempo dilatato e sospeso della quarantena. Cambia la percezione del tempo, ma siamo disposti ad accoglierlo in modo differente? A coglierlo nel ritmo del sole e della luna, nel movimento delle ombre sul muro della casa di fronte, in quella realtà interiore, evidente e chiara a tutti che sono io e che qualcuno associa all’anima?


«Non il tempo perduto, il tempo ritrovato,  - recita Ferretti - un tempo sconosciuto, stagnante nel regno dell’accelerazione, irrompe in streaming senza consolazione. Connessi tracciabili asettici, comunichiamo solitudini moleste e sovraesposte».

Ma Ferretti parla anche di un altro tempo: il tempo della liturgia, il tempo nel tempo quotidiano che rimanda a quello della salvezza.

Verrà il momento in cui oltre la fase 2, torneremo alla normalità, a popolare strade e piazza di paesi e città. E quanto prima ci sembrava del tutto scontato e banale apparirà (chissà per quanto) qualcosa di irreale. Almeno quanto la città irreale (Unreal city) descritta dal folksinger M. Ward nel suo ultimo album “Migrant stories” (2020). Tutto ispirato a storie di migrazione, il suo disco contiene questo brano trasognato che accompagna un bel video in stile nouvelle vague. Nel video c’è infatti una città sognata in cui farsi trascinare dal desiderio di ballare per strada. «Tutta la mia vita, il mio cuore in cerca di cosa, di quando ..chi può mettere in fila le parole?».


«Il video – spiega lo stesso Ward - racconta quando scopri la gioia e la meraviglia nei momenti e nei posti più impensati». Protagonista è l’attrice e modella francese Clémence Poésy che per le strade di Parigi (si intravede anche Notre Dame danneggiata dopo l'incendio) passeggia e balla. «E così, come ovunque il sole colpisce il marciapiede/ ovunque ci sono piedi per strada/ mi sento al massimo in quel momento/ Ho trovato la pace nella Città irreale».

Il finale corale è per noi liberatorio, come traduzione visiva di quanto dice il salmo 30: «hai mutato il mio lamento in danza». Un augurio per tutti purché la città, per noi sia pienamente reale.

venerdì 26 aprile 2019

Vivere da risorti

Scoccata l’ora della Pasqua suona la campanella della ricreazione: i fioretti si sciolgono, si spalmano di nutella le fette di pane, evapora la tensione spirituale, la mortificazione lascia il passo al fermento primaverile. La festa chiede necessariamente una celebrazione integrale, in anima e corpo. Eppure al volgere della sera di Pasqua, sera del dì di festa, la Pasqua chiede ancora di essere celebrata. L’ottava di Pasqua prolunga di una settimana la memoria dell’evento che ha cambiato la storia, ma che forse attende ancora di cambiare il nostro cuore.

E non c’è solo l’ottava, ma un tempo di Pasqua che si prolunga per cinquanta giorni fino alla Pentecoste. Se i quaranta giorni della Quaresima sembrano un’eternità, i cinquanta giorni del tempo pasquale filano via senza colpo ferire. Vivere la Quaresima è tutto sommato più facile, forse perché ci sentiamo più protagonisti: noi con le nostre colpe, i nostri guai, le nostre ferite e fratture interiori; noi con i nostri buoni propositi e le nostre piccole e grandi mortificazioni. Certamente e sinceramente di fronte al Signore, chiamati a meditare la sua passione e individuare la nostra pista di conversione. Ma il tempo pasquale ci ripresenta il primato di Dio, il suo protagonismo nella nostra vita, la sua presenza dentro e attorno a noi, nella Chiesa pellegrinante e in quella celeste.
 

Il tempo di Pasqua ci parla della forza dirompente della resurrezione di Cristo nelle passioni della storia, dell’azione dello Spirito nella vita dei credenti. Papa Francesco ci ha messo in guardia: «Ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua» (Evangelii Gaudium, 6), perché in fondo la Pasqua è più “difficile”, tutta divina; la vita da risorti è principalmente opera dello Spirito Santo in noi. Ma quanto è difficile vivere da risorti! Il tempo del miserere ci torna meglio del tempo dell'alleluia. Una fatica condivisa anche dai discepoli, perché non c’è racconto della resurrezione in cui non ondeggino tra paura e incredulità, delusione o incomprensione. C'è bisogno dello Spirito Santo per arrivare a dire, con Paolo «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Gal 2,20).

Alla sera del giorno di Pasqua, come alla sera di ogni giorno da cristiano, può insinuarsi la sensazione che le tenebre inghiottano di nuovo l’esistenza. L’ora della sera, “the blue hour” (l’ora blu, dicono gli inglesi), in cui il giorno si stempera è il momento in cui tra i grandi sale la malinconia per le cose e le allegrezze del mondo che passano. Per i più piccoli è il momento in cui cala la notte, arriva il buio che inghiotte le cose, anche gli angoli più noti di casa, e monta la paura. 
Come si fa a vivere la Pasqua nell’ora della sera?

Alla creazione la sera e la mattina custodiscono ancora l’inquietudine primordiale per cui tutte le cose possono ripiombare nel disordine, perdersi nuovamente nel caos originario. Ma la genesi recita: «e fu sera e fu mattina»: nello scandirsi del tempo è iniziato qualcosa di nuovo. Alla sera, al momento in cui le tenebre sopravanzano il giorno e la luce - prima tra le creature di Dio-  è già possibile contare l’inizio di un nuovo giorno. Alla notte succede la mattina, in cui la luce torna a riportare ordine e tutto riprende il nome di cosmo perché d’ora in poi non ci sarà più confusione di elementi, come quando «la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso» (Gn 1,2).


«The blue hour» è anche il nome di un recente album degli Suede, storica rock band britannica, che continua a sfornare dischi degni di nota. L’ora blu di cui si parla, a detta della band, è l’ora in cui la preoccupazione per un bambino scomparso si trasforma in angoscia perché cala la notte. L’ora blu è dunque il punto in cui si avverte di smarrire definitivamente la propria infanzia e la propria giovinezza, con il suo carico di gioia e di sogni.

Cosa succede quando tutto è inghiottito dalla luce blu della sera? Un brano dell’album, “life is golden”, accenna una possibile risposta.

«Non sei solo, guarda il cielo e stai tranquillo/ Non sei solo, guarda la luce sei ascoltato/ non sei solo, la tua vita è d’oro (…) non sei solo; quando il mondo riversa in te tutto l’inverno/ non sei solo; sono lì con le parole che usi/ Non sei mai solo; la tua vita è d'oro/ E se non ti ameranno stanotte/ continua a battere le mani per la resurrezione/ Scolpisci il tuo nome nella mia tenera pelle/ Con le tue parole meravigliose/ con le tue, le tue parole meravigliose//».

La vita dei risorti è una vita d’oro. 
Ed è proprio quando cala la sera dei giorni qualunque che si misura la tua vita da risorto. È la vita da risorto che conduce il cristiano attraverso le tenebre del mondo, che fa attraversare ai cristiani della prima ora come di oggi, la persecuzione e l’ostilità del mondo. Lo si vede nei santi e nei martiri di ogni tempo nei quali la vita divina trasforma l’esistenza per farla brillare di una luce e di una vita che mai si spegne.

La vita dei risorti è la vita redenta e ricreata che la Quaresima ti invita a cercare e accogliere da Cristo risorto. Proprio quella che ti ha consegnato il battesimo e che forse non ti sei ancora accorto di custodire.


Il video che accompagna “life is golden” è stato girato presso Chernobyl. Descrive con grande suggestione come dopo trentanni (il 26 aprile ricorrevano 33 anni esatti), nonostante le conseguenze del disastro nucleare, la natura si sia lentamente riappropriata di ogni cosa, riconquistando centimetro dopo centimetro gli spazi deserti di una città fantasma. Il video, girato nella città di Pripyat, presso Chernobyl «non intende raccontare la tragedia del disastro accaduto tanti anni fa –precisano gli Suede-, ma parla della forza inarrestabile della vita che si è ripresa il desolato paesaggio lasciato dagli esseri umani. Ci è sembrato meravigliosamente calzante per adattare la canzone al cemento incrinato, ormai tutto conquistato da imponenti alberi d'oro».  

In effetti non c’è disastro che da “risorto” tu possa attraversare come prima. Non c’è passato o tristezza che possa trattenerti. «D’altra parte, - ci ricorda Papa Francesco nella sua Christus vivit- Gesù è risorto e vuole farci partecipare alla novità della sua risurrezione. Egli è la vera giovinezza di un mondo invecchiato ed è anche la giovinezza di un universo che attende con «le doglie del parto» (Rm 8,22) di essere rivestito della sua luce e della sua vita. Vicino a Lui possiamo bere dalla vera sorgente, che mantiene vivi i nostri sogni, i nostri progetti, i nostri grandi ideali, e che ci lancia nell’annuncio della vita che vale la pena vivere».

domenica 2 dicembre 2018

C'è vita sulla terra? I domenica di Avvento

C'è vita sulla terra?
Le catastrofi preannunciate da Gesù lasciano sempre inquieti se non dubbiosi. Non ci sembrano coerenti con l'immagine che ce ne siamo fatta; lui sempre buono, misericordioso, paziente..se non proprio amicone, almeno compagnone, visto che del Vangelo ci ricordiamo sempre meglio i suoi momenti a tavola e i suoi prodigi col pane e col vino.
Che poi -verrebbe dire- non abbiamo ancora ben capito che ci azzecchi questa rivoluzione celeste e terrestre con il Natale che tintinna alle porte.
«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte».
Il mondo come lo conosciamo -ci viene suggerito-, finirà, la storia girerà pagina. Ma la gente morirà addirittura per la paura, erosa, sgretolata dell'angoscia. Angoscia di che?
E poi, prima e accanto alla paura, ubriachezza, dissipazione, preoccupazioni quotidiane, agitazioni che si portano dentro le esigenze biologiche (mangiare, bere & co..).
«Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con potenza e gloria grande.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina»
A ben guardare l'impressione è che di fronte al Signore che viene il problema sia proprio nel fatto che il Signore viene. Se, come ci insegnano, l'apocalittica non parla tanto del futuro ma ci aiuta a leggere il presente, sconvolgimenti e cataclismi, paure e sgomento generale preoccupano soprattutto chi del mondo vecchio non può proprio farne a meno, perché ci si è aggrappato con le unghie e coi denti.
Per qualcuno forse, l'apocalisse è già arrivata. Il mondo desolato, moribondo e transeunte è quello di chi ha solo un cielo atmosferico, di chi non ha più un altro Cielo o neppure lo attende, e vive come se non ci fosse.
Non viviamo già da morti se schiavi o tirati dentro un sistema che ci distrae fino all'ultimo giorno?
Vivere per mangiare o consumare roba, affetti, desideri ti butta dentro la ruota della finitudine che stritola.
«In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia; egli eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra».
E allora la liturgia ci parla di in germoglio. Germoglio che arriva in mezzo alle prove e alla desolazione. È germoglio che viene a visitarci, scruta le nostre miserie, misura la povertà del nostro abbarbicamento alle cose del mondo.
Vi siete mai sentiti scrutati dal germoglio?
Contemplati dalla presenza discreta, umile, silente di Dio;
che vede e cerca, e mentre contempla ama, ha misericordia. Basterebbe accorgersi di questo piccolo e desto germoglio per alzare il capo e risollevarsi.

Lo racconta un bel video (Jon Hopkins, Feel First Life, 2018), che gioca sapientemente sullo scenario post apocalittico e fa seguire i movimenti di uno strano seme animato, che rotola rotola tra le desolazioni di un mondo finito, entra nei panni di un astronauta per esplorare un pianeta fattosi deserto. C'è vita sulla terra?
Il finale del video è molto suggestivo..e già Natalizio.
«State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso».
C'è vita sulla terra? E tu quando ti decidi a vivere? Quando vivrai per la vita e non per la morte?

martedì 13 novembre 2018

Ecco quanto è bello che i fratelli vivano insieme!




In Seminario …è tempo di festa


È proprio con i sentimenti suggeriti dal salmo 132 che la comunità del Seminario Diocesano di Pistoia ha celebrato sabato 10 novembre la festa di San Leone Magno, papa e dottore della Chiesa, patrono del Seminario.


Il Seminario Vescovile, detto appunto “Leoniano”, dal nome del vescovo Leone Strozzi, il quale lo istituì nel lontano 1693, ha individuato nella memoria liturgica di San Leone Magno (che in seminario si celebra col grado di solennità) la ricorrenza annuale in cui celebrare la festa della Comunità in stretta unione con il vescovo, con il presbiterio della diocesi e con tutti coloro che vivono nel Seminario.


I festeggiamenti sono iniziati la sera di venerdì 9 con il canto dei Primi Vespri, per proseguire al mattino del sabato con le lodi mattutine e la santa messa presieduta dal Rettore don Ugo Feraci.

Alle ore 11.00 i seminaristi hanno accolto nella cappella di Santa Chiara il vescovo Fausto ed i  presbiteri convenuti per un momento di preghiera liturgica con la celebrazione dell’Ufficio delle letture che si è concluso con il canto del Te Deum.

Ascoltare i nostri preti, giovani ed anziani, italiani e stranieri, uniti ad una sola voce nel canto dei salmi, ha portato alla mente la bellezza del pregare insieme con un cuor solo e un’anima sola. Al tempo della preghiera è seguito un momento di fraternità in aula magna.
Dopo il saluto di mons. vescovo e del rettore don Ugo, il quale ha presentato al clero la Comunità ed i suoi membri, i seminaristi si sono presentati personalmente, proiettando un video sulla giornata tipo in seminario e poi  hanno interagito con i sacerdoti con un simpatico quiz «seminaristi di ieri - preti di oggi», mostrando loro una selezione di foto di varie epoche della vita del Seminario ed invitandoli a riconoscersi nelle foto o a riconoscere i propri compagni e confratelli.

A seguire è stato proposto un momento scherzoso in cui il Regolamento del Seminario del 1956, ritrovato in archivio, è stato commentato con alcune immagini della vita dei seminaristi di oggi; è stato anche lo spunto per  alcuni preti, giovani e meno giovani, per raccontare aneddoti della loro esperienza seminaristica e per ascoltare alcune testimonianze di due pilastri del seminario pistoiese: mons. Aldo Magnarelli, vice rettore  per molti anni e mons. Cesare Tognelli, per ben 25 anni Rettore, che hanno raccontato la loro esperienza di studenti e poi di formatori.

E siccome, come dice il proverbio: tutti i salmi finiscono in gloria… un pranzo fraterno e allegro preparato dalle nostre impareggiabili cuoche ha concluso i festeggiamenti.

La Comunità del Seminario

sabato 20 dicembre 2014

Natale Inquieto | Quarta Domenica di Avvento 2014

Tutte le foto sono di 

Alfred Stieglitz (1864–1946)  
È facile incappare in situazioni imbarazzanti quando, sull’autobus o sulla metro, o soltanto camminando per strada, lo sguardo di chi stai osservando si incrocia con il tuo. La reazione immediata, fulminata con gli occhi, suona come un rimprovero e un limpido invito a farsi i fatti propri. Per fortuna esistono anche tipi più timidi che distolgono lo sguardo immediatamente, volgendosi distratti ad un punto indistinto per terra o in un angolo. Poi gli occhi si incrociano nuovamente, ma soltanto per controllare che l’altro abbia finalmente distolto l’attenzione. Altri, con la testa alta e l’espressione salda sul volto, sembrano non temere niente e nessuno o almeno vogliono farlo intendere. Altri ancora sono del tutto refrattari ad ogni contatto, persi tra sé, come gli alcolizzati di strada o certi senza fissa dimora che afferrano con un guizzo inatteso l’attenzione di chi passa per lanciare strali o messaggi confusi. Soltanto i bambini sanno rispondere senza problemi ad uno sguardo contemplativo: scrutano attenti e incuriositi e se poi riconoscono un sorriso con un sorriso rispondono, si rimpiattano dietro la spalla della mamma o del babbo per sbirciare subito dopo come in un gioco. 
I seminaristi, generalmente, sanno evitare certi sguardi. Ma a loro, oggi e da preti, capiterà di volgere lo sguardo in profondità sulle realtà degli uomini. Dal benestante al più misero, dal più giovane al più anziano, dal corrotto al redento. Misuravamo con G. questo dato di fatto, entrambi catapultati da contesti diversi e tutto sommato più omogenei, pensando, tra qualche scambio di battute, alla posizione singolare e del tutto trasversale del sacerdote nella società.
C’era un «mistero avvolto nel silenzio per secoli» che Dio ha rivelato. La maestosa chiusura della Lettera ai Romani proposta per quest’ultima domenica di Avvento lo attesta solennemente: il silenzio è stato rotto e la rivelazione è il Vangelo che annuncia Gesù Cristo. Ci sono, però, altri e numerosi, anzi, incalcolabili misteri avvolti nel silenzio per secoli. Sono misteri custoditi da Dio fin dall’eternità che trovano forma e vita negli uomini di ogni tempo. Misteri che soltanto Dio conosce pienamente, ma che suggerisce ai contemplativi, agli uomini di fede e lascia intravedere a quelli di buona volontà. Che poi non si tratti soltanto di una pia divagazione lo confermano i Vangeli, dove gli incontri e i dialoghi di Gesù sono quasi sempre avviati dal suo sguardo sugli uomini e sulle situazioni (‘e vedendo’, ‘vide’, ‘lo guardò’, ‘fissatolo’…). 
Papa Francesco, invita spesso a coltivare lo sguardo di chi ama e vede con gli occhi di Dio. È uno sguardo che avvia il discernimento pastorale ed è appello alla decisione: «la Chiesa ha bisogno di uno sguardo di vicinanza per contemplare, commuoversi e fermarsi davanti all’altro tutte le volte che sia necessario». La città, prosegue il papa nell’esortazione Evangelii Gaudium, è uno dei luoghi privilegiati in cui esercitare questo sguardo, perché la città è la cifra di un’umanità variegata e complessa, diversamente in attesa. «Abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze … Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata».

Anche questa quarta Domenica di Avvento si concentra su uno sguardo, o meglio, su uno scambio di sguardi: «Entrando da lei, disse: “Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te”. A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo».
Da uno sguardo inaspettato, sale un’inquietudine. Uno sguardo interrompe lo scorrere libero dei pensieri e le cose tutt’intorno acquistano una diversa prospettiva. Sale l’inquietudine e brancola attorno al richiamo suscitato da un altro. La vita spirituale è continuamente intrecciata di questi momenti. Scorriamo la Bibbia e d’un tratto il Signore getta un’occhiata inaspettata su di noi. Preghiamo o ci accostiamo a qualcuno: pensieri e parole inattese puntano inaspettatamente dritto su di noi. Monta l’inquietudine e dentro di noi scopriamo un mistero, quello della nostra vocazione. Vocazione che ci supera ed è la radice più profonda e più vera della nostra identità. Qualcosa del genere succede al re Davide nel racconto della prima Lettura di questa Domenica. I suo progetti, per quanto devoti, sono umanamente limitati, ma nascono anch’essi da un’inquietudine: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda». Eppure Dio supera i suoi proponimenti e li ribalta. Dio è più grande dell’uomo: sarà Lui a dare una casa a Davide, a compiere il mistero della sua identità la quale non si esaurisce - come per ognuno di noi – con la sua mera esistenza. « il Signore ti annuncia che farà a te una casa. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio».
Dio vede molto più in là: ci guarda con gli occhi dell’eterno. 

Rainer Maria Rilke, ripercorrendo il vangelo di questa Domenica, ha costruito sullo scambio di sguardi tra la Vergine e l’angelo una stupenda poesia. Eccola: 

Non perché un angelo entrò (sappilo questo),
si spaventò. Non più di altri quando
un raggio di sole o la luna a notte
va esplorando nella loro stanza
sobbalzano -, così non si stupì
per il sembiante in cui andava un angelo;
immaginava appena come agli angeli
quaggiù il soggiorno sia arduo. (O se sapessimo
come era pura. Non si è mai una cerva,
che giacendo nel bosco la adocchiasse,
perduta in lei, così da generare,
senza contatto col maschio, l’unicorno,
l’animale di luce, l’animale puro -).
Non perché entrò ma perché tanto vicino
accostò su di lei l’angelo un volto
di giovinetto; così che il suo sguardo e quello
che lei sollevò furono un battito
come se fuori tutto, a un tratto, fosse vuoto
e l’affanno di milioni, il guardare, l’andare,
tutto fosse penetrato in loro; solo lei e lui,
lo sguardo e chi è guardato, l’occhio e la sua delizia,
in nessun altro luogo se non qui-: vedi
è questo che sgomenta. E fu sgomento a entrambi.

Poi intonò l’angelo la sua melodia.
(Annunciazione di Maria, da Vita di Maria, 1912)

Da questo incanto contemplativo sono condotto alle parole di un inquieto brano musicale dalle singolare qualità contemplative. I Mutual Benefit, nome dietro al quale si cela un collettivo guidato dal texano Jordan Lee, ha descritto in musica l’incanto di uno sguardo in un brano dal titolo sibillino: Advanced Falconry (dall’album Love’s Crushing Diamond, 2013). Il testo, in realtà, sembrerebbe tradire, stando almeno alle simpatie di chi lo ha scritto, riferimenti alla contemplazione orientale. Le parole e la musica, però, le possiamo prendere così come sono, accompagnate oltretutto, da un interessante videoclip che ha strane affinità con una vanitas barocca, un’allusione cioè alla caducità della vita, ma anche al suo superamento. Il video, infatti, compone e scompone lentamente una foto di famiglia in un giardino autunnale, in un trascolorare di generazione in generazione, di identità in identità, di mistero in mistero.



And oh the way she moves
always on the run
and to look into her eyes
will make a fool of anyone
and she talks softly
sees through me
says something
I can't hear it
but I won't forget
the way she flies
oh to stare into the void
and see a friendly face
and find meaning in a word
in a moment of rare grace..
e..il modo in cui si muove
sempre in movimento
e guardare nei suoi occhi
manderebbe fuori di testa chiunque
parla delicatamente
vede attraverso me
dice qualcosa
che non riesco a percepire
ma non dimenticherò
il modo in cui si libra
oh…fissare nel vuoto
e scorgere un volto amico
e trovare il senso in una parola
in un raro momento di grazia..


È un «raro momento di grazia» anche, anzi, soprattutto quello in cui il Signore accompagna il suo sguardo ad una parola. Dio manifesta il suo sguardo sulla nostra vita …e poi? L’inquietudine resta sospesa tra lo stupore e l’attesa di ciò che accadrà. A cosa rimanda un simile accadimento? Nulla si perde nella mente di Dio. Il nostro mistero personale, «mistero avvolto nel silenzio per secoli» è oggi compreso in quello, ormai manifesto di Cristo. L’inquietudine dello sguardo inatteso può destare interrogativi pressanti sulla propria identità e sulla propria vocazione. Valga anche per noi, come augurio per l’Avvento e il nuovo anno, la risposta di Maria: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».