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venerdì 14 gennaio 2022

Alla ricerca di quel che abbiamo smarrito

Seconda domenica del Tempo ordinario (Gv 2,1-11)

C'è dentro un po' tutto il disagio di questi anni di pandemia. Tra lockdown severi e quarantene, smarrimenti globali e ansie personali. La vita rotola dal salotto alla camera da letto, dal bagno alla cucina, prigioniera di un'alienazione che sembra svuotare di senso e densità ogni cosa. 

Il video si intitola Gennaio (January) e accompagna l'ultimo disco dei Postcards, gruppo libanese che suona un dream pop di rango in lingua inglese, decisamente fuori contesto. Accompagnano il video parole che sgomentano: 

Boats at our window / parked on our street / we live in water / caught in a stream / (Barche alle nostre finestre / parcheggiate nelle nostre strade / viviamo nell'acqua / portati dalla corrente). C'è il senso del naufragio e di una forzata passività che costringe a restare in balia di fenomeni più grandi e ingovernabili. 


«I’ve seen the future / it’s all the same»  (Ho visto il futuro / è tutto uguale). Un tempo uguale a se stesso che assomiglia al tempo vuoto di cui ci siamo lamentati durante il lockdown e che dopo due anni di pandemia sembra più che altro svuotato. Gennaio, l'inizio del nuovo anno, sembra già scontrarsi con la consapevolezza drammatica di chi non ha più nulla da aspettarsi. Un'amara costatazione che senti raccontare, qua e là, da chi, anche più giovane, è rimasto schiacciato dall'isolamento e dalle sottrazioni della pandemia, privato perfino delle passioni tristi. Cosa hanno visto gli occhi inquadrati nel video tra il suo inizio e la fine?

Il tempo vuoto lo colma soltanto, nelle parole del pezzo, un dolore che invade ogni cosa, raggiungendo le profondità nascoste dietro lo sguardo della lunga zoomata nel video. «Grief to grow old with / grief as an end / grief as a neighbor / grief as a friend» (Dolore con cui invecchiare / dolore come una fine / dolore come vicino di casa / dolore come un amico). 

Dentro il brano dei Postcards e attraverso l'intero album ritorna - come dichiarano gli stessi membri - il dramma di una nazione allo sbando e la tragedia del porto di Beirut, sventrato da un'esplosione terrificante l'agosto del 2020. 

«Non hanno più vino» segnala Maria a Gesù durante le nozze di Cana. Le giare sono vuote. O svuotate. Chissà. Resta il fatto che quel vino racconta di una gioia smarrita, di nozze che rischiano di smarrire il senso della festa. L'occhio di Maria ha saputo cogliere subito il problema. 

Gesù non farà mancare il vino. Ce ne sarà in sovrabbondanza, e di ottima qualità. Il segreto della festa è lui che lo dona. Così nella manifestazione di Cana c'è anche il segno di un tempo differente, che corre verso un'ora decisiva, in cui la grazia si manifesta, dove parole e gesti diventano segni. L'acqua dello smarrimento si trasforma nel vino della festa ritrovata. Un'esperienza che permette di riprendere il mare e puntare al largo: «e i suoi discepoli credettero in lui».

Non dimentichiamocelo in questo nuovo gennaio di pandemia. 

domenica 13 dicembre 2020

Segnali nella notte


«Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce». E questo fa pensare che il Vangelo di oggi si capisca meglio nelle tenebre. «In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete». «Ecco, guardi priore, questo è proprio per me. È quello che vivo io». Lo ripete con il capo basso, seduto sulla panca in fondo alla chiesa. Con lo sguardo perso non so bene dove. Rintanato nel piumino con ai piedi le pantofole e per pantaloni il pigiama. Un’anima smarrita, per una vita di ferite ed errori che si avvolgono su se stessi. Ma io devo parlare della gioia, perché questa è la domenica Gaudete, nella quale la liturgia ci invita a rallegrarci, e poi c’è il rosa, che non è viola e c’è il Natale che si avvicina e  infatti c’è anche il presepe. E poi penso all’uggia che posso fare con questi discorsi, e all’uggia che mi facevano i predicatori di gioia dalla faccia triste. E un po’ anche a quella che posso avere io qualche volta. Però a guardarmi intorno la gioia non è facile rintracciarla, perché la chiesa è semi vuota e ci piove dentro e c’è un freddo che tiro via a finire prima che mi si ghiaccino i piedi. 

«Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa». Così dice di sé il Battista, dopo che per tre volte ha fatto sapere quello che non è. Non il Cristo, non Elia, non un profeta. Un’identità che si capisce per via di negazione. Soltanto sfrondando ogni incrostazione, rimuovendo ogni maschera e proiezione si capisce il Battista e il Battista capisce se stesso. 

Ho l’impressione che lo stesso sia chiesto pure a noi. Perché appaia la reale misura della nostra identità occorre stare sulla soglia di una verità paradossale, quella dell’umana miseria e di un’attesa infinita, quella di una fragilità ontologica e del desiderio di una nuova vita, quella della consapevolezza di accrescere l’entropia e di essere, allo stesso tempo, spazio d’azione della grazia. Allo stesso modo per essere veri testimoni, autentici "ripetitori" del Vangelo, occorre togliere ogni realtà che disturbi la frequenza. Lo sperimentiamo con forza in questi mesi di paure ataviche e isolamento. È proprio nelle tenebre dell'anno di grazia 2020 che deve arrivare la luce, risuonare la voce e avvicinarsi il Natale. 

Su queste corde batte la poetica della soglia che attraversa Orphée, l’ultimo disco di Johann Johannsson, compositore islandese scomparso prematuramente due anni fa a 48 anni. Di soglia si parla per via del mito di Orfeo, che con la sua musica è capace di riportare in vita l’amata Euridice, per poi perderla di nuovo, ma imprimendo nella storia del pensiero la potenza fascinante delle arti e in particolare della musica. Lo ammetteva lo stesso Johannsson, spiegando che Orphée «ha a che fare con le soglie – tra mondi, tra luce e tenebra, tra estremi». È la soglia evocata nel video “Song for Europa”, dove la soglia attraversata da Orfeo si trasforma in «quella che passava attraverso due mondi e due ideologie (…). Dopo pochi decenni di relativa calma — spiegava Johansonn — sembra che l’Europa lentamente torni a separarsi e che stiamo entrando in tempi turbolenti o almeno sulla soglia di qualche cambiamento più grande». 


https://youtu.be/dCWbVxfkoKg

Nel videoclip, ambientato in un ambiguo passato che richiama alla mente gli anni della guerra fredda e il muro di Berlino, un’antenna radio lancia segnali che attraversano lo spazio in luminose onde sonore. Dall’abisso di lontananze indefinite affiorano segnali in codice, numeri pronunciati in tedesco, messaggi criptati da imprecisate emittenti radio. Voci capaci di spalancare inedite suggestioni, ma anche di arrivare lontano, oltre le barriere del tempo e dello spazio, oltre i muri degli uomini e le difese dell’anima. Un segnale che arriva. Una luce che raggiunge. Si spalanca un mondo che apre un orizzonte ancora da decifrare.

Un messaggio di speranza che chiede di tendere l'orecchio, ma che passa ogni distanza. Ci ripenso e ripenso alle tenebre e alla domenica della gioia. Finché non mi arriva il disegno che ha fatto S., dove si vede la sacra famiglia raccolta attorno a un neonato Gesù bambino. Sotto c’è una frase che nella sua semplicità fa lasciare ogni esitazione: «Giuseppe e Maria sono felici di Gesù». 

sabato 13 ottobre 2012

50 anni dopo. Una fiaccolata in Piazza San Pietro con papa Benedetto.


Si chiama Joseph, ma non fa il papa. Anzi, si direbbe che un po’ ce l’abbia pure con lui. Siamo all’indomani del 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II e dell’avvio dell’Anno della Fede. Da bravo seminarista attento alle circostanze del momento presente mi documento sulla storia del Concilio con un libretto comprato per l’occasione. Alla stregua di qualche poeta romantico affacciato su mari di nebbia e rovine gotiche in cerca di ispirazione mi sistemo bel bello in Piazza San Pietro col libro nuovo di pacca. In realtà attendo amici e dissimulo pose situazioniste rincantucciandomi tra le colonne del porticato del Bernini. Ma c’è spazio per poche pagine perché nel frattempo arriva Joseph. Ha l’aspetto di un reduce, uno di quei soldati vestiti di grigio topo dell’esercito di Cecco Beppe. E’ austriaco ma ha sulle spalle il peso di qualche trauma, di una disgrazia capitata in Italia. Vive per strada, ma veste distinto – nonostante i calzoni corti- e con grande dignità. “Questi preti non hanno umanität : basta guardarli”. Ce ne sono più o meno per tutti. Visto il tipo, però, c’è poco da rispondere. “C’erano due uccellini caduti dal nido. Sono passate suore, preti: nessuno si è fermato! Non hanno visto che avevano bisogno di cura? Ho perso due ore per trovare il posto più vicino per farli curare. Poi loro allevano e quando sanno volare lasciano liberi. Questi preti parlano molto dolce, ma non hanno zenzo della realtà”. Con tutta la buona volontà mi accingo a perorare la causa della santa chiesa cattolica. E’ una battaglia persa e la storia di quei due uccellini mi ronza nella testa.


Si chiama Joseph e fa il papa. Il giorno precedente, la sera dell’11 ottobre, si è affacciato sulla piazza colma di gente, per lo più giovani con le candele accese in ricordo della fiaccolata che cinquant’anni fa accompagnò l’apertura del Concilio e ascoltò il celebre ‘discorso alla luna’ di Giovanni XXIII, quello che tutti ricordano per la ‘carezza ai bambini’. Anche il Papa ha sulle spalle il peso di qualche trauma, porta con sé “le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi” per usare il celebre attacco della Gaudium et Spes. Dalla camera dei ricordi è Joseph che parla, a braccio e un po’ commosso : “Cinquant’anni fa, in questo giorno, anche io sono stato qui in Piazza .. Eravamo felici .. e pieni di entusiasmo. Il grande Concilio Ecumenico era inaugurato; eravamo sicuri che doveva venire una nuova primavera della Chiesa”. Dalla camera vaticana è il papa che parla: “In questi cinquant’anni abbiamo imparato ed esperito che il peccato originale esiste e si traduce, sempre di nuovo, in peccati personali, che possono anche divenire strutture del peccato. Abbiamo visto che nel campo del Signore c’è sempre anche la zizzania .. Abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave e qualche volta abbiamo pensato: «il Signore dorme e ci ha dimenticato»”. Parole che gelano la piazza canterina e ammansita dal ricordo del Papa buono. “Il fuoco dello Spirito Santo – prosegue il Papa - il fuoco di Cristo non è un fuoco divoratore, distruttivo; è un fuoco silenzioso, è una piccola fiamma di bontà, di bontà e di verità, che trasforma, dà luce e calore. Abbiamo visto che il Signore non ci dimentica... Cristo vive, è con noi anche oggi, e possiamo essere felici anche oggi perché la sua bontà non si spegne; è forte anche oggi!”.

Possibile che dopo cinquant’anni, dopo il grande sforzo di aggiornamento attuato dal Concilio, dopo la poderosa riflessione sulla Chiesa elaborata in quegli anni lo stesso Papa descriva con parole così drammatiche la Chiesa e le sue vicissitudini? Forse anche di questo c’era bisogno. Per quanti progressi si possano maturare nell’aggiornare strumenti e strutture con essi non intacchiamo l’essenziale. Per quanto numerosi possano essere i giovani che affollano le piazze (che bisogno c’è poi di contarsi sempre?) o i cattolici che si rendono vivaci e presenti in parrocchia o nella rete, non è con i numeri, né con post, né con tag o cinguettii che si misura l’opera dello Spirito. 

Certamente la storia passa per i grandi della gerarchia ed i buoni e influenti teologi, ma gli ingranaggi decisivi si scoprono nei luoghi più impensati, spesso nel grigio e nelle tenebre in cui operano i santi e vivono i più piccoli tra i piccoli. Così, infatti, dove non sarebbe arrivato il Concilio Vaticano I e oltre, è arrivata una povera illetterata dei Pirenei. Poi da Lourdes, passando anche per Lisieux (solo per fare un esempio noto a tutti) il testimone è passato a tre pastorelli di Fatima a cui sono stati consegnati i misteri più gravi del secolo. La grande storia si piega alla preghiera, cede il fianco a ciò che è nascosto ed umile per confondere i potenti ed i sapienti di questo mondo. Così è stato anche nei momenti più bui del secolo come insegnano Edith Stein, Padre Kolbe e François Xavier Van Thuan. Nei piccoli, infatti, Cristo può parlare e rivelarsi con maggiore forza e splendore. Altrimenti occorre spezzarsi, frantumare le proprie sovrastrutture sul legno della croce per tornare come loro e abbandonarsi completamente a Dio. “In un punto decisivo della via cristiana la natura deve andare con Cristo alla morte. La sua crescita rettilinea deve rompersi, la sua visione deve trasformarsi in notte, la sua accurata compiacenza di sé in maltrattamento”. E un passaggio nodale che è garanzia di maturità, che permette di operare quel cambiamento di mentalità per cui non agiamo e pensiamo più come se Dio “fosse alle nostre spalle” e toccasse a noi programmare la via migliore e più feconda, ma “camminiamo in attesa aperta, verso di Lui”. Così diceva Hans Urs Von Balthasar, il grande teologo in Chi è il Cristiano?: un testo acuto e dirompente composto nel 1965, all’indomani della conclusione del Concilio. “Possiamo avvicinarci a Dio solo se, al di la di tutti i nostri propri problemi, rimane in noi lo spazio libero per ciò che la sua volontà ha di inatteso”. E’ una disposizione che passa per una vera e propria ‘espropriazione’. Per la chiesa tale espropriazione, che pure si avvia nelle aperture al mondo segnate dal Concilio, si trasforma in umiliazione. Un’umiliazione che chiede il perdono, così come lo ha ripetutamente formulato Giovanni Paolo II nel suo pontificato e soprattutto in occasione del Giubileo del 2000, ma è un’umiliazione, prosegue il teologo “da cui viene spontaneo il termine vergogna, e non ci si deve sforzare di liberarsene”. E difatti, anche volendo, non è per niente facile liberarsene. Anzi, dalla radice cattiva spuntano sempre nuovi polloni.

Quando nel 2010 volava verso Fatima Benedetto XVI sembrava parlare proprio di questo ai giornalisti che lo incalzavano sul terzo mistero: “anche qui, oltre questa grande visione della sofferenza del Papa, che possiamo in prima istanza riferire a Papa Giovanni Paolo II, sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano ... Il Signore ci ha detto che la Chiesa sarebbe stata sempre sofferente, in modi diversi, fino alla fine del mondo ... la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa ... Con una parola, dobbiamo ri-imparare proprio questo essenziale: la conversione, la preghiera, la penitenza e le virtù teologali. Così rispondiamo, siamo realisti nell’attenderci che sempre il male attacca, attacca dall’interno e dall’esterno, ma che sempre anche le forze del bene sono presenti e che, alla fine, il Signore è più forte del male, e la Madonna per noi è la garanzia visibile, materna della bontà di Dio, che è sempre l’ultima parola nella storia”. E’ una visione della storia e della chiesa che non si recupera sui libri, né si descrive con i numeri o le categorie degli analisti moderni: “la preghiera, la sofferenza, l’obbedienza di fede, la disponibilità (forse non sfruttata), l’umiltà, sfuggono ad ogni statistica”. E’ facile nei bar, come nelle sagrestie ( e perfino nei seminari e/o collegi) smarcarsi dalla vergogna e dall’espropriazione parlando di trame di palazzo, di berrette e partiti interni: “non è possibile – ammonisce ancora il vecchio Balthasar – che il cristiano voglia esigere e stare a guardare come la Chiesa viene espropriata e umiliata, senza veder compiersi questo salutare processo nella sua esistenza”.

50 anni dopo il concilio il Papa invita a tornare sui testi, gli autentici interpreti dei segni dei tempi. Con essi e con la fatica penata per elaborarli, il Concilio si “è preoccupato di far sì che la medesima fede continui ad essere vissuta nell’oggi, continui ad essere una fede viva in un mondo in cambiamento”. Le oscurità e le fatiche non verranno mai meno e sono il banco di prova dei nostri entusiasmi apostolici. Anche i santi più ardenti e coraggiosi ci si sono scontrati. San Giovanni Battista proclamava con parole di fuoco che il Messia era vicino: “Già la scure è posta alla radice degli alberi”! Ma poi, in attesa del supplizio, mandò dalla sua cella i discepoli a chiedere conferma. San Francesco Saverio, il grande evangelizzatore dell’Oriente, si diceva pronto a dare la vita per Cristo e la Chiesa così come dice il Vangelo: “chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà”. Però, come scrive in una lettera “quantunque il latino e il significato in genere di queste parole del Signore sia facile da intendere”, quando la situazione precipita davvero “tutto si fa così buio che il latino, pur essendo tanto chiaro, comincia ad offuscarsi, e in tal caso mi sembra che lo possa intendere solo colui al quale, per dotto che sia, Dio Nostro Signore lo vuole palesare in momenti particolari e per la Sua infinita misericordia”. Non a tutti il Signore chiede prove così esigenti, ma a tutti chiede il salto della fede. E’ un salto difficile, ma che apre alla speranza e alla gioia, perché, dice il Papa, “la fede vissuta apre il cuore alla Grazia di Dio che libera dal pessimismo”. “Cristiano – chiosa, invece von Balthasar – è l’uomo che vive di fede, che cioè ha regolato tutta la sua esistenza sull’unica possibilità apertagli da Gesù Cristo, il figlio di Dio, obbediente per noi tutti fino alla croce: quella di partecipare al sì obbediente, che redime il mondo, detto da Dio”. E se attorno alla Chiesa gravita il male, proprio la  feconda riflessione del Concilio ci ha dischiuso una prospettiva ricchissima sulla chiesa come mistero, comunione fra gli uomini e fra il cielo e la terra, chiesa come popolo chiamato universalmente alla santità, orientato, nella storia, sulla via della salvezza.

Sui marciapiedi della cronaca, invece, più precisamente quelli intorno a San Pietro, incrocio una signora devota. Lei, vedova con molti figli, torna dalla preghiera in chiesa. “Eh..sono vecchia, sa? ottantun’anni!”. E’ l’esordio tipico di chi vuole attaccare bottone e infatti la signora sorride prosegue e racconta: “Io abito qua vicino..ma sa che dalla terrazza vedevo papa Giovanni Paolo?”. Provo a dribblarla, ma lei insiste e mi dice di averlo sempre visto pregare, lui solo che camminava con il breviario in mano su una terrazza. Un papa, dunque, dei giorni feriali e dei momenti qualunque che diventa maestro di preghiera. Sono curiose le vie dello Spirito, ma passano quasi sempre per la carne e le parole degli uomini. Il cristiano che tiene Cristo davanti a sé non può fare a meno di correre incontro e insieme al fratello. “Tuttavia – e per l’ultima volta cito lo scritto di von Balthasar- dentro il fratello che incontra egli scorge il Figlio dell’uomo che per lui è morto e per lui interpone l’intercessione presso il Padre. Egli lo scorge dietro ognuno, dietro il mondo intero. Di ciò si nutra la sua speranza. .. la speranza dei cristiani non corre via dalla storia, ma lungo la storia corre verso la fine”.

Gli occhi di Joseph – quello che non fa il papa - pur nella maestosità della piazza berniniana, hanno saputo scorgere due uccellini caduti dal nido. Con il suo accento tedesco prosegue la sua requisitoria ora guardando dritto davanti a sé, come per concentrarsi o rammaricarsi di come stanno le cose, poi, di tanto in tanto, volgendo lo sguardo indietro ad una borsa che tiene accanto ai suoi piedi. “Chissà cosa ci tiene? Magari i pochi spiccioli o qualche vestito..”. Ma poi, quando si alza per salutarmi scorgo che nella borsa è avvolto un cucciolo: un cagnolino nero mezzo addormentato. Joseph lo accarezza con una tenerezza infinita che stride con gli accenti polemici di qualche minuto primo. “Si chiama Stella. E’ molto, molto tenera”. La tenerezza è un linguaggio universale, anche gli uomini più duri e arrabbiati finiscono per cedere di fronte ad un gesto di tenerezza. Anche gli animali sono sensibili alla tenerezza e perfino le bestie più temibili cedono di fronte alle coccole. Forse è per questo che quelle parole di cinquant’anni fa sono rimaste nella storia e nei cuori di tutti: “portate una carezza ai vostri bambini..”. Da chi custodisce la tenerezza ed ha occhi per le cose minime si può molto sperare.


Il mio libro sulla storia del concilio ha perso un po’ di interesse. Confesso che volevo saperne di più su contrasti tra tradizionalisti e progressisti, conoscerne i nomi, le svolte e le battute di arresto. C’è molto da leggere su questo. Ma che almeno tutto sia propedeutico a leggere il mondo e gli uomini. E per questo ci vuole la vista fine che allenano soprattutto la preghiera e l’amore. Così, nell’intreccio tra luce e tenebre proprio della storia i piccoli hanno un ruolo privilegiato. A loro, in modo particolare, papa Giovanni affidò la preghiera per il concilio: ai bambini “la cui innocenza e le cui preghiere a nessuno sfugge quanto valgano presso Dio, sia gli ammalati e i sofferenti, persuasi che i loro dolori e la loro vita, assai simile ad una immolazione, in virtù della Croce di Cristo si tramutano in una valida supplica, in salvezza, in fonte di vita più santa per la Chiesa intera”. Messe da parte le ri-letture, nuove attraenti letture ci aspettano.

Il Joseph papa, affacciato dalla finestra, si sarà pure sentito in obbligo di citare il beato predecessore. Ma in effetti, non poteva che concludere così: «Andate a casa, date un bacio ai bambini e dite che è del Papa».

sabato 17 marzo 2012

Parole per la Quaresima | CREDERE

NICODEMO
Le  parole e i gesti nel tempio ti avevano impressionato. Eri un colto israelita, pio e autorevole e quella notte hai cercato Gesù. Nei suo segni avevi intuito l’opera di Dio, ma la tua comprensione rimaneva lontana, tutto era ancora opaco e la parola muta. Quella notte Gesù continuò a stupirti. Toccava corde profonde ma infittiva il mistero. Hai scoperto che anche le parole del “maestro buono” possono ferire. «Tu sei maestro d'Israele e non sai queste cose?». Quelle parole ti hanno fatto male? Ti sono rimaste inchiodate nella memoria. Sei arrossito, forse balbettavi, ma Lui è andato oltre. I sapienti non arrivano sempre primi.


«Tu sei maestro d'Israele e non sai queste cose?». Immagino che sarai tornato sui rotoli, a quel brano della Legge dove si parla dello strano serpente di bronzo che Mosè aveva applicato al bastone. Un serpente prodigioso che guariva dal veleno e salvava dalla morte. Cosa intendeva Gesù?
Spesso la Parola lascia interdetti. D’altronde è sufficiente la vita per lasciare aperti, e con sgomento, tanti interrogativi. Quella notte nel tuo cuore la curiosità (e lo stupore?) combatteva con la paura  della condanna e del disprezzo del sinedrio. Forse temevi perfino di smarrire la tua identità. Lui, comunque, l’aveva capito al volo e con il suo sguardo era andato anche oltre.

Caravaggio, Deposizione di Cristo, part., Pinacoteca Vaticana
Soltanto col tempo hai compreso le parole di quella notte. Sul Golgota, sotto la croce, hai scoperto Gesù innalzato. Ti sei accorto d’un tratto che anche il tuo cuore sanguinava con il suo. Dopo averlo visto morire come un brigante, inchiodato al palo, hai ricordato quelle parole. Ecco perché la ferita di quella notte si era improvvisamente riaperta. Non c’era da rincorrere la sapienza degli uomini, neppure da temere il giudizio degli altri, né credere di rimetterci comunque. Bastava amare. Ecco cosa ti chiedeva in quell’incontro. Allora eri rimasto ferito e forse anche un po’ deluso, ma Gesù ti aveva parlato d’amore. “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.” Già allora c’era amore senza misura. Ma tu misuravi le parole.

Soltanto sotto la croce hai compreso che nell’amore si spiegava ogni cosa. Anche la legge e i profeti si aprivano ad una nuova comprensione. Ricordi come si chiudevano i libri sacri? C’era quel finale aperto che parlava dell’amore di Dio : «Il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora..” Quel finale ti indicava la strada e apriva alla speranza, contro ogni speranza. “Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore, suo Dio, sia con lui e salga!”».

Il Padre agisce per amore. Un amore così grande che soltanto il sacrificio del Figlio poteva rivelare. Cosa c’era da sperare in quel momento? Nessun timore di restare schiacciati dalla paura e dal timore della condanna. Ricordasti le sue parole? “Chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio”. Non era il momento di precipitare di nuovo nelle tenebre. Sei tornato sul Golgota portando una mistura di mirra e d'aloe di circa cento libbre. Quel balsamo profumato, abbondante e prezioso, diceva tutto l’amore con cui ti sei finalmente aperto a Gesù. Credere nell’amore: ed era sufficiente. 

sabato 25 febbraio 2012

Parole per la Quaresima | PERSEVERANZA

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».(Mc 1,12-15)

Dopo le indicazioni sulla preghiera e il digiuno del mercoledì delle Ceneri il Vangelo della prima domenica di Quaresima ci presenta il digiuno e la preghiera di Gesù. “Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto” : l’avvio della stringata narrazione di Marco ci avvisa subito che il tempo della prova non è primariamente il tempo di Satana, ma il tempo di Dio. Ci suona strano, ma forse anche la Quaresima non è primariamente il tempo dei nostri digiuni e dei nostri fioretti, ma tempo di grazia, di discernimento..di prova. 

Dopo “l’investitura” ufficiale di Gesù come Figlio durante il Battesimo (Mc 1,9-11) le tentazioni mettono subito alla prova l’obbedienza del Figlio. La fermezza con cui Gesù aderisce alla volontà del Padre è il frutto della sua preghiera e l’obiettivo della nostra. Nel Padre Nostro chiediamo a Dio : “sia fatta la tua volontà”; Giovanni ci assicura che “questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta” (1Gv, 5,14).
Le nostre tentazioni, in definitiva,  tentano di scalzare dal cuore la volontà del Padre puntando sulla nostra tiepidezza, sorprendendoci nella prova, confondendo le acque e orientando la mente ed il cuore sulla nostra volontà. La Quaresima è dunque il “deserto” della prova in cui coltivare la perseveranza.

Il seminario non è decisamente un deserto - anche se talvolta non mancano le “bestie selvatiche” ;^) - ma raccogliamo volentieri una preghiera per la perseveranza dei seminaristi.

Santa Caterina da Siena (1347 – 1380),  ha parlato spesso della perseveranza. Questo brano, estratto dalla lettera ad un sacerdote (Pietro di Giovanni Venture da Siena), mi sembra particolarmente illuminante. 
La perseveranza non è il frutto delle nostre qualità ascetiche o della nostra volizione, ma apertura sempre più incondizionata all’amore di Dio:

“«dove posso acquistare questa perseveranzia?». Rispondoti, che tanto serve la persona alla creatura, quanto l'ama, e più no; e tanto manca nel servizio, quanto manca l'amor; tanto ama, quanto si vede amare. Adunque vedi che dal vedersi amare viene l'amore; e l'amore ti fa perseverare. Quanto aprirai l'occhio dell'intelletto a ragguardare il fuoco e l'abisso della inestimabile carità di Dio inverso di te, il quale amore t'ha mostrato col mezzo del Verbo del Figliuolo; tanto sarai costretto dall'amore ad amarlo in verità con tutto il cuore e con tutto l'affetto e con tutte le forze tue, tutto libero schiettamente e puramente, senza niuno rispetto di propria utilità tua. Tu vedi che Dio t'ama per tuo bene, e non per suo; perocch'egli è lo Dio nostro che non ha bisogno di noi: e cosi tu, e ogni Creatura ragionevole, debbi amare Dio per Dio, in quanto egli è somma ed eterna bontà, e non per propria utilità; e il prossimo per lui. Poiché tu hai fatto lo principio, il fondamento nell'affetto della carità, subito il comincia a servire con lo strumento delle virtù. Sicché col lume e coll'amore acquisterai la virtù, e persevererai in essa. Ma avverti che, col vedere te essere amato da Dio, ti conviene vedere la colpa e ingratitudine tua, e aggravare la colpa nel cognoscimento santo di te, acciò tu non ti scordi della virtù piccola della vera umiltà, e acciocché tu non presuma di te, nè cadessi nel proprio piacere.  (...)

   E guarda che tu non ti fidassi di te medesimo; il quale fidare è uno vento sottile di reputazione che esce dall'amore proprio. Perocché subito verresti meno, e volteresti il capo addietro a mirare l'arato. (…) Fuggi, figliuolo, fuggi questo vento sottile del proprio piacere; e vattene, in tutto, nascosto in te medesimo, nel costato di Cristo crocifisso, e ine poni l'intelletto tuo a ragguardare il segreto del cuore. Ine s'accende l'affetto; vedendo ch'egli ha fatta caverna del corpo suo, acciò che tu abbia luogo dove rifuggire dalle mani de' tuoi nemici, e possiti riposare e pacificare la mente tua nell'affetto della tua carità. Ine troverai il cibo; perocché vedi bene che egli ti ha data la carne in cibo, e 'l sangue in beveraggio, arrostita in su la croce al fuoco della carità, e ministrato in su la mensa dell'altare,tutto Dio e tutto Uomo. Dissolvasi oggimai la durezza de' nostri cuori; ammollisi la mente a ricevere la dottrina di Cristo crocifisso.

domenica 18 dicembre 2011

SEGNALAZIONI STONATE 2.0 | 4° Domenica di Avvento | Vangelo: Lc 1, 26-38

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».

Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».

Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Un attimo. Il tempo del timore e dello stupore. L’esitazione di fronte a una parola che supera la nostra comprensione. Il pensiero di Maria è semplice e immediato: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Non c’è il tempo di riflettere a lungo sulle parole dell’angelo che riannodano l’istante di quella apparizione alla storia della salvezza. Le sue parole promettono il prodigio di un bambino che è Figlio dell’Altissimo. Poi, però, la storia si scioglie nella cronaca familiare. L’esempio di Elisabetta è a portata di mano: “nulla è impossibile a Dio..”. “Avvenga per me secondo la tua parola”.

In ogni vocazione si fa un’esperienza simile e ci si affida alla volontà di Dio. Non riusciamo a scorgere nulla aldilà della domanda, ma dentro quel mistero è racchiuso il segreto della nostra esistenza. Come farsi trovare pronti in quel momento? Nessuno, probabilmente, lo è mai stato. Solo Maria, l’Immacolata, seppure inconsapevolmente era pronta. Di fronte alla domanda decisiva tutto il resto trascolora e si confonde: dubbi, insicurezze, fragilità, felicità provvisorie, si perdono (almeno provvisoriamente!) una sull’altra. Occorre solo dire sì. Cosa sarà poi?

Adesso l’Avvento chiede il nostro silenzio. E’ questo il tempo di meditare sulle parole dell’angelo. Sulla promessa racchiusa nella parola che chiama.

Questo e altro (o forse altro e non questo), mi sembra di recuperare nel brano di questa Domenica. Il pezzo “A Sun Shines On Aimée”, chiude l’album d’esordio della promettente cantante svizzera Anna Aaron. 

L’album, “Dogs in Spirit”, mi ha immediatamente impressionato. Molti brani trovano ispirazione in episodi Biblici: dalla storia di Elia, a quella di re David, dal racconto di Sansone e Dalila, a Santa Giovanna, moglie di Cusa, citata nei Vangeli tra le donne al seguito di Gesù. La scrittura di Anna Aaron procede per suggestioni, cifre simboliche e accostamenti talora spiazzanti. Un po’ come la sua voce che raggiunge toni di limpidezza struggente e accenti più oscuri e abrasivi.   

Era come una visione
Era come il cielo sulla superficie dell’acqua
Ero impreparata per questo
Non avevo niente per saperne di più
E Maria piena di grazia
Colma fino all’orlo
a mescolare la tua febbre con i fantasmi
di tutto ciò che ti manca
Ho perduto tutte le idee a parte questa.

Was it like a vision
Was it like the sky upon the waterline
I had nothing for this
I had  not a single thing to know about
And Mary full of grace
Full to the brim
Mingling your fever with the ghosts
Of all that you miss
I’ve lost every image outside of this

sabato 3 dicembre 2011

SEGNALAZIONI STONATE 2.0 | 2° Domenica di Avvento 2011

Anche al malessere ci si può abituare con facilità. La dinamica della noia e del male hanno una circolarità che le autoalimenta. Il corto circuito del male ripresenta passi falsi, malinconie e peccati che sembrano adattarsi perfettamente al ritmo neutro e ripetitivo del nostro tempo quotidiano.
Il tempo liturgico spezza la circolarità perversa del male. C’è un inizio sempre nuovo, disponibile a chi si lascia scuotere dal male. Ed è lì a portata di mano:

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Come sta scritto nel profeta Isaìa:
«Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero:
egli preparerà la tua via.
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri»,
vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.
Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».” (Mc 1, 1-8).

Abili manipolatori di suoni, nonché di parole, i Fiery Furnaces sono encomiabili se non altro per aver registrato un intero disco con la nonna (Rehearsing My Choir, 2005). Questo brano “Benton Harbour Blues” è tratto dall’album “Bitter Tea” del 2006. I due fratelli Friedberger descrivono con efficacia la circolarità senza uscita della tristezza e del peccato, dove chi rimane incastrato nel passato cade nel vuoto e nella noia.

Mentre cerco di riempire tutti i miei giorni vuoti
Mi perdo attraverso il labirinto della mia memoria:
di tutto il mio passato, rimane solo la tristezza

As I try to fill all of my empty days,
I stumble round on through my memory’s maze:
of all my past, only the sadness stays.

Non fa per me riempire il mare con le lacrime,
ma quando ripenso a tutti gli anni sprecati
tutto il buon umore e tutto l’incanto svaniscono

It’s not for me to fill the blue sea with tears,
but when i think back on all the wasted years
all the good cheer and all of the charm disappears.

Del nostro passato può sopravvivere solo la tristezza, ma per tutti i malinconici prigionieri di sé stessi e dei propri errori questa 2° domenica di Avvento propone le parole di Isaia (40, 1-5.9-11):

«Consolate, consolate il mio popolo
– dice il vostro Dio –.
Parlate al cuore di Gerusalemme
e gridatele che la sua tribolazione è compiuta,
la sua colpa è scontata,
perché ha ricevuto dalla mano del Signore
il doppio per tutti i suoi peccati».

giovedì 24 novembre 2011

SEGNALAZIONI STONATE 2.0 | I° Domenica di Avvento 2011

Si può iniziare l’avvento con un Requiem?
E’ tempo di avvento: il Signore viene, il Signore è vicino, dunque: “Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento”.
Un Vangelo così ci mette con le spalle al muro. Ma che vuol dire “vegliare?”
Come si fa a stare attenti? Il brano non dice molto di più sul ritorno del Signore:

«E’ come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

Quando si invecchia o ci si accosta alla morte è più facile comprendere cosa significhi vegliare. Veglia, ad esempio, chi si è preparato tutta la vita all’incontro con il Signore, accogliendolo ogni giorno nei segni con cui si fa presente.
Una volta ho visitato un sacerdote alla fine dei suoi giorni: aveva il sorriso sulle labbra e la luce negli occhi. Era pronto. Aveva vegliato come il servo buono e fedele per tutta la vita nella prosa di ogni giorno. Un altro anziano sacerdote nel momento dell’agonia pregava spezzoni di preghiera, ora in italiano ora in latino. Dal fondo dell’animo, inconsciamente, riaffioravano le preghiere della giovinezza, custodite e recitate per tutta la vita. Anche lui vegliava, anche lui era pronto. 

Anche mia nonna veglia. Non si ferma un istante: sempre al lavoro, sempre a servire, sempre attenta e fedele nella sua semplicità contadina. Perseverante nella sofferenza e nella gioia, nella forza e nella debolezza.


Ha messo insieme tutta la sua gioia quando ha sorriso / ha sofferto tutta la sua gioia quando ha pianto ..
Si è affidato a un potere più alto / ha tenuto stretto il suo potere come un santo graal/ ha messo insieme tutta la sua fede nel successo /ha sofferto tutta la sua fede nel fallimento / Il suo cuore era più forte di una pallottola d’acciaio/ ed è per questo che gli dedico questa canzone / era un brav’uomo e ora non c’è più
  
Sono i versi di M.Ward, talentuoso folk-singer dalla voce un po’ così, che ha realizzato nel corso di un decennio una manciata di album memorabili. Il brano, “Requiem”, accompagnato da questo calzante videoclip, è estratto dall’album “Post-War” (2006).
Le parole di M.Ward richiamano le tensioni tipiche dei salmi, ma d’altronde la musica sacra, quella gospel, dice di averla nel sangue, assorbita fin dal grembo materno e in chiesa durante l’infanzia.

“Requiem” potrebbe essere la canzone per il nonno che non c’è più. Non abbiamo indicazioni precise, ma credo che possa aiutarci a sintonizzarci con il Vangelo di domenica. Forse, in questo senso, si può iniziare l’Avvento anche con un Requiem.

martedì 15 marzo 2011

1° Domenica di Quaresima

Ecco un affresco dai toni delicati e luminoso nei colori, così vario di particolari, creature celesti e terresti  che è un piacere guardarlo e perdercisi dentro. Cielo e terra si confondono. Siamo in terra o in qualche angolo di paradiso? Drappelli di angeli camerieri scendono a recare brocche, vassoi di primizie, poponi, pane e frutta. Paffuti angioletti, paggetti celesti educati e dalle vesti ricercate sono distribuiti su tutta la parete di fondo dell’Aula Magna del Seminario di Firenze, un tempo refettorio delle monache carmelitane di San Frediano.  Cristo è al centro, seduto ad una mensa improvvisata ma imbandita a dovere.
L’affresco, che copre tutta la parete di fondo del refettorio, è opera di Bernardino Poccetti (1548-1612), fiorentino doc, che aveva casa e bottega in San Frediano e che del quartiere amava frequentare soprattutto le bettole e i suoi clienti. Alle tavole imbandite alle bevande doveva dunque essere avvezzo, anche se nel dipinto emerge una sensibilità ben diversa. “Non si vede fra quanto partorì la natura, come frutte, fiori, erbe, campagne, boschi, animali, e uomini, cos’alcuna ch’egli non abbia voluto imitare; e quel ch’è più, con tanta bravura, con una certa, per così dire, pittoresca vena, con una facilità, e con un tocco così spiritoso, che è una meraviglia a vedersi” (F. Baldinucci, Notizie de’ professori del Disegno da Cimabue in qua. In Opere, vol. VIII, ed. Milano 1811, p.469). Vertici e bassezze di un pittore, così umano e pronto a ingaglioffirsi, ma anche tanto dedito alla pittura da saltare sempre il pranzo per continuare il lavoro iniziato e sprezzare il denaro e gli onori.
Ma cosa raffigura precisamente l’affresco?
Ce lo racconta il Vangelo della I domenica di Quaresima: “In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame” (Mt, 4,1). Lui, Gesù, figlio del falegname, cerca finalmente sollievo dal morso della fame. Il Figlio di Dio, in cui il Padre si è compiaciuto, è servito dalle schiere degli angeli. Una beatitudine e una dolcezza di paradiso scendono sulla terra, coinvolgono anche gli animali: il lupo è mansueto, tra l’erba i conigli si avvicinano al Signore, un cervo si erge maestoso in secondo piano,  pappagalli grandi e colorati aggiungono un tocco esotico alla scena.
L’austerità dei quaranta giorni sembra quasi stonata rispetto all’atmosfera cordiale e accattivante dell’affresco. Il nostro digiuno non è fine a sé stesso, ma per una vita piena perché ordinata a Dio, lieta perché possiede l’essenziale. Non è tempo di tristezza la Quaresima. Anche questo dipinto aiuta a ricordarcelo.
La tentazione, qui raffigurata in secondo piano, a sinistra, nel momento in cui il diavolo invita Gesù a trasformare le pietre in pani, è superata dalla risposta biblica, secca e decisa con cui Gesù rilancia al tentatore: “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. E’ il leit-motiv del vita monastica nel refettorio: mensa comune, frugalità, ascolto della Parola.
Se scegliamo Dio prima delle cose di questo mondo, da Dio riceveremo doni di grazia, anche in mezzo alle tribolazione e alle sofferenze, ci verrà fatto sperimentare un angolo di paradiso -quello perduto da Adamo ed Eva-  già sulla terra. L’episodio della Genesi, infatti, ci rivela che riconoscere la propria miseria e il proprio peccato  fa sentire poveri e nudi. Appena mangiato il frutto proibito “si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi”. Abbiamo bisogno di Dio che ci offra vesti nuove per riconsegnarci la dignità e comprendere il nostro posto nel creato e nella storia.
Tutti i grandi santi hanno sperimentato la “notte” della tentazione, la coscienza, sempre più acuta del proprio peccato, una nuda aridità. E’ un cammino doloroso di purificazione che li ha condotti al vero centro del loro essere, per fare la piena scoperta di sé in Dio e raggiungere la vocazione piena e singolare nella perdita di sé stessi.
E’ quello che è capitato anche a Santa Maria Maddalena de’ Pazzi. La sua prova si protrasse per cinque anni di attraversati da sofferenze e tentazioni di ogni tipo. Il coltello posato in evidenza sulla mensa di Cristo, nell’affresco del Poccetti, ci ricorda un episodio in particolare: “sopragiunta da gravissima tentazione di farsi male da se stessa, se ne andò in refettorio: dove prese un coltello, e ritornata in Coro, pure in ratto, salì sopra l’altare della Santa Vergine, e nelle mani di li lei il collocò, per ottener grazie di vincere al tentazione”.
Superata la prova, il suo terribile “lago dei leoni”, il momento della rivincita è gaio e ricco di doni di grazia come la scena dipinta in seminario:  “Divenuta in volto più gioconda, e splendente che mai, per l’immensa allegrezza di cui si trovava ripiena, eccitata dalla vista di quelle’anime beate, non poteva contenersi di non esultare con loro. Onde ancor’ella stando in piedi, con gratiosa maniera ballava, e saltava e faceva gesti, che mostravano la letizia del suo cuore; ma però erano congiunti con modestia tale, che solo non provocavano à dissoluzione, disse: io voglio andare in tutti quei luoghi, dove il mio avversario hà cercata di volermi offendere, per confonderle con tutte le sue doppiezze. Perciò andò in molti luoghi del Munisterio, dove specialmente era stata travagliata, e tormentata dal demonio; e quivi faceva gran festa, ballando & esultando come Angiolo celeste”.
Quanto chiede il salmo: “rendimi la gioia della tua salvezza, sostienimi con uno spirito generoso. Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode”, il Signore ce lo rende davvero. Il tempo della Quaresima è dunque tempo propizio: “il nostro progresso si compie attraverso la tentazione. Nessuno può conoscere se stesso, se non è tentato, né può essere coronato senza aver vinto, né può vincere senza combattere, ma il combattimento suppone un nemico, una prova” (Sant’Agostino, Commento ai Salmi, lettura dall’Ufficio della 1° domenica di Quaresima).
Sintetizza con efficacia il prefazio: “Egli consacrò l’istituzione del tempo penitenziale con il digiuno di quaranta giorni, e vincendo le insidie dell’antico tentatore ci insegnò a dominare le seduzioni del peccato, perché celebrando con spirito rinnovato il mistero pasquale possiamo giungere alla Pasqua eterna”.