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domenica 16 dicembre 2018

Che cosa dobbiamo fare? III domenica di Avvento

«Che cosa dobbiamo fare?»
Da dove nasce l’interrogativo del vangelo di questa domenica, la terza di Avvento? Giovanni Battista si ritrova davanti le folle e le categorie più insperate; la gente se lo domanda: che sia lui il messia? Tutto il popolo fremeva nell’attesa, inquieto. Frutto di un’operazione di marketing ben riuscita? Un’omileta accattivante? La liturgia non ce lo ricorda, ma nel deserto Giovanni pronunciava parole pesanti: «Ormai la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero dunque che non fa buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco». Parole fuori luogo nella domenica “Gaudete”?
«Per una volta, per favore, ci proverai e farai attenzione alla tua vita?»
È il ritornello di un brano dei Piano Magic, «Attention to life», per l’appunto, accompagnato da un video che giustappone, come in una carrellata di quadri, inquadrature come fotografie dentro una straniante atmosfera violacea. Il testo -condito con il tipico spleen dei Piano Magic- racconta di una storia d’amore, di un’amante, tra partenze e disincanto. La vita scorre o è corsa altrove.
Un’inquietante presenza femminile lascia in secondo piano ponti, viadotti, mercantili, tralicci elettrici, attorno ai quali cresce una natura inospitale e selvaggia, che minaccia e attacca – non vista ma inesorabile- le fondamenta del vivere quotidiano. Una prospettiva differente, da cui osservare le cose e la vita che corre. Chi è, alla fine dei conti, più ai margini dell’esistenza?
È in questo sguardo sospeso che l’interrogativo può prendere forma e farsi serio. Fare attenzione almeno per una volta alla propria vita, può spalancare dinanzi agli occhi la vacuità del mio penare quotidiano, la meschinità dei miei tormenti e di una soddisfazione fatta di rapine, sotterfugi, violenze o prepotenze. L’attenzione svela i meccanismi che fanno scansare o stritolare l’altro per affermarsi. Ci si può stupire di se stessi, talvolta inorridire. Dal groppo alla gola sale una domanda: e allora, che cosa devo fare? «Che cosa dobbiamo fare?» Vivo o mi lascio vivere? Mi perdo nel peccato o, per una buona volta, decido di entrare nella vita?
«Per una volta, per favore, ci proverai e farai attenzione alla tua vita?»
Per quanto ci inquieti questo discorso, le parole del Battista lasciano il campo aperto all’irruzione di una novità sorprendente, capace di trasformare e purificare ogni cosa come la fiamma viva: «Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco».
L’attenzione, diceva Simone Weil, è la forma più rara e più pura della generosità. Per lei, donna della soglia, l’attenzione era un punto decisivo. L’attenzione ha già il sapore della grazia, cresce con il desiderio e la gioia, diventa intelligenza, non a meno di profonde e dolorose purificazioni.
In attesa del Signore che bruci e trasformi la vita, ormai prossimi al Natale, in «Attesa di Dio», come recita il titolo del classico volume di Simone Weil da cui è tratta la citazione che segue, vale la pena cominciare a fare attenzione alla vita.
«Nella nostra anima c’è qualcosa che ripugna la vera attenzione molto più violentemente di quanto alla carne ripugni la fatica. Questo qualcosa è molto più vicino al male di quanto non lo sia la carne. Ecco perché ogni volta che si presta veramente attenzione si distrugge un po’ di male in se’ stessi. Un quarto d’ora di attenzione così orientata ha lo stesso valore di molte opere buone».

giovedì 2 ottobre 2014

La 'solitudine' di chi non è solo

per Luca e Emanuele

«Quanto ti manca?»
Il seminarista se lo sente ripetere e se lo ripete spesso. Quantificare la distanza dall’ordinazione è un esercizio quasi quotidiano. Il countdown è sempre sotto gli occhi e rifrulla nella mente, anche in quella del più devoto o bizzarro candidato al sacerdozio. Durante la messa, in seminario o in collegio, già prefigura atteggiamenti, parole, accessori che farà suoi o che rifiuterà. Un meccanismo spesso irriflesso e in buona fede che interviene sempre più man mano che l’ora fatale si avvicina. Quasi al punto da far dimenticare l’unica ora davvero importante: quella della santificazione. E l’ora della santificazione è oggi! 

Il rischio di posticipare l’impegno per la santità, di rimandare la consapevolezza dell’integralità di una scelta al futuro più o meno prossimo può provocare indesiderati effetti collaterali. Primariamente c’è il rischio di sfibrare la grazia dei giorni donati, quel tempo di grazia irripetibile in cui si articolano le nostre giornate, e di farlo cadere nell’indistinto di una attesa inquieta. Dopotutto è un atteggiamento molto umano, ma proprio per questo il frutto della mentalità mondana che rimanda l’azione alla funzione e non alla dinamica del discepolo. Dio chiama oggi. Poi, con la pienezza della consacrazione, abiliterà e indicherà altri uffici. Dio chiama oggi, e il domani è soltanto nelle sue mani. Ad una mamma occorrono circa nove mesi per arrivare al parto. Ad un seminarista circa 6 anni, senza contare i tardivi e i prematuri. Ma che guaio se una donna non si ricordasse di essere già mamma mentre affronta la gestazione! Gesù, con la sua Parola, scuote i dinamismi che ci distraggono dall’essenziale e ci introduce in una nuova parentela. Con Lui siamo condotti in una forma di rapporti che scaturisce dall’oggi. «Donna, ecco tuo figlio!» Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!» (Gv 19,26-27).


 «Ecco»: nella Bibbia ritorna spesso questa parolina, specialmente nei libri dell’antico testamento, dove è pietra d’inciampo della traduzione dall’ebraico (hinnē), che indica il qui e ora della presenza e dell’accadere. Gesù ci introduce in una nuova serie di legami. Ci sono quelli verticali, come la figliolanza divina a cui ci apre il Battesimo e la comunione sospesa tra cielo e terra che è propria dei santi. Quelli orizzontali, che dicono la parentela, l’amicizia, la comunione della sequela, passano attraverso l’obbedienza sofferta e sofferente. «Donna, ecco tuo figlio!». Sotto la croce si rivela una nuova maternità che nasce dalle lacrime, ma una maternità ancora più ampia, totalmente inedita. «Ecco tua madre!»: una nuova figliolanza che supera l’amicizia nella relazione della carne. L’uomo in quanto nuova persona è trasformato, reso diversamente fecondo. 

Le ordinazioni diaconali che scandiscono gli appuntamenti dei seminaristi e il ritrovarsi degli amici fanno ripensare anche a questo. Durante la celebrazione l’amico, ormai novello diacono, è balzato in pochi minuti al fianco del vescovo. Come diacono, infatti, il ‘chiamato’ è introdotto in una nuova relazione : quella di figliolanza con il vescovo, di servizio d’amore a Lui nella Chiesa. Il diacono (specialmente se destinato al sacerdozio) è un uomo nuovo. Tra addetti ai lavori si parla di ‘salto ontologico’, di ‘sigillo’, di ‘carattere indelebile’, ma forse si può dire altrettanto bene che con l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria il diacono è introdotto in un diverso stato di vita: è della famiglia ma non più solo della famiglia. E’ degli amici, ma non più solo degli amici. E’ dei fratelli, ma non più solo dei fratelli. E’ se stesso, ma non più come solo a sé stesso. La sua posizione all’altare, accanto al vescovo, segnala visibilmente una nuova appartenenza: quella allo stato clericale. Inserito in questo nuovo stato, anche l’amicizia si trasforma, cresce, si amplifica in Cristo. 



In questo processo di spossessamento e ridefinizione il seminarista, poi diacono e quindi prete -a Dio e vescovo piacendo- entra paradossalmente anche nella dimensione della solitudine. Una solitudine sui generis. Una solitudine che è croce quotidiana, dovuta ad una scelta volontaria, alla sequela di Gesù. Solitudine che il mondo non capisce e neppure si lascia incasellare nelle categorie degli uomini, neppure in quella degli uomini soli che cantavano i Pooh.

Durante l’estate, in viaggio, al campo estivo, o in esperienze di servizio, l’esperienza comunitaria trova nuove forme, momenti comuni di particolare intensità. Il seminarista si lascia alle spalle la fatica della vita comune e cade nell’eccitazione di una nuova e diversa compagnia. Esperienze stupende, ma che chiedono di essere lette alla luce di Dio. E difatti, al ritorno, nei percorsi e nei luoghi consueti, l’esaltazione rischia di trascolorare presto nella fatica della solitudine. In queste montagne russe di eccitazione e desolazione occorre distinguere bene lo psichico dallo spirituale. Ne ha parlato con acuta e drammatica chiarezza (siamo nel 1938) Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano ucciso in un campo di concentramento per la sua opposizione al regime nazista. «Nulla è più facile che risvegliare l’ebbrezza della comunione in pochi giorni di vita comunitaria, e nulla è più fatale per una vita comunitaria sana, sobria e fraterna nel lavoro quotidiano. Non ci sono molti cristiani a cui Dio non conceda, almeno una volta nella loro vita, la esperienza inebriante di una vera comunione cristiana. Ma una simile esperienza in questo mondo non rimane altro che un sovrappiù, una grazia concessa oltre al pane quotidiano di una vita comunitaria cristiana» (La Vita Comune, Queriniana, Brescia 1969, pp. 68-69).

Lanciano, miracolo eucaristico

Ed ecco, appunto, che il seminarista-diacono-prete sperimenta davvero e pesantemente questa solitudine. Vorrebbe confidare agli amici di prima movimenti interiori e la modellazione continua dello Spirito, ma il mondo attorno sembra muoversi a differente velocità, sintonizzato su altre frequenze. Ritroverà il passo, la sintonia di un tempo? Il servizio, l’ascolto, l’amore, individueranno poco a poco inediti e più profondi canali, anche se meno immediati e più impegnativi. Oggi, forse, può cogliere intuitivamente la novità proposta dal Signore. Davanti al tabernacolo è più facile farlo. Il Signore è sempre lì, pazientemente in attesa e in ascolto. La solitudine è superata dalla Presenza a cui si apre la vita del discepolo. Presenza che dovrebbe sopraffare la nostra stessa realtà, e invece si mantiene piccola e nascosta nella comunione della carne e del sangue. Presenza continua, anche se oscura, ma indisponibile a schematizzazione e a pianificazioni temporali che sono prodotti mondani e, alla fine, molto personali.

Gesù custodisce la nostra solitudine e la comunione con gli altri. «Un cristiano – scrive ancora Bonhoeffer- ha bisogno dell’altro per Gesù Cristo. Un cristiano incontra l’altro solo per mezzo di Gesù Cristo. In Gesù Cristo siamo eletti fin dall’eternità, accolti nel tempo e uniti per l’eternità»(Ibidem, p.46). Senza Cristo non possiamo incontrare gli altri: «la via è bloccata dal nostro stesso io. Cristo ha aperta la via a Dio e al fratello. Ora i cristiani possono amarsi e servirsi gli uni gli altri, possono divenire uno. Ma anche ora lo possono solo tramite Gesù Cristo» (Ibidem, p. 49).  


Il seminarista che avanza sulla strada della formazione non si è scelto la compagnia e si trova inserito in una comunità le cui regole, a pensarci bene, risultano almeno illogiche per il mondo. In questa curiosa combriccola, dalla mattina alla sera, attraverso la preghiera, lo studio, le chiacchiere e i servizi comunitari,oscilla tra la solitudine e la vita comune. Eppure, puntualizza Bonhoeffer: «Chi desidera comunione senza solitudine, precipita nella vanità delle parole e dei sentimenti; chi cerca la solitudine senza la comunità, perisce nell’abisso della vanità, dell’infatuazione di se stesso, della disperazione. Chi non sa restare solo tema la comunità. Chi non è inserito nella comunità tema la solitudine. La giornata comune del gruppo comunitario è accompagnata dalla giornata solitaria di ogni membro» (Ibidem, p. 121). L’equilibrio ottimale di una comunità spirituale è un obiettivo impegnativo, ma anche un dono di grazia. La Parola e la presenza eucaristica ci rimettono continuamente in carreggiata e preparano alla navigazione adulta e personale del diacono e del prete fuori dal seminario/collegio.

Santuario di S. Gabriele dell'Addolorata
Urna con il corpo di San Gabriele

Anche la solitudine dell’eremita o del monaco non si configurano come le immaginerebbe il mondo. Il cammino verso la santità apre la solitudine alla fecondità dell’amore. Santi vissuti nel nascondimento o nella solitudine hanno attratto, più di ogni propaganda o pubblicità, generazioni di uomini e donne. Ai piedi del Gran Sasso, ad esempio, sperduto tra i pascoli e le balze, seguendo la regola di Paolo della Croce, San Gabriele dell’Addolorata ha percorso un’esistenza «conforme a quella degli apostoli » in un «profondo spirito di preghiera, di penitenza e di solitudine per conseguire una più intima unione con Dio ed essere testimoni del Suo amore» (Costituzioni della Congregazione della Passione di Gesù Cristo, Cap. 1, 1). Accantonata una brillante vita mondana, l’esistenza di Gabriele è trascorsa rapidamente tra la formazione e la preghiera, senza episodi di particolare risalto. Un’esistenza apparentemente poco fruttuosa e nascosta, troncata presto dalla malattia. Poi anni di silenzio fino a quando, attorno alla sua tomba, si moltiplicano i miracoli. «Dio – scriveva San Gabriele - non guarda il quanto ma il come; la nostra perfezione non consiste nel fare le cose straordinarie ma nel fare bene le ordinarie». Una piccola via che può quasi irritare tanto è dimessa e remissiva. Ma forse chi attraversa la solitudine e l’oscurità con questa piccola consapevolezza, ha imparato l’umiltà dell’obbedienza e superato la tentazione della diserzione.

«Non si può negare- scriveva Benvenuto Matteucci, pistoiese ( o ancora meglio carmignanese) trapiantato arcivescovo a Pisa tra il 1971 ed il 1986- che la solitudine rappresenta per un prete una croce quotidiana, dovuta ad una scelta volontaria, alla sequela di Gesù». Una solitudine agitata dall’inquietudine. «Vi è in noi – prosegue Matteucci - una triplice inquietudine: storica, soprannaturale, patologica. Il Signore ci ha fatto per sé ed è inquieto il nostro cuore finché si riposi in Dio (inquietudine storica, agostiniana). Nulla o ben poco si è fatto, quando tanto resta da fare: “Inquietatevi di non inquietarvi” : scriveva Newman (inquietudine soprannaturale). E infine l’inquietudine di chi si gratta la piaga, senza tener conto della realtà della vita e di una risoluzione spirituale (inquietudine patologica). L’inquietudine, che nasce dall’esser soli, dal sentirsi soli, si risolve non solo nel lavoro, nell’applicazione pastorale, con la fraternità e l’amicizia pastorale, con la fraternità e l’amicizia sacerdotale; ma soprattutto all’interno con la preghiera e i mezzi sacramentali» (B. Matteucci, Fraternità Sacerdotale, Pacini Editore, Pisa 1983, p. 431).
«
Non siamo soli – chiosava Matteucci - quando abbiamo Dio con noi e possiamo aprirci a Lui. Conosciamo la noia solo quando si è privati di Dio … La solitudine conduce sempre l’uomo al male quando la sofferenza che l’accompagna non diventi sacramento e presenza del Cristo» (Ibidem, p. 234).

lunedì 30 giugno 2014

L'altra bellezza


per Simone



Sulle terrazze romane, tra il crepitare degli spiedi e il fumo della griglia, si consumano banchetti di fine anno accademico. Parole e commenti si perdono tra un boccone e una risata negli sguardi e nelle menti svagate, con la sensazione di sentirsi già altrove. Tutt’intorno c’è la bellezza della città eterna abbandonata all’abbraccio della sera di giugno. Il giorno se la prende comoda e cade senza fretta tra il fasto trasandato di monumenti, basiliche, fontane e antichità. Così, vicini più o meno immaginari, gettano meglio le loro occhiate sull’insolito party degli insoliti vicini. A chi assimilare la variegata truppa che vive dirimpetto? Questa strana gioventù che abita nel cuore di Roma, tra le chiacchiere e una sigaretta dondola sulla terrazza, studia (sembrano dirlo le lampade accese in piena notte sulle scrivanie), prega (nel vicolo arriva l’eco puntuale dei canti) e mangia (sembra dirlo l’uscita per il caffè alle 14 meno un quarto). Strana gioventù che cresce nella bambagia di un mondo parallelo e attraversa, come sopra un colorato pullman turistico, le meraviglie dell’Urbe, un passo e forse più, sopra le preoccupazioni normali della gente normale. Di là dal vicolo, sopra e sotto il terrazzo in realtà, giovani e meno giovani attraversano insieme le difficoltà e i pregi normali di vite normali, ma con una scelta di fondo, o almeno un’aspirazione decisamente alternativa. Giovani come gli altri, con le tare generazionali e le fragilità delle loro generazioni.



Più tardi, quando la notte muove i primi silenziosi passi, la luna piena illumina la calda notte romana per una lunga passeggiata digestiva. In pieno centro, sul Campidoglio e intorno ai fori non c’è nessuno. Il cuore della città è deserto. 
Altre terrazze privilegiate festeggiano a modo loro il fine settimana, concerti all’aria aperta si consumano tra i declivi del Palatino, divertimenti volgari si consumano dietro le finestre dei club esclusivi. Salire e scendere tra pietre antiche, attraverso la bellezza strepitosa più celebrata che amata della città è certo una grazia di per sé. Tra queste stesse mura però, nella città vuota, in angoli neppure troppo nascosti si rincantucciano gli invisibili, i senza dimora che vivono l’ennesima vita parallela. Strana umanità che non dialoga se non a tratti o a monosillabi con il mondo ‘normale’. L’arte, la storia, il ‘patrimonio’, accanto a loro sfumano in concetti astratti, porti sicuri per i nuovi gnostici di oggi, illuminati membri della chiesa, tecnici di una bellezza che resta sempre ambigua e molto umana. La bellezza delle pietre è importante, ma è soltanto il primo gradino della bellezza che ci è dato di comprendere. Mescolata alle miserie e ai capolavori, frammista a ciò che è banale e senza qualità, c’è un’altra bellezza che è grazia e chiede di essere colta con gli occhi della fede. 

Il foro giace inerte nel silenzio, finalmente libero dai visitatori, sospeso negli sguardi vagheggianti di americani in libera uscita alcolica e coppiette in cerca di romanticherie. L’arco di Settimio Severo emerge come un pachiderma secolare dalla piana di rovine, lasciando leggere perfettamente i suoi rilievi brulicanti alla luce della luna. Racconta di glorie d’armi in terre lontane, le stesse dove in questi giorni rotolano teste e muoiono a migliaia dove, giusto adesso, splende la medesima luna.

Il passo rallenta, mentre il pensiero, toccato dagli orrori della violenza fanatica, fatica a mettere insieme la pace di Dio e la lucida strage predisposta in suo nome. Dall’angolo, al termine dell’alto muro, spunta il fronte ampio e disteso di una chiesa ancora aperta. Dentro, avanzando piano piano nella penombra c’è una cappellina dove inaspettatamente si adora anche di notte. Un’altra insolita umanità trascorre sulle panche il tempo in preghiera, inginocchiata tra lacrime e bisbigli a tu per tu di fronte al Santissimo esposto.


A questa insolita bellezza si adeguano la vista e l’udito, perfino l’olfatto ed il tatto. Essa esprime la coerenza di un’esperienza che tutto tiene e che, nel cammino inevitabile e necessario della crescita – ricorda un amico – passa dal soggettivo all’oggettivo. La fede introduce a questa bellezza che non ha bisogno di manuali, guide forbite o conoscenze specialistiche. La preghiera non porta fuori dal mondo, ma conduce, mano a mano nelle profondità del reale. Come a giri concentrici, lenti ma sicuri, ricorda volti e parole, illumina passi e discorsi, fa scoprire tesori e miserie. Basterebbe ripensare al Padre Nostro, la preghiera (l’unica!) che ci ha insegnato Gesù, dove ogni affermazione tiene insieme cielo e terra, con una prevalenza per la terra e per ciò che riguarda la nostra relazione con l’Altissimo.

Nel tabernacolo splende indifesa la Sua presenza, la stessa che vediamo sparire dietro i volti di chi si comunica durante la messa. Affidata alle mani -mani rotte dal tempo, curate, tremule o sottili, mani di lavoratore con le unghie sporche, mani di bambino o di vecchie signore dal sapore di borotalco-, ma anche ai denti, all’alito pesante e ai pensieri di un’assortita umanità di cui non riusciamo che a cogliere un abisso misterioso e irripetibile.


Come loro anche i seminaristi accolgono questa bellezza in forma di pane. Ogni giorno la stessa e incommensurabile bellezza. Ogni giorno è il Signore che entra fisicamente nella nostra vita quotidiana. Poi, dieci o quindici minuti più tardi, via a far colazione o a desinare. Vengono le vertigini a pensarci, ma nasce soprattutto la consapevolezza che è sempre tempo di ringraziare, specialmente adesso, alla resa dei conti di un altro anno di formazione.

I giorni, i mesi, gli anni di formazione trascorrono in fretta. Provare a raccontare quel che accade tra un mese e l’altro a volte diventa quasi complicato. Abbiamo pregato, siamo stati a lezione, abbiamo mangiato, meditato, svolto attività pastorale ..e poi? Eppure, anche per i più distratti, ogni giorno custodiva e custodisce un dono, ma un dono senza effetti speciali, dall’apparenza dimessa, un dono grandemente piccolino che chiede di essere visto ed accolto con la fede.

La bellezza delle cose piccine, dalla misura quotidiana, ha attraversato anche i fasti più cattolici dell’Urbe. Tra la folla smisurata che invadeva Piazza San Pietro e via della Conciliazione nel giorno indimenticabile delle due canonizzazioni, ad esempio, la celebrazione è filata liscia come una messa del tempo ordinario. Anche l’omelia del papa era particolarmente -quasi imbarazzantemente- castigata e orientata al cammino concreto della Chiesa. Il mondo era connesso, ma per una preghiera semplice. Così, quando è arrivato il momento del silenzio nessuno fiatava, restando in raccoglimento per irripetibili momenti di raccoglimento globalizzato.


È lo stile del papa che ci confonde le idee: quando si aspetterebbero faville scenografiche il tono è dimesso, le parole poche e sobrie, poi, specialmente tra la gente, nel corpo a corpo dell’incontro e della pastorale, una girandola di attenzioni, gesti, espressioni umanissime e sorrisi luminosi. C’è qualcosa di evangelico in questo ribaltamento che lascia tutti un po’ spiazzati, come quando Gesù mette in crisi farisei e benpensanti di ogni tempo. Il papa riconduce all’essenziale, alla libertà fondata su Gesù Cristo e lo haricordato anche ai vescovi, senza parlare di programmi o strategie: «Chiediamoci, dunque: Chi è per me Gesù Cristo? Come ha segnato la verità della mia storia? Che dice di Lui la mia vita?». Così il papa invita a puntare all’essenziale e ad una metodologia creativa ed artigianale per vivere lo straordinario nell’ordinario sotto la guida dello Spirito Santo: «a noi cogliere il soffio della sua voce per assecondarlo con l’offerta della nostra libertà».

Nell’ordinario il seminarista attraversa un’esistenza separata e comune allo stesso tempo. Pellegrini al santuario di Maria Goretti poi spiaggiati sulla sabbia nazionalpopolare di Nettuno. I seminaristi d’oggi attraversano così le loro piste più o meno pastorali, in bilico tra il secolo ed il sacro. Altri, più ferrati in liturgie, passano dalle sacrestie alle periferie digitali di facebook, i più devoti stanno in bilico tra i pii esercizi e youtube, di fronte a chi va a cena fuori poi, ogni perplessità, se veste secolare, cade davanti alla ‘faccia da prete’. Seminaristi quasi tutti desiderosi di cambiare il mondo per il Signore, ma tutti con la voglia di cambiarlo a modo loro. «Prima c’è la novità, è la novità delle cose, e dobbiamo essere pazienti con noi stessi. I primi tempi è come un tempo di fidanzamento: è tutto bello, ah, le novità, le cose…; ma questo non dev’essere rimproverato, è così! (…) Non rimanere chiusi e non essere dispersi». Il papa parla ai seminaristi con sano realismo e conclude, senza troppe indicazioni, con uno stringato: «poi, fare sul serio!». 


Il sommo pontefice racconta le vicissitudini vocazionali di ogni seminarista che si dibatte, più o meno come ogni giovane, tra contraddizioni, diversi registri, talvolta adolescenzialismi non ancora superati. Ma quando la strada della vocazione avanza (e non cade nel dramma dell’autoinganno o in comunitari corto circuiti) si tratta di «fare sul serio», allora anche gli occhi più miopi si affinano alle delicatezze della grazia e il Signore balza dalle righe delle Bibbia a quelle delle vita per ricondurre ad unità ogni cosa. Comincia a funzionare la dinamica dei ‘quattro pilastri’: «la formazione spirituale, la formazione accademica, la formazione comunitaria e la formazione apostolica. È vero che qui, a Roma, si sottolinea la formazione intellettuale; ma gli altri tre pilastri si devono coltivare, e tutti e quattro interagiscono tra di loro».
Quando l’originario si rivela (come chiamare quell’intuizione semplice e immediata, ma così indisponibile?) funzionano i quattro pilastri o forse si compie per tutti l’esperienza di un’esistenza piena, come la vuole e la pensa il Signore per ogni suo figlio. È l’intuizione di un capolavoro che ci supera, ma in cui siamo inseriti personalmente. Linee, profili, colori, parole, suoni, tempi si combinano insieme nell’armonia di un istante che lascia intravedere l’unità ineffabile di tutte le cose. Sono azzeccate le parole con cui Giovanni Paolo II parlava della bellezza dell’arte che «interpreta la realtà al di là di ciò che percepiscono i sensi: nasce dal silenzio dello stupore, o dell’affermazione di un cuore sincero. Si sforza di avvicinare il mistero della realtà. L’essenziale dell’arte si situa nel più profondo dell’uomo, in cui l’aspirazione a dare un senso alla propria vita si accompagna a un’intuizione fugace della bellezza e della misteriosa unità delle cose».

Trascolorano, sotto il peso del sonno, vaghe intuizioni sull’arte divina a cui ci apre la fede. Così passa il tempo sulle panche di fronte al Santissimo esposto e nella mente passano, uno dopo l’altro, i volti dei compagni di seminario e collegio. Che preti saremo tra non molto tempo? In che modo entreremo in quel capolavoro che ci supera? Sapremo essere uomini di unità? Uomini capaci di tenere insieme le cose del mondo e quelle del cielo? Uomini capaci di costruire artigianalmente l’unità tra noi e tra la gente?


Sul sagrato, uscendo dalla chiesa, una giovane coppia discorre di sé, un attempato signore rinfresca le membra inerti, povera gente si stende sulle panchine stretta ai suoi sacchetti. Tra loro, con un sorriso luminoso e sincero, l’accattone prima seduto sull’uscio di chiesa alza la mano in un cordiale gesto di saluto accompagnato da un festoso e inaspettato «Buonanotte!». Chi pensa ad un saluto fatto bene, ad un saluto detto per dire quello che dice, allora può capire qualcosa di quel «Buonanotte!».

La città splende deserta sotto la luna ed i suoi abitanti nascosti chissà dove chiudono in sé pene, gioie e malumori quotidiani, con la difficoltà di riannodare le cose della vita. Eppure, alla luce di un’altra bellezza, concluso un altro anno colmo di grazia quotidiana, accanto alla bellezza sensibile dell’arte e della storia, tutto può risplendere nell’unità di un misterioso capolavoro che ci sovrasta ma in cui siamo compresi, all’eco di un limpido e inaspettato «Buonanotte».


lunedì 9 dicembre 2013

Segnalazioni Stonate 4.0 | Avvento 2013 | Vangelo dalla Messa dei Pastori (di Mezzanotte)

Satolli per il pranzo natalizio, ancora circondati dai nastri e dalla carta regalo stracciata, quando già il cielo si imbruna e il fuoco del camino o il tepore del riscaldamento confondono le idee, si leva inesorabile, con la sentenziosità di una parca, la voce della nonna: «ovvia giù: è finito anche il Natale». Te l’aspettavi, ma non ci voleva: come un balla di farina ti preme sul cuore e non riesci neppure ad articolare una reazione indispettita. «no, ancora no..ancora un poco!».

Il tempo dell’orologio ha vinto di nuovo. Il tempo dell’orologio è un tempo solitario, misura gli stessi minuti per tutti, ma per tutti diversi. È la vuota durata con cui dobbiamo confrontarci da soli. E invece, quando si vive un momento speciale il tempo vola, nessuno conta i minuti, il tempo non conta, conta soltanto la consapevolezza che questo è il giorno, questo il luogo, questa l’ora! 


Il tempo dell’orologio, o della durata, chiede costantemente di essere misurato. Ci domina mostrando puntualmente l’esigenza di essere organizzato. Augusto imperatore - morto giusto 2000 anni or sono - aveva ben chiaro il potere del tempo organizzato e, preso dalla smania di inaugurare una nuova età dell’oro, decise subito di prenderne le misure. Coltivava dunque l’esigenza del censimento e di rendicontare ogni cosa a sé e alla storia, facendo scalpellare e incidere qua e là le sue Res Gestae. Così la famiglia di Gesù, assorbita anch’essa nel tempo della durata dovette spingersi in Giudea fino a Betlemme. Maria era coinvolta in un’altra durata: un conto alla rovescia che decise di interrompersi giusto fuori casa, per giunta di notte e in un riparo improvvisato. Era arrivato quel giorno, quel luogo e quell’ora in cui il tempo di Dio e quello degli uomini si incastravano in una solidarietà irriducibile.

Ogni anno torniamo a «questa santissima notte» illuminata dallo «splendore di Cristo, vera luce del mondo,» come recita la colletta della liturgia natalizia. Ogni anno abbiamo bisogno di tornare a questa notte, in cerca del « segno » dei pastori, per riannodare i percorsi individuali e comunitari attorno a questo centro luminoso.

Anche l’attesa d’Avvento può naufragare nello scorrere del tempo cronologico, finire riassorbita dal ritmo delle ore. Almeno in quell’ora della notte le chiese si affollano. Perché? Non mi si dica che è soltanto abitudine o tradizione. Certo, anche questo, ma non può essere soltanto per questo. Perché dunque? È chiaro che una risposta univoca non c’è, ma forse, almeno in quella notte, è possibile cercare in chiesa qualcosa che coroni l’attesa del tempo della durata: un segno, una parola, un incontro, un simbolo, il senso di una storia. C’è vivo, sotto sotto, il desiderio dell’evento che orienta il tempo e che faccia dire «questo il giorno! Questo il luogo!»

Malinconici bardi una vaga psichedelica pop dai toni amari gli scozzesi Delgados hanno realizzato, poco più di una decina d’anni fa, una manciata di album di mediocre successo. Tra questi -ascoltati e riascoltati a non finire- ho ripescato un brano che è una buona cifra del loro stile dal ritornello accattivante e le melodie leggere, dove il testo descrive con efficacia le attese e le miserie del tempo dell’orologio (Coming from the cold, dall’album «Hate» 2002)

Tùffati in
un lavoro da sogno che migliore non potresti trovare,
un mazzo di chiavi e bottiglie grandi quanto il cielo.
Trovati un posto e preparati per la corsa.

Leva il tuo calice!
Berremo finché non passa l'estate
Tira fuori i cappelli: abbiamo tutti bisogno di farci una risata
e lascia parlare i vicini tanto sei certo di perderli di vista
Possiamo

Provare a cercare il giusto tipo di vita.
Mi piacerebbe soltanto che tu avessi la possibilità di decidere,
Ma se dai un'occhiata intorno a te non c'è nessuno.
Come puoi dire che tutto questo è giusto?

Non sei da biasimare,
Nessuno ti dice che non sei da biasimare.
Le circostanze attorno a te non sono dello stesso avviso
e io neppure riconosco chi resta
Sistemarti,
Spero davvero che tu possa sistemarti,
Prendere la tua tenda e portare la tua roulotte fuori città.
Troveremo un luogo dove vagabondare e dove tu possa fuggire
Possiamo

Provare a cercare il giusto tipo di vita.
Mi piacerebbe soltanto che tu avessi la possibilità di decidere,
Ma se dai un'occhiata intorno a te non c'è nessuno.
Come puoi dire che tutto questo è giusto?
Tutti stanno aspettando la grande sorpresa,
Ma nessuno ci farà caso quando arriverà,
tu, allora, rimanda l’attesa
Provare a cercare il giusto tipo di vita.
Mi piacerebbe soltanto che tu avessi la possibilità di decidere,
Ma se dai un'occhiata intorno a te non c'è nessuno.
Come puoi dire che tutto questo è giusto?
Arriviamo tutti da lontano
E tutti alla ricerca di qualcuno da abbracciare
Ma se dai un'occhiata intorno a te non c'è nessuno.
Come puoi dire che tutto questo è giusto?


Chi crede può vivere il tempo secondo un’altra prospettiva. La realtà si fa più densa perché ci sono istanti, luoghi, persone, in cui si può incrociare l’infinito. Apparentemente non c’è differenza: i tempi ed i luoghi sono gli stessi, i percorsi e le attese le medesime. Così perfino nella stessa esistenza si incrociano il tempo del badge da strisciare e quello della Redenzione, il giorno della partita e quello della Messa domenicale, quello dell’adorazione e della fila alle poste, il tempo dell’ascolto e quello del gabinetto corrono paralleli o si intrecciano curiosamente. Talvolta i due tempi si avvicinano fino a sovrapporsi nel tempo del servizio, dal pranzo condiviso, nella veglia accanto ad un letto d’ospedale come sui banchi di scuola, nell’abbraccio e nella mano nella mano. Decodificarli è il problema che coinvolge tutti, ma il Natale è uno dei momenti dell’anno in cui i due tempi si danno quasi universalmente l’appuntamento.


Anche il videoclip che accompagna il brano dei Delgados è evocativo dell’attesa indistinta che cova nel tempo dell’orologio. Si descrivono le vicende banali e solitarie di un lui e di una lei prigionieri del tempo della durata, attraverso due percorsi che si sfiorano, ma non si incrociano.

Perfino ai pastori in quella santissima notte, non doveva mancare il desiderio di qualcosa di meglio, di una posto caldo, di un antidoto alla noia e alla miseria dei giorni. Gli angeli annunciarono qualcosa di molto più grande che avrebbero paradossalmente incontrato nel segno del bambino. Come ogni anno attende anche il nostro abbraccio, fin troppo grandicello nei gesùbambino del presepe, ma con le braccia spalancate del futuro crocifisso. Attende paziente e puntuale, per introdurci a quell’incontro che rompe e dimentica ogni durata.

* * *

Lc 2, 1-14Dal Vangelo secondo Luca
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.
Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.
Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio.
C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l'angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
«Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

domenica 15 settembre 2013

La vacanza del seminarista

Romanzo di formazione in tre parti.
1. SCENDERE/SALIRE

Il seminarista in vacanza fa lunghe vacanze.

A fine giugno o, al più tardi i primi di luglio, si chiudono le sessioni d’esame. I seminari ed i collegi si svuotano d’un fiato. L’ultimo giorno insieme, appena terminato il desinare, si intravede filare via tra la polvere del cortile l’auto del seminarista medio, ormai proiettato sulle superstrade della libertà.

Il seminarista in vacanza torna a casa con una certa emozione. E’ il reduce, il piccolo bravo ragazzo orgoglio delle nonne. C’è anche, purtroppo, chi a casa non è lieto. Rientra come traditore incompreso, tra l’attesa malcelata che il rientro sia definitivo. Comunque è il momento di sonore dormite o di precipitare di colpo coi piedi per terra. Fuori dall’ecosistema seminario/collegio la vita si inceppa nelle malattie e si ingarbuglia nei disagi quotidiani. Funerali, nascite e matrimoni, in un ritmo serrato che prelude agli appuntamenti quotidiani di un prete.

Il seminarista in vacanza attraversa bel bello le strade della sua cittadina, recupera luoghi e aggiorna percorsi tentando di confondersi con la gente che passa. Va in giro con magliette bizzarre, cimeli di oratori estivi e appuntamenti diocesani, reliquie di giornate mondiali della gioventù latrici di messaggi che inneggiano all’amore e alla pace universale. Ha acquisito ormai quella faccia un po’ così che lo contraddistingue. Se esce a cena spende poco, beve coca media alla spina o chinotto. Ogni camuffamento è ormai inefficace: lo riconosci sgattaiolare in chiesa nella calura estiva; fermo al semaforo il suo rosario oscilla dallo specchietto retrovisore mentre frequenze radio sospette fuoriescono dai finestrini. Quando in utilitaria bianca i seminaristi si aggirano per le strade di paese nei giorni di festa perfino i vigili urbani meno accorti li riconoscono: “Seminaristi? Il parroco vi ha lasciato il posto per la macchina..passate di qui..” 

Il seminarista in vacanza usufruisce di privilegi ecclesiastici tipo il succitato parcheggio riservato. E’ il beniamino delle ottuagenarie e delle madri che avrebbero tanto voluto che un figlio si facesse prete. Colleziona inviti a pranzo da parrocchiani della prima linea e improvvisa accurate visite pastorali nelle parrocchie dei parroci sulla novantina. Si inerpica per i campanili e ispeziona canoniche.

Il seminarista in vacanza elabora buoni propositi mentre è in vacanza per isole e penisola ed usufruisce di privilegi ecclesiastici assortiti anche fuori diocesi. Frequenta concertini e gelaterie, acquista libri che crede di leggere prima del rientro, va in cerca di beni ecclesiastici mobili da esaminare o farsi regalare.

 Il tabaccaio va in vacanza. Anche l’impiegato e il parrucchiere. Ma una mamma va forse in vacanza? Un padre può mandare in ferie la propria paternità? Un seminarista va davvero in vacanza? Dio non va in vacanza. 
William Holman Hunt, L'ombra della morte (1873)
Manchester City Art Gallery, Manchester

Al tempo di Gesù non c’erano vacanze, c’erano solo le feste. Probabilmente solo allora Giuseppe chiudeva bottega (sabato compreso ovviamente). In quei trent’anni di silenzio Dio stava quasi rimpiattato a Nazareth. Forse stava come in vacanza. Dicono che Giuseppe facesse il falegname, un vegliardo Geppetto tutto casa e sinagoga. Il vangeli di Marco e Matteo ci dicono che era figlio del “tekton”, del costruttore: un carpentiere? Un muratore? Gesù, in effetti, aveva un po’ il pallino dell’edilizia, basta pensare all’improvvido costruttore di torri o di case sulla sabbia delle parabole, alla pietra angolare scartata dai costruttori, alla costruzione del tempio e alla conseguente riedificazione in tre giorni.

I suoi detti e le sue parole raccontano l’esperienza dell’uomo nella luce di Dio. Il frutto della contemplazione trentennale nell’osservatorio di Nazareth dove “restava loro sottomesso”. Frequentava la sinagoga assiduamente, ma forse se ne stava da parte senza parlare troppo. Dopo quella volta a 12 anni nel tempio è forse rimasto in silenzio fino al momento stabilito, fino al giorno in cui compaesani niente affatto cordiali tentarono di precipitarlo dal monte. Trent’anni per ri-accogliere in sé la Parola nelle forme e nei generi con cui l’avevano espressa gli uomini.

Gesù dopo trent’anni non saprei dire se scendeva o risaliva all’appuntamento della visibilità pubblica. Se scendeva come quando aveva pregato sul monte o se risaliva dall’abisso dell’umanità minima e disarmante del villaggio in Galilea. Al seminarista in vacanza 6 anni sembrano un’eternità. Forse perché tutti chiedono quanto ancora ti manca all’ordinazione. Ma del seminarista medio, dopo l’anno accademico in collegio, non saprei dire se scende o risale all’appuntamento col mondo.

giovedì 14 marzo 2013

Habemus Papam!

Papa Benedetto gira su e giù nella giostra. Una giostra delle fiere di paese, con astronavi minuscole che ruotano senza entusiasmo tra mille lampadine. Ma lui non ne può proprio più. Si guarda intorno cercando aiuto e un modo rapido per scendere a terra. E difatti scende. Lo ritrovo sereno e dimesso in clergyman, che passeggia tra un giardino e una casa di campagna. “Ecco, guarda, te lo regalo. Con questo ti ci puoi fare un anellino”. Il vescovo emerito di Roma porge ad una ragazzina un cristallo di bigiotteria: “..l’ho trovato qui per terra a Castelgandolfo”. Sono contento di vederlo tranquillo, ma subito mi sparisce davanti. Nel frattempo, infatti, mi imbatto in uno strano snack di produzione pontificia. 
“Ecco, uno dei più grandi fallimenti del Vaticano!”
Alzo lo sguardo stupito per capire di cosa si tratta. Una suora, da dietro un bancone da bar mi fa cenno di riferirsi alla merendina che tengo tra le mani. “Hanno speso un sacco di soldi per quello”. 
“Per una merendina? Com’è possibile?”
“Scartala..” 
Mi fido della suora e apro la confezione. Dentro è ripiegata, come il bugiardino di una medicina, una grande pagina fitta di parole. Il testo è complesso, articolato in più paragrafi e sottoparagrafi, irto di note e rimandi. “Sono stati anni a prepararlo e poi nessuno l’ha mai letto..si può immaginare. Come può mettersi a leggere una cosa simile chi vuole solo mangiarsi una merendina?”


“Come darle torto..”
Ma intanto mi sgrano lo snack, che si rivela una saporita crostatina farcita alla crema. Mi sveglio appena in tempo per le lodi: è il primo giorno di conclave. “I sogni rasentano la realtà” mi disse una volta Don Renato : tutti lo sanno, ma a me piace quel verbo che esprime il lambire le cose e, allo stesso, tempo, il raschiare abrasivo sulla realtà. 

Mercoledì pomeriggio sono tutti sintonizzati su Radio Vaticana o in attesa, palese o dissimulata, sul portatile o il telefonino. Alle 18 però, è per me l’ora di prendere l’autobus per dirigersi in parrocchia: dalle 19 alle 20 c’è il catechismo della Cresima. Piove e c’è traffico: non può succedere proprio stasera! E difatti, appena scesi in classe con i cresimandi squilla un telefono: “Fumata bianca!”

Il parroco attacca subito con le campane. “Hanno fatto il papa! Hanno fatto il papa! Chi è? Si sa già?” Momenti di panico in cerca di connessioni disponibili. E i ragazzi? Dopo un rapido briefing si opta per il “libera tutti”. Tutti rispediti a casa per seguire l’evento storico. Nell’era digitale si rimpiange il vecchio televisore da salone parrocchiale. Dominerà anche la condivisione globale dei social network, ma dov’è la trepida attesa, quella gomito a gomito che forgia la comunità e cerca la conferma di vivere qualcosa di veramente importante?

Comunque non c’è troppo tempo per pensare. Giusto quello per uscire con malcelata tranquillità dalla parrocchia e non farsi veder correre all’inseguimento di un taxi gridando: “in Piazza San Pietro!” Ma la richiesta sembra la meno azzeccata in assoluto: “eh, mo’ c’è sta’rmonno!”

Si corre sul taxi verso la storia, come i taxi parigini alla battaglia della Marna..ma è l’ora di punta e piove senza pietà. Con un’abile manovra di aggiramento l’autista svicola dagli incolonnamenti e si precipita per vie insperate non lontano piazza Risorgimento. Proiettati fuori inizia una corsa insensata che monta, si fa rumorosa, cresce rapidamente in un’isteria collettiva. Corrono tutti verso San Pietro in mezzo alla strada, tra gli autisti smarriti e lungo i binari del tram. I militari fanno strada incanalando la folla: donne, bambini, comitive di pellegrini, suore e signorine, azzimati monsignori: tutti di corsa per vedere il papa. Ci surclassano i legionari di Cristo, con scriminature impeccabili e ombrello e cappotto composti nonostante la corsa. Per loro si sospettano allenamenti stile marines mentre noi battiamo la fiacca. Cirillo, il mio compagno cinese arranca disfatto quasi più di me. Ma mai abbandonare il compagno sul campo! Il colonnato è infatti vicino: ormai ci siamo. Sgattaiolando tra la folla ci spingiamo fino in mezzo alla piazza stracolma di gente, trepidante per l’attesa ormai lunga. Adesso si può riprendere fiato e realizzare che qualcosa di veramente importante sta per accadere. 
seminaristi in Piazza San Pietro..
Intorno alle 20, quando cessa la pioggia e ho appena terminato il rosario si accendono le luci della loggia. La piazza sobbalza e si illumina di colpo delle luci azzurrine di telefoni e i-pad pronti alla registrazione o allo scatto. Quando si apre la finestra il cardinale Tauran, il protodiacono di Santa Romana Chiesa proclama fiero e tentennante il rapido annuncio: 
Annuntio vobis gaudium magnum; habemus Papam: Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum, Dominum Georgium Marium Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Bergoglio qui sibi nomen imposuit Franciscum!

Sconcerto generale! La piazza si agita “..e chi è?”. “Bergoglio, un argentino!” Spacciamo subito le nostre minime informazioni. “argentino? Come Belen!” (sic!) “Franciscus?”

Il nome da Papa è una sorpresa quasi più grande. Sogno o son desto? Il Signore mi perdonerà, ma la prima impressione è stata quella di trovarsi nel bel mezzo di un film di Woody Allen, un po’ come in quel vecchissimo film intitolato “il Dormiglione”, dove tale Paolo VII scatena una guerra mondiale per essersi impossessato di una bomba atomica. Non sogno, ma son desto: dalla finestra centrale si stende il grande drappo rosso e di fianco si affacciano, agli altri balconi sulla facciata gli eminentissimi cardinali, contenti dell’affaccio privilegiato sulla piazza gremita. C’è una folla con lo sguardo levato che si prolunga per via della Conciliazione e attende un saluto, le parole che fanno intendere lo stile di un pontificato. E’ il momento: c’è un lungo silenzio. Il papa sta immobile, come inteccherito davanti alla piazza e non si sa chi sia più esitante ed emozionato. Osserva in silenzio, senza gesti di saluto o di richiesta. La folla lo scruta, indagandolo in silenzio sui maxischermi e sul balcone. 

Poi un saluto semplice, come quello di un dimesso presentatore televisivo..  "Fratelli e sorelle, buonasera!”.

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo … ma siamo qui … Vi ringrazio dell’accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il suo Vescovo: grazie!” 

Le parole scorrono piano, interrotte, con voce piana e la folla è tutta tesa nell’ascolto. 
E prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro Vescovo emerito, Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca”.



Il papa chiede preghiere per il suo predecessore e fa pregare la piazza. Ci si trova un po’ smarriti a recitare il Padre Nostro. Nel raccoglimento la folla scandisce con sincera devozione le parole insegnate da Gesù. “Che stiamo facendo?” Suona strana quella preghiera e l’invito all’Ave Maria ed al Gloria. Strano, ma solo per un momento. Non è uno show di prima serata. Non siamo a Sanremo. Non ci siamo dati neppure appuntamento per timbrare il cartellino all’ora chiave della storia. Preghiamo ed è l’orizzonte di Dio che spunta oltre la piazza, la loggia delle benedizione e sopra il cupolone. Ma accanto alla preghiera per il predecessore arriva la richiesta – proposta inaudita!- di pregare, ancora in quel momento, sulla persona del papa che si china in raccoglimento a ricevere il sostegno spirituale della gente.

E adesso vorrei dare la Benedizione, ma prima – prima, vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me”.

Un momento che si vorrebbe prolungare ancora molto a lungo, ma è già il tempo della Benedizione e si avverte con sempre più distinta chiarezza che lo Spirito, ancora una volta, soffia la novità nella Chiesa e nella storia degli uomini.

Adesso darò la Benedizione a voi e a tutto il mondo, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà”.

Il papa indossa e smette la stola. E’ il momento di ritirarsi, ma avverte l’urgenza di salutare. Lo vediamo avanzare di nuovo verso il microfono che, con qualche impaccio, gli è portato davanti. “Fratelli e sorelle, vi lascio. Grazie tante dell’accoglienza. Pregate per me e a presto! Ci vediamo presto: doman..” Ci vediamo domani? Sembra per un attimo di non conoscere fino in fondo che cosa chiede l’agenda. Una sensazione che adesso sfiora il suo pontificato. “Domani voglio andare a pregare la Madonna, perché custodisca tutta Roma. Buona notte e buon riposo!

Il saluto è cordiale e il richiamo alla Madonna è semplice, bello e pieno di fiducia filiale. Nel discorso, pur breve, mai un accenno al termine “papa” e un rimarcare continuo alla Chiesa di Roma. Umiltà, insistenza sulla dimensione della collegialità, low-profile e aplomb gesuitico?

Il papa ha lasciato il segno con parole semplici, ma evidentemente meditate. Emerge una proposta umile, ma chiara, più negli intenti, per il momento, che nelle possibili proposte. E’ uno stile che fa breccia, anche senza gestualità.

Rottura, rinnovamento? Segnali di cambiamento?
Nella Chiesa tutto si tiene: Dio è l’artista della sintesi. Il mondo può immaginare sfide geopolitiche, lotte intestine, scenari da risiko pontificio o strategie comunicative. Non si tratta di smerciare merendine o appetibili crostatine alla crema, né di cadere nella produzione di documenti onnicomprensivi. Si affiancheranno stili e linguaggi diversi, ma nella luce della fede e nell’opera dello Spirito tutto si ricompone e avanza verso il compimento. Chissà con quale occhi, davanti alla tivvù, avrà assistito l’emerito Benedetto da Castel Gandolfo. Non troverei commento migliore alle sorprese di questa sera e di questi giorni che le parole della sua ultima udienza: 
 “la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua. E il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare”.

domenica 23 dicembre 2012

Segnalazioni Stonate 2012 | IV Domenica di Avvento


 Quando la città è fredda, avvolta dalla nebbia e dal buio anche in chiesa si gela. Specialmente in quelle antiche e grandi chiese romaniche delle nostre parti, con le pareti nude e spogliate da restauri radicali. Così come sono sembrano fatte apposta per congelare un passato irrecuperabile e mettere un’ipoteca sulla bellezza. Ma senza preghiera, senza una candela accesa, senza la presenza nel tabernacolo neppure lì ci sarebbe bellezza. La bellezza autentica  porta in sé una promessa che non è determinabile a tavolino, non si esaurisce nell’armonia, nella perfezione della forma o nella correttezza della proporzione.  Si diceva, però, delle fredde chiese pistoiesi. Ancora stordito dal freddo umido mi  acquatto su una panca e di colpo mi accorgo che la visita non è per caso. Dentro c’è una scultura stupenda che racconta il Vangelo di questa quarta e ultima domenica di Avvento. Una vecchia è inchinata davanti a una giovane: un’adolescente dal volto puro ed acerbo, ma dallo sguardo consapevole. Elisabetta in ginocchio stringe le braccia alla giovane parente che porta in grembo il suo Signore. Non c’è niente che esprima meglio la promessa che è racchiusa nella bellezza. Ogni bellezza è gravida di mistero. Ancora non mi è del tutto chiaro, ma c’è un nodo tra bellezza, promessa,  ispirazione e santità che fiorisce da questo delicato episodio del Vangelo di Luca. Nelle due donne si agitano due esistenze misteriose e già dialoganti. I due bimbi, ancora nel grembo delle madri si riconoscono, segnalano la loro presenza, rivelano la loro vocazione prima di essere venuti al mondo. C’è una forza dall’alto che suscita questo dialogo, che scavalca le parole ed entra nella carne, nell’umiltà delle cose terrestri. Il Vangelo non parla fuori dal mondo, ma dal di dentro. Non rivela i meccanismi del cosmo  o dell’atomo, ma li colloca nel piano divino, che è in fondo tutto quello che conta e che non si può sempre spiegare a parole se non con analogie.
Nelle due figure in terracotta non ci sono aureole, né colori, né gli attributi tipici dei santi. Soltanto una giovane e una vecchia. Anche il nostro mondo è privo di “tag” o di spicciola segnaletica spirituale,  e dal profondo dell’essere di quelle due donne è la forza dello Spirito che suscita santità e detta l’ispirazione. Così, ci dice Luca, è nata una delle poesie più recitate al mondo: quel Magnificat che si dipana da un cuore traboccante fiducia e consapevolezza dell’amore di Dio. Dio non soltanto mantiene le sue promesse, ma  le supera!

Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo.

E’ difficile trovare una brano musicale che rifletta questa bellezza.  Qui ci vuole la fede, si entra nella santità. Ma ancora prima di scrivere confesso di aver avuto nella mente  e nelle orecchie la bellezza inesprimibile di cui parla questo brano  intitolato “Daydreaming” . Estratto dall’album Wild Go (2010) è forse il pezzo più noto di questa band statunitense che porta un nome degno di metallari incalliti. I DARK DARK DARK, invece, propongono un suadente chamber-pop folk, che è proprio tutta un’altra cosa dal gusto per i riff di chitarra e il richiamo istintuale di molto ‘roccherrol’. La voce romantica e sognante della cantante Nona Marie Invie accompagna melodie dai toni struggenti e dagli sviluppi armonici classicheggianti.  La segnalazione merita anche per la qualità del videoclip che impreziosisce e segue perfettamente lo sviluppo del testo . Il risultato, in questo “sogno ad occhi aperti”, è poeticamente riuscito. C’è una bellezza, quella della natura, che racchiude qualcosa di stupefacente e inesprimibile. E’ la santità della creazione?

Se sapessi quanto è importante per me.
La dove l’aria è così tersa
Se sapessi quanto è importante per me.
Punta lo sguardo ad ovest
Ricordami le grandi montagne
 O, vagherei per miglia
Mi sono seduta laggiù e mi sono sgranchita la ossa.
Se sapessi quanto è importante per me.
O tutto ciò che non si può esprimere..
E’ una terra estesa a perdita d’occhio
Dove soffia solo il vento
Correrei più veloce che posso
Una terra che si perde a vista d’occhio
La sto cercando
Dove soffia solo il vento
Se sapessi quanto è importante per me.
Lo vedresti anche tu.
Oh tutto ciò che è inesprimibile.


Il Vangelo di questa ultima domenica di Avvento ci invita a fare il passo successivo. Anche nell’uomo si può contemplare questo mistero inesprimibile. Se solo sapessimo quanto è importante! Se lo crediamo anche noi lo vedremo. Tutto ciò che è inesprimibile, in fondo, è misteriosamente riassunto nel Dio che si è fatto carne. 

sabato 8 dicembre 2012

Segnalazioni Stonate 2012 | II Domenica di Avvento


Dov’è Dio? Dove lo incontro?
In Seminario e/o in Collegio! Lì lo troviamo di sicuro. Così almeno può pensare il cristiano medio, ma forse, paradossalmente, ne è ancora più convinto chi più traballa nella fede. Possiamo esserne sicuri? A dire il vero Dio si è spesso ritirato là dove non andremmo a cercarlo. Così sembra suggerire la lunga zoomata storica che ci propone il Vangelo di Luca in questa Seconda Domenica di Avvento. “Nell'anno decimoquinto dell'impero di Tiberio Cesare..” La mente si spinge già verso Roma Caput Mundi. Invece occorre una decisa sterzata ad oriente verso gli oscuri territori dell'Iturèa, della Traconìtide e  dell'Abilène. Un terzetto che sembra uscito dall’edizione più difficile del Trivial Pursuit. Non aiuta l’orientamento neppure l’indicazione di una città perché Luca punta dritto nel deserto, dove “la parola di Dio scese su Giovanni”. Dio è dissociato dalle geografie del buon senso o del senso comune, ma può farsi trovare anche più vicino di quanto possiamo immaginare.
Nel palazzo dirimpetto al Collegio ferve la vita condominiale. In attesa dell’ascensore punto lo sguardo fuori dalla finestra e scopro il pensionato in pigiama e mutandoni concentrato ad alzare e aggiustare finestra e zanzariera. All’ultimo piano la vita scorre come in un reality senza audio. Si festeggiano compleanni, si consumano cene tra amici, ogni tanto si guarda la televisione, qualcuno accarezza un cane e un altro giovane condomino dondola sulla porta parlando al telefono. Parole senza qualità si infrangono sui vetri degli appartamenti. Gesti subito dimenticati moltiplicano l’entropia. Così vite parallele scorrono a miliardi sul pianeta. “ci sono cose che dico che non significano niente comunque .. e ci sono cose che faccio che non significano niente comunque

There are things
That I say
That don't mean a thing anyway

And there are things
That I do
That don't mean a thing anyway



La realtà del peccato priva di connessioni gesti e parole. Tutto scorre disordinatamente. Poi, quando la luce si spenge e le serrande si abbassano, ogni cosa è riassorbita nel nulla. Ho riportato più sopra le parole di Micah P. Hinson, noto folk-singer di Abilene. Non già il territorio citato da Luca, ma la cittadina statunitense da cui proviene questo cantautore dalla faccia a ragazzino e la voce che non ti aspetti. Dal grigio di quest’altra Abilene è presto precipitato in un abisso di dipendenza e depressione dopo la partenza di una turbolenta innamorata. Micah P. Hinson ne è uscito con un disco di rara intensità intitolato “The Gospel of Progress” (2004) da cui prendo spunto per accompagnare il Vangelo di questa Domenica. Ancora una volta, dunque, il tempo della prova è stato fecondo. Capita spesso così. Nel vuoto risuona più forte l’appello del Battista. Nel dramma le profezie acquistano tutto il loro spessore. Nell’abbandono scaturisce il grido che diventa preghiera. Non c’è sicurezza che tenga, se non nel Signore. Per questo abbiamo bisogno di ascoltare di nuovo l’invito pressante del Battista: “Preparate la via del Signore. Raddrizzate i suoi sentieri!” Quando la vita si smarrisce il peccato confonde il senso delle cose. Spezza le connessioni tra me e gli altri. Tra me e Dio.
Dalle finestre del Collegio le esistenze parallele dei condomini vicini, quelle degli uomini che sciamano nelle piazze, nei supermercati e nelle chiese, scorrono apparentemente senza senso.
Ma tu non dimenticarti di me”. Dio si ricorda. I nostri gesti e le nostre parole acquistano profondità in Dio. Anche Lui, dopotutto, si è affidato ad una voce: “Voce di uno che grida nel deserto”. Dio ascolta, Dio vede. Dio ricondurrà tutto a sé. Come recita la profezia di Baruc, nella prima Lettura: “Dio ha stabilito di spianare ogni alta montagna e le rupi secolari, di colmare le valli e spianare la terra perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio”. Perché Dio si è ricordato di me.

And don't you
don't you forget about me
forget about me
And don't you
don't you forget about me…