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sabato 29 novembre 2014

Natale Inquieto - Prima Domenica di Avvento 2014


Perché alla gente piacciono le stelle?
Una ventina d’anni fa - nel finale di un disco imperdibile - se lo domandava anche un’inquieta cantautrice a stelle e strisce. Ma sarà poi così vero? Per le strade incrocio teste basse e dita che corrono frenetiche su piccole luci molto terrestri. La notte, accecata perfino nei piani più alti dalle luci e dalle distrazioni della vita urbana, segue un ritmo differente da quello del firmamento. 
Quando il cielo è nitido, alzando lo sguardo dai vicini dietro le finestre o dalle persiane socchiuse alle stelle abbassate sull’orizzonte, sono rimandato alla visione aperta, distesa, liberante, della volta celeste. Forse – mi dico – in qualche angolo della città, in più sperdute frazioni di questo paese…anzi, ancora più là, oltrepassati monti e deserti, ancora più là dell’Asia dove scorrazzava il pastore errante, altri occhi puntano il cielo senza saper cosa dire, spersi sotto le stelle, ma sollevati per un attimo dal ritmo del mondo quaggiù. Sotto la silenziosa maestà delle stelle, perlustrando la porzione di globo nelle tenebre, non troverei soltanto coppie di innamorati, ma pure disperati in mezzo al mare e inermi assediati da sanguinari mozzatori di teste, oppure vittime di sistemi corrotti e violenti. Assai più vicino, a poco meno di cinquanta metri, sono sicuro, d’altra parte, di trovare uomini e donne di cui conosco il nome con la schiena su uno scalino, rimbacuccati tra infiniti sacchetti a contendersi lo spazio con i topi.

Perché alla gente piacciono le stelle?
“Sono lontane, ma a guardarle si sta al sicuro”, recitava la canzone di cui sopra. Sotto le stelle si vive una certa inquietudine. Lassù c’è una realtà misteriosa e infinita che ci supera nello spazio e nel tempo. Quaggiù, invece, piccole cose finite che tanto fanno penare o gioire.

Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l'uomo perché te ne ricordi e il figlio dell'uomo perché te ne curi?” (Salmo 8,4-5) Il salmista non sfuggiva agli stessi interrogativi, perché da sempre gli uomini hanno desiderato tenere insieme il cielo e la terra. Anche per questo attorno alla notte è fiorita una sconfinata ed inquieta letteratura.

La notte domina il Vangelo di questa prima domenica d’Avvento ed è una notte inquieta. Il padrone se n’è andato senza lasciar detta l’ora del ritorno, ma affidando i compiti ai suoi servi. “Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati” (Mc 13,35-36).
Una lettura breve che suona quasi minacciosa e lascia nell’inquietudine di un ritorno promesso ma inaspettato.

Benvenuto Matteucci, prete pistoiese poi arcivescovo di Pisa, ma anche appassionato cultore di letteratura, ha scritto un bel saggio sull’inquietudine (Introduzione a F. Castelli, Letteratura dell’inquietudine, Milano 1964). Qui parlava di “una inquietudine originale nativa e ontologica … propria dell’uomo, di ogni uomo, anima immortale, circoscritta nei limiti corruttibili dello spazio e del tempo”.

Chi guarda il cielo avverte meglio questi "limiti corruttibili". Sotto le stelle, infatti, chi veglia può interrogare il Cielo con più facilità. Non sarà un caso se Gesù la notte saliva sul monte a pregare. Forse con le stelle davanti agli occhi era più semplice parlare con il Padre. 
Gli uomini hanno creduto di rintracciare nelle stelle i segreti della storia di questo e dell’altro mondo e attraverso di esse hanno pensato ai loro morti. Nella Via Lattea, ad esempio, trovavano nuova vita gli uomini virtuosi e da lassù, racconta Cicerone nel cosiddetto “Sogno di Scipione” : “tutto pareva magnifico e meraviglioso. C'erano, tra l'altro, stelle che non vediamo mai dalle nostre regioni terrene; inoltre, le dimensioni di tutti i corpi celesti erano maggiori di quanto avessimo mai creduto ... I volumi delle stelle, poi, superavano nettamente le dimensioni della terra. Anzi, a dire il vero, perfino la terra mi sembrò così piccola, che provai vergogna del nostro dominio, con il quale occupiamo, per così dire, solo un punto del globo” (III, 16). Nel cielo, poi, i cristiani collocarono i santi, cercando di cucire definitivamente il finito e l’eterno. Ma di fronte al cielo anche il cristiano resta sulla soglia.

Meglio che altrove, però, il Signore sussurra attraverso le stelle. Gregorio Magno, ad esempio, parlava di celesti sussurri: “il divino sussurro giunge a noi attraverso tante vene quante sono le opere create che la divinità stessa presiede. Quando contempliamo l’opera creata ci eleviamo ad ammirare il creatore…poiché non possiamo avere di lui una conoscenza adeguata, non sentiamo la sua voce, ma appena un sussurro. E siccome non siamo in grado di conoscere a fondo neppure le stesse cose create, giustamente si dice: Quasi furtivamente il mio orecchio percepì le vene del sussurro” (Commento morale a Giobbe, parte prima, V, 52).

Il sussurro però non ci appaga e la distanza che separa il tempo e l'eterno, la mutevolezza e la Verità immutabile, talvolta trasforma l'inquietudine in angoscia: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” 
Il profeta Isaia (63,19), nella seconda lettura di questa Domenica, ci leva di bocca il grido che agita i nostri momenti difficili. 
Per Raymond Raposa, folk singer dell’Oregon attorno a cui ruota una band polimorfa chiamata Castanets, questa inquietudine è trasfigurata in un asciutto brano di poesia-canzone (The smallest bones, dall'Album "Cathedral", 2006). Il pezzo è accompagnata da video suggestivo e paradossale, compreso tra il cielo e il linguaggio dei muti.

My God
It’s an eternity
Waiting for thee

There’s a cancer
In the smallest bones
In the smallest breeze

And the houses
Have not grown their wings
We’ve no sleep
Among those stars

And our streets flow
Downward from those hills
They don’t get very far

And my Lord
It’s an eternity
Waiting for thee

And my Lord
It’s an eternity
Waiting for thee

Mio Dio
È un’eternità
Aspettarti

C’è un cancro
Nelle ossa più piccole
Nelle brezze più leggere

E alle case
Non sono cresciute le ali
Non abbiamo sonno
Tra queste stelle

E le nostre strade scendono
Giù da queste colline
Ma non vanno troppo lontano

E mio Signore
È un’eternità
Aspettarti

E mio Signore
È un’eternità
aspettarti


Quaggiù, in effetti, le cose non vanno troppo bene, a tal punto che, come chiosa il profeta: "tutti siamo avvizziti come foglie" (Isaia 64,3). Eppure - scriveva ancora Matteucci – “si vede meglio la struttura della foglia quando è secca, e non rimane che l’intreccio delle nervature.
L’inquietudine ci fa comprendere quel che siamo, sentire quel che possiamo o non possiamo essere, che la felicità è connessa al lavoro irriducibile di questa nostra faticosa esistenza, e che un mattino dobbiamo partire per ritrovarci, analogia e numeri dispersi, nella Realtà. E’ la confessione di Agostino: Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te".


Chissà cosa pensa Dio dall’alto del Cielo. Da poco più su della terra le cose acquistano tutt’altra prospettiva. Dalla stratosfera gustano già d’eterno e di una pace che supera le incongruenze di ogni giorno. 
Forse anche Dio è inquieto. Inquieto di un amore - torno di nuovo a Matteucci - che è “estrema indulgenza e estrema indigenza .. per l’inquietudine Dio, per così dire, si traveste e scende in quel territorio occupato dal Nemico che è tanto spesso il nostro cuore”.  

Agli uomini inquieti sotto il cielo stellato resta il desiderio di colmare una sete d’infinito sempre pronta a riaffiorare, di scoprire ciò che lega il cielo e la terra, l’umano e il divino, il tempo e l’eterno. L’attesa vigilante non resterà frustrata. Non è un caso, dopotutto, che l’intera Bibbia si chiuda con la luce di una stella: “Io Gesù … sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino” (Ap. 22,16).

Buon Avvento, dunque, e buon Avvento inquieto.

giovedì 2 ottobre 2014

La 'solitudine' di chi non è solo

per Luca e Emanuele

«Quanto ti manca?»
Il seminarista se lo sente ripetere e se lo ripete spesso. Quantificare la distanza dall’ordinazione è un esercizio quasi quotidiano. Il countdown è sempre sotto gli occhi e rifrulla nella mente, anche in quella del più devoto o bizzarro candidato al sacerdozio. Durante la messa, in seminario o in collegio, già prefigura atteggiamenti, parole, accessori che farà suoi o che rifiuterà. Un meccanismo spesso irriflesso e in buona fede che interviene sempre più man mano che l’ora fatale si avvicina. Quasi al punto da far dimenticare l’unica ora davvero importante: quella della santificazione. E l’ora della santificazione è oggi! 

Il rischio di posticipare l’impegno per la santità, di rimandare la consapevolezza dell’integralità di una scelta al futuro più o meno prossimo può provocare indesiderati effetti collaterali. Primariamente c’è il rischio di sfibrare la grazia dei giorni donati, quel tempo di grazia irripetibile in cui si articolano le nostre giornate, e di farlo cadere nell’indistinto di una attesa inquieta. Dopotutto è un atteggiamento molto umano, ma proprio per questo il frutto della mentalità mondana che rimanda l’azione alla funzione e non alla dinamica del discepolo. Dio chiama oggi. Poi, con la pienezza della consacrazione, abiliterà e indicherà altri uffici. Dio chiama oggi, e il domani è soltanto nelle sue mani. Ad una mamma occorrono circa nove mesi per arrivare al parto. Ad un seminarista circa 6 anni, senza contare i tardivi e i prematuri. Ma che guaio se una donna non si ricordasse di essere già mamma mentre affronta la gestazione! Gesù, con la sua Parola, scuote i dinamismi che ci distraggono dall’essenziale e ci introduce in una nuova parentela. Con Lui siamo condotti in una forma di rapporti che scaturisce dall’oggi. «Donna, ecco tuo figlio!» Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!» (Gv 19,26-27).


 «Ecco»: nella Bibbia ritorna spesso questa parolina, specialmente nei libri dell’antico testamento, dove è pietra d’inciampo della traduzione dall’ebraico (hinnē), che indica il qui e ora della presenza e dell’accadere. Gesù ci introduce in una nuova serie di legami. Ci sono quelli verticali, come la figliolanza divina a cui ci apre il Battesimo e la comunione sospesa tra cielo e terra che è propria dei santi. Quelli orizzontali, che dicono la parentela, l’amicizia, la comunione della sequela, passano attraverso l’obbedienza sofferta e sofferente. «Donna, ecco tuo figlio!». Sotto la croce si rivela una nuova maternità che nasce dalle lacrime, ma una maternità ancora più ampia, totalmente inedita. «Ecco tua madre!»: una nuova figliolanza che supera l’amicizia nella relazione della carne. L’uomo in quanto nuova persona è trasformato, reso diversamente fecondo. 

Le ordinazioni diaconali che scandiscono gli appuntamenti dei seminaristi e il ritrovarsi degli amici fanno ripensare anche a questo. Durante la celebrazione l’amico, ormai novello diacono, è balzato in pochi minuti al fianco del vescovo. Come diacono, infatti, il ‘chiamato’ è introdotto in una nuova relazione : quella di figliolanza con il vescovo, di servizio d’amore a Lui nella Chiesa. Il diacono (specialmente se destinato al sacerdozio) è un uomo nuovo. Tra addetti ai lavori si parla di ‘salto ontologico’, di ‘sigillo’, di ‘carattere indelebile’, ma forse si può dire altrettanto bene che con l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria il diacono è introdotto in un diverso stato di vita: è della famiglia ma non più solo della famiglia. E’ degli amici, ma non più solo degli amici. E’ dei fratelli, ma non più solo dei fratelli. E’ se stesso, ma non più come solo a sé stesso. La sua posizione all’altare, accanto al vescovo, segnala visibilmente una nuova appartenenza: quella allo stato clericale. Inserito in questo nuovo stato, anche l’amicizia si trasforma, cresce, si amplifica in Cristo. 



In questo processo di spossessamento e ridefinizione il seminarista, poi diacono e quindi prete -a Dio e vescovo piacendo- entra paradossalmente anche nella dimensione della solitudine. Una solitudine sui generis. Una solitudine che è croce quotidiana, dovuta ad una scelta volontaria, alla sequela di Gesù. Solitudine che il mondo non capisce e neppure si lascia incasellare nelle categorie degli uomini, neppure in quella degli uomini soli che cantavano i Pooh.

Durante l’estate, in viaggio, al campo estivo, o in esperienze di servizio, l’esperienza comunitaria trova nuove forme, momenti comuni di particolare intensità. Il seminarista si lascia alle spalle la fatica della vita comune e cade nell’eccitazione di una nuova e diversa compagnia. Esperienze stupende, ma che chiedono di essere lette alla luce di Dio. E difatti, al ritorno, nei percorsi e nei luoghi consueti, l’esaltazione rischia di trascolorare presto nella fatica della solitudine. In queste montagne russe di eccitazione e desolazione occorre distinguere bene lo psichico dallo spirituale. Ne ha parlato con acuta e drammatica chiarezza (siamo nel 1938) Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano ucciso in un campo di concentramento per la sua opposizione al regime nazista. «Nulla è più facile che risvegliare l’ebbrezza della comunione in pochi giorni di vita comunitaria, e nulla è più fatale per una vita comunitaria sana, sobria e fraterna nel lavoro quotidiano. Non ci sono molti cristiani a cui Dio non conceda, almeno una volta nella loro vita, la esperienza inebriante di una vera comunione cristiana. Ma una simile esperienza in questo mondo non rimane altro che un sovrappiù, una grazia concessa oltre al pane quotidiano di una vita comunitaria cristiana» (La Vita Comune, Queriniana, Brescia 1969, pp. 68-69).

Lanciano, miracolo eucaristico

Ed ecco, appunto, che il seminarista-diacono-prete sperimenta davvero e pesantemente questa solitudine. Vorrebbe confidare agli amici di prima movimenti interiori e la modellazione continua dello Spirito, ma il mondo attorno sembra muoversi a differente velocità, sintonizzato su altre frequenze. Ritroverà il passo, la sintonia di un tempo? Il servizio, l’ascolto, l’amore, individueranno poco a poco inediti e più profondi canali, anche se meno immediati e più impegnativi. Oggi, forse, può cogliere intuitivamente la novità proposta dal Signore. Davanti al tabernacolo è più facile farlo. Il Signore è sempre lì, pazientemente in attesa e in ascolto. La solitudine è superata dalla Presenza a cui si apre la vita del discepolo. Presenza che dovrebbe sopraffare la nostra stessa realtà, e invece si mantiene piccola e nascosta nella comunione della carne e del sangue. Presenza continua, anche se oscura, ma indisponibile a schematizzazione e a pianificazioni temporali che sono prodotti mondani e, alla fine, molto personali.

Gesù custodisce la nostra solitudine e la comunione con gli altri. «Un cristiano – scrive ancora Bonhoeffer- ha bisogno dell’altro per Gesù Cristo. Un cristiano incontra l’altro solo per mezzo di Gesù Cristo. In Gesù Cristo siamo eletti fin dall’eternità, accolti nel tempo e uniti per l’eternità»(Ibidem, p.46). Senza Cristo non possiamo incontrare gli altri: «la via è bloccata dal nostro stesso io. Cristo ha aperta la via a Dio e al fratello. Ora i cristiani possono amarsi e servirsi gli uni gli altri, possono divenire uno. Ma anche ora lo possono solo tramite Gesù Cristo» (Ibidem, p. 49).  


Il seminarista che avanza sulla strada della formazione non si è scelto la compagnia e si trova inserito in una comunità le cui regole, a pensarci bene, risultano almeno illogiche per il mondo. In questa curiosa combriccola, dalla mattina alla sera, attraverso la preghiera, lo studio, le chiacchiere e i servizi comunitari,oscilla tra la solitudine e la vita comune. Eppure, puntualizza Bonhoeffer: «Chi desidera comunione senza solitudine, precipita nella vanità delle parole e dei sentimenti; chi cerca la solitudine senza la comunità, perisce nell’abisso della vanità, dell’infatuazione di se stesso, della disperazione. Chi non sa restare solo tema la comunità. Chi non è inserito nella comunità tema la solitudine. La giornata comune del gruppo comunitario è accompagnata dalla giornata solitaria di ogni membro» (Ibidem, p. 121). L’equilibrio ottimale di una comunità spirituale è un obiettivo impegnativo, ma anche un dono di grazia. La Parola e la presenza eucaristica ci rimettono continuamente in carreggiata e preparano alla navigazione adulta e personale del diacono e del prete fuori dal seminario/collegio.

Santuario di S. Gabriele dell'Addolorata
Urna con il corpo di San Gabriele

Anche la solitudine dell’eremita o del monaco non si configurano come le immaginerebbe il mondo. Il cammino verso la santità apre la solitudine alla fecondità dell’amore. Santi vissuti nel nascondimento o nella solitudine hanno attratto, più di ogni propaganda o pubblicità, generazioni di uomini e donne. Ai piedi del Gran Sasso, ad esempio, sperduto tra i pascoli e le balze, seguendo la regola di Paolo della Croce, San Gabriele dell’Addolorata ha percorso un’esistenza «conforme a quella degli apostoli » in un «profondo spirito di preghiera, di penitenza e di solitudine per conseguire una più intima unione con Dio ed essere testimoni del Suo amore» (Costituzioni della Congregazione della Passione di Gesù Cristo, Cap. 1, 1). Accantonata una brillante vita mondana, l’esistenza di Gabriele è trascorsa rapidamente tra la formazione e la preghiera, senza episodi di particolare risalto. Un’esistenza apparentemente poco fruttuosa e nascosta, troncata presto dalla malattia. Poi anni di silenzio fino a quando, attorno alla sua tomba, si moltiplicano i miracoli. «Dio – scriveva San Gabriele - non guarda il quanto ma il come; la nostra perfezione non consiste nel fare le cose straordinarie ma nel fare bene le ordinarie». Una piccola via che può quasi irritare tanto è dimessa e remissiva. Ma forse chi attraversa la solitudine e l’oscurità con questa piccola consapevolezza, ha imparato l’umiltà dell’obbedienza e superato la tentazione della diserzione.

«Non si può negare- scriveva Benvenuto Matteucci, pistoiese ( o ancora meglio carmignanese) trapiantato arcivescovo a Pisa tra il 1971 ed il 1986- che la solitudine rappresenta per un prete una croce quotidiana, dovuta ad una scelta volontaria, alla sequela di Gesù». Una solitudine agitata dall’inquietudine. «Vi è in noi – prosegue Matteucci - una triplice inquietudine: storica, soprannaturale, patologica. Il Signore ci ha fatto per sé ed è inquieto il nostro cuore finché si riposi in Dio (inquietudine storica, agostiniana). Nulla o ben poco si è fatto, quando tanto resta da fare: “Inquietatevi di non inquietarvi” : scriveva Newman (inquietudine soprannaturale). E infine l’inquietudine di chi si gratta la piaga, senza tener conto della realtà della vita e di una risoluzione spirituale (inquietudine patologica). L’inquietudine, che nasce dall’esser soli, dal sentirsi soli, si risolve non solo nel lavoro, nell’applicazione pastorale, con la fraternità e l’amicizia pastorale, con la fraternità e l’amicizia sacerdotale; ma soprattutto all’interno con la preghiera e i mezzi sacramentali» (B. Matteucci, Fraternità Sacerdotale, Pacini Editore, Pisa 1983, p. 431).
«
Non siamo soli – chiosava Matteucci - quando abbiamo Dio con noi e possiamo aprirci a Lui. Conosciamo la noia solo quando si è privati di Dio … La solitudine conduce sempre l’uomo al male quando la sofferenza che l’accompagna non diventi sacramento e presenza del Cristo» (Ibidem, p. 234).

sabato 30 novembre 2013

Segnalazioni Stonate 4.0 | Avvento 2013

«Avvento» non significa, ad esempio, attesa, come si potrebbe pensare, ma è la traduzione della parola greca «parusia», che significa «presenza» o, meglio ancora, «arrivo», cioè presenza iniziata … L’Avvento ci ricorderà perciò due cose diverse: anzitutto, che la presenza di Dio nel mondo è già incominciata, che egli è misteriosamente presente; in secondo luogo, che la sua presenza è appena iniziata, non è ancora completa: essa deve ancora crescere, divenire, maturare (J. Ratzinger, Dogma e Predicazione, BTC 19, Brescia 1974, pp. 303-304).
Mi servo così di un pensiero autorevole per giustificare la scelta di proporvi nelle quattro domeniche di Avvento una riflessione sui Vangeli della Solennità del Natale, a partire dalla messa Vigiliare, a quella della Notte, fino ai due proposti per la liturgia del Mattino. Un modo per vivere fin da subito il senso di questa ‘presenza’ che oggi incomincia nuovamente.


Dopo un incidente automobilistico con la sua Ferrari il giovane Kavinsky è costretto ad un’esistenza da zombie. Apparentemente nulla è cambiato se non che per lui il tempo si è irrimediabilmente fermato in quel punto di non ritorno. Dire come stanno le cose alla propria fidanzata diventa terribilmente complicato.
Questo, più o meno – secondo le stesse parole dell’autore, Vincent Belorgey- ciò che descrive il brano Nightcall, uscito in un EP omonimo nel 2010, ma che ripropongo qui nella recente versione dei London Grammar. Il terzetto inglese sembra destinato ad accalappiare l’interesse degli adolescenti più inquieti, se non altro per il titolo del singolo con cui hanno fatto breccia “Wasting my young years” (dall’album If You Wait, 2013), che racconta con pathos leggiadro le vicissitudini di una relazione in crisi.


La “chiamata notturna” ‘coverizzata’ da questi giovanissimi è accompagnata da un video molto suggestivo. Una melodia straniante, sottolineata meravigliosamente dalla voce della statuaria interprete è immersa in uno scenario di nebbia e tenebre, vuoto interiore e isolamento. Un’immagine perfetta per descrivere lo stato d’animo che attanaglia certa adolescenza, quando non è raro sentirsi come uno zombie, prigioniero di un’identità (e di un corpo) da accettare nonostante tutto. Così  il teenager si trasforma in una creatura solitaria e introversa che cammina sul filo del rifiuto e della ribellione. Ben altri traumi, forse meno spaventosi di un incidente automobilistico, attraversano la vita ad ogni età. Specialmente quell’età. Famiglie frantumate, incomprensioni, vergogna, la difficoltà di relazionarsi con gli altri e con il mondo.

Sto per farti una chiamata notturna/ per dirti come mi sento./ Ti porto in macchina attraverso la  notte giù per le colline./ Sto per dirti qualcosa che non vuoi sentire./ Sto per mostrarti dov’è buttato, / ma non avere paura./ C’è qualcosa dentro di te/ che è difficile da spiegare./ C’è qualcosa dentro di te/ che è difficile da spiegare,/ ma tu sei sempre lo stesso…

Qualcuno, in casi limite, può vivere davvero come uno zombie, prigioniero di un’identità costruita sulle ‘cose’, su una meccanica dell’accumulo e della collezione che lo anestetizzano da sé stesso. «Io sono disposta a fare questa cosa, perché secondo me questo è il prezzo da pagare per tutte le cose che vogliamo noi». È l’ammissione – reale, purtroppo- di una tra queste creature morte a sé stesse, disposte anche a svendersi per ciò che è inconsistente. «Certo – diceva il papa ai giovani riuniti a Copacabana per la GMG - l’avere, il denaro, il potere possono dare un momento di ebbrezza, l’illusione di essere felici, ma, alla fine, sono essi che ci possiedono e ci spingono ad avere sempre di più, a non essere mai sazi. E finiamo “riempiti”, ma non nutriti».

La vicenda che ci racconta il Vangelo della messa vigiliare di Natale è immerso in un’atmosfera di sogno. Non si tratta di un incubo, ma Giuseppe non doveva sentirsi troppo bene. Meditava in cuor suo come respingere la giovane fidanzata e non rassegnarsi ad una vita da zombie. I suoi antenati Michelangelo li ha raffigurati sulle pareti della Cappella Sistina tutti mezzi addormentati, alcuni quasi annoiati, sprofondati in un’attesa secolare, altri eternati in pose decadenti. Chissà se Giuseppe si sentiva schiacciato da questa genealogia lunga mezza pagina, popolata di personaggi illustri e tipi meno esemplari.  Il suo sembra il dramma di un’esistenza non destinata a generare la vita, ma soltanto a subire quella altrui. Chiuso nella sua solitudine -seppure saldo nella giustizia- Giuseppe sperimenta la difficoltà di convivere con i propri fantasmi e il peso di prendere decisioni. I pensieri che turbano il suo sonno e rendono incerto il da farsi però, appartengono soltanto a lui. 


L’angelo, infatti, rivela a Giuseppe di guardare le cose da un’altra prospettiva. Da Dio arriva la notizia che si può superare il dramma di ‘non sapere come fare a’, del ‘non saper accettare che’, del ‘chiudersi in sé’. L’esistenza ha una svolta inaspettata che la libera dal passato e della difficoltà di leggere gli eventi: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù».
 Per Giuseppe è il momento in cui si diradano le nebbie ed è possibile aprirsi ad una maturità che realizza la vita e la propria vocazione. È una pienezza di vita e libertà a cui accenna anche il videoclip dei London Grammar, quando tra le nebbie appare una mandria di cavalli raccolti in un pascolo inquieto. Pur nella nebbia prendono il passo e si lanciano nella corsa, in aperto contrasto con l’algida rigidità dei personaggi umani e dei tre giovani rockers.



Gesù arriva nella storia per liberare la nostra vita dalle oscurità. Non c’è trauma o incidente che egli non possa raccogliere o sanare: «egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» …Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù.
Con Gesù tutto cambia, il nostro presente, ma anche il nostro passato che è ora inserito in un cammino di salvezza, in una storia attraversata - anche nelle sue tenebre - dalla promessa e della misericordia di Dio (14 generazioni da Abramo a Davide, 14 da Davide alla deportazione in Babilonia, altre 14 dopo la deportazione).
«Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia.» (Francesco, Evangelii Gaudium, 1).

Di un altro ‘chiamata notturna’ ci racconta proprio il Natale: non zombie, ma angeli gioiosi portano agli uomini messaggi inaspettati.

giovedì 19 settembre 2013

La vacanza del seminarista

Romanzo di formazione in tre parti.
3. FORMA

Il seminarista in vacanza si aggira in un’età compresa tra i 20 e i 40 anni inoltrati. Un ventennio che sembra appiattirsi sempre più sul decennio dei teenager. Non è mai troppo tardi però, per imparare a leggere la vita alla luce di Dio. La realtà si fa più densa e ogni gesto assume spessore: Dio ci educa. Specialmente in vacanza, quando il seminarista può crescere nel servizio e nell’ascolto. Allora, infatti, misura se la sua vita prende quota o si impantana; se è desideroso di trascinare i fratelli a Dio o a sé stesso.

Il seminarista in vacanza è fiero dei suoi studi. Quando ascolta omelie o qualche predicozzo può ripetere tra sé: “ah..qui la so lunga..qui ricordo bene..questo prete rigira sempre la solita frittata..” Ma la sapienza di un sacerdote carico d’esperienza e di decenni è tutt’altra cosa. Certamente occorre imparare, studiare, aggiornarsi, ma occorre anche crescere in sapienza e accogliere i doni dello Spirito. Quelli che passano – e passano sempre - anche nelle omelie più scalcinate e nelle mille indicazioni, grandi o minime, che scaturiscono dal popolo di Dio. 

Dopo un anno di istruzioni spirituali però, il seminarista in vacanza assiste all’omelia un po’ distratto. D’altra parte il suo forte -con qualche eccezione – è il rito. Ha imparato tutto sull’ars celebrandi e sulla preghiera. Ore di allenamento tra gli scranni e gli altari del collegio/seminario lo hanno ben istruito. Ma alla messa Andrea, un disabile grave, si batte il petto e scandisce con il candore purissimo che hanno soltanto i bambinelli del presepe, le parole dell’atto penitenziale. Mentre andiamo cercando le formule per una migliore actuosa participatio i piccoli di Dio sono già dentro le dimensioni profonde della preghiera. Senza accorgersene superano se stessi, già trasfigurati in matite, pennarelli ed evidenziatori di Dio.

Il seminarista in vacanza recita con scrupolo l’Ufficio, come il diligente alunno elementare che svolge i compiti a casa in attesa della merenda. Ma prima della messa, tra le panche della chiesa, una madre si avvicina al tabernacolo, si inginocchia, sosta un minuto, accende una candela. Anche in ospedale c’è una madre accanto ad un tabernacolo. E’ il letto dove giace il figlio disabile ormai nelle sue ultime ore, al culmine di un doloroso calvario. Adesso è il momento della “nuda croce” mi dicono. Ma la vita della mamma è stata tutta spesa per accogliere al meglio la croce e trasfigurarla in trofeo d’amore. 
Non ci sono crediti formativi per misurare il valore di un corso del genere, né molte altre vie per ricordarsi che la vocazione è dono di sé. Che la vera sapienza è umile. Che il cuore di ogni chiamato Dio lo vuole indiviso.

27 luglio 2013, Rio de Janeiro, XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù, adorazione eucaristica al termine della veglia
Nel mistero Eucaristico tutto si ricompone, come una goccia in cui è riflessa terra e cielo e che concentra tutto in sé stessa. Senza questo mistero la giornata del seminarista non ha un centro. Senza l’eucarestia non c’è cristianesimo e la chiesa cattolica diventa teatro. Tutto è assunto nel sacrificio della messa in cui ci è donato di rivivere il mistero della passione morte e resurrezione di Cristo. Ricevere e assumere la forma del pane eucaristico è il cammino continuo del seminarista prima e del prete poi. Una ‘forma’ che per Von Balthasar, il noto teologo, è la cifra del ‘caso serio’, quella forma compiuta che rivela l’essere e la propria vocazione.
Il seminarista in vacanza sperimenta, difatti, che la vera, grande tentazione è allontanarsi da quella forma divina, tradire la vocazione cui si è chiamati. 
In fondo è  la tentazione grave che incombe su tutti. Individuare la propria vocazione, discernerla alla luce dello Spirito, conformarla a Cristo nello stato di vita a cui chiama: è questo il caso serio che preoccupa uomini e donne compresi tra gli ‘enti’ e gli ‘anta’, perfino quelli che non hanno molta dimestichezza con la fede cattolica. 
E’ l’inquietudine che il seminarista provoca - anche involontariamente- con la sua scelta e che cova, attorno a lui, sotto i sorrisi e le lacrime di ogni giorno. Affiora nelle uscite del sabato sera e negli aggiornamenti reciproci, quando ci si scopre nella vita dei ‘grandi’ senza aver ancora capito bene cosa essere ‘da grandi’. Nel frattempo si sono manifestate incrinature interiori, sono affiorati momenti rimossi e se qualcosa va storto ti scopri di colpo – quasi con sgomento – incredibilmente fragile. Molti hanno frainteso le parole di Gesù. Molti non le hanno comprese  o non hanno accolto il suo messaggio. Ma quando Gesù piangeva per la morte di Lazzaro, anche se i più ostili hanno subito mormorato, non ci sono stati fraintendimenti: “Perciò i Giudei dicevano: «Guarda come l'amava!»” (Gv 11,36). Il seminarista in vacanza incontra anche le lacrime. Da prete ne incontrerà tante di più. Salendo e scendendo per le strade della Palestina, nei percorsi quotidiani degli uomini, anche Dio ha pianto.
Anche le lacrime, quale lingua universale, possono far intravedere la ‘forma’. L’icona è nella Passione di Giovanna d’Arco di Dreyer, il celebre film muto del 1928. Per l’interprete è un tour-de-force di primi piani tra estasi e lacrime. Giovanna è ormai prigioniera. Gli uomini la fanno piangere, la interrogano, la accusano, la tormentano e la condannano. Poi, con l’inganno, la costringono ad abiurare. Ma nel carcere, quando acquista consapevolezza dell’errore commesso, il pianto di Giovanna è ancora più eloquente. La forma è compiuta ancora prima del martirio. Gli inquisitori aguzzini di fronte a quella forma ammutoliscono tra le lacrime. E con loro il seminarista in vacanza. 

domenica 23 dicembre 2012

Segnalazioni Stonate 2012 | IV Domenica di Avvento


 Quando la città è fredda, avvolta dalla nebbia e dal buio anche in chiesa si gela. Specialmente in quelle antiche e grandi chiese romaniche delle nostre parti, con le pareti nude e spogliate da restauri radicali. Così come sono sembrano fatte apposta per congelare un passato irrecuperabile e mettere un’ipoteca sulla bellezza. Ma senza preghiera, senza una candela accesa, senza la presenza nel tabernacolo neppure lì ci sarebbe bellezza. La bellezza autentica  porta in sé una promessa che non è determinabile a tavolino, non si esaurisce nell’armonia, nella perfezione della forma o nella correttezza della proporzione.  Si diceva, però, delle fredde chiese pistoiesi. Ancora stordito dal freddo umido mi  acquatto su una panca e di colpo mi accorgo che la visita non è per caso. Dentro c’è una scultura stupenda che racconta il Vangelo di questa quarta e ultima domenica di Avvento. Una vecchia è inchinata davanti a una giovane: un’adolescente dal volto puro ed acerbo, ma dallo sguardo consapevole. Elisabetta in ginocchio stringe le braccia alla giovane parente che porta in grembo il suo Signore. Non c’è niente che esprima meglio la promessa che è racchiusa nella bellezza. Ogni bellezza è gravida di mistero. Ancora non mi è del tutto chiaro, ma c’è un nodo tra bellezza, promessa,  ispirazione e santità che fiorisce da questo delicato episodio del Vangelo di Luca. Nelle due donne si agitano due esistenze misteriose e già dialoganti. I due bimbi, ancora nel grembo delle madri si riconoscono, segnalano la loro presenza, rivelano la loro vocazione prima di essere venuti al mondo. C’è una forza dall’alto che suscita questo dialogo, che scavalca le parole ed entra nella carne, nell’umiltà delle cose terrestri. Il Vangelo non parla fuori dal mondo, ma dal di dentro. Non rivela i meccanismi del cosmo  o dell’atomo, ma li colloca nel piano divino, che è in fondo tutto quello che conta e che non si può sempre spiegare a parole se non con analogie.
Nelle due figure in terracotta non ci sono aureole, né colori, né gli attributi tipici dei santi. Soltanto una giovane e una vecchia. Anche il nostro mondo è privo di “tag” o di spicciola segnaletica spirituale,  e dal profondo dell’essere di quelle due donne è la forza dello Spirito che suscita santità e detta l’ispirazione. Così, ci dice Luca, è nata una delle poesie più recitate al mondo: quel Magnificat che si dipana da un cuore traboccante fiducia e consapevolezza dell’amore di Dio. Dio non soltanto mantiene le sue promesse, ma  le supera!

Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo.

E’ difficile trovare una brano musicale che rifletta questa bellezza.  Qui ci vuole la fede, si entra nella santità. Ma ancora prima di scrivere confesso di aver avuto nella mente  e nelle orecchie la bellezza inesprimibile di cui parla questo brano  intitolato “Daydreaming” . Estratto dall’album Wild Go (2010) è forse il pezzo più noto di questa band statunitense che porta un nome degno di metallari incalliti. I DARK DARK DARK, invece, propongono un suadente chamber-pop folk, che è proprio tutta un’altra cosa dal gusto per i riff di chitarra e il richiamo istintuale di molto ‘roccherrol’. La voce romantica e sognante della cantante Nona Marie Invie accompagna melodie dai toni struggenti e dagli sviluppi armonici classicheggianti.  La segnalazione merita anche per la qualità del videoclip che impreziosisce e segue perfettamente lo sviluppo del testo . Il risultato, in questo “sogno ad occhi aperti”, è poeticamente riuscito. C’è una bellezza, quella della natura, che racchiude qualcosa di stupefacente e inesprimibile. E’ la santità della creazione?

Se sapessi quanto è importante per me.
La dove l’aria è così tersa
Se sapessi quanto è importante per me.
Punta lo sguardo ad ovest
Ricordami le grandi montagne
 O, vagherei per miglia
Mi sono seduta laggiù e mi sono sgranchita la ossa.
Se sapessi quanto è importante per me.
O tutto ciò che non si può esprimere..
E’ una terra estesa a perdita d’occhio
Dove soffia solo il vento
Correrei più veloce che posso
Una terra che si perde a vista d’occhio
La sto cercando
Dove soffia solo il vento
Se sapessi quanto è importante per me.
Lo vedresti anche tu.
Oh tutto ciò che è inesprimibile.


Il Vangelo di questa ultima domenica di Avvento ci invita a fare il passo successivo. Anche nell’uomo si può contemplare questo mistero inesprimibile. Se solo sapessimo quanto è importante! Se lo crediamo anche noi lo vedremo. Tutto ciò che è inesprimibile, in fondo, è misteriosamente riassunto nel Dio che si è fatto carne. 

sabato 13 ottobre 2012

50 anni dopo. Una fiaccolata in Piazza San Pietro con papa Benedetto.


Si chiama Joseph, ma non fa il papa. Anzi, si direbbe che un po’ ce l’abbia pure con lui. Siamo all’indomani del 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II e dell’avvio dell’Anno della Fede. Da bravo seminarista attento alle circostanze del momento presente mi documento sulla storia del Concilio con un libretto comprato per l’occasione. Alla stregua di qualche poeta romantico affacciato su mari di nebbia e rovine gotiche in cerca di ispirazione mi sistemo bel bello in Piazza San Pietro col libro nuovo di pacca. In realtà attendo amici e dissimulo pose situazioniste rincantucciandomi tra le colonne del porticato del Bernini. Ma c’è spazio per poche pagine perché nel frattempo arriva Joseph. Ha l’aspetto di un reduce, uno di quei soldati vestiti di grigio topo dell’esercito di Cecco Beppe. E’ austriaco ma ha sulle spalle il peso di qualche trauma, di una disgrazia capitata in Italia. Vive per strada, ma veste distinto – nonostante i calzoni corti- e con grande dignità. “Questi preti non hanno umanität : basta guardarli”. Ce ne sono più o meno per tutti. Visto il tipo, però, c’è poco da rispondere. “C’erano due uccellini caduti dal nido. Sono passate suore, preti: nessuno si è fermato! Non hanno visto che avevano bisogno di cura? Ho perso due ore per trovare il posto più vicino per farli curare. Poi loro allevano e quando sanno volare lasciano liberi. Questi preti parlano molto dolce, ma non hanno zenzo della realtà”. Con tutta la buona volontà mi accingo a perorare la causa della santa chiesa cattolica. E’ una battaglia persa e la storia di quei due uccellini mi ronza nella testa.


Si chiama Joseph e fa il papa. Il giorno precedente, la sera dell’11 ottobre, si è affacciato sulla piazza colma di gente, per lo più giovani con le candele accese in ricordo della fiaccolata che cinquant’anni fa accompagnò l’apertura del Concilio e ascoltò il celebre ‘discorso alla luna’ di Giovanni XXIII, quello che tutti ricordano per la ‘carezza ai bambini’. Anche il Papa ha sulle spalle il peso di qualche trauma, porta con sé “le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi” per usare il celebre attacco della Gaudium et Spes. Dalla camera dei ricordi è Joseph che parla, a braccio e un po’ commosso : “Cinquant’anni fa, in questo giorno, anche io sono stato qui in Piazza .. Eravamo felici .. e pieni di entusiasmo. Il grande Concilio Ecumenico era inaugurato; eravamo sicuri che doveva venire una nuova primavera della Chiesa”. Dalla camera vaticana è il papa che parla: “In questi cinquant’anni abbiamo imparato ed esperito che il peccato originale esiste e si traduce, sempre di nuovo, in peccati personali, che possono anche divenire strutture del peccato. Abbiamo visto che nel campo del Signore c’è sempre anche la zizzania .. Abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave e qualche volta abbiamo pensato: «il Signore dorme e ci ha dimenticato»”. Parole che gelano la piazza canterina e ammansita dal ricordo del Papa buono. “Il fuoco dello Spirito Santo – prosegue il Papa - il fuoco di Cristo non è un fuoco divoratore, distruttivo; è un fuoco silenzioso, è una piccola fiamma di bontà, di bontà e di verità, che trasforma, dà luce e calore. Abbiamo visto che il Signore non ci dimentica... Cristo vive, è con noi anche oggi, e possiamo essere felici anche oggi perché la sua bontà non si spegne; è forte anche oggi!”.

Possibile che dopo cinquant’anni, dopo il grande sforzo di aggiornamento attuato dal Concilio, dopo la poderosa riflessione sulla Chiesa elaborata in quegli anni lo stesso Papa descriva con parole così drammatiche la Chiesa e le sue vicissitudini? Forse anche di questo c’era bisogno. Per quanti progressi si possano maturare nell’aggiornare strumenti e strutture con essi non intacchiamo l’essenziale. Per quanto numerosi possano essere i giovani che affollano le piazze (che bisogno c’è poi di contarsi sempre?) o i cattolici che si rendono vivaci e presenti in parrocchia o nella rete, non è con i numeri, né con post, né con tag o cinguettii che si misura l’opera dello Spirito. 

Certamente la storia passa per i grandi della gerarchia ed i buoni e influenti teologi, ma gli ingranaggi decisivi si scoprono nei luoghi più impensati, spesso nel grigio e nelle tenebre in cui operano i santi e vivono i più piccoli tra i piccoli. Così, infatti, dove non sarebbe arrivato il Concilio Vaticano I e oltre, è arrivata una povera illetterata dei Pirenei. Poi da Lourdes, passando anche per Lisieux (solo per fare un esempio noto a tutti) il testimone è passato a tre pastorelli di Fatima a cui sono stati consegnati i misteri più gravi del secolo. La grande storia si piega alla preghiera, cede il fianco a ciò che è nascosto ed umile per confondere i potenti ed i sapienti di questo mondo. Così è stato anche nei momenti più bui del secolo come insegnano Edith Stein, Padre Kolbe e François Xavier Van Thuan. Nei piccoli, infatti, Cristo può parlare e rivelarsi con maggiore forza e splendore. Altrimenti occorre spezzarsi, frantumare le proprie sovrastrutture sul legno della croce per tornare come loro e abbandonarsi completamente a Dio. “In un punto decisivo della via cristiana la natura deve andare con Cristo alla morte. La sua crescita rettilinea deve rompersi, la sua visione deve trasformarsi in notte, la sua accurata compiacenza di sé in maltrattamento”. E un passaggio nodale che è garanzia di maturità, che permette di operare quel cambiamento di mentalità per cui non agiamo e pensiamo più come se Dio “fosse alle nostre spalle” e toccasse a noi programmare la via migliore e più feconda, ma “camminiamo in attesa aperta, verso di Lui”. Così diceva Hans Urs Von Balthasar, il grande teologo in Chi è il Cristiano?: un testo acuto e dirompente composto nel 1965, all’indomani della conclusione del Concilio. “Possiamo avvicinarci a Dio solo se, al di la di tutti i nostri propri problemi, rimane in noi lo spazio libero per ciò che la sua volontà ha di inatteso”. E’ una disposizione che passa per una vera e propria ‘espropriazione’. Per la chiesa tale espropriazione, che pure si avvia nelle aperture al mondo segnate dal Concilio, si trasforma in umiliazione. Un’umiliazione che chiede il perdono, così come lo ha ripetutamente formulato Giovanni Paolo II nel suo pontificato e soprattutto in occasione del Giubileo del 2000, ma è un’umiliazione, prosegue il teologo “da cui viene spontaneo il termine vergogna, e non ci si deve sforzare di liberarsene”. E difatti, anche volendo, non è per niente facile liberarsene. Anzi, dalla radice cattiva spuntano sempre nuovi polloni.

Quando nel 2010 volava verso Fatima Benedetto XVI sembrava parlare proprio di questo ai giornalisti che lo incalzavano sul terzo mistero: “anche qui, oltre questa grande visione della sofferenza del Papa, che possiamo in prima istanza riferire a Papa Giovanni Paolo II, sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano ... Il Signore ci ha detto che la Chiesa sarebbe stata sempre sofferente, in modi diversi, fino alla fine del mondo ... la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa ... Con una parola, dobbiamo ri-imparare proprio questo essenziale: la conversione, la preghiera, la penitenza e le virtù teologali. Così rispondiamo, siamo realisti nell’attenderci che sempre il male attacca, attacca dall’interno e dall’esterno, ma che sempre anche le forze del bene sono presenti e che, alla fine, il Signore è più forte del male, e la Madonna per noi è la garanzia visibile, materna della bontà di Dio, che è sempre l’ultima parola nella storia”. E’ una visione della storia e della chiesa che non si recupera sui libri, né si descrive con i numeri o le categorie degli analisti moderni: “la preghiera, la sofferenza, l’obbedienza di fede, la disponibilità (forse non sfruttata), l’umiltà, sfuggono ad ogni statistica”. E’ facile nei bar, come nelle sagrestie ( e perfino nei seminari e/o collegi) smarcarsi dalla vergogna e dall’espropriazione parlando di trame di palazzo, di berrette e partiti interni: “non è possibile – ammonisce ancora il vecchio Balthasar – che il cristiano voglia esigere e stare a guardare come la Chiesa viene espropriata e umiliata, senza veder compiersi questo salutare processo nella sua esistenza”.

50 anni dopo il concilio il Papa invita a tornare sui testi, gli autentici interpreti dei segni dei tempi. Con essi e con la fatica penata per elaborarli, il Concilio si “è preoccupato di far sì che la medesima fede continui ad essere vissuta nell’oggi, continui ad essere una fede viva in un mondo in cambiamento”. Le oscurità e le fatiche non verranno mai meno e sono il banco di prova dei nostri entusiasmi apostolici. Anche i santi più ardenti e coraggiosi ci si sono scontrati. San Giovanni Battista proclamava con parole di fuoco che il Messia era vicino: “Già la scure è posta alla radice degli alberi”! Ma poi, in attesa del supplizio, mandò dalla sua cella i discepoli a chiedere conferma. San Francesco Saverio, il grande evangelizzatore dell’Oriente, si diceva pronto a dare la vita per Cristo e la Chiesa così come dice il Vangelo: “chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà”. Però, come scrive in una lettera “quantunque il latino e il significato in genere di queste parole del Signore sia facile da intendere”, quando la situazione precipita davvero “tutto si fa così buio che il latino, pur essendo tanto chiaro, comincia ad offuscarsi, e in tal caso mi sembra che lo possa intendere solo colui al quale, per dotto che sia, Dio Nostro Signore lo vuole palesare in momenti particolari e per la Sua infinita misericordia”. Non a tutti il Signore chiede prove così esigenti, ma a tutti chiede il salto della fede. E’ un salto difficile, ma che apre alla speranza e alla gioia, perché, dice il Papa, “la fede vissuta apre il cuore alla Grazia di Dio che libera dal pessimismo”. “Cristiano – chiosa, invece von Balthasar – è l’uomo che vive di fede, che cioè ha regolato tutta la sua esistenza sull’unica possibilità apertagli da Gesù Cristo, il figlio di Dio, obbediente per noi tutti fino alla croce: quella di partecipare al sì obbediente, che redime il mondo, detto da Dio”. E se attorno alla Chiesa gravita il male, proprio la  feconda riflessione del Concilio ci ha dischiuso una prospettiva ricchissima sulla chiesa come mistero, comunione fra gli uomini e fra il cielo e la terra, chiesa come popolo chiamato universalmente alla santità, orientato, nella storia, sulla via della salvezza.

Sui marciapiedi della cronaca, invece, più precisamente quelli intorno a San Pietro, incrocio una signora devota. Lei, vedova con molti figli, torna dalla preghiera in chiesa. “Eh..sono vecchia, sa? ottantun’anni!”. E’ l’esordio tipico di chi vuole attaccare bottone e infatti la signora sorride prosegue e racconta: “Io abito qua vicino..ma sa che dalla terrazza vedevo papa Giovanni Paolo?”. Provo a dribblarla, ma lei insiste e mi dice di averlo sempre visto pregare, lui solo che camminava con il breviario in mano su una terrazza. Un papa, dunque, dei giorni feriali e dei momenti qualunque che diventa maestro di preghiera. Sono curiose le vie dello Spirito, ma passano quasi sempre per la carne e le parole degli uomini. Il cristiano che tiene Cristo davanti a sé non può fare a meno di correre incontro e insieme al fratello. “Tuttavia – e per l’ultima volta cito lo scritto di von Balthasar- dentro il fratello che incontra egli scorge il Figlio dell’uomo che per lui è morto e per lui interpone l’intercessione presso il Padre. Egli lo scorge dietro ognuno, dietro il mondo intero. Di ciò si nutra la sua speranza. .. la speranza dei cristiani non corre via dalla storia, ma lungo la storia corre verso la fine”.

Gli occhi di Joseph – quello che non fa il papa - pur nella maestosità della piazza berniniana, hanno saputo scorgere due uccellini caduti dal nido. Con il suo accento tedesco prosegue la sua requisitoria ora guardando dritto davanti a sé, come per concentrarsi o rammaricarsi di come stanno le cose, poi, di tanto in tanto, volgendo lo sguardo indietro ad una borsa che tiene accanto ai suoi piedi. “Chissà cosa ci tiene? Magari i pochi spiccioli o qualche vestito..”. Ma poi, quando si alza per salutarmi scorgo che nella borsa è avvolto un cucciolo: un cagnolino nero mezzo addormentato. Joseph lo accarezza con una tenerezza infinita che stride con gli accenti polemici di qualche minuto primo. “Si chiama Stella. E’ molto, molto tenera”. La tenerezza è un linguaggio universale, anche gli uomini più duri e arrabbiati finiscono per cedere di fronte ad un gesto di tenerezza. Anche gli animali sono sensibili alla tenerezza e perfino le bestie più temibili cedono di fronte alle coccole. Forse è per questo che quelle parole di cinquant’anni fa sono rimaste nella storia e nei cuori di tutti: “portate una carezza ai vostri bambini..”. Da chi custodisce la tenerezza ed ha occhi per le cose minime si può molto sperare.


Il mio libro sulla storia del concilio ha perso un po’ di interesse. Confesso che volevo saperne di più su contrasti tra tradizionalisti e progressisti, conoscerne i nomi, le svolte e le battute di arresto. C’è molto da leggere su questo. Ma che almeno tutto sia propedeutico a leggere il mondo e gli uomini. E per questo ci vuole la vista fine che allenano soprattutto la preghiera e l’amore. Così, nell’intreccio tra luce e tenebre proprio della storia i piccoli hanno un ruolo privilegiato. A loro, in modo particolare, papa Giovanni affidò la preghiera per il concilio: ai bambini “la cui innocenza e le cui preghiere a nessuno sfugge quanto valgano presso Dio, sia gli ammalati e i sofferenti, persuasi che i loro dolori e la loro vita, assai simile ad una immolazione, in virtù della Croce di Cristo si tramutano in una valida supplica, in salvezza, in fonte di vita più santa per la Chiesa intera”. Messe da parte le ri-letture, nuove attraenti letture ci aspettano.

Il Joseph papa, affacciato dalla finestra, si sarà pure sentito in obbligo di citare il beato predecessore. Ma in effetti, non poteva che concludere così: «Andate a casa, date un bacio ai bambini e dite che è del Papa».