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giovedì 19 settembre 2013

La vacanza del seminarista

Romanzo di formazione in tre parti.
3. FORMA

Il seminarista in vacanza si aggira in un’età compresa tra i 20 e i 40 anni inoltrati. Un ventennio che sembra appiattirsi sempre più sul decennio dei teenager. Non è mai troppo tardi però, per imparare a leggere la vita alla luce di Dio. La realtà si fa più densa e ogni gesto assume spessore: Dio ci educa. Specialmente in vacanza, quando il seminarista può crescere nel servizio e nell’ascolto. Allora, infatti, misura se la sua vita prende quota o si impantana; se è desideroso di trascinare i fratelli a Dio o a sé stesso.

Il seminarista in vacanza è fiero dei suoi studi. Quando ascolta omelie o qualche predicozzo può ripetere tra sé: “ah..qui la so lunga..qui ricordo bene..questo prete rigira sempre la solita frittata..” Ma la sapienza di un sacerdote carico d’esperienza e di decenni è tutt’altra cosa. Certamente occorre imparare, studiare, aggiornarsi, ma occorre anche crescere in sapienza e accogliere i doni dello Spirito. Quelli che passano – e passano sempre - anche nelle omelie più scalcinate e nelle mille indicazioni, grandi o minime, che scaturiscono dal popolo di Dio. 

Dopo un anno di istruzioni spirituali però, il seminarista in vacanza assiste all’omelia un po’ distratto. D’altra parte il suo forte -con qualche eccezione – è il rito. Ha imparato tutto sull’ars celebrandi e sulla preghiera. Ore di allenamento tra gli scranni e gli altari del collegio/seminario lo hanno ben istruito. Ma alla messa Andrea, un disabile grave, si batte il petto e scandisce con il candore purissimo che hanno soltanto i bambinelli del presepe, le parole dell’atto penitenziale. Mentre andiamo cercando le formule per una migliore actuosa participatio i piccoli di Dio sono già dentro le dimensioni profonde della preghiera. Senza accorgersene superano se stessi, già trasfigurati in matite, pennarelli ed evidenziatori di Dio.

Il seminarista in vacanza recita con scrupolo l’Ufficio, come il diligente alunno elementare che svolge i compiti a casa in attesa della merenda. Ma prima della messa, tra le panche della chiesa, una madre si avvicina al tabernacolo, si inginocchia, sosta un minuto, accende una candela. Anche in ospedale c’è una madre accanto ad un tabernacolo. E’ il letto dove giace il figlio disabile ormai nelle sue ultime ore, al culmine di un doloroso calvario. Adesso è il momento della “nuda croce” mi dicono. Ma la vita della mamma è stata tutta spesa per accogliere al meglio la croce e trasfigurarla in trofeo d’amore. 
Non ci sono crediti formativi per misurare il valore di un corso del genere, né molte altre vie per ricordarsi che la vocazione è dono di sé. Che la vera sapienza è umile. Che il cuore di ogni chiamato Dio lo vuole indiviso.

27 luglio 2013, Rio de Janeiro, XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù, adorazione eucaristica al termine della veglia
Nel mistero Eucaristico tutto si ricompone, come una goccia in cui è riflessa terra e cielo e che concentra tutto in sé stessa. Senza questo mistero la giornata del seminarista non ha un centro. Senza l’eucarestia non c’è cristianesimo e la chiesa cattolica diventa teatro. Tutto è assunto nel sacrificio della messa in cui ci è donato di rivivere il mistero della passione morte e resurrezione di Cristo. Ricevere e assumere la forma del pane eucaristico è il cammino continuo del seminarista prima e del prete poi. Una ‘forma’ che per Von Balthasar, il noto teologo, è la cifra del ‘caso serio’, quella forma compiuta che rivela l’essere e la propria vocazione.
Il seminarista in vacanza sperimenta, difatti, che la vera, grande tentazione è allontanarsi da quella forma divina, tradire la vocazione cui si è chiamati. 
In fondo è  la tentazione grave che incombe su tutti. Individuare la propria vocazione, discernerla alla luce dello Spirito, conformarla a Cristo nello stato di vita a cui chiama: è questo il caso serio che preoccupa uomini e donne compresi tra gli ‘enti’ e gli ‘anta’, perfino quelli che non hanno molta dimestichezza con la fede cattolica. 
E’ l’inquietudine che il seminarista provoca - anche involontariamente- con la sua scelta e che cova, attorno a lui, sotto i sorrisi e le lacrime di ogni giorno. Affiora nelle uscite del sabato sera e negli aggiornamenti reciproci, quando ci si scopre nella vita dei ‘grandi’ senza aver ancora capito bene cosa essere ‘da grandi’. Nel frattempo si sono manifestate incrinature interiori, sono affiorati momenti rimossi e se qualcosa va storto ti scopri di colpo – quasi con sgomento – incredibilmente fragile. Molti hanno frainteso le parole di Gesù. Molti non le hanno comprese  o non hanno accolto il suo messaggio. Ma quando Gesù piangeva per la morte di Lazzaro, anche se i più ostili hanno subito mormorato, non ci sono stati fraintendimenti: “Perciò i Giudei dicevano: «Guarda come l'amava!»” (Gv 11,36). Il seminarista in vacanza incontra anche le lacrime. Da prete ne incontrerà tante di più. Salendo e scendendo per le strade della Palestina, nei percorsi quotidiani degli uomini, anche Dio ha pianto.
Anche le lacrime, quale lingua universale, possono far intravedere la ‘forma’. L’icona è nella Passione di Giovanna d’Arco di Dreyer, il celebre film muto del 1928. Per l’interprete è un tour-de-force di primi piani tra estasi e lacrime. Giovanna è ormai prigioniera. Gli uomini la fanno piangere, la interrogano, la accusano, la tormentano e la condannano. Poi, con l’inganno, la costringono ad abiurare. Ma nel carcere, quando acquista consapevolezza dell’errore commesso, il pianto di Giovanna è ancora più eloquente. La forma è compiuta ancora prima del martirio. Gli inquisitori aguzzini di fronte a quella forma ammutoliscono tra le lacrime. E con loro il seminarista in vacanza. 

mercoledì 18 settembre 2013

La vacanza del seminarista

Romanzo di formazione in tre parti.
2. ALLENARSI

Lungo l’Arno -è il confine della Diocesi- i giovani canottieri scendono a riva con la canoa sulla spalla. Nell’ora calda della sera si allenano in acqua vogando a ritmi serrati e coordinati per risalire la placida corrente. “Si allenano tutti i giorni!  Tutto l’anno anche due volte al giorno, forché a  Pasqua e Natale”.
Li osservo scivolare sul pelo dell’acqua con viva ammirazione, come se deposto ogni fardello e superata ogni incertezza rivelassero un’umanità bella, forte ed entusiasta.

Anche il seminarista in vacanza si allena. Forse gli addominali non si sono fatti scultorei, né i bicipiti più tonici. Anzi, corre il rischio di avere quelle manine gracili e sottili, lisce e senza calli fatte apposta per reggere il peso dell’ostia. “Mi pare  a me che avete trovato un bel lavorino…” diceva il nonno  (che aveva le manone forti e grosse da contadino) apostrofando il seminarista e il suo mentore. Eppure anche il seminarista si allena. Lo ha detto pure il Papa ai giovani riuniti a Rio de Janeiro : “noi ci alleniamo per ‘essere in forma’, per affrontare senza paura tutte le situazioni della vita, testimoniando la nostra fede”. Un allenamento fatto di preghiera e sacramenti, ma sperimentato anche “attraverso l’amore fraterno, il saper ascoltare, il comprendere, il perdonare, l’accogliere, l’aiutare gli altri, ogni persona, senza escludere, senza emarginare”. Un allenamento da praticare tutti i giorni più volte il giorno: specialmente a Pasqua e a Natale.

seminarista in allenamento fisico
E’ durante la vacanza che il seminarista misura la propria costanza e fedeltà all’allenamento. D’altra parte è noto come l’estate, oltre ad essere il campo del demonio -come si ricordava affabilmente ai seminaristi di un tempo-, sia il banco di prova migliore per misurare l’efficacia del seminario. Se il cammino avanza (o si interrompe) perché il discernimento funziona avviene qualcosa di strano. 
Gli antichi, si dice, pensavano che l’orsa donasse la forma ai suoi piccoli leccandoli ripetutamente e stringendoli a sé. Se il seminario fa il suo lavoro anche al seminarista avviene qualcosa di simile. Il suo aspetto esterno forse non è così alterato, ma dentro, nell’animo di ogni chiamato Dio ha agito con solerte pazienza. Non è per via di quella faccia un po’ così, o per le sue pose devote da capo-chierichetto. Non è più possibile vivere senza di Lui. Non si tratta di far abdicare la volontà o, peggio, di lavaggio del cervello. Dio si fa spazio nella sua vita. Come si fa spazio nella vita di chiunque desideri la sua amicizia e accolga il suo amore. Per il seminarista in vacanza, di anno in anno, tutto è segno di grazia: Dio lo conduce.


D’estate, con più ampia libertà, può postare su facebook il ricordo delle memorie dei santi, frasi ad effetto estratte dai discorsi pontifici, taggare le foto degli amici dispersi nell’orbe cattolico e proporsi in versione giovanotto da spiaggia, seppure con un’espressione un po’ più concentrata e meditativa. Eppure negli incontri, nei momenti di convivialità, nelle chiacchierate con gli amici Dio chiede spazio, domanda dolcemente di entrare anche lì. Quando il seminarista saluta tutti e torna a casa resta il desiderio di aver parlato di Lui, di averlo almeno portato con sé.  Il riferimento ideale non è il rappresentante porta a porta di aspirapolvere miracolosi, ma la trasparenza di una vita donata. Traguardo che è dono e che presuppone il cammino di un’intera esistenza in Lui e dunque, la cura perseverante dell’interiorità. 
"cane della coscienzia"

Il seminarista in vacanza può coltivare con grande cura questo intimo orticello. Ne parlava anche Santa Caterina da Siena: “Noi siamo un giardino, o veramente orto, del quale giardino e orto n'ha fatto ortolano la prima Verità la ragione col libero arbitrio; la quale ragione e libero arbitrio, coll'aiutorio della Divina Grazia, ha a divellere le spine de' vizi, e piantare l'erbe odorifere delle virtù.” Un giardino che occorre custodire col “cane della coscienzia; e sia legato alla porta, sicchè, se i nemici venissero, e l'occhio dell'intelletto dormisse il cane abbai”. Un orticello che il seminarista in vacanza rischia di coltivare a suo piacimento ripetendosi “è mio! ..sono io!”. Per questo “Conviensi dargli mangiare a questo cane, acciocchè sia ben sollicito; e ‘l cibo suo non è altro che odio e amore, portato nel vasello della vera umiltà, e tenuto con la mano della vera pazienzia”. E tanto diventa cauto questo cane, che, “eziandio passando gli amici, abbaia, perchè l'intelletto si levi a vedere chi eglisono, e discernere se sono da Dio o no. E così non potrà essere ingannato l'ortolano, nè rubato il giardino; e non verrà il nemico a seminargli la zizzania dell'amor proprio” (Lettera all'abbate Martino di Passignano dell'ordine di Valle Ombrosa). 

domenica 15 settembre 2013

La vacanza del seminarista

Romanzo di formazione in tre parti.
1. SCENDERE/SALIRE

Il seminarista in vacanza fa lunghe vacanze.

A fine giugno o, al più tardi i primi di luglio, si chiudono le sessioni d’esame. I seminari ed i collegi si svuotano d’un fiato. L’ultimo giorno insieme, appena terminato il desinare, si intravede filare via tra la polvere del cortile l’auto del seminarista medio, ormai proiettato sulle superstrade della libertà.

Il seminarista in vacanza torna a casa con una certa emozione. E’ il reduce, il piccolo bravo ragazzo orgoglio delle nonne. C’è anche, purtroppo, chi a casa non è lieto. Rientra come traditore incompreso, tra l’attesa malcelata che il rientro sia definitivo. Comunque è il momento di sonore dormite o di precipitare di colpo coi piedi per terra. Fuori dall’ecosistema seminario/collegio la vita si inceppa nelle malattie e si ingarbuglia nei disagi quotidiani. Funerali, nascite e matrimoni, in un ritmo serrato che prelude agli appuntamenti quotidiani di un prete.

Il seminarista in vacanza attraversa bel bello le strade della sua cittadina, recupera luoghi e aggiorna percorsi tentando di confondersi con la gente che passa. Va in giro con magliette bizzarre, cimeli di oratori estivi e appuntamenti diocesani, reliquie di giornate mondiali della gioventù latrici di messaggi che inneggiano all’amore e alla pace universale. Ha acquisito ormai quella faccia un po’ così che lo contraddistingue. Se esce a cena spende poco, beve coca media alla spina o chinotto. Ogni camuffamento è ormai inefficace: lo riconosci sgattaiolare in chiesa nella calura estiva; fermo al semaforo il suo rosario oscilla dallo specchietto retrovisore mentre frequenze radio sospette fuoriescono dai finestrini. Quando in utilitaria bianca i seminaristi si aggirano per le strade di paese nei giorni di festa perfino i vigili urbani meno accorti li riconoscono: “Seminaristi? Il parroco vi ha lasciato il posto per la macchina..passate di qui..” 

Il seminarista in vacanza usufruisce di privilegi ecclesiastici tipo il succitato parcheggio riservato. E’ il beniamino delle ottuagenarie e delle madri che avrebbero tanto voluto che un figlio si facesse prete. Colleziona inviti a pranzo da parrocchiani della prima linea e improvvisa accurate visite pastorali nelle parrocchie dei parroci sulla novantina. Si inerpica per i campanili e ispeziona canoniche.

Il seminarista in vacanza elabora buoni propositi mentre è in vacanza per isole e penisola ed usufruisce di privilegi ecclesiastici assortiti anche fuori diocesi. Frequenta concertini e gelaterie, acquista libri che crede di leggere prima del rientro, va in cerca di beni ecclesiastici mobili da esaminare o farsi regalare.

 Il tabaccaio va in vacanza. Anche l’impiegato e il parrucchiere. Ma una mamma va forse in vacanza? Un padre può mandare in ferie la propria paternità? Un seminarista va davvero in vacanza? Dio non va in vacanza. 
William Holman Hunt, L'ombra della morte (1873)
Manchester City Art Gallery, Manchester

Al tempo di Gesù non c’erano vacanze, c’erano solo le feste. Probabilmente solo allora Giuseppe chiudeva bottega (sabato compreso ovviamente). In quei trent’anni di silenzio Dio stava quasi rimpiattato a Nazareth. Forse stava come in vacanza. Dicono che Giuseppe facesse il falegname, un vegliardo Geppetto tutto casa e sinagoga. Il vangeli di Marco e Matteo ci dicono che era figlio del “tekton”, del costruttore: un carpentiere? Un muratore? Gesù, in effetti, aveva un po’ il pallino dell’edilizia, basta pensare all’improvvido costruttore di torri o di case sulla sabbia delle parabole, alla pietra angolare scartata dai costruttori, alla costruzione del tempio e alla conseguente riedificazione in tre giorni.

I suoi detti e le sue parole raccontano l’esperienza dell’uomo nella luce di Dio. Il frutto della contemplazione trentennale nell’osservatorio di Nazareth dove “restava loro sottomesso”. Frequentava la sinagoga assiduamente, ma forse se ne stava da parte senza parlare troppo. Dopo quella volta a 12 anni nel tempio è forse rimasto in silenzio fino al momento stabilito, fino al giorno in cui compaesani niente affatto cordiali tentarono di precipitarlo dal monte. Trent’anni per ri-accogliere in sé la Parola nelle forme e nei generi con cui l’avevano espressa gli uomini.

Gesù dopo trent’anni non saprei dire se scendeva o risaliva all’appuntamento della visibilità pubblica. Se scendeva come quando aveva pregato sul monte o se risaliva dall’abisso dell’umanità minima e disarmante del villaggio in Galilea. Al seminarista in vacanza 6 anni sembrano un’eternità. Forse perché tutti chiedono quanto ancora ti manca all’ordinazione. Ma del seminarista medio, dopo l’anno accademico in collegio, non saprei dire se scende o risale all’appuntamento col mondo.

sabato 24 marzo 2012

5° domenica di Quaresima - PERDERE

Vogliamo vedere Gesù!
Sentirselo dire è il sogno di ogni testimone, evangelizzatore, seminarista.. un sogno che si può estendere ad ogni cristiano. Sulla scia dell’entusiasmo il seminarista novello, consumato dalla zelo apostolico potrebbe quasi smarrirsi: “Mitico! Ma dove lo porto?”. Non sempre abbiamo un’adorazione eucaristica, un prete pronto all’ascolto a portata di mano. Mettiamo che vada bene e abbia il prete in gaudiosa attesa. “Vogliamo vedere Gesù!”: “beh, per ora accontentati del prete..”
Se la prendiamo sul serio, quella domanda ci rimane fastidiosamente appiccicata. Gli apostoli si rincorrono l’un l’altro: “Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù”. E Gesù? Il Maestro sembra dribblare il quesito. Come capita spesso nel Vangelo le Sue risposte rimandano ad una comprensione ulteriore della domanda. La corsa entusiasta degli apostoli è bruscamente interrotta: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”.

Le parole di Gesù saranno cadute come macigni sull’animo dei discepoli. Capita anche ai seminaristi. Per me sono le parole più impegnative da ruminare e digerire in questi anni del seminario. Certo, ai seminaristi dopotutto non è chiesto il sacrificio, ma qualche piccola morte deve essere messa in conto. La tentazione dell’effetto tunnel è sempre in agguato, ma se una volta usciti con un colletto bianco tutto torna come prima siamo chicchi di grano inutili e rinsecchiti. Le nostre morti talvolta, sono infinitesimali, ma tutte merito Suo. Il seme che muore non deve ingegnarsi troppo nell’esercizio: una volta nel terreno fecondo tutto accade spontaneamente e anche la tensione che accompagna la piccola morte quotidiana si scioglie nella pace.

Se mi guardo allo specchio  risuona la parola dell’apostolo: “ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto” (1Cor, 12). Forse sono soltanto invecchiato, con qualche capello in meno e occhiali diversi. Come mi conosce il Signore? Che cosa ha intravisto di speciale in me? E ammesso che qualcosa di speciale ci sia davvero, che cosa devo fare per perdere la mia vita e.. ritrovarla?
Nell’imminenza della Passione può darsi che anche Gesù abbia avvertito il peso di questo interrogativo: “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». 
La Gloria di Gesù passa per la croce, soltanto innalzato attirerà tutti a sé. La risposta che cercavano gli apostoli arriva per la via meno accattivante: “Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.

Anche in chi segue Gesù è possibile “vedere Gesù”. Ma la via della visibilità è quella del chicco che muore. Stare in seminario come il chicco sotto terra può risultare un esercizio faticoso. Vorremmo vedere spuntare il germoglio, mettere presto foglie e spighe abbondanti. Sarebbe bello offrire subito parole edificanti, abbondare in sapienza e in opere sante. Ma è sufficiente seguire la croce: apriremo gli occhi, almeno, su quelle dei fratelli. La via dolorosa della croce personale non rimane isolata se si accompagna a quella di Cristo. Perché non è possibile spiegare questo mistero e correre dritti alla gloria? Se fosse possibile dispensare risposte giuste e confortare i fratelli sarebbe già molto. D'altronde i seminaristi vivono in un osservatorio privilegiato da cui è possibile scorgere le tante croci che accompagnano i compagni e i fratelli che incrociano per strada o in parrocchia.

James Tissot, Ciò che Gesù vide dalla Croce, 1886-1894, New York, Brooklyn Museum
Santa Brigida (1302-1373), patrona d’Europa (e chi lo sapeva?), mistica svedese vissuta a lungo a Roma e pellegrina fino in Terra Santa, mise per scritto un copioso volume di Rivelazioni. I suoi scritti urtano un po’ la nostra sensibilità (e la nostra devozione acqua e sapone) ma c’è un passaggio, piuttosto drammatico, tratto da una visione della Passione di Cristo, che può servire a chiudere il nostro discorso.
Poi il Figlio mio si rivestì e vidi allora le orme dei suoi piedi piene di sangue e conobbi da questi segni il percorso di mio Figlio. Dovunque andava, infatti, appariva la terra bagnata di sangue” (Libro I, cap. 10).

Brigida non si agiterà troppo se nelle impronte di Cristo riconosciamo il sangue versato da chi porta la croce nella sequela di Gesù: ammalati, orfani, poveri, disabili, feriti dalla vita.. Nel sangue che accompagna quelle orme si riconosce soprattutto il sangue versato dai martiri. La loro croce, già su questa terra, risplende della gloria dei santi e lascia vedere Gesù.