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giovedì 30 aprile 2026

Però la morte non ha l'ultima parola


È il tempo pasquale ma fuori, per le vie e i vicoli del centro, non sembrano accorgersene in molti, anche perchè il venerdì santo non era poi molto diverso da qualunque fine settimana. E peraltro, adesso come in Quaresima, il parroco in bianche vesti attraversa a grandi passi la città suscitando, nel migliore dei casi, lo sguardo incuriosito di forestieri in visita. Nei giorni di festa la città è vuota e silenziosa almeno fino a mezzogiorno, gli anziani più tristi perchè si sentono soli e perfino gli accattoni sembrano un po' smarriti. Il Signore è risorto ma la vita arranca, spenta dal di dentro dal vitalismo estetico/estatico dell'età del consumo e dal di fuori da anni di narrazioni ansiogene e di distruzioni di massa.

Nella rincorsa delle notizie, infatti, dimentichiamo rapidamente i cadaveri senza nome, i conflitti in diretta, le vittime delle violenze domestiche. Narrazioni di morte gettano nell'oblio altre morti. Una saturazione visiva che spento lo sdegno e la compassione conduce a un «intorpidimento senza fine né cambiamento».

Così canta, anzi, ragiona tra sé Florence Shaw, cantante dei Dry Cleaning, band post punk che ha confezionato un disco in flusso di coscienza che merita qualche attenzione. Cupi ritmi anni ottanta e distorsioni fragorose accompagnano la recitazione monocorde di Shaw che abbozza inquietanti e spiazzanti considerazioni sul presente, mentre personaggi improbabili – un po' come i protagonisti dei videoclip che accompagnano tutte le tracce dell'album – raccontano uno sguardo sul mondo in cui, come in Evil Evil Idiot, negare l'evidenza è portato al parossismo: «i miei denti sono vecchi e le mie scarpe /  non sono quelle giuste, / ma sono giovane / Sono vecchio giovane, mi fa male. / E mi preoccupo molto di quello che la gente pensa di me / La TV di Natale nella mia mente / La TV di Natale tutto il tempo».


Nel brano “Blood”, l'immagine del sangue racconta l'incessante profluvio di morte che gronda dagli schermi degli smartphone o da quelli televisivi, continuamente rilanciati da anni di conflitti, di costosissimi droni e ingegnose tecnologie sapientemente guidate per uccidere: «Sangue, sangue sulla mia pelle, sulle mani e sulle unghie / e anche nei miei occhi. / Sto strisciando. / Sono in un bunker sotterraneo / con la mia bomba volante controllata da computer. / È un intorpidimento senza fine né cambiamento». Un bombardamento mediatico che si fa trauma personale, detonazione interiore: «Pellegrinaggio, vita privata, mortalità. / Un profondo shock sentito nel corpo».

Inesorabile come una macchia d'olio la morte si espande e filtra in ogni dove, ombra inevitabile delle sue negazioni. 

Parlare di resurrezione è chiaramente sovversivo. Talvolta ho l'impressione che suoni quasi inaudito. Non è ben chiaro, ad esempio, che fine faccia il caro estinto, almeno quando non lo si trattiene nello spazio domestico perchè resti “sempre qui con me”, in urne di ceneri intronizzate sul comodino o nascoste nell'armadio, dimenticate tra i libri e sullo scaffale della libreria. Occorre prendere la morte sul serio e dare valore alla vita. La predicazione di Gesù, i suoi miracoli, le sue parole, raccontano del valore inestimabile che racchiude la vita come dell'irripetibile grazia che passa dal momento presente. La pecora smarrita, il figlio perduto, il viandante moribondo ai bordi della strada, aprono gli occhi sulla dignità e il bene che custodisce ogni uomo. Chi li perde di vista o non li scorge chiude l'orizzonte e non si comprende. Ma il cuore che vede e la misericordia di Gesù non si spiegherebbero senza le prerogative divine che accompagnano il Cristo, la sua autorità e sapienza e soprattutto la sua resurrezione dai morti si spiegano soltanto con Dio. E dunque, per quanto suoni difficile e misterioso l'equilibrio che custodisce la persona di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, questo articolo di fede, così teologicamente connotato, resta un punto irrinunciabile per la fede e la comprensione della vita alla luce del Cielo. Come spiegarlo a chi ha perso l'alfabeto di Dio? 

Il rito, la tradizione religiosa, lo "spirituale" che tocca la carne non sono alieni alla sensibilità contemporanea. 


Da uno spazio di morte violenta e distruzione, ad esempio, riparte il canto e il rituale che accompagna “Saoirse" (che in irlandese significa libertà). É uno dei brani di punta dei Maruja, band di Manchester che suona una sorta di post hardcore militante. Il videoclip traduce con grande sensibilità il testo. Le immagini di desolata rovina e morte in apertura si aprono a una sorta di corteo funebre che chiude il brano in una danza catartica, tra iridescenti diffrazioni che aprono alla speranza e a una possibile speranza. Uomini con tuniche e veli accompagnano la giovane vittima di un conflitto, braccia e gambe maschili che una volta tanto non uccidono ma in un significativo ribaltamento accolgono e custodiscono la vita. Non arrivano risposte tradizionali, tantomeno confessionali. Però il gesto compassionevole, il rito del pianto, si fanno dimensione collettiva di pietà.


Di fronte alla violenza che spezza l'altro negandone l'alterità, il brano inneggia invece al valore della differenza, “che ci rende splendidi”. «Questa – affermano in una intervista  - è una canzone per la pace, uno sfogo di dolore e un rifiuto di rimanere insensibili a ciò che stiamo vedendo».

Sono le nostre differenze che ci rendono belli / Sono le nostre differenze che ci rendono belli. / Cancella il mio ego. / Lascia che il mio amore cresca, / mantienimi umile. / Nessuna supposizione. Guardami lasciar andare, / non aggrapparti mai. / Nella morte lascio andare. / Quindi comincio ora.

C'è o non c'è il divino, il superamento trascendente? Il video racconto di Saoirse si ferma prima. Più avanti, attraverso territori più personali e intimisti, sembra spingersi il fenomeno pop del momento. Ne hanno parlato talmente tanto che comincio a diffidarne. Lux, l'ultimo album di Rosalía ha spopolato un po' ovunque, anche Avvenire ha benedetto l'interesse per la spiritualità monastica, il misticismo, i riferimenti alla fede cattolica e anche molto altro, aggiungerei fin troppo, che ribolle dal disco della cantante spagnola.

"Berghain", il singolo che ha lanciato l'album, è sorretto da un videoclip che però è un piccolo capolavoro; un intreccio di rimandi e citazioni (Da Biancaneve a la Bottega dell'Orefice - l'avrà mai letto Rosalia?) che descrivono i tre movimenti del brano: dall'apertura orchestrale col cantato lirico in tedesco di Rosalía, all'intervento di Bjork, al finale da incubo techno di Yves Tumor. «La parola Berghain - spiega in un'intervista -  significa boschetto di montagna. Berghain potrebbe essere la tua mente. Un luogo in cui perdersi». L'appartamento in cui Rosalía stira e rifà il letto, spazio ordinato e arredato con la statue della Vergine e il sacro cuore che l'orchestra satura come un gomitolo di pensieri, è in fondo l'altra faccia delle stanze tramutate in boschetto e popolate da animali selvatici che attraversa di notte. La mente il cuore, spezzato e malato. Tra la carne e il sangue, ferite e rinascite inquiete, Rosalía si dà un gran da fare a raccontare il fascino dei contrasti e l'abisso che ti porti dentro. Su tutto però, si staglia la voce di Bjork che inimitabile e affilata come un coltello traccia indelebili solchi nell'ascoltatore: «The only way to save us is through divine intervention / The only way I will be saved is through divine / intervention» «L'unico modo per salvarci è attraverso l'intervento divino. L'unico modo in cui sarò salvato è attraverso l'intervento divino».


Diverso spessore trapela in un altro disco iberico, opera prima di Amanda Mur, pianista e compositrice di musica elettronica. Non mancano, anche in questo lavoro, riferimenti alla tradizione monastica, su tutte Ildegarda di Bingen, pur dentro un gran mescolone spirituale che affianca Zarathustra, induismo, cristianesimo e forse pure qualche altro riferimento recuperato dall'inquieta ricerca di Mur. Così, tra i brani musicali emerge, come se fosse stata scoperto o ascoltato per la prima volta, un cantilenante passaggio dell'Ave Maria: «Prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte». Quante volte lo abbiamo ripetuto? Quante volte lo abbiamo ascoltato o balbettato fin da piccoli? Ma chi non si guarderebbe bene di parlare di “morte” a dei bambini? E chi, pensandoci bene, non resta col fiato sospeso pensando all'ora della propria morte?


Amanda Mur lo ha posto in apertura di "Canto a los migrantes", un brano inquietante e sofisticato, in cui la voce, spinta dal suono di una ghironda cresce in un vortice ritmico che cattura come la ragnatela che accompagna la copertina del disco. Il brano è sorretto da un testo bellissimo aperto da un drammatico quanto dirompente interrogativo: 

Who will pray?
For the bodies that fall from the top
of a wall that crosses no man´s land.

Who will pray?
For the people who fall in to sea
and can´t swim and still go.

Who will pray?
For those who get to the otherside
with Luck
and want to talk

and there is no such universal language.
Ora pro nobis.
If you want to get out of there
die and you´ll be born again.
They think so
they have no heart.
We´ll break down the wall someday.
Still dreaming of equality,
still dreaming of that energy
that brings respect and love,
that brings respect and love.

For those who get to the otherside
with Luck.


Chi pregherà?
Per i corpi che cadono dalla cima
di un muro che attraversa la terra di nessuno.

Chi pregherà?
Per le persone che cadono in mare, non sanno nuotare e continuano a vivere.
Chi pregherà?
Per coloro che arriveranno dall'altra parte
con un po' di fortuna
e vorranno parlare
ma non esiste un linguaggio universale del genere.

Pregate per noi.
Se vuoi uscire da lì,
muori e rinascerai.
Loro la pensano così,
non hanno cuore.
Un giorno abbatteremo il muro.

Sogno ancora l'uguaglianza,
sogno ancora quell'energia
che porta rispetto e amore,
che porta rispetto e amore.

Per coloro che, grazie alla fortuna, arriveranno dall'altra parte.

Oggi più che mai la forza del rito e la sapienza della preghiera sono in grado di intercettare gli spiriti più sensibili. Di custodire l'umano e aprire al divino. 

To be continued.

sabato 12 agosto 2023

Cuori giovani e pavoni

«What I was made for?» Per cosa sono stata fatta? Lo domanda Billie Eilish, che presta le parole a Barbie, catapultata nella complessità del mondo reale da quello chiccherelloso e artificiale delle bambole. Però la questione è seria e in fondo entra come una lama nel burro di scenari contemporanei vuoti di proposte e risposte decisive. O forse, ancora di più, inclini a  silenziare le domande decisive.
Per cosa sono stata/o creato?
In viaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù di Lisbona l'interrogativo piove su chi, tra i 16 e i 20 anni, cerca di dipanare la matassa che ingarbuglia la mente, il corpo e il cuore.


Di queste giornate si dice molto, ma non è facile tradurre in parole quel che nelle parole non ci sta, perché eccedente, nei numeri, come nelle emozioni, negli incontri, come nella bellezza che ti si ribalta addosso ad ogni angolo di strada, dentro i volti, le mani, le voci che ti guardano, ti cercano, ti chiamano.

Per mettere ordine nei pensieri che ruotano attorno a quei giorni mi vengono in mente tre parole.

La prima è ascolto. Siamo abituati, specialmente in ambito ecclesiale, a ridirsi che occorre "ascoltare i giovani": cosa sacrosanta, più invocata che praticata. 
Però nei giorni portoghesi uno si accorge quanto i giovani sappiano ascoltare. Ascoltano le parole del Papa, quelle dei loro coetanei, dei don che li accompagnano. Hanno fiuto per quel che vale la pena ascoltare. Si dirà che non tutti erano consapevoli e attenti, che poi non li ritrovi sempre sulle panche in parrocchia; che c'è da tener conto della logica dei grandi numeri. Però l'esperienza insegna che una parola o un gesto possono restare agganciati anche alle antenne più distratte o refrattarie. A chi predica o accompagna, questa disponibilità all'ascolto che poi è preludio ad aperture del cuore, a racconti di sè che non si sottraggono alla commozione, può anche suggerire, ogni tanto, di tacere.


La seconda parola è identità. In un senso però molto diverso da quello in cui si pone, generalmente, nel mainstream del pensiero, la questione identitaria. Un'identità cioè, che non risponde primariamente alla domanda: «chi sono?» Ma ad un altro interrogativo che mi sembra più "drammatico" per un giovane: ma io, «per chi sono?» E cioè: la mia vita conta davvero per qualcuno? Qualcuno si accorge che esisto?  Mi merito di essere amato così incondizionatamente da Dio? Conto davvero qualcosa per i miei genitori, i miei prof, gli amici, o sono soltanto capace di sbagliare, deludere, non riuscire a raggiungere i risultati che il mondo si attende da me (o quel che penso si attenda il mondo da me?). 

Le ansie che si agitano nel cuore di tanti ragazzi fanno pensare. «A volte - commentava con acutezza un giovane pellegrino - abbiamo più paura della luce che è in noi che dell'ombra». Allo stesso tempo ti accorgi che la vita fiorisce quando qualcuno ti dice che vali, che «non sei un numero», ma una creatura unica e irripetibile, voluta e amata da Dio. È in fondo l'identità che esprimono bandiere, maglie e spillette della Gmg; che non raccontano un'identità fatta per distinguere o prevalere, contrapporsi o difendersi, ma ricchezza da condividere, con cui andare incontro all'altro e cantare la bellezza che ci si porta dietro.

Per raggiungere il centro della propria identità, il pellegrinaggio a Lisbona racconta, una volta di più, la forza rivoluzionaria della tenerezza, del cuore trasparente e diretto di quelli che chiamiamo disabili, che pure custodiscono il segreto di un'abilità che i grandi registi del consumo mondiale pagherebbero oro per acquisire, quella di parlare dritto al cuore, di smuovere ogni resistenza o presunzione, di smascherare, come spiegava un altro pellegrino - «i filtri che complicano le nostre relazioni». Il carisma dei "ragazzi", dei più fragili, dei "piccoli", oggi più che mai rivela una forza capace di curare ferite e fragilità che gli specialisti sanno spesso soltanto certificare. 


La terza parola è croce. Col passare dei giorni il pellegrinaggio, con le sue fatiche e i suoi intoppi, con la preghiera e la confidenza, permette di comprendere che nonostante i richiami di divertimento o distrazione mondani non è possibile scansare la realtà della croce. Dentro un cuore giovane non c'è soltanto e primariamente una spensierata allegria. Nelle «montagne russe» delle emozioni vissute a Lisbona ci siamo confrontati con la complessità, ma anche con qualcosa di più grande. «Credo di non aver mai conosciuto la vita come in questi giorni», affermava una ragazza durante una condivisione. «La grazia - commentavano altri - non passa solo attraverso i momenti di gioia, ma anche di pena e di dolore», e altre voci hanno aggiunto: «Ho imparato l'arte di essere fragili e l'arte di essere forti». D'altronde «quando sono debole - ricordava San Paolo - è allora che sono forte». È la scoperta tracciata da un amore più grande, che intreccia ogni cosa, ti cerca, ti sostiene, accompagna in silenzio, perdona, fa entrare nello spessore della vita, attende risposta.


Sono le acquisizioni fondamentali della vita di fede, che ti arrivano addosso come una ventata improvvisa e ti fanno intuire per cosa sei stata/o creato. Nelle crisi che non controlli o negli imprevisti del viaggio, nel malessere che blocca chi hai accanto e chiede di rimodulare nei ritmi e nei modi il tuo viaggio, nell'orizzonte che si apre oltre la linea del mare, nel sole che si colora di rosso al tramonto, nel silenzio che nella notte riempie la distesa di giovani in preghiera lungo le rive del Tago o nelle apparizioni improvvise della grazia. 
Come nei tre pavoni planati in mezzo alle confidenze dei giovani, antichi richiami di bellezza ed eternità per chi è pellegrino in questo mondo. 

sabato 24 marzo 2012

5° domenica di Quaresima - PERDERE

Vogliamo vedere Gesù!
Sentirselo dire è il sogno di ogni testimone, evangelizzatore, seminarista.. un sogno che si può estendere ad ogni cristiano. Sulla scia dell’entusiasmo il seminarista novello, consumato dalla zelo apostolico potrebbe quasi smarrirsi: “Mitico! Ma dove lo porto?”. Non sempre abbiamo un’adorazione eucaristica, un prete pronto all’ascolto a portata di mano. Mettiamo che vada bene e abbia il prete in gaudiosa attesa. “Vogliamo vedere Gesù!”: “beh, per ora accontentati del prete..”
Se la prendiamo sul serio, quella domanda ci rimane fastidiosamente appiccicata. Gli apostoli si rincorrono l’un l’altro: “Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù”. E Gesù? Il Maestro sembra dribblare il quesito. Come capita spesso nel Vangelo le Sue risposte rimandano ad una comprensione ulteriore della domanda. La corsa entusiasta degli apostoli è bruscamente interrotta: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”.

Le parole di Gesù saranno cadute come macigni sull’animo dei discepoli. Capita anche ai seminaristi. Per me sono le parole più impegnative da ruminare e digerire in questi anni del seminario. Certo, ai seminaristi dopotutto non è chiesto il sacrificio, ma qualche piccola morte deve essere messa in conto. La tentazione dell’effetto tunnel è sempre in agguato, ma se una volta usciti con un colletto bianco tutto torna come prima siamo chicchi di grano inutili e rinsecchiti. Le nostre morti talvolta, sono infinitesimali, ma tutte merito Suo. Il seme che muore non deve ingegnarsi troppo nell’esercizio: una volta nel terreno fecondo tutto accade spontaneamente e anche la tensione che accompagna la piccola morte quotidiana si scioglie nella pace.

Se mi guardo allo specchio  risuona la parola dell’apostolo: “ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto” (1Cor, 12). Forse sono soltanto invecchiato, con qualche capello in meno e occhiali diversi. Come mi conosce il Signore? Che cosa ha intravisto di speciale in me? E ammesso che qualcosa di speciale ci sia davvero, che cosa devo fare per perdere la mia vita e.. ritrovarla?
Nell’imminenza della Passione può darsi che anche Gesù abbia avvertito il peso di questo interrogativo: “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». 
La Gloria di Gesù passa per la croce, soltanto innalzato attirerà tutti a sé. La risposta che cercavano gli apostoli arriva per la via meno accattivante: “Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.

Anche in chi segue Gesù è possibile “vedere Gesù”. Ma la via della visibilità è quella del chicco che muore. Stare in seminario come il chicco sotto terra può risultare un esercizio faticoso. Vorremmo vedere spuntare il germoglio, mettere presto foglie e spighe abbondanti. Sarebbe bello offrire subito parole edificanti, abbondare in sapienza e in opere sante. Ma è sufficiente seguire la croce: apriremo gli occhi, almeno, su quelle dei fratelli. La via dolorosa della croce personale non rimane isolata se si accompagna a quella di Cristo. Perché non è possibile spiegare questo mistero e correre dritti alla gloria? Se fosse possibile dispensare risposte giuste e confortare i fratelli sarebbe già molto. D'altronde i seminaristi vivono in un osservatorio privilegiato da cui è possibile scorgere le tante croci che accompagnano i compagni e i fratelli che incrociano per strada o in parrocchia.

James Tissot, Ciò che Gesù vide dalla Croce, 1886-1894, New York, Brooklyn Museum
Santa Brigida (1302-1373), patrona d’Europa (e chi lo sapeva?), mistica svedese vissuta a lungo a Roma e pellegrina fino in Terra Santa, mise per scritto un copioso volume di Rivelazioni. I suoi scritti urtano un po’ la nostra sensibilità (e la nostra devozione acqua e sapone) ma c’è un passaggio, piuttosto drammatico, tratto da una visione della Passione di Cristo, che può servire a chiudere il nostro discorso.
Poi il Figlio mio si rivestì e vidi allora le orme dei suoi piedi piene di sangue e conobbi da questi segni il percorso di mio Figlio. Dovunque andava, infatti, appariva la terra bagnata di sangue” (Libro I, cap. 10).

Brigida non si agiterà troppo se nelle impronte di Cristo riconosciamo il sangue versato da chi porta la croce nella sequela di Gesù: ammalati, orfani, poveri, disabili, feriti dalla vita.. Nel sangue che accompagna quelle orme si riconosce soprattutto il sangue versato dai martiri. La loro croce, già su questa terra, risplende della gloria dei santi e lascia vedere Gesù.

martedì 13 marzo 2012

Parole per la Quaresima | REALISMO

È forte questo Gesù! 
Piace questo Gesù che crea scompiglio tra i mercanti, scaraventa per terra monete,  rovescia i tavoli dei cambiavalute tra agnelli in fuga e sbatter d’ali di colombe, lancia rimproveri turbinando una sferza di cordicelle tra gli uomini e le mercanzie. Il Gesù delle devozioni e dei santini qui non lo riconosciamo, ma ci convince il gesto risoluto contro chi traffica nel tempio di Dio. “Quando ci vuole, ci vuole..” – verrebbe da chiosare. 
Forse, però, si corre il rischio di compiacere un certo moralismo politically correct, allontanando le parole del Vangelo dal nostro cuore. E' fin troppo facile, allora, alzare subito il dito contro le bancarelle di rosari e statuine che affollano tanti santuari o scagliare anatemi contro i presunti affarismi degli ecclesiastici. 
Alla fine, dopo lo sfogo profetico, Gesù ci riporta con i piedi per terra. Nelle sue opere e nelle sue parole finiamo spesso per entrare soltanto con il nostro punto di vista fino a piegare nel senso che più ci è congeniale le parole del Vangelo. Ma Gesù è sempre più realista degli uomini. 
Molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome. Gesù però non si confidava con loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c'è in ogni uomo.
Non appena crediamo di sapere tutto su Gesù ci piovono sulla testa queste parole scomode. Forse miracoli non ne abbiamo ancora visti, (e d’altronde Giovanni ci parla soltanto di "segni") ma le nostre piccole "rivelazioni" hanno bisogno del tempo del discernimento. Gesù non si fida di una fede epidermica e su misura, costruita sulla meraviglia e il sentito dire.

Valentin de Boulogne, 1618, La Cacciata dei Mercanti dal Tempio, Roma, Galleria Barberini
Anche la mia fede si snoda su questi percorsi, attraverso passi falsi e passi indietro. Mi pareva che era l’ora di volare: invece è quella di studiare. Avevo capito di fare l’apostolo e convertire coi lucciconi agli occhi. Era l’ora dell’umiltà. Credevo che per parlare di Lui dovessi complicare la sintassi e scovare gli aggettivi giusti. Forse non ho ancora capito. Credevo che bastasse eliminare soldi, dolciumi al cioccolato e stravaganze borghesi. Ci voleva la conversione. 
Potrei continuare a lungo. D’altra parte i Vangeli non ci dicono mai tutto nei minimi dettagli, tanto che tra le mercanzie ribaltate da Gesù non finiremo mai di aggiungere qualcosa. Io dimentico di metterci anche me. Sembra facile la quaresima-dieta, ma sapere che quando Gesù ti guarda dentro ha già capito tutto .. talvolta mi rimane indigesto.

domenica 4 marzo 2012

Parole per la Quaresima | FONDARE

Quando uno dice “Trasfigurazione” basta un’infarinatura di storia dell’arte per far saltare in mente il celebre dipinto di Raffaello. Un capolavoro del genere ha fatto gettare fiumi d’inchiostro e copiose lacrime agli esteti. Sarà la mitologia che circonda un capolavoro, il genio dell’artista o gli automatismi della psicologia, ma davanti a un tale dipinto possiamo fare nostre le parole di Pietro: “è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende!”. La bellezza che ci sorprende rimanda più forte che mai ad una bellezza che non è di questo mondo. Forse non sconfiniamo nel deliquio dei romantici se ci diciamo che questa è la mèta, l’orizzonte che inseguivamo, la casa dei sogni che più ci piace.


Eppure il dipinto non era ancora concluso che il pittore passò a miglior vita. Disdetta! Nel pieno della carriera, al vertice della fortuna, la morte improvvisa! Al Pantheon la grande tavola fu collocata dietro il catafalco di Raffaello e gettava nello sconforto e nel pianto la folla raccolta per l’estremo omaggio al pittore.

D’altra parte il trapasso dall’incanto al dramma è la cifra che articola le due metà del dipinto. L’incanto sospeso e trascendente della trasfigurazione è raffigurato in alto, quasi in contrasto con il dramma così terrestre della metà inferiore, dove è affollata un’umanità inconcludente e chiassosa, raccolta attorno al corpo stravolto del ragazzo posseduto dal demonio. L’esperienza degli uomini – non soltanto quella di fede – è fatta così. Anche le nostre case vivono questa tensione. Quando ci si sente a casa capita di essere presto scalzati dalle nostre piccole comodità su misura. Le nostre tende rischiano molto se le piantiamo senza consapevolezza.

Dopo la Trasfigurazione cosa mancava a Pietro per capire Gesù? Ormai sapeva molto di quello che occorre per una definizione teologicamente sostenuta. Eppure “mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò  che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti.” La parola di Gesù risuona ancora più eloquente nel silenzio e nel vuoto che seguono la trasfigurazione. Bello, sì. Stupendo. Ma tutto è sparito così presto e che significa risorgere dai morti?

Anche le nostre case vivono spesso l’incanto e il fallimento. Quante morti quotidiane  frantumano i sogni e l’incanto di una vita cominciata nell’amore e nell’entusiasmo. E’ il luogo della gloria personale e delle miserie quotidiane. Ma nessun posto è come casa.

Caro Pietro, non sapevi che dire, ma una tenda sul monte avresti potuto fissarla in un baleno e accanto al maestro buono e sapiente avresti potuto camminare fino alla fine dei giorni. Ma Gesù è sempre più realista degli uomini. E’ già tempo di scendere, ed anche in fretta. Il figlio dell’uomo dovrà essere consegnato e risorgere dai morti. La nostalgia della casa è feconda, ma la dimora che cerchi è davvero piantata qui sulla terra? Nel sacrificio di Gesù che attraversa il fallimento -e anche la tua miseria-, comprenderai l’incanto di quel giorno. Dopo il silenzio della morte, al terzo giorno, quello della resurrezione, ti aprirai alla comprensione di quella promessa misteriosa. E’ in quell’amore che si dona fino al sacrificio e che vince la morte che devi piantare la tenda. E’ qui che verrà piantata anche la tua croce, la tua penultima casa, quella che sorge “dove tu non vuoi”.

Anche le nostre tende possono essere piantate nel sacrificio d’amore del risorto. Chi visita una casa radicata in questa realtà scopre luce anche nelle tenebre e una pace che unifica il dramma e l’incanto. In questi giorni può rivelarlo la pratica della benedizione delle case, ma anche una riflessione come questa che ho ricevuto:

La casa è il luogo dove si  vive, si nasce, si muore, si lavora e si costruisce assieme la giornata, i mesi gli anni.
Cose di casa per ciascun tempo. La giovinezza con la gioia di figli piccoli e nonni ancora efficienti.
La maturità con lo sforzo economico degli studi e del lavoro. Il tempo di dei cambiamenti radicali imposti dalla società e dalla economia che mutilano, spesso, ciò che hai costruito.
E' la vita di casa quando si curano gli anziani. Costa sacrificio e pazienza. Ma per chi ama ricambiare l'amore è normale, bello e sa molto di cristiano
”.

sabato 25 febbraio 2012

Parole per la Quaresima | PERSEVERANZA

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».(Mc 1,12-15)

Dopo le indicazioni sulla preghiera e il digiuno del mercoledì delle Ceneri il Vangelo della prima domenica di Quaresima ci presenta il digiuno e la preghiera di Gesù. “Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto” : l’avvio della stringata narrazione di Marco ci avvisa subito che il tempo della prova non è primariamente il tempo di Satana, ma il tempo di Dio. Ci suona strano, ma forse anche la Quaresima non è primariamente il tempo dei nostri digiuni e dei nostri fioretti, ma tempo di grazia, di discernimento..di prova. 

Dopo “l’investitura” ufficiale di Gesù come Figlio durante il Battesimo (Mc 1,9-11) le tentazioni mettono subito alla prova l’obbedienza del Figlio. La fermezza con cui Gesù aderisce alla volontà del Padre è il frutto della sua preghiera e l’obiettivo della nostra. Nel Padre Nostro chiediamo a Dio : “sia fatta la tua volontà”; Giovanni ci assicura che “questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta” (1Gv, 5,14).
Le nostre tentazioni, in definitiva,  tentano di scalzare dal cuore la volontà del Padre puntando sulla nostra tiepidezza, sorprendendoci nella prova, confondendo le acque e orientando la mente ed il cuore sulla nostra volontà. La Quaresima è dunque il “deserto” della prova in cui coltivare la perseveranza.

Il seminario non è decisamente un deserto - anche se talvolta non mancano le “bestie selvatiche” ;^) - ma raccogliamo volentieri una preghiera per la perseveranza dei seminaristi.

Santa Caterina da Siena (1347 – 1380),  ha parlato spesso della perseveranza. Questo brano, estratto dalla lettera ad un sacerdote (Pietro di Giovanni Venture da Siena), mi sembra particolarmente illuminante. 
La perseveranza non è il frutto delle nostre qualità ascetiche o della nostra volizione, ma apertura sempre più incondizionata all’amore di Dio:

“«dove posso acquistare questa perseveranzia?». Rispondoti, che tanto serve la persona alla creatura, quanto l'ama, e più no; e tanto manca nel servizio, quanto manca l'amor; tanto ama, quanto si vede amare. Adunque vedi che dal vedersi amare viene l'amore; e l'amore ti fa perseverare. Quanto aprirai l'occhio dell'intelletto a ragguardare il fuoco e l'abisso della inestimabile carità di Dio inverso di te, il quale amore t'ha mostrato col mezzo del Verbo del Figliuolo; tanto sarai costretto dall'amore ad amarlo in verità con tutto il cuore e con tutto l'affetto e con tutte le forze tue, tutto libero schiettamente e puramente, senza niuno rispetto di propria utilità tua. Tu vedi che Dio t'ama per tuo bene, e non per suo; perocch'egli è lo Dio nostro che non ha bisogno di noi: e cosi tu, e ogni Creatura ragionevole, debbi amare Dio per Dio, in quanto egli è somma ed eterna bontà, e non per propria utilità; e il prossimo per lui. Poiché tu hai fatto lo principio, il fondamento nell'affetto della carità, subito il comincia a servire con lo strumento delle virtù. Sicché col lume e coll'amore acquisterai la virtù, e persevererai in essa. Ma avverti che, col vedere te essere amato da Dio, ti conviene vedere la colpa e ingratitudine tua, e aggravare la colpa nel cognoscimento santo di te, acciò tu non ti scordi della virtù piccola della vera umiltà, e acciocché tu non presuma di te, nè cadessi nel proprio piacere.  (...)

   E guarda che tu non ti fidassi di te medesimo; il quale fidare è uno vento sottile di reputazione che esce dall'amore proprio. Perocché subito verresti meno, e volteresti il capo addietro a mirare l'arato. (…) Fuggi, figliuolo, fuggi questo vento sottile del proprio piacere; e vattene, in tutto, nascosto in te medesimo, nel costato di Cristo crocifisso, e ine poni l'intelletto tuo a ragguardare il segreto del cuore. Ine s'accende l'affetto; vedendo ch'egli ha fatta caverna del corpo suo, acciò che tu abbia luogo dove rifuggire dalle mani de' tuoi nemici, e possiti riposare e pacificare la mente tua nell'affetto della tua carità. Ine troverai il cibo; perocché vedi bene che egli ti ha data la carne in cibo, e 'l sangue in beveraggio, arrostita in su la croce al fuoco della carità, e ministrato in su la mensa dell'altare,tutto Dio e tutto Uomo. Dissolvasi oggimai la durezza de' nostri cuori; ammollisi la mente a ricevere la dottrina di Cristo crocifisso.

domenica 18 dicembre 2011

SEGNALAZIONI STONATE 2.0 | 4° Domenica di Avvento | Vangelo: Lc 1, 26-38

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».

Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».

Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Un attimo. Il tempo del timore e dello stupore. L’esitazione di fronte a una parola che supera la nostra comprensione. Il pensiero di Maria è semplice e immediato: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Non c’è il tempo di riflettere a lungo sulle parole dell’angelo che riannodano l’istante di quella apparizione alla storia della salvezza. Le sue parole promettono il prodigio di un bambino che è Figlio dell’Altissimo. Poi, però, la storia si scioglie nella cronaca familiare. L’esempio di Elisabetta è a portata di mano: “nulla è impossibile a Dio..”. “Avvenga per me secondo la tua parola”.

In ogni vocazione si fa un’esperienza simile e ci si affida alla volontà di Dio. Non riusciamo a scorgere nulla aldilà della domanda, ma dentro quel mistero è racchiuso il segreto della nostra esistenza. Come farsi trovare pronti in quel momento? Nessuno, probabilmente, lo è mai stato. Solo Maria, l’Immacolata, seppure inconsapevolmente era pronta. Di fronte alla domanda decisiva tutto il resto trascolora e si confonde: dubbi, insicurezze, fragilità, felicità provvisorie, si perdono (almeno provvisoriamente!) una sull’altra. Occorre solo dire sì. Cosa sarà poi?

Adesso l’Avvento chiede il nostro silenzio. E’ questo il tempo di meditare sulle parole dell’angelo. Sulla promessa racchiusa nella parola che chiama.

Questo e altro (o forse altro e non questo), mi sembra di recuperare nel brano di questa Domenica. Il pezzo “A Sun Shines On Aimée”, chiude l’album d’esordio della promettente cantante svizzera Anna Aaron. 

L’album, “Dogs in Spirit”, mi ha immediatamente impressionato. Molti brani trovano ispirazione in episodi Biblici: dalla storia di Elia, a quella di re David, dal racconto di Sansone e Dalila, a Santa Giovanna, moglie di Cusa, citata nei Vangeli tra le donne al seguito di Gesù. La scrittura di Anna Aaron procede per suggestioni, cifre simboliche e accostamenti talora spiazzanti. Un po’ come la sua voce che raggiunge toni di limpidezza struggente e accenti più oscuri e abrasivi.   

Era come una visione
Era come il cielo sulla superficie dell’acqua
Ero impreparata per questo
Non avevo niente per saperne di più
E Maria piena di grazia
Colma fino all’orlo
a mescolare la tua febbre con i fantasmi
di tutto ciò che ti manca
Ho perduto tutte le idee a parte questa.

Was it like a vision
Was it like the sky upon the waterline
I had nothing for this
I had  not a single thing to know about
And Mary full of grace
Full to the brim
Mingling your fever with the ghosts
Of all that you miss
I’ve lost every image outside of this

venerdì 9 dicembre 2011

SEGNALAZIONI STONATE 2.0 | 3° Domenica di Avvento 2011 | Vangelo: Gv 1, 6-8. 19-28

Fratelli, siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi”. (1 Ts 5, 16-18, dalla Seconda Lettura della 3° Domenica di Avvento).

Questa è la domenica della gioia, del “Gaudete”: ovvero “rallegratevi”!  Ma ci sono momenti in cui anche la Scrittura può sembrare fuori luogo. Come si può essere “sempre lieti”? Pur con tutta la nostra buona volontà -verrebbe da dire- i momenti di difficili non ce li toglie nessuno!
Come se non bastasse questa è pure “volontà di Dio”! Ma non lasciamoci sfuggire la precisazione dell’apostolo Paolo: “è volontà di Dio .. in Cristo Gesù”.

Il Gesù di cui Paolo parla ai suoi cari Tessalonicesi “è morto per noi, perché sia che vegliamo sia che dormiamo viviamo insieme con lui”. Agli stessi Tessalonicesi, d’altronde, non erano mancata la persecuzione e le sofferenze per Cristo: “anche voi avete sofferto le stesse cose..hanno ucciso il Signore Gesù e i profeti, hanno perseguitato noi..”

Nel brano del Vangelo anche il Battista è messo alla prova. L’evangelista Giovanni ci presenta un serrato interrogatorio con sacerdoti, leviti e farisei: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa». 

Luce e tenebre si alternano in un dialogo che procede per ripetute negazioni. E il finale non scioglie gli interrogativi fino a lasciare spiazzati: “in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo”.

Che dobbiamo pensare? Brancoliamo nelle tenebre e non riconosciamo la presenza di Gesù che viene. Neppure in questo tempo di Avvento. Nelle tenebre, però, Giovanni rende testimonianza alla luce e Paolo e i Tessalonicesi rendono testimonianza nella letizia.  E noi?

Questa domenica la affidiamo al brano di una band cattolica a stelle e strisce. Nel panorama musicale statunitense non è difficile incontrare musicisti che cantano la propria fede (o i suoi relativi problemi) in maniera più o meno evidente. I più ferventi sono spesso raccolti sotto l’etichetta di Christian-music (o -folk o -rock a seconda del genere). La stragrande maggioranza proviene dalle variegate chiese di matrice protestante: battisti, pentecostali, e chi più ne ha più ne metta.


Gli Innocence Mission, guidati dai coniugi Karen and Don Peris, rappresentano un’eccezione. Il nome è già un programma e cela quattro ex-compagni di scuola (oggi un po’invecchiati) dichiaratamente cattolici, ma che sfuggono alle etichette della musica confessionale. Un po’ folk un po’ dream-pop, un po’ minimalisti, i loro brani scivolano dolcemente uno dopo l’altro, guidati dalla voce limpida e “innocente” di Karen Peris.

“God is love” è tratto dal loro ultimo album “My Room in the Trees” (2010) e mi sembra che possa commentare bene le letture di questa domenica:

Rain or shine
This street of mine is golden
Rain or shine
This street of mine is golden

Con la pioggia o con il sole
Questa mia strada è d’oro
Con la pioggia o con il sole
Questa mia strada è d’oro

With the gold of hickory leaves
I can walk under these clouds
Rain or shine
This street of mine is golden

Nell’oro delle foglie di noce
Posso camminare sotto queste nuvole
Con la pioggia o con il sole
Questa mia strada è d’oro

God is love
And love will never fail me
God is love
And love will never fail me

Dio è amore
E l’amore non mi abbandonerà mai
Dio è amore
E l’amore non mi abbandonerà mai

giovedì 24 novembre 2011

SEGNALAZIONI STONATE 2.0 | I° Domenica di Avvento 2011

Si può iniziare l’avvento con un Requiem?
E’ tempo di avvento: il Signore viene, il Signore è vicino, dunque: “Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento”.
Un Vangelo così ci mette con le spalle al muro. Ma che vuol dire “vegliare?”
Come si fa a stare attenti? Il brano non dice molto di più sul ritorno del Signore:

«E’ come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

Quando si invecchia o ci si accosta alla morte è più facile comprendere cosa significhi vegliare. Veglia, ad esempio, chi si è preparato tutta la vita all’incontro con il Signore, accogliendolo ogni giorno nei segni con cui si fa presente.
Una volta ho visitato un sacerdote alla fine dei suoi giorni: aveva il sorriso sulle labbra e la luce negli occhi. Era pronto. Aveva vegliato come il servo buono e fedele per tutta la vita nella prosa di ogni giorno. Un altro anziano sacerdote nel momento dell’agonia pregava spezzoni di preghiera, ora in italiano ora in latino. Dal fondo dell’animo, inconsciamente, riaffioravano le preghiere della giovinezza, custodite e recitate per tutta la vita. Anche lui vegliava, anche lui era pronto. 

Anche mia nonna veglia. Non si ferma un istante: sempre al lavoro, sempre a servire, sempre attenta e fedele nella sua semplicità contadina. Perseverante nella sofferenza e nella gioia, nella forza e nella debolezza.


Ha messo insieme tutta la sua gioia quando ha sorriso / ha sofferto tutta la sua gioia quando ha pianto ..
Si è affidato a un potere più alto / ha tenuto stretto il suo potere come un santo graal/ ha messo insieme tutta la sua fede nel successo /ha sofferto tutta la sua fede nel fallimento / Il suo cuore era più forte di una pallottola d’acciaio/ ed è per questo che gli dedico questa canzone / era un brav’uomo e ora non c’è più
  
Sono i versi di M.Ward, talentuoso folk-singer dalla voce un po’ così, che ha realizzato nel corso di un decennio una manciata di album memorabili. Il brano, “Requiem”, accompagnato da questo calzante videoclip, è estratto dall’album “Post-War” (2006).
Le parole di M.Ward richiamano le tensioni tipiche dei salmi, ma d’altronde la musica sacra, quella gospel, dice di averla nel sangue, assorbita fin dal grembo materno e in chiesa durante l’infanzia.

“Requiem” potrebbe essere la canzone per il nonno che non c’è più. Non abbiamo indicazioni precise, ma credo che possa aiutarci a sintonizzarci con il Vangelo di domenica. Forse, in questo senso, si può iniziare l’Avvento anche con un Requiem.

giovedì 10 novembre 2011

Se Assisi non fa notizia..

Il 27 ottobre scorso si è svolta ad Assisi la giornata di dialogo e preghiera tra gli esponenti delle religioni ed il Santo Padre Benedetto XVI. 25 anni fa il primo incontro di Assisi fece storia, oggi l’evento è scivolato sui giornali tra le notizie di secondo piano. Su “La Repubblica” era sommariamente raccontato a pag. 23 (appaiato ad un articolo sulle polemiche per uno spettacolo considerato blasfemo da cattolici oltranzisti).  Forse il sistema mediatico non è molto interessato alle buone notizie e agli sforzi per la pace, di sicuro nutre un rapporto controverso con le iniziative e le parole del Papa (è fresco fresco questo bell’articolo dell’Osservatore Romano che ce ne ripropone una storia http://www.osservatoreromano.va/portal/dt?JSPTabContainer.setSelected=JSPTabContainer%2FDetail&last=false=&path=/news/cultura/2011/260q11-Attualit--dell-inattuale.html&title=%20%20%20Attualit%C3%A0%20dell%E2%80%99inattuale%20%20%20&locale=it# ) .
Ad Assisi, sulla scia di quanto già pronunciato nel viaggio in Germania, il Papa ha invitato anche i non credenti, “cercatori di Dio”  più o meno consapevoli, ad impegnarsi per la pace.  È utile leggersi la coda del suo intervento:
L’assenza di Dio porta al decadimento dell’uomo e dell’umanesimo. Ma dov’è Dio? Lo conosciamo e possiamo mostrarLo nuovamente all’umanità per fondare una vera pace? (...)
Accanto alle due realtà di religione e anti-religione esiste, nel mondo in espansione dell’agnosticismo, anche un altro orientamento di fondo: persone alle quali non è stato dato il dono del poter credere e che tuttavia cercano la verità, sono alla ricerca di Dio. Persone del genere non affermano semplicemente: “Non esiste alcun Dio”. Esse soffrono a motivo della sua assenza e, cercando il vero e il buono, sono interiormente in cammino verso di Lui. Sono “pellegrini della verità, pellegrini della pace”. Pongono domande sia all’una che all’altra parte (…).
 Queste persone cercano la verità, cercano il vero Dio, la cui immagine nelle religioni, a causa del modo nel quale non di rado sono praticate, è non raramente nascosta. Che essi non riescano a trovare Dio dipende anche dai credenti con la loro immagine ridotta o anche travisata di Dio. Così la loro lotta interiore e il loro interrogarsi è anche un richiamo a noi credenti, a tutti i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile.
Per questo ho appositamente invitato rappresentanti di questo terzo gruppo al nostro incontro ad Assisi, che non raduna solamente rappresentanti di istituzioni religiose. Si tratta piuttosto del ritrovarsi insieme in questo essere in cammino verso la verità, dell’impegno deciso per la dignità dell’uomo e del farsi carico insieme della causa della pace contro ogni specie di violenza distruttrice del diritto. In conclusione, vorrei assicurarvi che la Chiesa cattolica non desisterà dalla lotta contro la violenza, dal suo impegno per la pace nel mondo. Siamo animati dal comune desiderio di essere “pellegrini della verità, pellegrini della pace”.

Nei giorni successivi ho avuto l’occasione di ascoltare dal Cardinale Jean-Louis Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, qualche riflessione sull’evento. Riporto di seguito una sintesi (un po’ riadattata) del suo intervento:

L’incontro di Assisi, come i due precedenti, è stato oggetto (forse anche un po’ ostaggio, nel suo svolgimento molto formale) di critiche di sincretismo o di accuse da parte di frange oltranziste. E’ bene sgombrare subito il campo da ogni malinteso è precisare che cosa si intenda con l’espressione “dialogo interreligioso”.
Una definizione da manuale si può recuperare nel documento “Dialogo e Annuncio” (1991) elaborato del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso : “Ogni tipo di relazione interreligiosa positiva e costruttiva con individui e comunità appartenenti ad altre fedi, che sia mirato alla muta comprensione e al mutuo arricchimento, nel pieno rispetto della verità e della libertà”.
Non si tratta dunque  di un dialogo tra religioni, ma tra credenti. Lo scopo è conoscersi, scambiarsi opinioni, arricchirsi, senza negare la propria fede e senza l’intenzione di fare proselitismo. Dialogare non significa rinunciare alla propria religione, ma lasciarsi interpellare dagli altri per arricchire la propria vita spirituale. 

Per portare avanti il dialogo interreligioso, inoltre, sono necessarie alcune condizioni
  •  Avere una chiara identità della propria fede
  •  Essere umili, riconoscere i propri errori
  • Capire il valore dell’altro
  • Cercare la pace, l’amicizia, l’armonia tra i credenti,
Quali sono le modalità del dialogo?
1. Dialogo della vita, le relazioni buone, il “buon vicinato”.
2. Dialogo delle opere che prevede collaborazioni in vista del bene comune in vari ambiti: assistenziali, caritativi, di impegno sociale e politico.
3. Dialogo teologico, quando è possibile.
4. Dialogo delle Spiritualità.

In tal proposito si può rimandare anche ad un testo fondamentale per la riflessione cattolica quale LUMEN GENTIUM, n. 16: “il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in particolare i musulmani, i quali, professando di avere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso che giudicherà gli uomini nel giorno finale. Dio non è neppure lontano dagli altri che cercano il Dio ignoto nelle ombre e sotto le immagini, poiché egli dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa (cfr At 1,7,25-26), e come Salvatore vuole che tutti gli uomini si salvino (cfr. 1 Tm 2,4). Infatti, quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll'aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna “.

L’incontro di Assisi ha messo in evidenza una dimensione diversa dallo scontro violento, quella della preghiera, perché la preghiera è lo specifico che le religioni possono offrire. Le religioni, infatti, sono in sé fattori di pace e la pace è ricerca della verità. Per l’appuntamento di quest’anno il Papa ha invitato molti capi religiosi e uomini di buona volontà. La giornata ha avuto alcuni elementi chiave: la meditazione, il silenzio, l’incontro, ma la novità consisteva nella presenza di alcuni non credenti e agnostici. In tal proposito il Card. Tauran ha ricordato un passaggio del messaggio pronunciato dal Santo Padre all’Angelus del 1° gennaio 2011: “Chi è in cammino verso Dio non può non trasmettere pace, chi costruisce pace non può non avvicinarsi a Dio”.

Purtroppo all’incontro del 27 ottobre non c’è stata la possibilità di parlare insieme, ma c’è stato un grande rispetto gli uni verso gli altri e grande ossequio per la Chiesa. Tutti gli esponenti delle diverse religioni hanno sottoscritto l’impegno per la pace, mentre il desiderio di Dio è stato espresso fortemente anche dagli agnostici, rappresentati da uno stupendo intervento di Julia Kristeva. Ad Assisi si sono evidenziati temi e preoccupazioni condivise: il rispetto per la vita, la dignità della famiglia, la salvaguardia del creato, l’importanza della reciproca conoscenza.

Il Cardinale ha concluso il suo intervento con uno slancio di entusiasmo: “Avrete la fortuna di vivere in una società difficile! Dovrete annunciare il Vangelo nella sua radicalità. Occorre vivere il Vangelo nella sua radicalità, per fare la differenza. Ed occorre farlo uniti, come  comunità di credenti vivaci e consapevoli della propria fede”.

Cari “futuri preti del terzo Millennio”, avete capita l’antifona?

venerdì 4 novembre 2011

3 indicazioni per la Vita Sacerdotale

(dal vostro inviato a Roma)

Cari amici, 
stasera ho avuto l'occasione di partecipare ai Vespri per l'apertura dell'anno accademico della Facoltà Pontificie nella Basilica di San Pietro. 
Il Santo Padre, prendendo spunto dal 70° anniversario della Pontificia Opera per le Vocazioni Sacerdotali ha proposto una riflessione sulla vita sacerdotale. 

Ormai dieci anni fa, da giovane studente universitario, ho avuto la fortuna di partecipare, da "infiltrato", allo stesso appuntamento..oggi, l'ho rivissuto da seminarista iscritto all'Università Gregoriana! Con il Signore non mancano le sorprese!

Dieci anni fa Giovanni Paolo II rivolgeva agli studenti le seguenti (e stimolanti) parole: 


Lo studio della teologia e delle discipline ecclesiastiche è orientato all'evangelizzazione. Sappiate perciò apprendere un metodo rigoroso, affrontando con coraggio e generosità la fatica della ricerca, per sperimentare poi in prima persona l'incontro fecondo tra fede e ragione. Mediante queste "due ali" potrete avvicinarvi sempre più alla contemplazione della verità e farvi lieti compagni di viaggio per gli uomini del nostro tempo, spesso confusi e smarriti sulle strade del mondo

Oggi Benedetto XVI ha parlato così:


Vi sono alcune condizioni perché vi sia una crescente consonanza a Cristo nella vita del sacerdote. Vorrei sottolinearne tre, che emergono dalla Lettura che abbiamo ascoltato: l’aspirazione a collaborare con Gesù alla diffusione del Regno di Dio, la gratuità dell’impegno pastorale e l’atteggiamento del servizio.

Innanzitutto, nella chiamata al ministero sacerdotale c’è l’incontro con Gesù e l’essere affascinati, colpiti dalle sue parole, dai suoi gesti, dalla sua stessa persona
E’ l’avere distinto, in mezzo a tante voci, la sua voce, rispondendo come Pietro «Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68-69). E’ come essere stati raggiunti dall’irradiazione di Bene e di Amore che promana da Lui, sentirsene avvolti e partecipi al punto da desiderare di rimanere con Lui come i due discepoli di Emmaus - «resta con noi perché si fa sera» (Gv 24,29) e di portare al mondo l’annuncio del Vangelo (…) Il ministro del Vangelo allora è colui che si lascia afferrare da Cristo, che sa «rimanere» con Lui, che entra in sintonia, in intima amicizia, con Lui, affinché tutto si compia “come piace a Dio” (1 Pt 5,2), secondo la sua volontà di amore, con grande libertà interiore e con profonda gioia del cuore.

In secondo luogo, si è chiamati ad essere amministratori dei Misteri di Dio «non per vergognoso interesse, ma con animo generoso», dice san Pietro nella Lettura di questi Vespri  (ibidem)  ... La chiamata del Signore al ministero non è frutto di meriti particolari, ma è dono da accogliere e a cui corrispondere dedicandosi non a un proprio progetto, ma a quello di Dio, in modo generoso e disinteressato, perché Egli disponga di noi secondo la sua volontà, anche se questa potrebbe non corrispondere ai nostri desideri di autorealizzazione... Mai dobbiamo dimenticare – come sacerdoti – che l’unica ascesa legittima verso il ministero di Pastore non è quella del successo, ma quella della Croce.

In questa logica essere sacerdoti vuol dire essere servi anche con l’esemplarità della vita. «Fatevi modelli del gregge» è l’invito dell’apostolo Pietro (1 Pt 5,3). I presbiteri sono dispensatori dei mezzi di salvezza, dei sacramenti, specialmente dell’Eucaristia e della Penitenza, non ne dispongono a proprio arbitrio, ma ne sono umili servitori per il bene del Popolo di Dio. E’ una vita, allora, segnata profondamente da questo servizio: dalla cura attenta del gregge, dalla celebrazione fedele della liturgia, e dalla pronta sollecitudine verso tutti i fratelli, specie i più poveri e bisognosi. 

(…) E’ importante per tutti, infatti, imparare sempre di più a «rimanere» con il Signore, quotidianamente, nell’incontro personale con Lui per lasciarsi affascinare e afferrare dal suo amore ed essere annunciatori del suo Vangelo; è importante cercare di seguire nella vita, con generosità, non un proprio progetto, ma quello che Dio ha su ciascuno, conformando la propria volontà a quella del Signore; è importante prepararsi, anche attraverso uno studio serio e impegnato, a servire il Popolo di Dio nei compiti che verranno affidati.

Buono studio dunque, e buona preparazione a tutti!