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mercoledì 18 settembre 2013

La vacanza del seminarista

Romanzo di formazione in tre parti.
2. ALLENARSI

Lungo l’Arno -è il confine della Diocesi- i giovani canottieri scendono a riva con la canoa sulla spalla. Nell’ora calda della sera si allenano in acqua vogando a ritmi serrati e coordinati per risalire la placida corrente. “Si allenano tutti i giorni!  Tutto l’anno anche due volte al giorno, forché a  Pasqua e Natale”.
Li osservo scivolare sul pelo dell’acqua con viva ammirazione, come se deposto ogni fardello e superata ogni incertezza rivelassero un’umanità bella, forte ed entusiasta.

Anche il seminarista in vacanza si allena. Forse gli addominali non si sono fatti scultorei, né i bicipiti più tonici. Anzi, corre il rischio di avere quelle manine gracili e sottili, lisce e senza calli fatte apposta per reggere il peso dell’ostia. “Mi pare  a me che avete trovato un bel lavorino…” diceva il nonno  (che aveva le manone forti e grosse da contadino) apostrofando il seminarista e il suo mentore. Eppure anche il seminarista si allena. Lo ha detto pure il Papa ai giovani riuniti a Rio de Janeiro : “noi ci alleniamo per ‘essere in forma’, per affrontare senza paura tutte le situazioni della vita, testimoniando la nostra fede”. Un allenamento fatto di preghiera e sacramenti, ma sperimentato anche “attraverso l’amore fraterno, il saper ascoltare, il comprendere, il perdonare, l’accogliere, l’aiutare gli altri, ogni persona, senza escludere, senza emarginare”. Un allenamento da praticare tutti i giorni più volte il giorno: specialmente a Pasqua e a Natale.

seminarista in allenamento fisico
E’ durante la vacanza che il seminarista misura la propria costanza e fedeltà all’allenamento. D’altra parte è noto come l’estate, oltre ad essere il campo del demonio -come si ricordava affabilmente ai seminaristi di un tempo-, sia il banco di prova migliore per misurare l’efficacia del seminario. Se il cammino avanza (o si interrompe) perché il discernimento funziona avviene qualcosa di strano. 
Gli antichi, si dice, pensavano che l’orsa donasse la forma ai suoi piccoli leccandoli ripetutamente e stringendoli a sé. Se il seminario fa il suo lavoro anche al seminarista avviene qualcosa di simile. Il suo aspetto esterno forse non è così alterato, ma dentro, nell’animo di ogni chiamato Dio ha agito con solerte pazienza. Non è per via di quella faccia un po’ così, o per le sue pose devote da capo-chierichetto. Non è più possibile vivere senza di Lui. Non si tratta di far abdicare la volontà o, peggio, di lavaggio del cervello. Dio si fa spazio nella sua vita. Come si fa spazio nella vita di chiunque desideri la sua amicizia e accolga il suo amore. Per il seminarista in vacanza, di anno in anno, tutto è segno di grazia: Dio lo conduce.


D’estate, con più ampia libertà, può postare su facebook il ricordo delle memorie dei santi, frasi ad effetto estratte dai discorsi pontifici, taggare le foto degli amici dispersi nell’orbe cattolico e proporsi in versione giovanotto da spiaggia, seppure con un’espressione un po’ più concentrata e meditativa. Eppure negli incontri, nei momenti di convivialità, nelle chiacchierate con gli amici Dio chiede spazio, domanda dolcemente di entrare anche lì. Quando il seminarista saluta tutti e torna a casa resta il desiderio di aver parlato di Lui, di averlo almeno portato con sé.  Il riferimento ideale non è il rappresentante porta a porta di aspirapolvere miracolosi, ma la trasparenza di una vita donata. Traguardo che è dono e che presuppone il cammino di un’intera esistenza in Lui e dunque, la cura perseverante dell’interiorità. 
"cane della coscienzia"

Il seminarista in vacanza può coltivare con grande cura questo intimo orticello. Ne parlava anche Santa Caterina da Siena: “Noi siamo un giardino, o veramente orto, del quale giardino e orto n'ha fatto ortolano la prima Verità la ragione col libero arbitrio; la quale ragione e libero arbitrio, coll'aiutorio della Divina Grazia, ha a divellere le spine de' vizi, e piantare l'erbe odorifere delle virtù.” Un giardino che occorre custodire col “cane della coscienzia; e sia legato alla porta, sicchè, se i nemici venissero, e l'occhio dell'intelletto dormisse il cane abbai”. Un orticello che il seminarista in vacanza rischia di coltivare a suo piacimento ripetendosi “è mio! ..sono io!”. Per questo “Conviensi dargli mangiare a questo cane, acciocchè sia ben sollicito; e ‘l cibo suo non è altro che odio e amore, portato nel vasello della vera umiltà, e tenuto con la mano della vera pazienzia”. E tanto diventa cauto questo cane, che, “eziandio passando gli amici, abbaia, perchè l'intelletto si levi a vedere chi eglisono, e discernere se sono da Dio o no. E così non potrà essere ingannato l'ortolano, nè rubato il giardino; e non verrà il nemico a seminargli la zizzania dell'amor proprio” (Lettera all'abbate Martino di Passignano dell'ordine di Valle Ombrosa). 

sabato 25 febbraio 2012

Parole per la Quaresima | PERSEVERANZA

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».(Mc 1,12-15)

Dopo le indicazioni sulla preghiera e il digiuno del mercoledì delle Ceneri il Vangelo della prima domenica di Quaresima ci presenta il digiuno e la preghiera di Gesù. “Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto” : l’avvio della stringata narrazione di Marco ci avvisa subito che il tempo della prova non è primariamente il tempo di Satana, ma il tempo di Dio. Ci suona strano, ma forse anche la Quaresima non è primariamente il tempo dei nostri digiuni e dei nostri fioretti, ma tempo di grazia, di discernimento..di prova. 

Dopo “l’investitura” ufficiale di Gesù come Figlio durante il Battesimo (Mc 1,9-11) le tentazioni mettono subito alla prova l’obbedienza del Figlio. La fermezza con cui Gesù aderisce alla volontà del Padre è il frutto della sua preghiera e l’obiettivo della nostra. Nel Padre Nostro chiediamo a Dio : “sia fatta la tua volontà”; Giovanni ci assicura che “questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta” (1Gv, 5,14).
Le nostre tentazioni, in definitiva,  tentano di scalzare dal cuore la volontà del Padre puntando sulla nostra tiepidezza, sorprendendoci nella prova, confondendo le acque e orientando la mente ed il cuore sulla nostra volontà. La Quaresima è dunque il “deserto” della prova in cui coltivare la perseveranza.

Il seminario non è decisamente un deserto - anche se talvolta non mancano le “bestie selvatiche” ;^) - ma raccogliamo volentieri una preghiera per la perseveranza dei seminaristi.

Santa Caterina da Siena (1347 – 1380),  ha parlato spesso della perseveranza. Questo brano, estratto dalla lettera ad un sacerdote (Pietro di Giovanni Venture da Siena), mi sembra particolarmente illuminante. 
La perseveranza non è il frutto delle nostre qualità ascetiche o della nostra volizione, ma apertura sempre più incondizionata all’amore di Dio:

“«dove posso acquistare questa perseveranzia?». Rispondoti, che tanto serve la persona alla creatura, quanto l'ama, e più no; e tanto manca nel servizio, quanto manca l'amor; tanto ama, quanto si vede amare. Adunque vedi che dal vedersi amare viene l'amore; e l'amore ti fa perseverare. Quanto aprirai l'occhio dell'intelletto a ragguardare il fuoco e l'abisso della inestimabile carità di Dio inverso di te, il quale amore t'ha mostrato col mezzo del Verbo del Figliuolo; tanto sarai costretto dall'amore ad amarlo in verità con tutto il cuore e con tutto l'affetto e con tutte le forze tue, tutto libero schiettamente e puramente, senza niuno rispetto di propria utilità tua. Tu vedi che Dio t'ama per tuo bene, e non per suo; perocch'egli è lo Dio nostro che non ha bisogno di noi: e cosi tu, e ogni Creatura ragionevole, debbi amare Dio per Dio, in quanto egli è somma ed eterna bontà, e non per propria utilità; e il prossimo per lui. Poiché tu hai fatto lo principio, il fondamento nell'affetto della carità, subito il comincia a servire con lo strumento delle virtù. Sicché col lume e coll'amore acquisterai la virtù, e persevererai in essa. Ma avverti che, col vedere te essere amato da Dio, ti conviene vedere la colpa e ingratitudine tua, e aggravare la colpa nel cognoscimento santo di te, acciò tu non ti scordi della virtù piccola della vera umiltà, e acciocché tu non presuma di te, nè cadessi nel proprio piacere.  (...)

   E guarda che tu non ti fidassi di te medesimo; il quale fidare è uno vento sottile di reputazione che esce dall'amore proprio. Perocché subito verresti meno, e volteresti il capo addietro a mirare l'arato. (…) Fuggi, figliuolo, fuggi questo vento sottile del proprio piacere; e vattene, in tutto, nascosto in te medesimo, nel costato di Cristo crocifisso, e ine poni l'intelletto tuo a ragguardare il segreto del cuore. Ine s'accende l'affetto; vedendo ch'egli ha fatta caverna del corpo suo, acciò che tu abbia luogo dove rifuggire dalle mani de' tuoi nemici, e possiti riposare e pacificare la mente tua nell'affetto della tua carità. Ine troverai il cibo; perocché vedi bene che egli ti ha data la carne in cibo, e 'l sangue in beveraggio, arrostita in su la croce al fuoco della carità, e ministrato in su la mensa dell'altare,tutto Dio e tutto Uomo. Dissolvasi oggimai la durezza de' nostri cuori; ammollisi la mente a ricevere la dottrina di Cristo crocifisso.