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lunedì 30 giugno 2014

L'altra bellezza


per Simone



Sulle terrazze romane, tra il crepitare degli spiedi e il fumo della griglia, si consumano banchetti di fine anno accademico. Parole e commenti si perdono tra un boccone e una risata negli sguardi e nelle menti svagate, con la sensazione di sentirsi già altrove. Tutt’intorno c’è la bellezza della città eterna abbandonata all’abbraccio della sera di giugno. Il giorno se la prende comoda e cade senza fretta tra il fasto trasandato di monumenti, basiliche, fontane e antichità. Così, vicini più o meno immaginari, gettano meglio le loro occhiate sull’insolito party degli insoliti vicini. A chi assimilare la variegata truppa che vive dirimpetto? Questa strana gioventù che abita nel cuore di Roma, tra le chiacchiere e una sigaretta dondola sulla terrazza, studia (sembrano dirlo le lampade accese in piena notte sulle scrivanie), prega (nel vicolo arriva l’eco puntuale dei canti) e mangia (sembra dirlo l’uscita per il caffè alle 14 meno un quarto). Strana gioventù che cresce nella bambagia di un mondo parallelo e attraversa, come sopra un colorato pullman turistico, le meraviglie dell’Urbe, un passo e forse più, sopra le preoccupazioni normali della gente normale. Di là dal vicolo, sopra e sotto il terrazzo in realtà, giovani e meno giovani attraversano insieme le difficoltà e i pregi normali di vite normali, ma con una scelta di fondo, o almeno un’aspirazione decisamente alternativa. Giovani come gli altri, con le tare generazionali e le fragilità delle loro generazioni.



Più tardi, quando la notte muove i primi silenziosi passi, la luna piena illumina la calda notte romana per una lunga passeggiata digestiva. In pieno centro, sul Campidoglio e intorno ai fori non c’è nessuno. Il cuore della città è deserto. 
Altre terrazze privilegiate festeggiano a modo loro il fine settimana, concerti all’aria aperta si consumano tra i declivi del Palatino, divertimenti volgari si consumano dietro le finestre dei club esclusivi. Salire e scendere tra pietre antiche, attraverso la bellezza strepitosa più celebrata che amata della città è certo una grazia di per sé. Tra queste stesse mura però, nella città vuota, in angoli neppure troppo nascosti si rincantucciano gli invisibili, i senza dimora che vivono l’ennesima vita parallela. Strana umanità che non dialoga se non a tratti o a monosillabi con il mondo ‘normale’. L’arte, la storia, il ‘patrimonio’, accanto a loro sfumano in concetti astratti, porti sicuri per i nuovi gnostici di oggi, illuminati membri della chiesa, tecnici di una bellezza che resta sempre ambigua e molto umana. La bellezza delle pietre è importante, ma è soltanto il primo gradino della bellezza che ci è dato di comprendere. Mescolata alle miserie e ai capolavori, frammista a ciò che è banale e senza qualità, c’è un’altra bellezza che è grazia e chiede di essere colta con gli occhi della fede. 

Il foro giace inerte nel silenzio, finalmente libero dai visitatori, sospeso negli sguardi vagheggianti di americani in libera uscita alcolica e coppiette in cerca di romanticherie. L’arco di Settimio Severo emerge come un pachiderma secolare dalla piana di rovine, lasciando leggere perfettamente i suoi rilievi brulicanti alla luce della luna. Racconta di glorie d’armi in terre lontane, le stesse dove in questi giorni rotolano teste e muoiono a migliaia dove, giusto adesso, splende la medesima luna.

Il passo rallenta, mentre il pensiero, toccato dagli orrori della violenza fanatica, fatica a mettere insieme la pace di Dio e la lucida strage predisposta in suo nome. Dall’angolo, al termine dell’alto muro, spunta il fronte ampio e disteso di una chiesa ancora aperta. Dentro, avanzando piano piano nella penombra c’è una cappellina dove inaspettatamente si adora anche di notte. Un’altra insolita umanità trascorre sulle panche il tempo in preghiera, inginocchiata tra lacrime e bisbigli a tu per tu di fronte al Santissimo esposto.


A questa insolita bellezza si adeguano la vista e l’udito, perfino l’olfatto ed il tatto. Essa esprime la coerenza di un’esperienza che tutto tiene e che, nel cammino inevitabile e necessario della crescita – ricorda un amico – passa dal soggettivo all’oggettivo. La fede introduce a questa bellezza che non ha bisogno di manuali, guide forbite o conoscenze specialistiche. La preghiera non porta fuori dal mondo, ma conduce, mano a mano nelle profondità del reale. Come a giri concentrici, lenti ma sicuri, ricorda volti e parole, illumina passi e discorsi, fa scoprire tesori e miserie. Basterebbe ripensare al Padre Nostro, la preghiera (l’unica!) che ci ha insegnato Gesù, dove ogni affermazione tiene insieme cielo e terra, con una prevalenza per la terra e per ciò che riguarda la nostra relazione con l’Altissimo.

Nel tabernacolo splende indifesa la Sua presenza, la stessa che vediamo sparire dietro i volti di chi si comunica durante la messa. Affidata alle mani -mani rotte dal tempo, curate, tremule o sottili, mani di lavoratore con le unghie sporche, mani di bambino o di vecchie signore dal sapore di borotalco-, ma anche ai denti, all’alito pesante e ai pensieri di un’assortita umanità di cui non riusciamo che a cogliere un abisso misterioso e irripetibile.


Come loro anche i seminaristi accolgono questa bellezza in forma di pane. Ogni giorno la stessa e incommensurabile bellezza. Ogni giorno è il Signore che entra fisicamente nella nostra vita quotidiana. Poi, dieci o quindici minuti più tardi, via a far colazione o a desinare. Vengono le vertigini a pensarci, ma nasce soprattutto la consapevolezza che è sempre tempo di ringraziare, specialmente adesso, alla resa dei conti di un altro anno di formazione.

I giorni, i mesi, gli anni di formazione trascorrono in fretta. Provare a raccontare quel che accade tra un mese e l’altro a volte diventa quasi complicato. Abbiamo pregato, siamo stati a lezione, abbiamo mangiato, meditato, svolto attività pastorale ..e poi? Eppure, anche per i più distratti, ogni giorno custodiva e custodisce un dono, ma un dono senza effetti speciali, dall’apparenza dimessa, un dono grandemente piccolino che chiede di essere visto ed accolto con la fede.

La bellezza delle cose piccine, dalla misura quotidiana, ha attraversato anche i fasti più cattolici dell’Urbe. Tra la folla smisurata che invadeva Piazza San Pietro e via della Conciliazione nel giorno indimenticabile delle due canonizzazioni, ad esempio, la celebrazione è filata liscia come una messa del tempo ordinario. Anche l’omelia del papa era particolarmente -quasi imbarazzantemente- castigata e orientata al cammino concreto della Chiesa. Il mondo era connesso, ma per una preghiera semplice. Così, quando è arrivato il momento del silenzio nessuno fiatava, restando in raccoglimento per irripetibili momenti di raccoglimento globalizzato.


È lo stile del papa che ci confonde le idee: quando si aspetterebbero faville scenografiche il tono è dimesso, le parole poche e sobrie, poi, specialmente tra la gente, nel corpo a corpo dell’incontro e della pastorale, una girandola di attenzioni, gesti, espressioni umanissime e sorrisi luminosi. C’è qualcosa di evangelico in questo ribaltamento che lascia tutti un po’ spiazzati, come quando Gesù mette in crisi farisei e benpensanti di ogni tempo. Il papa riconduce all’essenziale, alla libertà fondata su Gesù Cristo e lo haricordato anche ai vescovi, senza parlare di programmi o strategie: «Chiediamoci, dunque: Chi è per me Gesù Cristo? Come ha segnato la verità della mia storia? Che dice di Lui la mia vita?». Così il papa invita a puntare all’essenziale e ad una metodologia creativa ed artigianale per vivere lo straordinario nell’ordinario sotto la guida dello Spirito Santo: «a noi cogliere il soffio della sua voce per assecondarlo con l’offerta della nostra libertà».

Nell’ordinario il seminarista attraversa un’esistenza separata e comune allo stesso tempo. Pellegrini al santuario di Maria Goretti poi spiaggiati sulla sabbia nazionalpopolare di Nettuno. I seminaristi d’oggi attraversano così le loro piste più o meno pastorali, in bilico tra il secolo ed il sacro. Altri, più ferrati in liturgie, passano dalle sacrestie alle periferie digitali di facebook, i più devoti stanno in bilico tra i pii esercizi e youtube, di fronte a chi va a cena fuori poi, ogni perplessità, se veste secolare, cade davanti alla ‘faccia da prete’. Seminaristi quasi tutti desiderosi di cambiare il mondo per il Signore, ma tutti con la voglia di cambiarlo a modo loro. «Prima c’è la novità, è la novità delle cose, e dobbiamo essere pazienti con noi stessi. I primi tempi è come un tempo di fidanzamento: è tutto bello, ah, le novità, le cose…; ma questo non dev’essere rimproverato, è così! (…) Non rimanere chiusi e non essere dispersi». Il papa parla ai seminaristi con sano realismo e conclude, senza troppe indicazioni, con uno stringato: «poi, fare sul serio!». 


Il sommo pontefice racconta le vicissitudini vocazionali di ogni seminarista che si dibatte, più o meno come ogni giovane, tra contraddizioni, diversi registri, talvolta adolescenzialismi non ancora superati. Ma quando la strada della vocazione avanza (e non cade nel dramma dell’autoinganno o in comunitari corto circuiti) si tratta di «fare sul serio», allora anche gli occhi più miopi si affinano alle delicatezze della grazia e il Signore balza dalle righe delle Bibbia a quelle delle vita per ricondurre ad unità ogni cosa. Comincia a funzionare la dinamica dei ‘quattro pilastri’: «la formazione spirituale, la formazione accademica, la formazione comunitaria e la formazione apostolica. È vero che qui, a Roma, si sottolinea la formazione intellettuale; ma gli altri tre pilastri si devono coltivare, e tutti e quattro interagiscono tra di loro».
Quando l’originario si rivela (come chiamare quell’intuizione semplice e immediata, ma così indisponibile?) funzionano i quattro pilastri o forse si compie per tutti l’esperienza di un’esistenza piena, come la vuole e la pensa il Signore per ogni suo figlio. È l’intuizione di un capolavoro che ci supera, ma in cui siamo inseriti personalmente. Linee, profili, colori, parole, suoni, tempi si combinano insieme nell’armonia di un istante che lascia intravedere l’unità ineffabile di tutte le cose. Sono azzeccate le parole con cui Giovanni Paolo II parlava della bellezza dell’arte che «interpreta la realtà al di là di ciò che percepiscono i sensi: nasce dal silenzio dello stupore, o dell’affermazione di un cuore sincero. Si sforza di avvicinare il mistero della realtà. L’essenziale dell’arte si situa nel più profondo dell’uomo, in cui l’aspirazione a dare un senso alla propria vita si accompagna a un’intuizione fugace della bellezza e della misteriosa unità delle cose».

Trascolorano, sotto il peso del sonno, vaghe intuizioni sull’arte divina a cui ci apre la fede. Così passa il tempo sulle panche di fronte al Santissimo esposto e nella mente passano, uno dopo l’altro, i volti dei compagni di seminario e collegio. Che preti saremo tra non molto tempo? In che modo entreremo in quel capolavoro che ci supera? Sapremo essere uomini di unità? Uomini capaci di tenere insieme le cose del mondo e quelle del cielo? Uomini capaci di costruire artigianalmente l’unità tra noi e tra la gente?


Sul sagrato, uscendo dalla chiesa, una giovane coppia discorre di sé, un attempato signore rinfresca le membra inerti, povera gente si stende sulle panchine stretta ai suoi sacchetti. Tra loro, con un sorriso luminoso e sincero, l’accattone prima seduto sull’uscio di chiesa alza la mano in un cordiale gesto di saluto accompagnato da un festoso e inaspettato «Buonanotte!». Chi pensa ad un saluto fatto bene, ad un saluto detto per dire quello che dice, allora può capire qualcosa di quel «Buonanotte!».

La città splende deserta sotto la luna ed i suoi abitanti nascosti chissà dove chiudono in sé pene, gioie e malumori quotidiani, con la difficoltà di riannodare le cose della vita. Eppure, alla luce di un’altra bellezza, concluso un altro anno colmo di grazia quotidiana, accanto alla bellezza sensibile dell’arte e della storia, tutto può risplendere nell’unità di un misterioso capolavoro che ci sovrasta ma in cui siamo compresi, all’eco di un limpido e inaspettato «Buonanotte».


domenica 9 marzo 2014

Quaresima 2014 | 1° Domenica



Capiremo mai abbastanza la Bibbia?
Sul divano nel corridoio, mentre il sabato sera si spegne nella notte, ci confrontiamo sugli interrogativi scaturiti dalla parola. Perché dell’albero in mezzo al giardino non è possibile mangiare i frutti? Ma non c’era l’albero della vita in mezzo all’Eden? Perché si chiama albero della conoscenza del bene e del male? E perché Adamo ed Eva si scoprono nudi?

Così sta scritto, ma i nostri quesiti rimbalzano nella penombra in fondo al corridoio e tornano a noi rotolando uno sull’altro. Nel gioco al rilancio va avanti la discussione nell’emozione di scoprire quanto più si misura il grado della propria, povera, ignoranza.

Quando entrai in seminario credevo di sapere qualcosa. Almeno ero sicuro di avere qualche punto fermo. Poi, nella lunga e rapida quaresima del seminario-collegio, tutto ha assunto un’inedita e insondabile profondità. Ma anche il seminarista che fa questa scoperta non è esente dalla tentazione di stringere tutto subito in pugno.

Se sei seminarista, infatti, qualcosa dovresti pur sapere. La Parola è pane da distribuire a piene mani, ben condita, quanto si può, di appropriati attrezzi liturgici o ingegni catechetici.
Se sei seminarista dovresti avere più spazio nell’attività pastorale. A che servi altrimenti in parrocchia? L’entusiasmo della giovinezza, già per molti consuma gli ultimi guizzi. A 30, 40 anni conviene ancora aspettare per gettarsi nella mischia del popolo di Dio?
Se sei seminarista avrai pur diritto ad essere preso sul serio. Tra i candidati al sacerdozio sembra ancora viva la teoria dell’homunculus, sostituto ante litteram dell’embrione, che per la fisiologia antica consisteva in un omino piccino piccino, già formato in tutto, che l’uomo passava alla donna per garantirgli una crescita adeguata ed il parto. Ed ecco, infatti, scorrazzare tra i corridoi dei seminari e le strade del mondo il pretunculus, pretino piccino piccino, ma soltanto nelle dimensioni che brama di crescere in statura e santità.

Le strade del mondo, in quest’avvio di Quaresima 2014 sono le strade di Roma, inondate di gente e di luce quasi primaverile. Sullo sfondo stanno le rovine degli imperatori pontefici massimi e le cupole dei papi re, ma nella folla che emerge dalla metro, dove ognuno si inciampa l’un l’altro, tra le pattuglie di giovani esuberanti e coatti, e turisti smarriti arrovellati su una cartina, si intravedono, solitari a gran passi, in terzetti rumorosi, o in coppie minute e monocrome, non pochi preti, seminaristi, suore e religiosi. L’abito e la faccia di solito li tradiscono, ma in fondo, non sono così diversi dagli uomini del mondo. Immaginano e predicano famiglie e vocazioni perfette, ma ognuno avanza, nell’attitudine di pensiero di questa generazione, senza potersi staccare dalla propria ombra che la sera descrive sempre più lunga. Attorno, come loro, uomini e donne in cerca di una vocazione, per una domanda che in forma più o meno cosciente, sale al cuore ogni giorno. Anche oggi, mentre sfilano uno accanto all’altro, sui passi della ‘grande bellezza’ (più o meno cinematografica e terrestre) che cambi la vita.

Eppure anche il seminarista ha un dono speciale. Può ricordare, infatti, se non gli viene suggerito, che è per amore di Dio che si trova in seminario. Come ci sia finito forse non lo sa fino in fondo, ma se ci rimane (si spera) è perché a Dio gli vuole bene, perché ha scoperto che è bello stare con il Dio che salva. Il Signore non manca di ricordargli l’essenziale. A Lui piace passare per le strade impreviste, ma mostra un debole per i confessionali. Lì, nella parola del sacerdote ricorda: «Così devi essere: trasparenza della sua misericordia».  Essere trasparenza della sua misericordia, nella consapevolezza della propria insufficienza, in forza di un dono, sorretto dal suo amore che sempre precede.

Vivere la povertà di essere seminarista non è così scontato. Vivere la povertà personale, del cuore e della mente, non è facile neppure per gli uomini e le donne di sempre. È più umano attendere il miracolo che riconoscere la propria povertà, che accettarsi così come siamo, con il personale fardello di problemi e dolore. Eppure Dio ci ama così. E solo dopo chiede di cambiare.

La povertà è lo stile di Gesù. «Potremmo pensare che questa “via” della povertà sia stata quella di Gesù, mentre noi, che veniamo dopo di Lui, possiamo salvare il mondo con adeguati mezzi umani. Non è così. In ogni epoca e in ogni luogo, Dio continua a salvare gli uomini e il mondo mediante la povertà di Cristo, il quale si fa povero nei Sacramenti, nella Parola e nella sua Chiesa, che è un popolo di poveri. La ricchezza di Dio non può passare attraverso la nostra ricchezza, ma sempre e soltanto attraverso la nostra povertà, personale e comunitaria, animata dallo Spirito di Cristo» (Papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2014).

***


Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 4,1-11.
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo.
E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame.
Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane».
Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
Allora il diavolo lo condusse con né nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio
e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede».
Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo».
Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse:
«Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai».
Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto».
Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano.


giovedì 19 settembre 2013

La vacanza del seminarista

Romanzo di formazione in tre parti.
3. FORMA

Il seminarista in vacanza si aggira in un’età compresa tra i 20 e i 40 anni inoltrati. Un ventennio che sembra appiattirsi sempre più sul decennio dei teenager. Non è mai troppo tardi però, per imparare a leggere la vita alla luce di Dio. La realtà si fa più densa e ogni gesto assume spessore: Dio ci educa. Specialmente in vacanza, quando il seminarista può crescere nel servizio e nell’ascolto. Allora, infatti, misura se la sua vita prende quota o si impantana; se è desideroso di trascinare i fratelli a Dio o a sé stesso.

Il seminarista in vacanza è fiero dei suoi studi. Quando ascolta omelie o qualche predicozzo può ripetere tra sé: “ah..qui la so lunga..qui ricordo bene..questo prete rigira sempre la solita frittata..” Ma la sapienza di un sacerdote carico d’esperienza e di decenni è tutt’altra cosa. Certamente occorre imparare, studiare, aggiornarsi, ma occorre anche crescere in sapienza e accogliere i doni dello Spirito. Quelli che passano – e passano sempre - anche nelle omelie più scalcinate e nelle mille indicazioni, grandi o minime, che scaturiscono dal popolo di Dio. 

Dopo un anno di istruzioni spirituali però, il seminarista in vacanza assiste all’omelia un po’ distratto. D’altra parte il suo forte -con qualche eccezione – è il rito. Ha imparato tutto sull’ars celebrandi e sulla preghiera. Ore di allenamento tra gli scranni e gli altari del collegio/seminario lo hanno ben istruito. Ma alla messa Andrea, un disabile grave, si batte il petto e scandisce con il candore purissimo che hanno soltanto i bambinelli del presepe, le parole dell’atto penitenziale. Mentre andiamo cercando le formule per una migliore actuosa participatio i piccoli di Dio sono già dentro le dimensioni profonde della preghiera. Senza accorgersene superano se stessi, già trasfigurati in matite, pennarelli ed evidenziatori di Dio.

Il seminarista in vacanza recita con scrupolo l’Ufficio, come il diligente alunno elementare che svolge i compiti a casa in attesa della merenda. Ma prima della messa, tra le panche della chiesa, una madre si avvicina al tabernacolo, si inginocchia, sosta un minuto, accende una candela. Anche in ospedale c’è una madre accanto ad un tabernacolo. E’ il letto dove giace il figlio disabile ormai nelle sue ultime ore, al culmine di un doloroso calvario. Adesso è il momento della “nuda croce” mi dicono. Ma la vita della mamma è stata tutta spesa per accogliere al meglio la croce e trasfigurarla in trofeo d’amore. 
Non ci sono crediti formativi per misurare il valore di un corso del genere, né molte altre vie per ricordarsi che la vocazione è dono di sé. Che la vera sapienza è umile. Che il cuore di ogni chiamato Dio lo vuole indiviso.

27 luglio 2013, Rio de Janeiro, XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù, adorazione eucaristica al termine della veglia
Nel mistero Eucaristico tutto si ricompone, come una goccia in cui è riflessa terra e cielo e che concentra tutto in sé stessa. Senza questo mistero la giornata del seminarista non ha un centro. Senza l’eucarestia non c’è cristianesimo e la chiesa cattolica diventa teatro. Tutto è assunto nel sacrificio della messa in cui ci è donato di rivivere il mistero della passione morte e resurrezione di Cristo. Ricevere e assumere la forma del pane eucaristico è il cammino continuo del seminarista prima e del prete poi. Una ‘forma’ che per Von Balthasar, il noto teologo, è la cifra del ‘caso serio’, quella forma compiuta che rivela l’essere e la propria vocazione.
Il seminarista in vacanza sperimenta, difatti, che la vera, grande tentazione è allontanarsi da quella forma divina, tradire la vocazione cui si è chiamati. 
In fondo è  la tentazione grave che incombe su tutti. Individuare la propria vocazione, discernerla alla luce dello Spirito, conformarla a Cristo nello stato di vita a cui chiama: è questo il caso serio che preoccupa uomini e donne compresi tra gli ‘enti’ e gli ‘anta’, perfino quelli che non hanno molta dimestichezza con la fede cattolica. 
E’ l’inquietudine che il seminarista provoca - anche involontariamente- con la sua scelta e che cova, attorno a lui, sotto i sorrisi e le lacrime di ogni giorno. Affiora nelle uscite del sabato sera e negli aggiornamenti reciproci, quando ci si scopre nella vita dei ‘grandi’ senza aver ancora capito bene cosa essere ‘da grandi’. Nel frattempo si sono manifestate incrinature interiori, sono affiorati momenti rimossi e se qualcosa va storto ti scopri di colpo – quasi con sgomento – incredibilmente fragile. Molti hanno frainteso le parole di Gesù. Molti non le hanno comprese  o non hanno accolto il suo messaggio. Ma quando Gesù piangeva per la morte di Lazzaro, anche se i più ostili hanno subito mormorato, non ci sono stati fraintendimenti: “Perciò i Giudei dicevano: «Guarda come l'amava!»” (Gv 11,36). Il seminarista in vacanza incontra anche le lacrime. Da prete ne incontrerà tante di più. Salendo e scendendo per le strade della Palestina, nei percorsi quotidiani degli uomini, anche Dio ha pianto.
Anche le lacrime, quale lingua universale, possono far intravedere la ‘forma’. L’icona è nella Passione di Giovanna d’Arco di Dreyer, il celebre film muto del 1928. Per l’interprete è un tour-de-force di primi piani tra estasi e lacrime. Giovanna è ormai prigioniera. Gli uomini la fanno piangere, la interrogano, la accusano, la tormentano e la condannano. Poi, con l’inganno, la costringono ad abiurare. Ma nel carcere, quando acquista consapevolezza dell’errore commesso, il pianto di Giovanna è ancora più eloquente. La forma è compiuta ancora prima del martirio. Gli inquisitori aguzzini di fronte a quella forma ammutoliscono tra le lacrime. E con loro il seminarista in vacanza. 

mercoledì 18 settembre 2013

La vacanza del seminarista

Romanzo di formazione in tre parti.
2. ALLENARSI

Lungo l’Arno -è il confine della Diocesi- i giovani canottieri scendono a riva con la canoa sulla spalla. Nell’ora calda della sera si allenano in acqua vogando a ritmi serrati e coordinati per risalire la placida corrente. “Si allenano tutti i giorni!  Tutto l’anno anche due volte al giorno, forché a  Pasqua e Natale”.
Li osservo scivolare sul pelo dell’acqua con viva ammirazione, come se deposto ogni fardello e superata ogni incertezza rivelassero un’umanità bella, forte ed entusiasta.

Anche il seminarista in vacanza si allena. Forse gli addominali non si sono fatti scultorei, né i bicipiti più tonici. Anzi, corre il rischio di avere quelle manine gracili e sottili, lisce e senza calli fatte apposta per reggere il peso dell’ostia. “Mi pare  a me che avete trovato un bel lavorino…” diceva il nonno  (che aveva le manone forti e grosse da contadino) apostrofando il seminarista e il suo mentore. Eppure anche il seminarista si allena. Lo ha detto pure il Papa ai giovani riuniti a Rio de Janeiro : “noi ci alleniamo per ‘essere in forma’, per affrontare senza paura tutte le situazioni della vita, testimoniando la nostra fede”. Un allenamento fatto di preghiera e sacramenti, ma sperimentato anche “attraverso l’amore fraterno, il saper ascoltare, il comprendere, il perdonare, l’accogliere, l’aiutare gli altri, ogni persona, senza escludere, senza emarginare”. Un allenamento da praticare tutti i giorni più volte il giorno: specialmente a Pasqua e a Natale.

seminarista in allenamento fisico
E’ durante la vacanza che il seminarista misura la propria costanza e fedeltà all’allenamento. D’altra parte è noto come l’estate, oltre ad essere il campo del demonio -come si ricordava affabilmente ai seminaristi di un tempo-, sia il banco di prova migliore per misurare l’efficacia del seminario. Se il cammino avanza (o si interrompe) perché il discernimento funziona avviene qualcosa di strano. 
Gli antichi, si dice, pensavano che l’orsa donasse la forma ai suoi piccoli leccandoli ripetutamente e stringendoli a sé. Se il seminario fa il suo lavoro anche al seminarista avviene qualcosa di simile. Il suo aspetto esterno forse non è così alterato, ma dentro, nell’animo di ogni chiamato Dio ha agito con solerte pazienza. Non è per via di quella faccia un po’ così, o per le sue pose devote da capo-chierichetto. Non è più possibile vivere senza di Lui. Non si tratta di far abdicare la volontà o, peggio, di lavaggio del cervello. Dio si fa spazio nella sua vita. Come si fa spazio nella vita di chiunque desideri la sua amicizia e accolga il suo amore. Per il seminarista in vacanza, di anno in anno, tutto è segno di grazia: Dio lo conduce.


D’estate, con più ampia libertà, può postare su facebook il ricordo delle memorie dei santi, frasi ad effetto estratte dai discorsi pontifici, taggare le foto degli amici dispersi nell’orbe cattolico e proporsi in versione giovanotto da spiaggia, seppure con un’espressione un po’ più concentrata e meditativa. Eppure negli incontri, nei momenti di convivialità, nelle chiacchierate con gli amici Dio chiede spazio, domanda dolcemente di entrare anche lì. Quando il seminarista saluta tutti e torna a casa resta il desiderio di aver parlato di Lui, di averlo almeno portato con sé.  Il riferimento ideale non è il rappresentante porta a porta di aspirapolvere miracolosi, ma la trasparenza di una vita donata. Traguardo che è dono e che presuppone il cammino di un’intera esistenza in Lui e dunque, la cura perseverante dell’interiorità. 
"cane della coscienzia"

Il seminarista in vacanza può coltivare con grande cura questo intimo orticello. Ne parlava anche Santa Caterina da Siena: “Noi siamo un giardino, o veramente orto, del quale giardino e orto n'ha fatto ortolano la prima Verità la ragione col libero arbitrio; la quale ragione e libero arbitrio, coll'aiutorio della Divina Grazia, ha a divellere le spine de' vizi, e piantare l'erbe odorifere delle virtù.” Un giardino che occorre custodire col “cane della coscienzia; e sia legato alla porta, sicchè, se i nemici venissero, e l'occhio dell'intelletto dormisse il cane abbai”. Un orticello che il seminarista in vacanza rischia di coltivare a suo piacimento ripetendosi “è mio! ..sono io!”. Per questo “Conviensi dargli mangiare a questo cane, acciocchè sia ben sollicito; e ‘l cibo suo non è altro che odio e amore, portato nel vasello della vera umiltà, e tenuto con la mano della vera pazienzia”. E tanto diventa cauto questo cane, che, “eziandio passando gli amici, abbaia, perchè l'intelletto si levi a vedere chi eglisono, e discernere se sono da Dio o no. E così non potrà essere ingannato l'ortolano, nè rubato il giardino; e non verrà il nemico a seminargli la zizzania dell'amor proprio” (Lettera all'abbate Martino di Passignano dell'ordine di Valle Ombrosa). 

domenica 15 settembre 2013

La vacanza del seminarista

Romanzo di formazione in tre parti.
1. SCENDERE/SALIRE

Il seminarista in vacanza fa lunghe vacanze.

A fine giugno o, al più tardi i primi di luglio, si chiudono le sessioni d’esame. I seminari ed i collegi si svuotano d’un fiato. L’ultimo giorno insieme, appena terminato il desinare, si intravede filare via tra la polvere del cortile l’auto del seminarista medio, ormai proiettato sulle superstrade della libertà.

Il seminarista in vacanza torna a casa con una certa emozione. E’ il reduce, il piccolo bravo ragazzo orgoglio delle nonne. C’è anche, purtroppo, chi a casa non è lieto. Rientra come traditore incompreso, tra l’attesa malcelata che il rientro sia definitivo. Comunque è il momento di sonore dormite o di precipitare di colpo coi piedi per terra. Fuori dall’ecosistema seminario/collegio la vita si inceppa nelle malattie e si ingarbuglia nei disagi quotidiani. Funerali, nascite e matrimoni, in un ritmo serrato che prelude agli appuntamenti quotidiani di un prete.

Il seminarista in vacanza attraversa bel bello le strade della sua cittadina, recupera luoghi e aggiorna percorsi tentando di confondersi con la gente che passa. Va in giro con magliette bizzarre, cimeli di oratori estivi e appuntamenti diocesani, reliquie di giornate mondiali della gioventù latrici di messaggi che inneggiano all’amore e alla pace universale. Ha acquisito ormai quella faccia un po’ così che lo contraddistingue. Se esce a cena spende poco, beve coca media alla spina o chinotto. Ogni camuffamento è ormai inefficace: lo riconosci sgattaiolare in chiesa nella calura estiva; fermo al semaforo il suo rosario oscilla dallo specchietto retrovisore mentre frequenze radio sospette fuoriescono dai finestrini. Quando in utilitaria bianca i seminaristi si aggirano per le strade di paese nei giorni di festa perfino i vigili urbani meno accorti li riconoscono: “Seminaristi? Il parroco vi ha lasciato il posto per la macchina..passate di qui..” 

Il seminarista in vacanza usufruisce di privilegi ecclesiastici tipo il succitato parcheggio riservato. E’ il beniamino delle ottuagenarie e delle madri che avrebbero tanto voluto che un figlio si facesse prete. Colleziona inviti a pranzo da parrocchiani della prima linea e improvvisa accurate visite pastorali nelle parrocchie dei parroci sulla novantina. Si inerpica per i campanili e ispeziona canoniche.

Il seminarista in vacanza elabora buoni propositi mentre è in vacanza per isole e penisola ed usufruisce di privilegi ecclesiastici assortiti anche fuori diocesi. Frequenta concertini e gelaterie, acquista libri che crede di leggere prima del rientro, va in cerca di beni ecclesiastici mobili da esaminare o farsi regalare.

 Il tabaccaio va in vacanza. Anche l’impiegato e il parrucchiere. Ma una mamma va forse in vacanza? Un padre può mandare in ferie la propria paternità? Un seminarista va davvero in vacanza? Dio non va in vacanza. 
William Holman Hunt, L'ombra della morte (1873)
Manchester City Art Gallery, Manchester

Al tempo di Gesù non c’erano vacanze, c’erano solo le feste. Probabilmente solo allora Giuseppe chiudeva bottega (sabato compreso ovviamente). In quei trent’anni di silenzio Dio stava quasi rimpiattato a Nazareth. Forse stava come in vacanza. Dicono che Giuseppe facesse il falegname, un vegliardo Geppetto tutto casa e sinagoga. Il vangeli di Marco e Matteo ci dicono che era figlio del “tekton”, del costruttore: un carpentiere? Un muratore? Gesù, in effetti, aveva un po’ il pallino dell’edilizia, basta pensare all’improvvido costruttore di torri o di case sulla sabbia delle parabole, alla pietra angolare scartata dai costruttori, alla costruzione del tempio e alla conseguente riedificazione in tre giorni.

I suoi detti e le sue parole raccontano l’esperienza dell’uomo nella luce di Dio. Il frutto della contemplazione trentennale nell’osservatorio di Nazareth dove “restava loro sottomesso”. Frequentava la sinagoga assiduamente, ma forse se ne stava da parte senza parlare troppo. Dopo quella volta a 12 anni nel tempio è forse rimasto in silenzio fino al momento stabilito, fino al giorno in cui compaesani niente affatto cordiali tentarono di precipitarlo dal monte. Trent’anni per ri-accogliere in sé la Parola nelle forme e nei generi con cui l’avevano espressa gli uomini.

Gesù dopo trent’anni non saprei dire se scendeva o risaliva all’appuntamento della visibilità pubblica. Se scendeva come quando aveva pregato sul monte o se risaliva dall’abisso dell’umanità minima e disarmante del villaggio in Galilea. Al seminarista in vacanza 6 anni sembrano un’eternità. Forse perché tutti chiedono quanto ancora ti manca all’ordinazione. Ma del seminarista medio, dopo l’anno accademico in collegio, non saprei dire se scende o risale all’appuntamento col mondo.

sabato 24 marzo 2012

5° domenica di Quaresima - PERDERE

Vogliamo vedere Gesù!
Sentirselo dire è il sogno di ogni testimone, evangelizzatore, seminarista.. un sogno che si può estendere ad ogni cristiano. Sulla scia dell’entusiasmo il seminarista novello, consumato dalla zelo apostolico potrebbe quasi smarrirsi: “Mitico! Ma dove lo porto?”. Non sempre abbiamo un’adorazione eucaristica, un prete pronto all’ascolto a portata di mano. Mettiamo che vada bene e abbia il prete in gaudiosa attesa. “Vogliamo vedere Gesù!”: “beh, per ora accontentati del prete..”
Se la prendiamo sul serio, quella domanda ci rimane fastidiosamente appiccicata. Gli apostoli si rincorrono l’un l’altro: “Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù”. E Gesù? Il Maestro sembra dribblare il quesito. Come capita spesso nel Vangelo le Sue risposte rimandano ad una comprensione ulteriore della domanda. La corsa entusiasta degli apostoli è bruscamente interrotta: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”.

Le parole di Gesù saranno cadute come macigni sull’animo dei discepoli. Capita anche ai seminaristi. Per me sono le parole più impegnative da ruminare e digerire in questi anni del seminario. Certo, ai seminaristi dopotutto non è chiesto il sacrificio, ma qualche piccola morte deve essere messa in conto. La tentazione dell’effetto tunnel è sempre in agguato, ma se una volta usciti con un colletto bianco tutto torna come prima siamo chicchi di grano inutili e rinsecchiti. Le nostre morti talvolta, sono infinitesimali, ma tutte merito Suo. Il seme che muore non deve ingegnarsi troppo nell’esercizio: una volta nel terreno fecondo tutto accade spontaneamente e anche la tensione che accompagna la piccola morte quotidiana si scioglie nella pace.

Se mi guardo allo specchio  risuona la parola dell’apostolo: “ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto” (1Cor, 12). Forse sono soltanto invecchiato, con qualche capello in meno e occhiali diversi. Come mi conosce il Signore? Che cosa ha intravisto di speciale in me? E ammesso che qualcosa di speciale ci sia davvero, che cosa devo fare per perdere la mia vita e.. ritrovarla?
Nell’imminenza della Passione può darsi che anche Gesù abbia avvertito il peso di questo interrogativo: “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». 
La Gloria di Gesù passa per la croce, soltanto innalzato attirerà tutti a sé. La risposta che cercavano gli apostoli arriva per la via meno accattivante: “Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.

Anche in chi segue Gesù è possibile “vedere Gesù”. Ma la via della visibilità è quella del chicco che muore. Stare in seminario come il chicco sotto terra può risultare un esercizio faticoso. Vorremmo vedere spuntare il germoglio, mettere presto foglie e spighe abbondanti. Sarebbe bello offrire subito parole edificanti, abbondare in sapienza e in opere sante. Ma è sufficiente seguire la croce: apriremo gli occhi, almeno, su quelle dei fratelli. La via dolorosa della croce personale non rimane isolata se si accompagna a quella di Cristo. Perché non è possibile spiegare questo mistero e correre dritti alla gloria? Se fosse possibile dispensare risposte giuste e confortare i fratelli sarebbe già molto. D'altronde i seminaristi vivono in un osservatorio privilegiato da cui è possibile scorgere le tante croci che accompagnano i compagni e i fratelli che incrociano per strada o in parrocchia.

James Tissot, Ciò che Gesù vide dalla Croce, 1886-1894, New York, Brooklyn Museum
Santa Brigida (1302-1373), patrona d’Europa (e chi lo sapeva?), mistica svedese vissuta a lungo a Roma e pellegrina fino in Terra Santa, mise per scritto un copioso volume di Rivelazioni. I suoi scritti urtano un po’ la nostra sensibilità (e la nostra devozione acqua e sapone) ma c’è un passaggio, piuttosto drammatico, tratto da una visione della Passione di Cristo, che può servire a chiudere il nostro discorso.
Poi il Figlio mio si rivestì e vidi allora le orme dei suoi piedi piene di sangue e conobbi da questi segni il percorso di mio Figlio. Dovunque andava, infatti, appariva la terra bagnata di sangue” (Libro I, cap. 10).

Brigida non si agiterà troppo se nelle impronte di Cristo riconosciamo il sangue versato da chi porta la croce nella sequela di Gesù: ammalati, orfani, poveri, disabili, feriti dalla vita.. Nel sangue che accompagna quelle orme si riconosce soprattutto il sangue versato dai martiri. La loro croce, già su questa terra, risplende della gloria dei santi e lascia vedere Gesù.

sabato 17 marzo 2012

Parole per la Quaresima | CREDERE

NICODEMO
Le  parole e i gesti nel tempio ti avevano impressionato. Eri un colto israelita, pio e autorevole e quella notte hai cercato Gesù. Nei suo segni avevi intuito l’opera di Dio, ma la tua comprensione rimaneva lontana, tutto era ancora opaco e la parola muta. Quella notte Gesù continuò a stupirti. Toccava corde profonde ma infittiva il mistero. Hai scoperto che anche le parole del “maestro buono” possono ferire. «Tu sei maestro d'Israele e non sai queste cose?». Quelle parole ti hanno fatto male? Ti sono rimaste inchiodate nella memoria. Sei arrossito, forse balbettavi, ma Lui è andato oltre. I sapienti non arrivano sempre primi.


«Tu sei maestro d'Israele e non sai queste cose?». Immagino che sarai tornato sui rotoli, a quel brano della Legge dove si parla dello strano serpente di bronzo che Mosè aveva applicato al bastone. Un serpente prodigioso che guariva dal veleno e salvava dalla morte. Cosa intendeva Gesù?
Spesso la Parola lascia interdetti. D’altronde è sufficiente la vita per lasciare aperti, e con sgomento, tanti interrogativi. Quella notte nel tuo cuore la curiosità (e lo stupore?) combatteva con la paura  della condanna e del disprezzo del sinedrio. Forse temevi perfino di smarrire la tua identità. Lui, comunque, l’aveva capito al volo e con il suo sguardo era andato anche oltre.

Caravaggio, Deposizione di Cristo, part., Pinacoteca Vaticana
Soltanto col tempo hai compreso le parole di quella notte. Sul Golgota, sotto la croce, hai scoperto Gesù innalzato. Ti sei accorto d’un tratto che anche il tuo cuore sanguinava con il suo. Dopo averlo visto morire come un brigante, inchiodato al palo, hai ricordato quelle parole. Ecco perché la ferita di quella notte si era improvvisamente riaperta. Non c’era da rincorrere la sapienza degli uomini, neppure da temere il giudizio degli altri, né credere di rimetterci comunque. Bastava amare. Ecco cosa ti chiedeva in quell’incontro. Allora eri rimasto ferito e forse anche un po’ deluso, ma Gesù ti aveva parlato d’amore. “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.” Già allora c’era amore senza misura. Ma tu misuravi le parole.

Soltanto sotto la croce hai compreso che nell’amore si spiegava ogni cosa. Anche la legge e i profeti si aprivano ad una nuova comprensione. Ricordi come si chiudevano i libri sacri? C’era quel finale aperto che parlava dell’amore di Dio : «Il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora..” Quel finale ti indicava la strada e apriva alla speranza, contro ogni speranza. “Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore, suo Dio, sia con lui e salga!”».

Il Padre agisce per amore. Un amore così grande che soltanto il sacrificio del Figlio poteva rivelare. Cosa c’era da sperare in quel momento? Nessun timore di restare schiacciati dalla paura e dal timore della condanna. Ricordasti le sue parole? “Chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio”. Non era il momento di precipitare di nuovo nelle tenebre. Sei tornato sul Golgota portando una mistura di mirra e d'aloe di circa cento libbre. Quel balsamo profumato, abbondante e prezioso, diceva tutto l’amore con cui ti sei finalmente aperto a Gesù. Credere nell’amore: ed era sufficiente. 

martedì 13 marzo 2012

Parole per la Quaresima | REALISMO

È forte questo Gesù! 
Piace questo Gesù che crea scompiglio tra i mercanti, scaraventa per terra monete,  rovescia i tavoli dei cambiavalute tra agnelli in fuga e sbatter d’ali di colombe, lancia rimproveri turbinando una sferza di cordicelle tra gli uomini e le mercanzie. Il Gesù delle devozioni e dei santini qui non lo riconosciamo, ma ci convince il gesto risoluto contro chi traffica nel tempio di Dio. “Quando ci vuole, ci vuole..” – verrebbe da chiosare. 
Forse, però, si corre il rischio di compiacere un certo moralismo politically correct, allontanando le parole del Vangelo dal nostro cuore. E' fin troppo facile, allora, alzare subito il dito contro le bancarelle di rosari e statuine che affollano tanti santuari o scagliare anatemi contro i presunti affarismi degli ecclesiastici. 
Alla fine, dopo lo sfogo profetico, Gesù ci riporta con i piedi per terra. Nelle sue opere e nelle sue parole finiamo spesso per entrare soltanto con il nostro punto di vista fino a piegare nel senso che più ci è congeniale le parole del Vangelo. Ma Gesù è sempre più realista degli uomini. 
Molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome. Gesù però non si confidava con loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c'è in ogni uomo.
Non appena crediamo di sapere tutto su Gesù ci piovono sulla testa queste parole scomode. Forse miracoli non ne abbiamo ancora visti, (e d’altronde Giovanni ci parla soltanto di "segni") ma le nostre piccole "rivelazioni" hanno bisogno del tempo del discernimento. Gesù non si fida di una fede epidermica e su misura, costruita sulla meraviglia e il sentito dire.

Valentin de Boulogne, 1618, La Cacciata dei Mercanti dal Tempio, Roma, Galleria Barberini
Anche la mia fede si snoda su questi percorsi, attraverso passi falsi e passi indietro. Mi pareva che era l’ora di volare: invece è quella di studiare. Avevo capito di fare l’apostolo e convertire coi lucciconi agli occhi. Era l’ora dell’umiltà. Credevo che per parlare di Lui dovessi complicare la sintassi e scovare gli aggettivi giusti. Forse non ho ancora capito. Credevo che bastasse eliminare soldi, dolciumi al cioccolato e stravaganze borghesi. Ci voleva la conversione. 
Potrei continuare a lungo. D’altra parte i Vangeli non ci dicono mai tutto nei minimi dettagli, tanto che tra le mercanzie ribaltate da Gesù non finiremo mai di aggiungere qualcosa. Io dimentico di metterci anche me. Sembra facile la quaresima-dieta, ma sapere che quando Gesù ti guarda dentro ha già capito tutto .. talvolta mi rimane indigesto.

domenica 4 marzo 2012

Parole per la Quaresima | FONDARE

Quando uno dice “Trasfigurazione” basta un’infarinatura di storia dell’arte per far saltare in mente il celebre dipinto di Raffaello. Un capolavoro del genere ha fatto gettare fiumi d’inchiostro e copiose lacrime agli esteti. Sarà la mitologia che circonda un capolavoro, il genio dell’artista o gli automatismi della psicologia, ma davanti a un tale dipinto possiamo fare nostre le parole di Pietro: “è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende!”. La bellezza che ci sorprende rimanda più forte che mai ad una bellezza che non è di questo mondo. Forse non sconfiniamo nel deliquio dei romantici se ci diciamo che questa è la mèta, l’orizzonte che inseguivamo, la casa dei sogni che più ci piace.


Eppure il dipinto non era ancora concluso che il pittore passò a miglior vita. Disdetta! Nel pieno della carriera, al vertice della fortuna, la morte improvvisa! Al Pantheon la grande tavola fu collocata dietro il catafalco di Raffaello e gettava nello sconforto e nel pianto la folla raccolta per l’estremo omaggio al pittore.

D’altra parte il trapasso dall’incanto al dramma è la cifra che articola le due metà del dipinto. L’incanto sospeso e trascendente della trasfigurazione è raffigurato in alto, quasi in contrasto con il dramma così terrestre della metà inferiore, dove è affollata un’umanità inconcludente e chiassosa, raccolta attorno al corpo stravolto del ragazzo posseduto dal demonio. L’esperienza degli uomini – non soltanto quella di fede – è fatta così. Anche le nostre case vivono questa tensione. Quando ci si sente a casa capita di essere presto scalzati dalle nostre piccole comodità su misura. Le nostre tende rischiano molto se le piantiamo senza consapevolezza.

Dopo la Trasfigurazione cosa mancava a Pietro per capire Gesù? Ormai sapeva molto di quello che occorre per una definizione teologicamente sostenuta. Eppure “mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò  che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti.” La parola di Gesù risuona ancora più eloquente nel silenzio e nel vuoto che seguono la trasfigurazione. Bello, sì. Stupendo. Ma tutto è sparito così presto e che significa risorgere dai morti?

Anche le nostre case vivono spesso l’incanto e il fallimento. Quante morti quotidiane  frantumano i sogni e l’incanto di una vita cominciata nell’amore e nell’entusiasmo. E’ il luogo della gloria personale e delle miserie quotidiane. Ma nessun posto è come casa.

Caro Pietro, non sapevi che dire, ma una tenda sul monte avresti potuto fissarla in un baleno e accanto al maestro buono e sapiente avresti potuto camminare fino alla fine dei giorni. Ma Gesù è sempre più realista degli uomini. E’ già tempo di scendere, ed anche in fretta. Il figlio dell’uomo dovrà essere consegnato e risorgere dai morti. La nostalgia della casa è feconda, ma la dimora che cerchi è davvero piantata qui sulla terra? Nel sacrificio di Gesù che attraversa il fallimento -e anche la tua miseria-, comprenderai l’incanto di quel giorno. Dopo il silenzio della morte, al terzo giorno, quello della resurrezione, ti aprirai alla comprensione di quella promessa misteriosa. E’ in quell’amore che si dona fino al sacrificio e che vince la morte che devi piantare la tenda. E’ qui che verrà piantata anche la tua croce, la tua penultima casa, quella che sorge “dove tu non vuoi”.

Anche le nostre tende possono essere piantate nel sacrificio d’amore del risorto. Chi visita una casa radicata in questa realtà scopre luce anche nelle tenebre e una pace che unifica il dramma e l’incanto. In questi giorni può rivelarlo la pratica della benedizione delle case, ma anche una riflessione come questa che ho ricevuto:

La casa è il luogo dove si  vive, si nasce, si muore, si lavora e si costruisce assieme la giornata, i mesi gli anni.
Cose di casa per ciascun tempo. La giovinezza con la gioia di figli piccoli e nonni ancora efficienti.
La maturità con lo sforzo economico degli studi e del lavoro. Il tempo di dei cambiamenti radicali imposti dalla società e dalla economia che mutilano, spesso, ciò che hai costruito.
E' la vita di casa quando si curano gli anziani. Costa sacrificio e pazienza. Ma per chi ama ricambiare l'amore è normale, bello e sa molto di cristiano
”.

sabato 25 febbraio 2012

Parole per la Quaresima | PERSEVERANZA

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».(Mc 1,12-15)

Dopo le indicazioni sulla preghiera e il digiuno del mercoledì delle Ceneri il Vangelo della prima domenica di Quaresima ci presenta il digiuno e la preghiera di Gesù. “Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto” : l’avvio della stringata narrazione di Marco ci avvisa subito che il tempo della prova non è primariamente il tempo di Satana, ma il tempo di Dio. Ci suona strano, ma forse anche la Quaresima non è primariamente il tempo dei nostri digiuni e dei nostri fioretti, ma tempo di grazia, di discernimento..di prova. 

Dopo “l’investitura” ufficiale di Gesù come Figlio durante il Battesimo (Mc 1,9-11) le tentazioni mettono subito alla prova l’obbedienza del Figlio. La fermezza con cui Gesù aderisce alla volontà del Padre è il frutto della sua preghiera e l’obiettivo della nostra. Nel Padre Nostro chiediamo a Dio : “sia fatta la tua volontà”; Giovanni ci assicura che “questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta” (1Gv, 5,14).
Le nostre tentazioni, in definitiva,  tentano di scalzare dal cuore la volontà del Padre puntando sulla nostra tiepidezza, sorprendendoci nella prova, confondendo le acque e orientando la mente ed il cuore sulla nostra volontà. La Quaresima è dunque il “deserto” della prova in cui coltivare la perseveranza.

Il seminario non è decisamente un deserto - anche se talvolta non mancano le “bestie selvatiche” ;^) - ma raccogliamo volentieri una preghiera per la perseveranza dei seminaristi.

Santa Caterina da Siena (1347 – 1380),  ha parlato spesso della perseveranza. Questo brano, estratto dalla lettera ad un sacerdote (Pietro di Giovanni Venture da Siena), mi sembra particolarmente illuminante. 
La perseveranza non è il frutto delle nostre qualità ascetiche o della nostra volizione, ma apertura sempre più incondizionata all’amore di Dio:

“«dove posso acquistare questa perseveranzia?». Rispondoti, che tanto serve la persona alla creatura, quanto l'ama, e più no; e tanto manca nel servizio, quanto manca l'amor; tanto ama, quanto si vede amare. Adunque vedi che dal vedersi amare viene l'amore; e l'amore ti fa perseverare. Quanto aprirai l'occhio dell'intelletto a ragguardare il fuoco e l'abisso della inestimabile carità di Dio inverso di te, il quale amore t'ha mostrato col mezzo del Verbo del Figliuolo; tanto sarai costretto dall'amore ad amarlo in verità con tutto il cuore e con tutto l'affetto e con tutte le forze tue, tutto libero schiettamente e puramente, senza niuno rispetto di propria utilità tua. Tu vedi che Dio t'ama per tuo bene, e non per suo; perocch'egli è lo Dio nostro che non ha bisogno di noi: e cosi tu, e ogni Creatura ragionevole, debbi amare Dio per Dio, in quanto egli è somma ed eterna bontà, e non per propria utilità; e il prossimo per lui. Poiché tu hai fatto lo principio, il fondamento nell'affetto della carità, subito il comincia a servire con lo strumento delle virtù. Sicché col lume e coll'amore acquisterai la virtù, e persevererai in essa. Ma avverti che, col vedere te essere amato da Dio, ti conviene vedere la colpa e ingratitudine tua, e aggravare la colpa nel cognoscimento santo di te, acciò tu non ti scordi della virtù piccola della vera umiltà, e acciocché tu non presuma di te, nè cadessi nel proprio piacere.  (...)

   E guarda che tu non ti fidassi di te medesimo; il quale fidare è uno vento sottile di reputazione che esce dall'amore proprio. Perocché subito verresti meno, e volteresti il capo addietro a mirare l'arato. (…) Fuggi, figliuolo, fuggi questo vento sottile del proprio piacere; e vattene, in tutto, nascosto in te medesimo, nel costato di Cristo crocifisso, e ine poni l'intelletto tuo a ragguardare il segreto del cuore. Ine s'accende l'affetto; vedendo ch'egli ha fatta caverna del corpo suo, acciò che tu abbia luogo dove rifuggire dalle mani de' tuoi nemici, e possiti riposare e pacificare la mente tua nell'affetto della tua carità. Ine troverai il cibo; perocché vedi bene che egli ti ha data la carne in cibo, e 'l sangue in beveraggio, arrostita in su la croce al fuoco della carità, e ministrato in su la mensa dell'altare,tutto Dio e tutto Uomo. Dissolvasi oggimai la durezza de' nostri cuori; ammollisi la mente a ricevere la dottrina di Cristo crocifisso.

mercoledì 22 febbraio 2012

Tempo di Quaresima: Mercoledì delle Ceneri

Con gli scossoni dell'anno liturgico i seminaristi blogger si riattivano lentamente; complici la dispersione natalizia e gli esami (in fondo il tempo del Seminario è in gran parte tempo di studio).
Dal seminario di San Miniato a Pistoia arriva una bella riflessione che ci apre alla Quaresima.

Come dice il Santo Padre, la Quaresima è: momento di conversione e di penitenza, “un percorso segnato dalla preghiera e dalla condivisione, dal silenzio e dal digiuno, in attesa di vivere la gioia pasquale”.


Non basta la parola c’è bisogno di testimonianza di vita, questo risulta dal messaggio per la quaresima 2012 del Santo Padre e dal documento “La porta della fede” per l’indizione dell’anno della fede.
Il Papa richiama alla lettura della Parola di Dio, alla formazione attraverso il Catechismo della Chiesa Cattolica (tutte cose che su internet si trovano senza spendere).

Ed ora non ci sarebbe altro da aggiungere perché solo per questo ci vuole una vita, comunque mi sento di dirvi questo: attraverso la sofferenza cresciamo verso il Bene, prima verso Dio e poi verso i fratelli; non è una sofferenza sterile, di dolore che ci provochiamo da soli, ma una sofferenza costruttiva, perché il Bene le più delle volte non è quello immediato e che subito vediamo, ma è un cammino spesso basato su scelte che ci superano cioè non provocano nell’immediato una gioia, ma è una esperienza che proviamo negativa ma che ci forgia verso il Vero Bene.

Dalle parole del Papa si capisce meglio: “solo credendo la fede cresce e si rafforza; non c’è altra possibilità per possedere certezza sulla propria vita se non abbandonarsi, in un crescendo continuo, nelle mani di un amore che si sperimenta sempre più grande perché ha la sua origine in Dio… Quanti Santi hanno vissuto la solitudine! Quanti credenti, anche ai nostri giorni, sono provati dal silenzio di Dio mentre vorrebbero ascoltare la sua voce consolante! Le prove della vita, mentre consentono di comprendere il mistero della Croce e di partecipare alle sofferenze di Cristo, sono preludio alla gioia e alla speranza cui la fede conduce. Noi crediamo con ferma certezza che il Signore Gesù ha sconfitto il male e la morte.

Infine vi dico: Dio ci parla con la sua Parola, leggete la Bibbia; noi rispondiamo alla sua chiamata e alla sua voce con la preghiera, pregate! 
Se potessi mostrarvi la forza della preghiera e della Parola di Dio, ve lo mostrerei, ma non so come, attualmente spero con tutto il cuore che nel mio poco e nel mio piccolo riesca a fare questo con la mia testimonianza di vita.