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domenica 9 marzo 2014

Quaresima 2014 | 1° Domenica



Capiremo mai abbastanza la Bibbia?
Sul divano nel corridoio, mentre il sabato sera si spegne nella notte, ci confrontiamo sugli interrogativi scaturiti dalla parola. Perché dell’albero in mezzo al giardino non è possibile mangiare i frutti? Ma non c’era l’albero della vita in mezzo all’Eden? Perché si chiama albero della conoscenza del bene e del male? E perché Adamo ed Eva si scoprono nudi?

Così sta scritto, ma i nostri quesiti rimbalzano nella penombra in fondo al corridoio e tornano a noi rotolando uno sull’altro. Nel gioco al rilancio va avanti la discussione nell’emozione di scoprire quanto più si misura il grado della propria, povera, ignoranza.

Quando entrai in seminario credevo di sapere qualcosa. Almeno ero sicuro di avere qualche punto fermo. Poi, nella lunga e rapida quaresima del seminario-collegio, tutto ha assunto un’inedita e insondabile profondità. Ma anche il seminarista che fa questa scoperta non è esente dalla tentazione di stringere tutto subito in pugno.

Se sei seminarista, infatti, qualcosa dovresti pur sapere. La Parola è pane da distribuire a piene mani, ben condita, quanto si può, di appropriati attrezzi liturgici o ingegni catechetici.
Se sei seminarista dovresti avere più spazio nell’attività pastorale. A che servi altrimenti in parrocchia? L’entusiasmo della giovinezza, già per molti consuma gli ultimi guizzi. A 30, 40 anni conviene ancora aspettare per gettarsi nella mischia del popolo di Dio?
Se sei seminarista avrai pur diritto ad essere preso sul serio. Tra i candidati al sacerdozio sembra ancora viva la teoria dell’homunculus, sostituto ante litteram dell’embrione, che per la fisiologia antica consisteva in un omino piccino piccino, già formato in tutto, che l’uomo passava alla donna per garantirgli una crescita adeguata ed il parto. Ed ecco, infatti, scorrazzare tra i corridoi dei seminari e le strade del mondo il pretunculus, pretino piccino piccino, ma soltanto nelle dimensioni che brama di crescere in statura e santità.

Le strade del mondo, in quest’avvio di Quaresima 2014 sono le strade di Roma, inondate di gente e di luce quasi primaverile. Sullo sfondo stanno le rovine degli imperatori pontefici massimi e le cupole dei papi re, ma nella folla che emerge dalla metro, dove ognuno si inciampa l’un l’altro, tra le pattuglie di giovani esuberanti e coatti, e turisti smarriti arrovellati su una cartina, si intravedono, solitari a gran passi, in terzetti rumorosi, o in coppie minute e monocrome, non pochi preti, seminaristi, suore e religiosi. L’abito e la faccia di solito li tradiscono, ma in fondo, non sono così diversi dagli uomini del mondo. Immaginano e predicano famiglie e vocazioni perfette, ma ognuno avanza, nell’attitudine di pensiero di questa generazione, senza potersi staccare dalla propria ombra che la sera descrive sempre più lunga. Attorno, come loro, uomini e donne in cerca di una vocazione, per una domanda che in forma più o meno cosciente, sale al cuore ogni giorno. Anche oggi, mentre sfilano uno accanto all’altro, sui passi della ‘grande bellezza’ (più o meno cinematografica e terrestre) che cambi la vita.

Eppure anche il seminarista ha un dono speciale. Può ricordare, infatti, se non gli viene suggerito, che è per amore di Dio che si trova in seminario. Come ci sia finito forse non lo sa fino in fondo, ma se ci rimane (si spera) è perché a Dio gli vuole bene, perché ha scoperto che è bello stare con il Dio che salva. Il Signore non manca di ricordargli l’essenziale. A Lui piace passare per le strade impreviste, ma mostra un debole per i confessionali. Lì, nella parola del sacerdote ricorda: «Così devi essere: trasparenza della sua misericordia».  Essere trasparenza della sua misericordia, nella consapevolezza della propria insufficienza, in forza di un dono, sorretto dal suo amore che sempre precede.

Vivere la povertà di essere seminarista non è così scontato. Vivere la povertà personale, del cuore e della mente, non è facile neppure per gli uomini e le donne di sempre. È più umano attendere il miracolo che riconoscere la propria povertà, che accettarsi così come siamo, con il personale fardello di problemi e dolore. Eppure Dio ci ama così. E solo dopo chiede di cambiare.

La povertà è lo stile di Gesù. «Potremmo pensare che questa “via” della povertà sia stata quella di Gesù, mentre noi, che veniamo dopo di Lui, possiamo salvare il mondo con adeguati mezzi umani. Non è così. In ogni epoca e in ogni luogo, Dio continua a salvare gli uomini e il mondo mediante la povertà di Cristo, il quale si fa povero nei Sacramenti, nella Parola e nella sua Chiesa, che è un popolo di poveri. La ricchezza di Dio non può passare attraverso la nostra ricchezza, ma sempre e soltanto attraverso la nostra povertà, personale e comunitaria, animata dallo Spirito di Cristo» (Papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2014).

***


Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 4,1-11.
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo.
E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame.
Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane».
Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
Allora il diavolo lo condusse con né nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio
e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede».
Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo».
Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse:
«Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai».
Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto».
Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano.


giovedì 19 settembre 2013

La vacanza del seminarista

Romanzo di formazione in tre parti.
3. FORMA

Il seminarista in vacanza si aggira in un’età compresa tra i 20 e i 40 anni inoltrati. Un ventennio che sembra appiattirsi sempre più sul decennio dei teenager. Non è mai troppo tardi però, per imparare a leggere la vita alla luce di Dio. La realtà si fa più densa e ogni gesto assume spessore: Dio ci educa. Specialmente in vacanza, quando il seminarista può crescere nel servizio e nell’ascolto. Allora, infatti, misura se la sua vita prende quota o si impantana; se è desideroso di trascinare i fratelli a Dio o a sé stesso.

Il seminarista in vacanza è fiero dei suoi studi. Quando ascolta omelie o qualche predicozzo può ripetere tra sé: “ah..qui la so lunga..qui ricordo bene..questo prete rigira sempre la solita frittata..” Ma la sapienza di un sacerdote carico d’esperienza e di decenni è tutt’altra cosa. Certamente occorre imparare, studiare, aggiornarsi, ma occorre anche crescere in sapienza e accogliere i doni dello Spirito. Quelli che passano – e passano sempre - anche nelle omelie più scalcinate e nelle mille indicazioni, grandi o minime, che scaturiscono dal popolo di Dio. 

Dopo un anno di istruzioni spirituali però, il seminarista in vacanza assiste all’omelia un po’ distratto. D’altra parte il suo forte -con qualche eccezione – è il rito. Ha imparato tutto sull’ars celebrandi e sulla preghiera. Ore di allenamento tra gli scranni e gli altari del collegio/seminario lo hanno ben istruito. Ma alla messa Andrea, un disabile grave, si batte il petto e scandisce con il candore purissimo che hanno soltanto i bambinelli del presepe, le parole dell’atto penitenziale. Mentre andiamo cercando le formule per una migliore actuosa participatio i piccoli di Dio sono già dentro le dimensioni profonde della preghiera. Senza accorgersene superano se stessi, già trasfigurati in matite, pennarelli ed evidenziatori di Dio.

Il seminarista in vacanza recita con scrupolo l’Ufficio, come il diligente alunno elementare che svolge i compiti a casa in attesa della merenda. Ma prima della messa, tra le panche della chiesa, una madre si avvicina al tabernacolo, si inginocchia, sosta un minuto, accende una candela. Anche in ospedale c’è una madre accanto ad un tabernacolo. E’ il letto dove giace il figlio disabile ormai nelle sue ultime ore, al culmine di un doloroso calvario. Adesso è il momento della “nuda croce” mi dicono. Ma la vita della mamma è stata tutta spesa per accogliere al meglio la croce e trasfigurarla in trofeo d’amore. 
Non ci sono crediti formativi per misurare il valore di un corso del genere, né molte altre vie per ricordarsi che la vocazione è dono di sé. Che la vera sapienza è umile. Che il cuore di ogni chiamato Dio lo vuole indiviso.

27 luglio 2013, Rio de Janeiro, XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù, adorazione eucaristica al termine della veglia
Nel mistero Eucaristico tutto si ricompone, come una goccia in cui è riflessa terra e cielo e che concentra tutto in sé stessa. Senza questo mistero la giornata del seminarista non ha un centro. Senza l’eucarestia non c’è cristianesimo e la chiesa cattolica diventa teatro. Tutto è assunto nel sacrificio della messa in cui ci è donato di rivivere il mistero della passione morte e resurrezione di Cristo. Ricevere e assumere la forma del pane eucaristico è il cammino continuo del seminarista prima e del prete poi. Una ‘forma’ che per Von Balthasar, il noto teologo, è la cifra del ‘caso serio’, quella forma compiuta che rivela l’essere e la propria vocazione.
Il seminarista in vacanza sperimenta, difatti, che la vera, grande tentazione è allontanarsi da quella forma divina, tradire la vocazione cui si è chiamati. 
In fondo è  la tentazione grave che incombe su tutti. Individuare la propria vocazione, discernerla alla luce dello Spirito, conformarla a Cristo nello stato di vita a cui chiama: è questo il caso serio che preoccupa uomini e donne compresi tra gli ‘enti’ e gli ‘anta’, perfino quelli che non hanno molta dimestichezza con la fede cattolica. 
E’ l’inquietudine che il seminarista provoca - anche involontariamente- con la sua scelta e che cova, attorno a lui, sotto i sorrisi e le lacrime di ogni giorno. Affiora nelle uscite del sabato sera e negli aggiornamenti reciproci, quando ci si scopre nella vita dei ‘grandi’ senza aver ancora capito bene cosa essere ‘da grandi’. Nel frattempo si sono manifestate incrinature interiori, sono affiorati momenti rimossi e se qualcosa va storto ti scopri di colpo – quasi con sgomento – incredibilmente fragile. Molti hanno frainteso le parole di Gesù. Molti non le hanno comprese  o non hanno accolto il suo messaggio. Ma quando Gesù piangeva per la morte di Lazzaro, anche se i più ostili hanno subito mormorato, non ci sono stati fraintendimenti: “Perciò i Giudei dicevano: «Guarda come l'amava!»” (Gv 11,36). Il seminarista in vacanza incontra anche le lacrime. Da prete ne incontrerà tante di più. Salendo e scendendo per le strade della Palestina, nei percorsi quotidiani degli uomini, anche Dio ha pianto.
Anche le lacrime, quale lingua universale, possono far intravedere la ‘forma’. L’icona è nella Passione di Giovanna d’Arco di Dreyer, il celebre film muto del 1928. Per l’interprete è un tour-de-force di primi piani tra estasi e lacrime. Giovanna è ormai prigioniera. Gli uomini la fanno piangere, la interrogano, la accusano, la tormentano e la condannano. Poi, con l’inganno, la costringono ad abiurare. Ma nel carcere, quando acquista consapevolezza dell’errore commesso, il pianto di Giovanna è ancora più eloquente. La forma è compiuta ancora prima del martirio. Gli inquisitori aguzzini di fronte a quella forma ammutoliscono tra le lacrime. E con loro il seminarista in vacanza. 

domenica 15 settembre 2013

La vacanza del seminarista

Romanzo di formazione in tre parti.
1. SCENDERE/SALIRE

Il seminarista in vacanza fa lunghe vacanze.

A fine giugno o, al più tardi i primi di luglio, si chiudono le sessioni d’esame. I seminari ed i collegi si svuotano d’un fiato. L’ultimo giorno insieme, appena terminato il desinare, si intravede filare via tra la polvere del cortile l’auto del seminarista medio, ormai proiettato sulle superstrade della libertà.

Il seminarista in vacanza torna a casa con una certa emozione. E’ il reduce, il piccolo bravo ragazzo orgoglio delle nonne. C’è anche, purtroppo, chi a casa non è lieto. Rientra come traditore incompreso, tra l’attesa malcelata che il rientro sia definitivo. Comunque è il momento di sonore dormite o di precipitare di colpo coi piedi per terra. Fuori dall’ecosistema seminario/collegio la vita si inceppa nelle malattie e si ingarbuglia nei disagi quotidiani. Funerali, nascite e matrimoni, in un ritmo serrato che prelude agli appuntamenti quotidiani di un prete.

Il seminarista in vacanza attraversa bel bello le strade della sua cittadina, recupera luoghi e aggiorna percorsi tentando di confondersi con la gente che passa. Va in giro con magliette bizzarre, cimeli di oratori estivi e appuntamenti diocesani, reliquie di giornate mondiali della gioventù latrici di messaggi che inneggiano all’amore e alla pace universale. Ha acquisito ormai quella faccia un po’ così che lo contraddistingue. Se esce a cena spende poco, beve coca media alla spina o chinotto. Ogni camuffamento è ormai inefficace: lo riconosci sgattaiolare in chiesa nella calura estiva; fermo al semaforo il suo rosario oscilla dallo specchietto retrovisore mentre frequenze radio sospette fuoriescono dai finestrini. Quando in utilitaria bianca i seminaristi si aggirano per le strade di paese nei giorni di festa perfino i vigili urbani meno accorti li riconoscono: “Seminaristi? Il parroco vi ha lasciato il posto per la macchina..passate di qui..” 

Il seminarista in vacanza usufruisce di privilegi ecclesiastici tipo il succitato parcheggio riservato. E’ il beniamino delle ottuagenarie e delle madri che avrebbero tanto voluto che un figlio si facesse prete. Colleziona inviti a pranzo da parrocchiani della prima linea e improvvisa accurate visite pastorali nelle parrocchie dei parroci sulla novantina. Si inerpica per i campanili e ispeziona canoniche.

Il seminarista in vacanza elabora buoni propositi mentre è in vacanza per isole e penisola ed usufruisce di privilegi ecclesiastici assortiti anche fuori diocesi. Frequenta concertini e gelaterie, acquista libri che crede di leggere prima del rientro, va in cerca di beni ecclesiastici mobili da esaminare o farsi regalare.

 Il tabaccaio va in vacanza. Anche l’impiegato e il parrucchiere. Ma una mamma va forse in vacanza? Un padre può mandare in ferie la propria paternità? Un seminarista va davvero in vacanza? Dio non va in vacanza. 
William Holman Hunt, L'ombra della morte (1873)
Manchester City Art Gallery, Manchester

Al tempo di Gesù non c’erano vacanze, c’erano solo le feste. Probabilmente solo allora Giuseppe chiudeva bottega (sabato compreso ovviamente). In quei trent’anni di silenzio Dio stava quasi rimpiattato a Nazareth. Forse stava come in vacanza. Dicono che Giuseppe facesse il falegname, un vegliardo Geppetto tutto casa e sinagoga. Il vangeli di Marco e Matteo ci dicono che era figlio del “tekton”, del costruttore: un carpentiere? Un muratore? Gesù, in effetti, aveva un po’ il pallino dell’edilizia, basta pensare all’improvvido costruttore di torri o di case sulla sabbia delle parabole, alla pietra angolare scartata dai costruttori, alla costruzione del tempio e alla conseguente riedificazione in tre giorni.

I suoi detti e le sue parole raccontano l’esperienza dell’uomo nella luce di Dio. Il frutto della contemplazione trentennale nell’osservatorio di Nazareth dove “restava loro sottomesso”. Frequentava la sinagoga assiduamente, ma forse se ne stava da parte senza parlare troppo. Dopo quella volta a 12 anni nel tempio è forse rimasto in silenzio fino al momento stabilito, fino al giorno in cui compaesani niente affatto cordiali tentarono di precipitarlo dal monte. Trent’anni per ri-accogliere in sé la Parola nelle forme e nei generi con cui l’avevano espressa gli uomini.

Gesù dopo trent’anni non saprei dire se scendeva o risaliva all’appuntamento della visibilità pubblica. Se scendeva come quando aveva pregato sul monte o se risaliva dall’abisso dell’umanità minima e disarmante del villaggio in Galilea. Al seminarista in vacanza 6 anni sembrano un’eternità. Forse perché tutti chiedono quanto ancora ti manca all’ordinazione. Ma del seminarista medio, dopo l’anno accademico in collegio, non saprei dire se scende o risale all’appuntamento col mondo.

martedì 15 marzo 2011

1° Domenica di Quaresima

Ecco un affresco dai toni delicati e luminoso nei colori, così vario di particolari, creature celesti e terresti  che è un piacere guardarlo e perdercisi dentro. Cielo e terra si confondono. Siamo in terra o in qualche angolo di paradiso? Drappelli di angeli camerieri scendono a recare brocche, vassoi di primizie, poponi, pane e frutta. Paffuti angioletti, paggetti celesti educati e dalle vesti ricercate sono distribuiti su tutta la parete di fondo dell’Aula Magna del Seminario di Firenze, un tempo refettorio delle monache carmelitane di San Frediano.  Cristo è al centro, seduto ad una mensa improvvisata ma imbandita a dovere.
L’affresco, che copre tutta la parete di fondo del refettorio, è opera di Bernardino Poccetti (1548-1612), fiorentino doc, che aveva casa e bottega in San Frediano e che del quartiere amava frequentare soprattutto le bettole e i suoi clienti. Alle tavole imbandite alle bevande doveva dunque essere avvezzo, anche se nel dipinto emerge una sensibilità ben diversa. “Non si vede fra quanto partorì la natura, come frutte, fiori, erbe, campagne, boschi, animali, e uomini, cos’alcuna ch’egli non abbia voluto imitare; e quel ch’è più, con tanta bravura, con una certa, per così dire, pittoresca vena, con una facilità, e con un tocco così spiritoso, che è una meraviglia a vedersi” (F. Baldinucci, Notizie de’ professori del Disegno da Cimabue in qua. In Opere, vol. VIII, ed. Milano 1811, p.469). Vertici e bassezze di un pittore, così umano e pronto a ingaglioffirsi, ma anche tanto dedito alla pittura da saltare sempre il pranzo per continuare il lavoro iniziato e sprezzare il denaro e gli onori.
Ma cosa raffigura precisamente l’affresco?
Ce lo racconta il Vangelo della I domenica di Quaresima: “In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame” (Mt, 4,1). Lui, Gesù, figlio del falegname, cerca finalmente sollievo dal morso della fame. Il Figlio di Dio, in cui il Padre si è compiaciuto, è servito dalle schiere degli angeli. Una beatitudine e una dolcezza di paradiso scendono sulla terra, coinvolgono anche gli animali: il lupo è mansueto, tra l’erba i conigli si avvicinano al Signore, un cervo si erge maestoso in secondo piano,  pappagalli grandi e colorati aggiungono un tocco esotico alla scena.
L’austerità dei quaranta giorni sembra quasi stonata rispetto all’atmosfera cordiale e accattivante dell’affresco. Il nostro digiuno non è fine a sé stesso, ma per una vita piena perché ordinata a Dio, lieta perché possiede l’essenziale. Non è tempo di tristezza la Quaresima. Anche questo dipinto aiuta a ricordarcelo.
La tentazione, qui raffigurata in secondo piano, a sinistra, nel momento in cui il diavolo invita Gesù a trasformare le pietre in pani, è superata dalla risposta biblica, secca e decisa con cui Gesù rilancia al tentatore: “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. E’ il leit-motiv del vita monastica nel refettorio: mensa comune, frugalità, ascolto della Parola.
Se scegliamo Dio prima delle cose di questo mondo, da Dio riceveremo doni di grazia, anche in mezzo alle tribolazione e alle sofferenze, ci verrà fatto sperimentare un angolo di paradiso -quello perduto da Adamo ed Eva-  già sulla terra. L’episodio della Genesi, infatti, ci rivela che riconoscere la propria miseria e il proprio peccato  fa sentire poveri e nudi. Appena mangiato il frutto proibito “si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi”. Abbiamo bisogno di Dio che ci offra vesti nuove per riconsegnarci la dignità e comprendere il nostro posto nel creato e nella storia.
Tutti i grandi santi hanno sperimentato la “notte” della tentazione, la coscienza, sempre più acuta del proprio peccato, una nuda aridità. E’ un cammino doloroso di purificazione che li ha condotti al vero centro del loro essere, per fare la piena scoperta di sé in Dio e raggiungere la vocazione piena e singolare nella perdita di sé stessi.
E’ quello che è capitato anche a Santa Maria Maddalena de’ Pazzi. La sua prova si protrasse per cinque anni di attraversati da sofferenze e tentazioni di ogni tipo. Il coltello posato in evidenza sulla mensa di Cristo, nell’affresco del Poccetti, ci ricorda un episodio in particolare: “sopragiunta da gravissima tentazione di farsi male da se stessa, se ne andò in refettorio: dove prese un coltello, e ritornata in Coro, pure in ratto, salì sopra l’altare della Santa Vergine, e nelle mani di li lei il collocò, per ottener grazie di vincere al tentazione”.
Superata la prova, il suo terribile “lago dei leoni”, il momento della rivincita è gaio e ricco di doni di grazia come la scena dipinta in seminario:  “Divenuta in volto più gioconda, e splendente che mai, per l’immensa allegrezza di cui si trovava ripiena, eccitata dalla vista di quelle’anime beate, non poteva contenersi di non esultare con loro. Onde ancor’ella stando in piedi, con gratiosa maniera ballava, e saltava e faceva gesti, che mostravano la letizia del suo cuore; ma però erano congiunti con modestia tale, che solo non provocavano à dissoluzione, disse: io voglio andare in tutti quei luoghi, dove il mio avversario hà cercata di volermi offendere, per confonderle con tutte le sue doppiezze. Perciò andò in molti luoghi del Munisterio, dove specialmente era stata travagliata, e tormentata dal demonio; e quivi faceva gran festa, ballando & esultando come Angiolo celeste”.
Quanto chiede il salmo: “rendimi la gioia della tua salvezza, sostienimi con uno spirito generoso. Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode”, il Signore ce lo rende davvero. Il tempo della Quaresima è dunque tempo propizio: “il nostro progresso si compie attraverso la tentazione. Nessuno può conoscere se stesso, se non è tentato, né può essere coronato senza aver vinto, né può vincere senza combattere, ma il combattimento suppone un nemico, una prova” (Sant’Agostino, Commento ai Salmi, lettura dall’Ufficio della 1° domenica di Quaresima).
Sintetizza con efficacia il prefazio: “Egli consacrò l’istituzione del tempo penitenziale con il digiuno di quaranta giorni, e vincendo le insidie dell’antico tentatore ci insegnò a dominare le seduzioni del peccato, perché celebrando con spirito rinnovato il mistero pasquale possiamo giungere alla Pasqua eterna”.