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giovedì 19 settembre 2013

La vacanza del seminarista

Romanzo di formazione in tre parti.
3. FORMA

Il seminarista in vacanza si aggira in un’età compresa tra i 20 e i 40 anni inoltrati. Un ventennio che sembra appiattirsi sempre più sul decennio dei teenager. Non è mai troppo tardi però, per imparare a leggere la vita alla luce di Dio. La realtà si fa più densa e ogni gesto assume spessore: Dio ci educa. Specialmente in vacanza, quando il seminarista può crescere nel servizio e nell’ascolto. Allora, infatti, misura se la sua vita prende quota o si impantana; se è desideroso di trascinare i fratelli a Dio o a sé stesso.

Il seminarista in vacanza è fiero dei suoi studi. Quando ascolta omelie o qualche predicozzo può ripetere tra sé: “ah..qui la so lunga..qui ricordo bene..questo prete rigira sempre la solita frittata..” Ma la sapienza di un sacerdote carico d’esperienza e di decenni è tutt’altra cosa. Certamente occorre imparare, studiare, aggiornarsi, ma occorre anche crescere in sapienza e accogliere i doni dello Spirito. Quelli che passano – e passano sempre - anche nelle omelie più scalcinate e nelle mille indicazioni, grandi o minime, che scaturiscono dal popolo di Dio. 

Dopo un anno di istruzioni spirituali però, il seminarista in vacanza assiste all’omelia un po’ distratto. D’altra parte il suo forte -con qualche eccezione – è il rito. Ha imparato tutto sull’ars celebrandi e sulla preghiera. Ore di allenamento tra gli scranni e gli altari del collegio/seminario lo hanno ben istruito. Ma alla messa Andrea, un disabile grave, si batte il petto e scandisce con il candore purissimo che hanno soltanto i bambinelli del presepe, le parole dell’atto penitenziale. Mentre andiamo cercando le formule per una migliore actuosa participatio i piccoli di Dio sono già dentro le dimensioni profonde della preghiera. Senza accorgersene superano se stessi, già trasfigurati in matite, pennarelli ed evidenziatori di Dio.

Il seminarista in vacanza recita con scrupolo l’Ufficio, come il diligente alunno elementare che svolge i compiti a casa in attesa della merenda. Ma prima della messa, tra le panche della chiesa, una madre si avvicina al tabernacolo, si inginocchia, sosta un minuto, accende una candela. Anche in ospedale c’è una madre accanto ad un tabernacolo. E’ il letto dove giace il figlio disabile ormai nelle sue ultime ore, al culmine di un doloroso calvario. Adesso è il momento della “nuda croce” mi dicono. Ma la vita della mamma è stata tutta spesa per accogliere al meglio la croce e trasfigurarla in trofeo d’amore. 
Non ci sono crediti formativi per misurare il valore di un corso del genere, né molte altre vie per ricordarsi che la vocazione è dono di sé. Che la vera sapienza è umile. Che il cuore di ogni chiamato Dio lo vuole indiviso.

27 luglio 2013, Rio de Janeiro, XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù, adorazione eucaristica al termine della veglia
Nel mistero Eucaristico tutto si ricompone, come una goccia in cui è riflessa terra e cielo e che concentra tutto in sé stessa. Senza questo mistero la giornata del seminarista non ha un centro. Senza l’eucarestia non c’è cristianesimo e la chiesa cattolica diventa teatro. Tutto è assunto nel sacrificio della messa in cui ci è donato di rivivere il mistero della passione morte e resurrezione di Cristo. Ricevere e assumere la forma del pane eucaristico è il cammino continuo del seminarista prima e del prete poi. Una ‘forma’ che per Von Balthasar, il noto teologo, è la cifra del ‘caso serio’, quella forma compiuta che rivela l’essere e la propria vocazione.
Il seminarista in vacanza sperimenta, difatti, che la vera, grande tentazione è allontanarsi da quella forma divina, tradire la vocazione cui si è chiamati. 
In fondo è  la tentazione grave che incombe su tutti. Individuare la propria vocazione, discernerla alla luce dello Spirito, conformarla a Cristo nello stato di vita a cui chiama: è questo il caso serio che preoccupa uomini e donne compresi tra gli ‘enti’ e gli ‘anta’, perfino quelli che non hanno molta dimestichezza con la fede cattolica. 
E’ l’inquietudine che il seminarista provoca - anche involontariamente- con la sua scelta e che cova, attorno a lui, sotto i sorrisi e le lacrime di ogni giorno. Affiora nelle uscite del sabato sera e negli aggiornamenti reciproci, quando ci si scopre nella vita dei ‘grandi’ senza aver ancora capito bene cosa essere ‘da grandi’. Nel frattempo si sono manifestate incrinature interiori, sono affiorati momenti rimossi e se qualcosa va storto ti scopri di colpo – quasi con sgomento – incredibilmente fragile. Molti hanno frainteso le parole di Gesù. Molti non le hanno comprese  o non hanno accolto il suo messaggio. Ma quando Gesù piangeva per la morte di Lazzaro, anche se i più ostili hanno subito mormorato, non ci sono stati fraintendimenti: “Perciò i Giudei dicevano: «Guarda come l'amava!»” (Gv 11,36). Il seminarista in vacanza incontra anche le lacrime. Da prete ne incontrerà tante di più. Salendo e scendendo per le strade della Palestina, nei percorsi quotidiani degli uomini, anche Dio ha pianto.
Anche le lacrime, quale lingua universale, possono far intravedere la ‘forma’. L’icona è nella Passione di Giovanna d’Arco di Dreyer, il celebre film muto del 1928. Per l’interprete è un tour-de-force di primi piani tra estasi e lacrime. Giovanna è ormai prigioniera. Gli uomini la fanno piangere, la interrogano, la accusano, la tormentano e la condannano. Poi, con l’inganno, la costringono ad abiurare. Ma nel carcere, quando acquista consapevolezza dell’errore commesso, il pianto di Giovanna è ancora più eloquente. La forma è compiuta ancora prima del martirio. Gli inquisitori aguzzini di fronte a quella forma ammutoliscono tra le lacrime. E con loro il seminarista in vacanza. 

mercoledì 18 settembre 2013

La vacanza del seminarista

Romanzo di formazione in tre parti.
2. ALLENARSI

Lungo l’Arno -è il confine della Diocesi- i giovani canottieri scendono a riva con la canoa sulla spalla. Nell’ora calda della sera si allenano in acqua vogando a ritmi serrati e coordinati per risalire la placida corrente. “Si allenano tutti i giorni!  Tutto l’anno anche due volte al giorno, forché a  Pasqua e Natale”.
Li osservo scivolare sul pelo dell’acqua con viva ammirazione, come se deposto ogni fardello e superata ogni incertezza rivelassero un’umanità bella, forte ed entusiasta.

Anche il seminarista in vacanza si allena. Forse gli addominali non si sono fatti scultorei, né i bicipiti più tonici. Anzi, corre il rischio di avere quelle manine gracili e sottili, lisce e senza calli fatte apposta per reggere il peso dell’ostia. “Mi pare  a me che avete trovato un bel lavorino…” diceva il nonno  (che aveva le manone forti e grosse da contadino) apostrofando il seminarista e il suo mentore. Eppure anche il seminarista si allena. Lo ha detto pure il Papa ai giovani riuniti a Rio de Janeiro : “noi ci alleniamo per ‘essere in forma’, per affrontare senza paura tutte le situazioni della vita, testimoniando la nostra fede”. Un allenamento fatto di preghiera e sacramenti, ma sperimentato anche “attraverso l’amore fraterno, il saper ascoltare, il comprendere, il perdonare, l’accogliere, l’aiutare gli altri, ogni persona, senza escludere, senza emarginare”. Un allenamento da praticare tutti i giorni più volte il giorno: specialmente a Pasqua e a Natale.

seminarista in allenamento fisico
E’ durante la vacanza che il seminarista misura la propria costanza e fedeltà all’allenamento. D’altra parte è noto come l’estate, oltre ad essere il campo del demonio -come si ricordava affabilmente ai seminaristi di un tempo-, sia il banco di prova migliore per misurare l’efficacia del seminario. Se il cammino avanza (o si interrompe) perché il discernimento funziona avviene qualcosa di strano. 
Gli antichi, si dice, pensavano che l’orsa donasse la forma ai suoi piccoli leccandoli ripetutamente e stringendoli a sé. Se il seminario fa il suo lavoro anche al seminarista avviene qualcosa di simile. Il suo aspetto esterno forse non è così alterato, ma dentro, nell’animo di ogni chiamato Dio ha agito con solerte pazienza. Non è per via di quella faccia un po’ così, o per le sue pose devote da capo-chierichetto. Non è più possibile vivere senza di Lui. Non si tratta di far abdicare la volontà o, peggio, di lavaggio del cervello. Dio si fa spazio nella sua vita. Come si fa spazio nella vita di chiunque desideri la sua amicizia e accolga il suo amore. Per il seminarista in vacanza, di anno in anno, tutto è segno di grazia: Dio lo conduce.


D’estate, con più ampia libertà, può postare su facebook il ricordo delle memorie dei santi, frasi ad effetto estratte dai discorsi pontifici, taggare le foto degli amici dispersi nell’orbe cattolico e proporsi in versione giovanotto da spiaggia, seppure con un’espressione un po’ più concentrata e meditativa. Eppure negli incontri, nei momenti di convivialità, nelle chiacchierate con gli amici Dio chiede spazio, domanda dolcemente di entrare anche lì. Quando il seminarista saluta tutti e torna a casa resta il desiderio di aver parlato di Lui, di averlo almeno portato con sé.  Il riferimento ideale non è il rappresentante porta a porta di aspirapolvere miracolosi, ma la trasparenza di una vita donata. Traguardo che è dono e che presuppone il cammino di un’intera esistenza in Lui e dunque, la cura perseverante dell’interiorità. 
"cane della coscienzia"

Il seminarista in vacanza può coltivare con grande cura questo intimo orticello. Ne parlava anche Santa Caterina da Siena: “Noi siamo un giardino, o veramente orto, del quale giardino e orto n'ha fatto ortolano la prima Verità la ragione col libero arbitrio; la quale ragione e libero arbitrio, coll'aiutorio della Divina Grazia, ha a divellere le spine de' vizi, e piantare l'erbe odorifere delle virtù.” Un giardino che occorre custodire col “cane della coscienzia; e sia legato alla porta, sicchè, se i nemici venissero, e l'occhio dell'intelletto dormisse il cane abbai”. Un orticello che il seminarista in vacanza rischia di coltivare a suo piacimento ripetendosi “è mio! ..sono io!”. Per questo “Conviensi dargli mangiare a questo cane, acciocchè sia ben sollicito; e ‘l cibo suo non è altro che odio e amore, portato nel vasello della vera umiltà, e tenuto con la mano della vera pazienzia”. E tanto diventa cauto questo cane, che, “eziandio passando gli amici, abbaia, perchè l'intelletto si levi a vedere chi eglisono, e discernere se sono da Dio o no. E così non potrà essere ingannato l'ortolano, nè rubato il giardino; e non verrà il nemico a seminargli la zizzania dell'amor proprio” (Lettera all'abbate Martino di Passignano dell'ordine di Valle Ombrosa). 

domenica 15 settembre 2013

La vacanza del seminarista

Romanzo di formazione in tre parti.
1. SCENDERE/SALIRE

Il seminarista in vacanza fa lunghe vacanze.

A fine giugno o, al più tardi i primi di luglio, si chiudono le sessioni d’esame. I seminari ed i collegi si svuotano d’un fiato. L’ultimo giorno insieme, appena terminato il desinare, si intravede filare via tra la polvere del cortile l’auto del seminarista medio, ormai proiettato sulle superstrade della libertà.

Il seminarista in vacanza torna a casa con una certa emozione. E’ il reduce, il piccolo bravo ragazzo orgoglio delle nonne. C’è anche, purtroppo, chi a casa non è lieto. Rientra come traditore incompreso, tra l’attesa malcelata che il rientro sia definitivo. Comunque è il momento di sonore dormite o di precipitare di colpo coi piedi per terra. Fuori dall’ecosistema seminario/collegio la vita si inceppa nelle malattie e si ingarbuglia nei disagi quotidiani. Funerali, nascite e matrimoni, in un ritmo serrato che prelude agli appuntamenti quotidiani di un prete.

Il seminarista in vacanza attraversa bel bello le strade della sua cittadina, recupera luoghi e aggiorna percorsi tentando di confondersi con la gente che passa. Va in giro con magliette bizzarre, cimeli di oratori estivi e appuntamenti diocesani, reliquie di giornate mondiali della gioventù latrici di messaggi che inneggiano all’amore e alla pace universale. Ha acquisito ormai quella faccia un po’ così che lo contraddistingue. Se esce a cena spende poco, beve coca media alla spina o chinotto. Ogni camuffamento è ormai inefficace: lo riconosci sgattaiolare in chiesa nella calura estiva; fermo al semaforo il suo rosario oscilla dallo specchietto retrovisore mentre frequenze radio sospette fuoriescono dai finestrini. Quando in utilitaria bianca i seminaristi si aggirano per le strade di paese nei giorni di festa perfino i vigili urbani meno accorti li riconoscono: “Seminaristi? Il parroco vi ha lasciato il posto per la macchina..passate di qui..” 

Il seminarista in vacanza usufruisce di privilegi ecclesiastici tipo il succitato parcheggio riservato. E’ il beniamino delle ottuagenarie e delle madri che avrebbero tanto voluto che un figlio si facesse prete. Colleziona inviti a pranzo da parrocchiani della prima linea e improvvisa accurate visite pastorali nelle parrocchie dei parroci sulla novantina. Si inerpica per i campanili e ispeziona canoniche.

Il seminarista in vacanza elabora buoni propositi mentre è in vacanza per isole e penisola ed usufruisce di privilegi ecclesiastici assortiti anche fuori diocesi. Frequenta concertini e gelaterie, acquista libri che crede di leggere prima del rientro, va in cerca di beni ecclesiastici mobili da esaminare o farsi regalare.

 Il tabaccaio va in vacanza. Anche l’impiegato e il parrucchiere. Ma una mamma va forse in vacanza? Un padre può mandare in ferie la propria paternità? Un seminarista va davvero in vacanza? Dio non va in vacanza. 
William Holman Hunt, L'ombra della morte (1873)
Manchester City Art Gallery, Manchester

Al tempo di Gesù non c’erano vacanze, c’erano solo le feste. Probabilmente solo allora Giuseppe chiudeva bottega (sabato compreso ovviamente). In quei trent’anni di silenzio Dio stava quasi rimpiattato a Nazareth. Forse stava come in vacanza. Dicono che Giuseppe facesse il falegname, un vegliardo Geppetto tutto casa e sinagoga. Il vangeli di Marco e Matteo ci dicono che era figlio del “tekton”, del costruttore: un carpentiere? Un muratore? Gesù, in effetti, aveva un po’ il pallino dell’edilizia, basta pensare all’improvvido costruttore di torri o di case sulla sabbia delle parabole, alla pietra angolare scartata dai costruttori, alla costruzione del tempio e alla conseguente riedificazione in tre giorni.

I suoi detti e le sue parole raccontano l’esperienza dell’uomo nella luce di Dio. Il frutto della contemplazione trentennale nell’osservatorio di Nazareth dove “restava loro sottomesso”. Frequentava la sinagoga assiduamente, ma forse se ne stava da parte senza parlare troppo. Dopo quella volta a 12 anni nel tempio è forse rimasto in silenzio fino al momento stabilito, fino al giorno in cui compaesani niente affatto cordiali tentarono di precipitarlo dal monte. Trent’anni per ri-accogliere in sé la Parola nelle forme e nei generi con cui l’avevano espressa gli uomini.

Gesù dopo trent’anni non saprei dire se scendeva o risaliva all’appuntamento della visibilità pubblica. Se scendeva come quando aveva pregato sul monte o se risaliva dall’abisso dell’umanità minima e disarmante del villaggio in Galilea. Al seminarista in vacanza 6 anni sembrano un’eternità. Forse perché tutti chiedono quanto ancora ti manca all’ordinazione. Ma del seminarista medio, dopo l’anno accademico in collegio, non saprei dire se scende o risale all’appuntamento col mondo.

sabato 1 dicembre 2012

Segnalazioni Stonate 2012 | Prima Domenica di Avvento


    Sul treno, nel tempo sospeso del viaggio, ci perdevamo in discussioni di cui, forse, non avremmo parlato altrove. “Questi tempi sono strani e cupi – dicevo io col tono grave di chi crede di aver capito qualcosa – che ci aspetta?”. L’amico inteccava nella risposta, tradendo l’emozione di un concetto profondo: “Ormai mi aspetto solo l’Apocalisse”.
Beate adolescenza! In quello strano tempo della giovinezza si moltiplicano i segni del cambiamento: ci sono paura, speranza, desiderio di novità, si intreccia tutto e il suo contrario. E tutto potrebbe accadere. Anche l’Apocalisse. Col tempo abbiamo dimenticato il nostro sentenziare per tuffarci distratti nel tempo meno sospeso dei giorni. Ma “il giorno è arrivato quando non ci facevamo più caso”. Una piccola apocalisse ci ha sorpreso comunque. Qualcuno si è fatto prendere dalle paure e dall’angoscia, qualcuno si è perso, qualcuno ha trovato la sua strada, qualcuno è rimasto, qualcuno si è ritrovato. Ne parla il Vangelo di questa prima domenica di Avvento. Non servono epidemie o strategie del terrore a sconvolgere le nostre esistenze, la  paura e l’ansia verdeggiano dove il tempo è vuoto e l’attesa indefinita. Subiamo entrambi senza capire, così i segni passano e non li sappiamo interpretare.

   Ai tempi di quel viaggio dilagava il post-rock, etichetta che per qualcuno, a dire il vero, era già da archiviare. Ma è noto che i cultori delle definizioni e delle tassonomie dilagano soprattutto in ambito musicale. Un guru della critica musicale attuale assicura che: "una band viaggia dal rock al post-rock generalmente passando da una fase vocale ad una creazione di trame e paesaggi sonori che si confondono con il resto della strumentazione". Al tecnicismo di nicchia, però, andrà affiancato, nel sentire di molte band, tutto il pathos di disillusione e la protesta di una generazione che varcato il Duemila non ha saputo che farsene del nuovo Millennio. Anche perché il continuo “post-qualcosa”  (età post-atomica, post-comunista, post-moderna, etc..) rinnova il corto circuito della delusione. 

In questa larga manica di post-rockettari un po’ intellettualoidi è fiorito oltreoceano un drappello di band affini come i più noti  Godspeed You Black Emperor! e la loro costola, sempre più autonoma, dei Silver Mt. Zion. Dal loro ultimo EP "The West Will Rise Again" (2012), difatti traggo ispirazione per un singolare parallelo con il Vangelo di Luca.
L’ascolto della loro discografia non rasserena. Le melodie, perfette colonne sonore di un tempo di crisi, si dibattono spesso tra la luce e il buio. E alla fine rimane molto buio. La tensione che brucia nei loro testi, però, si carica spesso di toni biblici o si leva in un grido come una preghiera. Così difatti, si ascolta in una brano (diviso in due parti) dall’emblematico titolo “What We Love Was Not Enough”:

E il giorno è arrivato quando non ci facevamo più caso
E il giorno è arrivato quando non ci facevamo più caso

Ci sarà la guerra nelle nostre città
Ci saranno rivolte al centro commerciale
Ci sarà del sangue alle nostre porte
E terrore nelle sale da ballo

Tutte le nostre città bruceranno
Tutti i nostri ponti si sfracelleranno
Tutti i nostri spiccioli andranno a marcire
Ci sarà fango sulle nostre tracce
..
Poi l’occidente risorgerà
Poi l’occidente risorgerà
Poi l’occidente risorgerà

Quanto abbiamo amato non era abbastanza
Quanto abbiamo amato non era abbastanza
Quanto abbiamo amato non era abbastanza

   San Luca mi perdonerà se lo accompagno a queste parole ma, come vuole la tradizione, un po’ artista era anche lui e, in fondo, è la Scrittura stessa a ispirare da millenni poeti e cantanti.

«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.

Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
 Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
(..) Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell'uomo».

http://www.youtube.com/watch?v=xZoLDIal7vk
 
Ogni nostro momento può trasformarsi nell’attimo che indica l’apocalisse. A me capita: non capisco, subisco il tempo e i suoi segni, mi abbatto, forse mi arrabbio, ma con gli occhiali della preghiera perseverante tutto si mette a fuoco e i segni dei tempi si rivelano segni di Dio. Un incontro, una lettura, un imprevisto, la luce del sole, il rumore del vento. La trama del mondo lascia affiorare un piano diverso che appartiene a Dio. Scavalcata l’adolescenza si prospettano ulteriori apocalissi piccole e grandi, ma se le spalle non si fanno più robuste, la vista si allena e la speranza cristiana tiene alta la testa. Anche “l’occidente risorgerà”, ma a quali condizioni?

   Ricordo che al tempo di quel viaggio in treno – poco prima? Poco dopo?-, alla Giornata Mondiale della Gioventù di Toronto (2002) Giovanni Paolo II  invitava ad essere luce del mondo con quel guizzo poetico a lui congeniale: “anche una fiamma leggera che s'inarca solleva il pesante coperchio della notte”. Una piccola luce, come quella della preghiera, o come quella della nostra prima candela d’Avvento. 

martedì 13 marzo 2012

Parole per la Quaresima | REALISMO

È forte questo Gesù! 
Piace questo Gesù che crea scompiglio tra i mercanti, scaraventa per terra monete,  rovescia i tavoli dei cambiavalute tra agnelli in fuga e sbatter d’ali di colombe, lancia rimproveri turbinando una sferza di cordicelle tra gli uomini e le mercanzie. Il Gesù delle devozioni e dei santini qui non lo riconosciamo, ma ci convince il gesto risoluto contro chi traffica nel tempio di Dio. “Quando ci vuole, ci vuole..” – verrebbe da chiosare. 
Forse, però, si corre il rischio di compiacere un certo moralismo politically correct, allontanando le parole del Vangelo dal nostro cuore. E' fin troppo facile, allora, alzare subito il dito contro le bancarelle di rosari e statuine che affollano tanti santuari o scagliare anatemi contro i presunti affarismi degli ecclesiastici. 
Alla fine, dopo lo sfogo profetico, Gesù ci riporta con i piedi per terra. Nelle sue opere e nelle sue parole finiamo spesso per entrare soltanto con il nostro punto di vista fino a piegare nel senso che più ci è congeniale le parole del Vangelo. Ma Gesù è sempre più realista degli uomini. 
Molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome. Gesù però non si confidava con loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c'è in ogni uomo.
Non appena crediamo di sapere tutto su Gesù ci piovono sulla testa queste parole scomode. Forse miracoli non ne abbiamo ancora visti, (e d’altronde Giovanni ci parla soltanto di "segni") ma le nostre piccole "rivelazioni" hanno bisogno del tempo del discernimento. Gesù non si fida di una fede epidermica e su misura, costruita sulla meraviglia e il sentito dire.

Valentin de Boulogne, 1618, La Cacciata dei Mercanti dal Tempio, Roma, Galleria Barberini
Anche la mia fede si snoda su questi percorsi, attraverso passi falsi e passi indietro. Mi pareva che era l’ora di volare: invece è quella di studiare. Avevo capito di fare l’apostolo e convertire coi lucciconi agli occhi. Era l’ora dell’umiltà. Credevo che per parlare di Lui dovessi complicare la sintassi e scovare gli aggettivi giusti. Forse non ho ancora capito. Credevo che bastasse eliminare soldi, dolciumi al cioccolato e stravaganze borghesi. Ci voleva la conversione. 
Potrei continuare a lungo. D’altra parte i Vangeli non ci dicono mai tutto nei minimi dettagli, tanto che tra le mercanzie ribaltate da Gesù non finiremo mai di aggiungere qualcosa. Io dimentico di metterci anche me. Sembra facile la quaresima-dieta, ma sapere che quando Gesù ti guarda dentro ha già capito tutto .. talvolta mi rimane indigesto.

sabato 24 dicembre 2011

SEGNALAZIONI STONATE 2.0 | Natale 2011 | Vangelo: Mt 1,1-25

Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo.
Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram..

Il Vangelo della messa Natalizia prefestiva si apre, nella forma estesa, con un lungo elenco di nomi. I primi ci suonano familiari: sono i grandi patriarchi della tradizione biblica. Quelli che seguono, e che causano innumerevoli problemi di dizione ai lettori, ci annoiano subito. Che motivo c’è di leggere ogni volta tutti questi nomi arzigogolati? 

Se facciamo attenzione, però, vi ritroviamo tutta la storia di Israele, dall’alleanza e la promessa di Abramo, fino a Re Davide. Dal re Davide si arriva fino alla grande tragedia storica d’Israele, la deportazione a Babilonia. Dalla Deportazione l’elenco riparte fino a Gesù. Scorrono i grandi momenti della storia di Israele, cioè della storia della Salvezza. E’ anche la nostra storia e la nostra salvezza.

“In tal modo, tutte le generazioni da Abramo a Davide sono quattordici, da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici, dalla deportazione in Babilonia a Cristo quattordici”.

Mi piace pensare a questo lungo elenco come ai preparativi di un regalo. Per confezionare un regalo speciale, qualcosa di interamente pensato, prodotto, confezionato con le nostre mani -proprio per quella persona e quella soltanto- occorre progettualità, dedizione, tempo.
Così, in un certo senso, ha fatto Dio con Gesù, preparando con amore infinito la Sua venuta nei secoli, inserendo fin dall’oscurità dei tempi la Sua persona nelle vicende e nelle generazioni degli uomini.

Nell’ultima udienza del Papa, pronunciata mercoledì scorso, questo aspetto è illustrato con limpida evidenza:  “L’Eterno è entrato nei limiti del tempo e dello spazio, per rendere possibile «oggi» l’incontro con Lui. I testi liturgici natalizi ci aiutano a capire che gli eventi della salvezza operata da Cristo sono sempre attuali, interessano ogni uomo e tutti gli uomini”  (Udienza di mercoledì, 21 dicembre 2011)

Il brano che vi suggerisco per questo Natale non ha parole. E in effetti mi piace segnalarlo per il video che lo accompagna. Il pezzo, “Ensure your Reservation” (ma in un primo momento era chiamato “the Cane”), è estratto dall’album “Together we’re Heavy” (2004) dei Polyphonic Spree.



Il brano propone la vena psych-pop sinfonica dell’ensemble di esagitati guidata da Tim DeLaughter. Leziosi e ridondanti fino all’eccesso, si propongono sul palcoscenico vestiti di lunghe tuniche colorate, saltando e sorridendo come dei folletti.
Il video, decisamente più contenuto rispetto alla media dei loro video, era contenuto nel DVD che accompagnava l’album.

Buona Visione e.. Buon Natale!

venerdì 9 dicembre 2011

SEGNALAZIONI STONATE 2.0 | 3° Domenica di Avvento 2011 | Vangelo: Gv 1, 6-8. 19-28

Fratelli, siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi”. (1 Ts 5, 16-18, dalla Seconda Lettura della 3° Domenica di Avvento).

Questa è la domenica della gioia, del “Gaudete”: ovvero “rallegratevi”!  Ma ci sono momenti in cui anche la Scrittura può sembrare fuori luogo. Come si può essere “sempre lieti”? Pur con tutta la nostra buona volontà -verrebbe da dire- i momenti di difficili non ce li toglie nessuno!
Come se non bastasse questa è pure “volontà di Dio”! Ma non lasciamoci sfuggire la precisazione dell’apostolo Paolo: “è volontà di Dio .. in Cristo Gesù”.

Il Gesù di cui Paolo parla ai suoi cari Tessalonicesi “è morto per noi, perché sia che vegliamo sia che dormiamo viviamo insieme con lui”. Agli stessi Tessalonicesi, d’altronde, non erano mancata la persecuzione e le sofferenze per Cristo: “anche voi avete sofferto le stesse cose..hanno ucciso il Signore Gesù e i profeti, hanno perseguitato noi..”

Nel brano del Vangelo anche il Battista è messo alla prova. L’evangelista Giovanni ci presenta un serrato interrogatorio con sacerdoti, leviti e farisei: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa». 

Luce e tenebre si alternano in un dialogo che procede per ripetute negazioni. E il finale non scioglie gli interrogativi fino a lasciare spiazzati: “in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo”.

Che dobbiamo pensare? Brancoliamo nelle tenebre e non riconosciamo la presenza di Gesù che viene. Neppure in questo tempo di Avvento. Nelle tenebre, però, Giovanni rende testimonianza alla luce e Paolo e i Tessalonicesi rendono testimonianza nella letizia.  E noi?

Questa domenica la affidiamo al brano di una band cattolica a stelle e strisce. Nel panorama musicale statunitense non è difficile incontrare musicisti che cantano la propria fede (o i suoi relativi problemi) in maniera più o meno evidente. I più ferventi sono spesso raccolti sotto l’etichetta di Christian-music (o -folk o -rock a seconda del genere). La stragrande maggioranza proviene dalle variegate chiese di matrice protestante: battisti, pentecostali, e chi più ne ha più ne metta.


Gli Innocence Mission, guidati dai coniugi Karen and Don Peris, rappresentano un’eccezione. Il nome è già un programma e cela quattro ex-compagni di scuola (oggi un po’invecchiati) dichiaratamente cattolici, ma che sfuggono alle etichette della musica confessionale. Un po’ folk un po’ dream-pop, un po’ minimalisti, i loro brani scivolano dolcemente uno dopo l’altro, guidati dalla voce limpida e “innocente” di Karen Peris.

“God is love” è tratto dal loro ultimo album “My Room in the Trees” (2010) e mi sembra che possa commentare bene le letture di questa domenica:

Rain or shine
This street of mine is golden
Rain or shine
This street of mine is golden

Con la pioggia o con il sole
Questa mia strada è d’oro
Con la pioggia o con il sole
Questa mia strada è d’oro

With the gold of hickory leaves
I can walk under these clouds
Rain or shine
This street of mine is golden

Nell’oro delle foglie di noce
Posso camminare sotto queste nuvole
Con la pioggia o con il sole
Questa mia strada è d’oro

God is love
And love will never fail me
God is love
And love will never fail me

Dio è amore
E l’amore non mi abbandonerà mai
Dio è amore
E l’amore non mi abbandonerà mai

giovedì 24 novembre 2011

SEGNALAZIONI STONATE 2.0 | I° Domenica di Avvento 2011

Si può iniziare l’avvento con un Requiem?
E’ tempo di avvento: il Signore viene, il Signore è vicino, dunque: “Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento”.
Un Vangelo così ci mette con le spalle al muro. Ma che vuol dire “vegliare?”
Come si fa a stare attenti? Il brano non dice molto di più sul ritorno del Signore:

«E’ come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

Quando si invecchia o ci si accosta alla morte è più facile comprendere cosa significhi vegliare. Veglia, ad esempio, chi si è preparato tutta la vita all’incontro con il Signore, accogliendolo ogni giorno nei segni con cui si fa presente.
Una volta ho visitato un sacerdote alla fine dei suoi giorni: aveva il sorriso sulle labbra e la luce negli occhi. Era pronto. Aveva vegliato come il servo buono e fedele per tutta la vita nella prosa di ogni giorno. Un altro anziano sacerdote nel momento dell’agonia pregava spezzoni di preghiera, ora in italiano ora in latino. Dal fondo dell’animo, inconsciamente, riaffioravano le preghiere della giovinezza, custodite e recitate per tutta la vita. Anche lui vegliava, anche lui era pronto. 

Anche mia nonna veglia. Non si ferma un istante: sempre al lavoro, sempre a servire, sempre attenta e fedele nella sua semplicità contadina. Perseverante nella sofferenza e nella gioia, nella forza e nella debolezza.


Ha messo insieme tutta la sua gioia quando ha sorriso / ha sofferto tutta la sua gioia quando ha pianto ..
Si è affidato a un potere più alto / ha tenuto stretto il suo potere come un santo graal/ ha messo insieme tutta la sua fede nel successo /ha sofferto tutta la sua fede nel fallimento / Il suo cuore era più forte di una pallottola d’acciaio/ ed è per questo che gli dedico questa canzone / era un brav’uomo e ora non c’è più
  
Sono i versi di M.Ward, talentuoso folk-singer dalla voce un po’ così, che ha realizzato nel corso di un decennio una manciata di album memorabili. Il brano, “Requiem”, accompagnato da questo calzante videoclip, è estratto dall’album “Post-War” (2006).
Le parole di M.Ward richiamano le tensioni tipiche dei salmi, ma d’altronde la musica sacra, quella gospel, dice di averla nel sangue, assorbita fin dal grembo materno e in chiesa durante l’infanzia.

“Requiem” potrebbe essere la canzone per il nonno che non c’è più. Non abbiamo indicazioni precise, ma credo che possa aiutarci a sintonizzarci con il Vangelo di domenica. Forse, in questo senso, si può iniziare l’Avvento anche con un Requiem.