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giovedì 30 aprile 2026

Però la morte non ha l'ultima parola


È il tempo pasquale ma fuori, per le vie e i vicoli del centro, non sembrano accorgersene in molti, anche perchè il venerdì santo non era poi molto diverso da qualunque fine settimana. E peraltro, adesso come in Quaresima, il parroco in bianche vesti attraversa a grandi passi la città suscitando, nel migliore dei casi, lo sguardo incuriosito di forestieri in visita. Nei giorni di festa la città è vuota e silenziosa almeno fino a mezzogiorno, gli anziani più tristi perchè si sentono soli e perfino gli accattoni sembrano un po' smarriti. Il Signore è risorto ma la vita arranca, spenta dal di dentro dal vitalismo estetico/estatico dell'età del consumo e dal di fuori da anni di narrazioni ansiogene e di distruzioni di massa.

Nella rincorsa delle notizie, infatti, dimentichiamo rapidamente i cadaveri senza nome, i conflitti in diretta, le vittime delle violenze domestiche. Narrazioni di morte gettano nell'oblio altre morti. Una saturazione visiva che spento lo sdegno e la compassione conduce a un «intorpidimento senza fine né cambiamento».

Così canta, anzi, ragiona tra sé Florence Shaw, cantante dei Dry Cleaning, band post punk che ha confezionato un disco in flusso di coscienza che merita qualche attenzione. Cupi ritmi anni ottanta e distorsioni fragorose accompagnano la recitazione monocorde di Shaw che abbozza inquietanti e spiazzanti considerazioni sul presente, mentre personaggi improbabili – un po' come i protagonisti dei videoclip che accompagnano tutte le tracce dell'album – raccontano uno sguardo sul mondo in cui, come in Evil Evil Idiot, negare l'evidenza è portato al parossismo: «i miei denti sono vecchi e le mie scarpe /  non sono quelle giuste, / ma sono giovane / Sono vecchio giovane, mi fa male. / E mi preoccupo molto di quello che la gente pensa di me / La TV di Natale nella mia mente / La TV di Natale tutto il tempo».


Nel brano “Blood”, l'immagine del sangue racconta l'incessante profluvio di morte che gronda dagli schermi degli smartphone o da quelli televisivi, continuamente rilanciati da anni di conflitti, di costosissimi droni e ingegnose tecnologie sapientemente guidate per uccidere: «Sangue, sangue sulla mia pelle, sulle mani e sulle unghie / e anche nei miei occhi. / Sto strisciando. / Sono in un bunker sotterraneo / con la mia bomba volante controllata da computer. / È un intorpidimento senza fine né cambiamento». Un bombardamento mediatico che si fa trauma personale, detonazione interiore: «Pellegrinaggio, vita privata, mortalità. / Un profondo shock sentito nel corpo».

Inesorabile come una macchia d'olio la morte si espande e filtra in ogni dove, ombra inevitabile delle sue negazioni. 

Parlare di resurrezione è chiaramente sovversivo. Talvolta ho l'impressione che suoni quasi inaudito. Non è ben chiaro, ad esempio, che fine faccia il caro estinto, almeno quando non lo si trattiene nello spazio domestico perchè resti “sempre qui con me”, in urne di ceneri intronizzate sul comodino o nascoste nell'armadio, dimenticate tra i libri e sullo scaffale della libreria. Occorre prendere la morte sul serio e dare valore alla vita. La predicazione di Gesù, i suoi miracoli, le sue parole, raccontano del valore inestimabile che racchiude la vita come dell'irripetibile grazia che passa dal momento presente. La pecora smarrita, il figlio perduto, il viandante moribondo ai bordi della strada, aprono gli occhi sulla dignità e il bene che custodisce ogni uomo. Chi li perde di vista o non li scorge chiude l'orizzonte e non si comprende. Ma il cuore che vede e la misericordia di Gesù non si spiegherebbero senza le prerogative divine che accompagnano il Cristo, la sua autorità e sapienza e soprattutto la sua resurrezione dai morti si spiegano soltanto con Dio. E dunque, per quanto suoni difficile e misterioso l'equilibrio che custodisce la persona di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, questo articolo di fede, così teologicamente connotato, resta un punto irrinunciabile per la fede e la comprensione della vita alla luce del Cielo. Come spiegarlo a chi ha perso l'alfabeto di Dio? 

Il rito, la tradizione religiosa, lo "spirituale" che tocca la carne non sono alieni alla sensibilità contemporanea. 


Da uno spazio di morte violenta e distruzione, ad esempio, riparte il canto e il rituale che accompagna “Saoirse" (che in irlandese significa libertà). É uno dei brani di punta dei Maruja, band di Manchester che suona una sorta di post hardcore militante. Il videoclip traduce con grande sensibilità il testo. Le immagini di desolata rovina e morte in apertura si aprono a una sorta di corteo funebre che chiude il brano in una danza catartica, tra iridescenti diffrazioni che aprono alla speranza e a una possibile speranza. Uomini con tuniche e veli accompagnano la giovane vittima di un conflitto, braccia e gambe maschili che una volta tanto non uccidono ma in un significativo ribaltamento accolgono e custodiscono la vita. Non arrivano risposte tradizionali, tantomeno confessionali. Però il gesto compassionevole, il rito del pianto, si fanno dimensione collettiva di pietà.


Di fronte alla violenza che spezza l'altro negandone l'alterità, il brano inneggia invece al valore della differenza, “che ci rende splendidi”. «Questa – affermano in una intervista  - è una canzone per la pace, uno sfogo di dolore e un rifiuto di rimanere insensibili a ciò che stiamo vedendo».

Sono le nostre differenze che ci rendono belli / Sono le nostre differenze che ci rendono belli. / Cancella il mio ego. / Lascia che il mio amore cresca, / mantienimi umile. / Nessuna supposizione. Guardami lasciar andare, / non aggrapparti mai. / Nella morte lascio andare. / Quindi comincio ora.

C'è o non c'è il divino, il superamento trascendente? Il video racconto di Saoirse si ferma prima. Più avanti, attraverso territori più personali e intimisti, sembra spingersi il fenomeno pop del momento. Ne hanno parlato talmente tanto che comincio a diffidarne. Lux, l'ultimo album di Rosalía ha spopolato un po' ovunque, anche Avvenire ha benedetto l'interesse per la spiritualità monastica, il misticismo, i riferimenti alla fede cattolica e anche molto altro, aggiungerei fin troppo, che ribolle dal disco della cantante spagnola.

"Berghain", il singolo che ha lanciato l'album, è sorretto da un videoclip che però è un piccolo capolavoro; un intreccio di rimandi e citazioni (Da Biancaneve a la Bottega dell'Orefice - l'avrà mai letto Rosalia?) che descrivono i tre movimenti del brano: dall'apertura orchestrale col cantato lirico in tedesco di Rosalía, all'intervento di Bjork, al finale da incubo techno di Yves Tumor. «La parola Berghain - spiega in un'intervista -  significa boschetto di montagna. Berghain potrebbe essere la tua mente. Un luogo in cui perdersi». L'appartamento in cui Rosalía stira e rifà il letto, spazio ordinato e arredato con la statue della Vergine e il sacro cuore che l'orchestra satura come un gomitolo di pensieri, è in fondo l'altra faccia delle stanze tramutate in boschetto e popolate da animali selvatici che attraversa di notte. La mente il cuore, spezzato e malato. Tra la carne e il sangue, ferite e rinascite inquiete, Rosalía si dà un gran da fare a raccontare il fascino dei contrasti e l'abisso che ti porti dentro. Su tutto però, si staglia la voce di Bjork che inimitabile e affilata come un coltello traccia indelebili solchi nell'ascoltatore: «The only way to save us is through divine intervention / The only way I will be saved is through divine / intervention» «L'unico modo per salvarci è attraverso l'intervento divino. L'unico modo in cui sarò salvato è attraverso l'intervento divino».


Diverso spessore trapela in un altro disco iberico, opera prima di Amanda Mur, pianista e compositrice di musica elettronica. Non mancano, anche in questo lavoro, riferimenti alla tradizione monastica, su tutte Ildegarda di Bingen, pur dentro un gran mescolone spirituale che affianca Zarathustra, induismo, cristianesimo e forse pure qualche altro riferimento recuperato dall'inquieta ricerca di Mur. Così, tra i brani musicali emerge, come se fosse stata scoperto o ascoltato per la prima volta, un cantilenante passaggio dell'Ave Maria: «Prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte». Quante volte lo abbiamo ripetuto? Quante volte lo abbiamo ascoltato o balbettato fin da piccoli? Ma chi non si guarderebbe bene di parlare di “morte” a dei bambini? E chi, pensandoci bene, non resta col fiato sospeso pensando all'ora della propria morte?


Amanda Mur lo ha posto in apertura di "Canto a los migrantes", un brano inquietante e sofisticato, in cui la voce, spinta dal suono di una ghironda cresce in un vortice ritmico che cattura come la ragnatela che accompagna la copertina del disco. Il brano è sorretto da un testo bellissimo aperto da un drammatico quanto dirompente interrogativo: 

Who will pray?
For the bodies that fall from the top
of a wall that crosses no man´s land.

Who will pray?
For the people who fall in to sea
and can´t swim and still go.

Who will pray?
For those who get to the otherside
with Luck
and want to talk

and there is no such universal language.
Ora pro nobis.
If you want to get out of there
die and you´ll be born again.
They think so
they have no heart.
We´ll break down the wall someday.
Still dreaming of equality,
still dreaming of that energy
that brings respect and love,
that brings respect and love.

For those who get to the otherside
with Luck.


Chi pregherà?
Per i corpi che cadono dalla cima
di un muro che attraversa la terra di nessuno.

Chi pregherà?
Per le persone che cadono in mare, non sanno nuotare e continuano a vivere.
Chi pregherà?
Per coloro che arriveranno dall'altra parte
con un po' di fortuna
e vorranno parlare
ma non esiste un linguaggio universale del genere.

Pregate per noi.
Se vuoi uscire da lì,
muori e rinascerai.
Loro la pensano così,
non hanno cuore.
Un giorno abbatteremo il muro.

Sogno ancora l'uguaglianza,
sogno ancora quell'energia
che porta rispetto e amore,
che porta rispetto e amore.

Per coloro che, grazie alla fortuna, arriveranno dall'altra parte.

Oggi più che mai la forza del rito e la sapienza della preghiera sono in grado di intercettare gli spiriti più sensibili. Di custodire l'umano e aprire al divino. 

To be continued.

venerdì 14 gennaio 2022

Alla ricerca di quel che abbiamo smarrito

Seconda domenica del Tempo ordinario (Gv 2,1-11)

C'è dentro un po' tutto il disagio di questi anni di pandemia. Tra lockdown severi e quarantene, smarrimenti globali e ansie personali. La vita rotola dal salotto alla camera da letto, dal bagno alla cucina, prigioniera di un'alienazione che sembra svuotare di senso e densità ogni cosa. 

Il video si intitola Gennaio (January) e accompagna l'ultimo disco dei Postcards, gruppo libanese che suona un dream pop di rango in lingua inglese, decisamente fuori contesto. Accompagnano il video parole che sgomentano: 

Boats at our window / parked on our street / we live in water / caught in a stream / (Barche alle nostre finestre / parcheggiate nelle nostre strade / viviamo nell'acqua / portati dalla corrente). C'è il senso del naufragio e di una forzata passività che costringe a restare in balia di fenomeni più grandi e ingovernabili. 


«I’ve seen the future / it’s all the same»  (Ho visto il futuro / è tutto uguale). Un tempo uguale a se stesso che assomiglia al tempo vuoto di cui ci siamo lamentati durante il lockdown e che dopo due anni di pandemia sembra più che altro svuotato. Gennaio, l'inizio del nuovo anno, sembra già scontrarsi con la consapevolezza drammatica di chi non ha più nulla da aspettarsi. Un'amara costatazione che senti raccontare, qua e là, da chi, anche più giovane, è rimasto schiacciato dall'isolamento e dalle sottrazioni della pandemia, privato perfino delle passioni tristi. Cosa hanno visto gli occhi inquadrati nel video tra il suo inizio e la fine?

Il tempo vuoto lo colma soltanto, nelle parole del pezzo, un dolore che invade ogni cosa, raggiungendo le profondità nascoste dietro lo sguardo della lunga zoomata nel video. «Grief to grow old with / grief as an end / grief as a neighbor / grief as a friend» (Dolore con cui invecchiare / dolore come una fine / dolore come vicino di casa / dolore come un amico). 

Dentro il brano dei Postcards e attraverso l'intero album ritorna - come dichiarano gli stessi membri - il dramma di una nazione allo sbando e la tragedia del porto di Beirut, sventrato da un'esplosione terrificante l'agosto del 2020. 

«Non hanno più vino» segnala Maria a Gesù durante le nozze di Cana. Le giare sono vuote. O svuotate. Chissà. Resta il fatto che quel vino racconta di una gioia smarrita, di nozze che rischiano di smarrire il senso della festa. L'occhio di Maria ha saputo cogliere subito il problema. 

Gesù non farà mancare il vino. Ce ne sarà in sovrabbondanza, e di ottima qualità. Il segreto della festa è lui che lo dona. Così nella manifestazione di Cana c'è anche il segno di un tempo differente, che corre verso un'ora decisiva, in cui la grazia si manifesta, dove parole e gesti diventano segni. L'acqua dello smarrimento si trasforma nel vino della festa ritrovata. Un'esperienza che permette di riprendere il mare e puntare al largo: «e i suoi discepoli credettero in lui».

Non dimentichiamocelo in questo nuovo gennaio di pandemia. 

mercoledì 19 dicembre 2012

Segnalazioni Stonate 2012 | III Domenica di Avvento


Presa carta e penna decisi di fare il ritratto di mia sorella. Forse era al tempo della scuola media, forse quando ero ancora alle elementari,ma nonostante una certa dimestichezza con le matite e i fumetti il risultato lasciava molto a desiderare. Piuttosto che il profilo di una ragazzina sembrava quello di una donna sui trentanni; un’età favolosamente distante, del tutto inimmaginabile in quel momento. Così, per giustificarmi  aggiunsi sotto il disegno la seguente nota: “Se tra 20 anni mia sorella assomiglierà a questo ritratto mi pagherà cinquantamilalire”. Presi il foglio, ci feci una bella firma quale vidimazione solenne e lo attaccai sul retro di una quadro appeso nel corridoio. Già immaginavo di dimenticarmene presto e di ritrovare per caso, decine d’anni dopo, un foglietto ingiallito con una strana clausola. Oggi le lire sono sparite insieme al disegno, ma mia sorella ha un aspetto decisamente migliore del mio scarabocchio. Eppure,  davanti a quel disegno,  ricordo di essermi domandato quasi con ansia : “che aspetto avremo crescendo? Che cosa faremo tra vent’anni?”
A quella età ci si può permettere un’attesa trepidante come quella che precede il Natale. Oggi guardo i bambini del catechismo e formulo su di loro le stesse domande. Che saranno da grandi? L’esperienza insegna che quanto siamo da piccoli, in un modo o in un altro, lo saremo anche da grandi. Capita anche ai seminaristi: tali seminaristi, tali preti.  Il futuro secondo l’uomo non riserva dopotutto, grandi sorprese. Guardo i piccoli pregare in parrocchia con gli occhi chiusi e la manine giunte. Custodiranno la fede? Continueranno a pregare?  Incontreranno davvero Gesù? Soltanto il futuro secondo Dio genera novità. E’ la seconda nascita, quella nello Spirito, quella dall'alto. A Nicodemo, se ricordiamo Giovanni (3, 1-13), il concetto non appariva molto chiaro, ma a lui, come alle folle radunate dal Battista, qualcosa doveva pur essersi agitato nel cuore. 


Faccio quello che mi va.
Non me lo dici tu.
Non sei la mia mammina.
Non ci provare nemmeno.
Sparisci ora.
Il mondo reale è crudele!
Ti rispedisco a scuola.
Il mio psicoterapeuta
dice che devo crescere adesso
(qualsiasi cosa significhi).
Che cosa sto per diventare? 
Che cosa sarò quando sarò cresciuto? 
Mi riconoscerò?
Il seme gettato cresce da sè stesso
ma non sappiamo come.

Per questa terza domenica di Avvento mi servo delle parole di un'allegra brigata desiderosa di salvare il mondo. I Danielson Famile, ormai da quasi vent'anni propongono un vangelo indie-rock pingue di buoni sentimenti, predichette semi-infantili, preghierine ed effusioni stile-pentecostale. Ma tra i loro brani ci sono anche meditazioni non banali sulla variegata fenomenologia umana. Amore, amicizia, difficoltà relazionali abbondantemente condite da variazioni improvvise, coretti scolastici, strumentazione assortita. Il falsetto di Daniel Smith - il capofila di questa piccola tribù- può risultare a qualche orecchio fino piuttosto sgradito, ma non è altro che la sigla di uno stile molto originale. Prendere o lasciare. Per questa grande famiglia allargata non manca neppure la divisa con distintivo a forma di cuoricino. Insomma, una simpatica Unitalsi del pop-gospel che mi offre spesso motivi di riflessione. Cito qualcosa dal loro ultimo singolo "Grow Up", estratto dall'album "Best of Gloucester County" (2011). 


E' una piccola descrizione del passaggio all'età adulta in cui trova spazio la citazione del vangelo di Marco (4, 26-29). Un brano che, forse con qualche spintone, si può avvicinare al Vangelo di questa Domenica. "Che dobbiamo fare?" La folla porta nel cuore un'attesa. Ma nella risposta del Battista non c'è alcuna indicazione strepitosa o troppo puntuale sul futuro. Continua a far bene quello che fai. Custodisciti sulla giusta via: il Signore è vicino, al resto ci penserà Lui.  Quando il seminatore getta il seme il chicco muore. Giovanni, la voce, prepara la Parola. Ma se la Parola non conduce ad una piccola morte non è possibile rinascere. Per chi custodisce un'attesa nel cuore, per chi ha l'animo inquieto,  il tempo che separa la morte dalla rinascita - il tempo della morte del chicco - è il tempo di Giovanni. E' il tempo dell'Avvento. 
Che dobbiamo fare nel frattempo? Lo Spirito chiede il nostro consenso. Lasciargli spazio e rendersi disponibili alla sua azione non è sempre facile, ma il ritratto che Dio ha preparato per noi è di gran lunga migliore e sorprendente dei nostri scarabocchi terrestri. Forse nemmeno ci riconosceremo. Ma nel frattempo? 

Togli via ogni ramo
che non porta frutto.
Pota tutto il resto.
Dammi il meglio. Per favore?

sabato 1 dicembre 2012

Segnalazioni Stonate 2012 | Prima Domenica di Avvento


    Sul treno, nel tempo sospeso del viaggio, ci perdevamo in discussioni di cui, forse, non avremmo parlato altrove. “Questi tempi sono strani e cupi – dicevo io col tono grave di chi crede di aver capito qualcosa – che ci aspetta?”. L’amico inteccava nella risposta, tradendo l’emozione di un concetto profondo: “Ormai mi aspetto solo l’Apocalisse”.
Beate adolescenza! In quello strano tempo della giovinezza si moltiplicano i segni del cambiamento: ci sono paura, speranza, desiderio di novità, si intreccia tutto e il suo contrario. E tutto potrebbe accadere. Anche l’Apocalisse. Col tempo abbiamo dimenticato il nostro sentenziare per tuffarci distratti nel tempo meno sospeso dei giorni. Ma “il giorno è arrivato quando non ci facevamo più caso”. Una piccola apocalisse ci ha sorpreso comunque. Qualcuno si è fatto prendere dalle paure e dall’angoscia, qualcuno si è perso, qualcuno ha trovato la sua strada, qualcuno è rimasto, qualcuno si è ritrovato. Ne parla il Vangelo di questa prima domenica di Avvento. Non servono epidemie o strategie del terrore a sconvolgere le nostre esistenze, la  paura e l’ansia verdeggiano dove il tempo è vuoto e l’attesa indefinita. Subiamo entrambi senza capire, così i segni passano e non li sappiamo interpretare.

   Ai tempi di quel viaggio dilagava il post-rock, etichetta che per qualcuno, a dire il vero, era già da archiviare. Ma è noto che i cultori delle definizioni e delle tassonomie dilagano soprattutto in ambito musicale. Un guru della critica musicale attuale assicura che: "una band viaggia dal rock al post-rock generalmente passando da una fase vocale ad una creazione di trame e paesaggi sonori che si confondono con il resto della strumentazione". Al tecnicismo di nicchia, però, andrà affiancato, nel sentire di molte band, tutto il pathos di disillusione e la protesta di una generazione che varcato il Duemila non ha saputo che farsene del nuovo Millennio. Anche perché il continuo “post-qualcosa”  (età post-atomica, post-comunista, post-moderna, etc..) rinnova il corto circuito della delusione. 

In questa larga manica di post-rockettari un po’ intellettualoidi è fiorito oltreoceano un drappello di band affini come i più noti  Godspeed You Black Emperor! e la loro costola, sempre più autonoma, dei Silver Mt. Zion. Dal loro ultimo EP "The West Will Rise Again" (2012), difatti traggo ispirazione per un singolare parallelo con il Vangelo di Luca.
L’ascolto della loro discografia non rasserena. Le melodie, perfette colonne sonore di un tempo di crisi, si dibattono spesso tra la luce e il buio. E alla fine rimane molto buio. La tensione che brucia nei loro testi, però, si carica spesso di toni biblici o si leva in un grido come una preghiera. Così difatti, si ascolta in una brano (diviso in due parti) dall’emblematico titolo “What We Love Was Not Enough”:

E il giorno è arrivato quando non ci facevamo più caso
E il giorno è arrivato quando non ci facevamo più caso

Ci sarà la guerra nelle nostre città
Ci saranno rivolte al centro commerciale
Ci sarà del sangue alle nostre porte
E terrore nelle sale da ballo

Tutte le nostre città bruceranno
Tutti i nostri ponti si sfracelleranno
Tutti i nostri spiccioli andranno a marcire
Ci sarà fango sulle nostre tracce
..
Poi l’occidente risorgerà
Poi l’occidente risorgerà
Poi l’occidente risorgerà

Quanto abbiamo amato non era abbastanza
Quanto abbiamo amato non era abbastanza
Quanto abbiamo amato non era abbastanza

   San Luca mi perdonerà se lo accompagno a queste parole ma, come vuole la tradizione, un po’ artista era anche lui e, in fondo, è la Scrittura stessa a ispirare da millenni poeti e cantanti.

«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.

Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
 Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
(..) Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell'uomo».

http://www.youtube.com/watch?v=xZoLDIal7vk
 
Ogni nostro momento può trasformarsi nell’attimo che indica l’apocalisse. A me capita: non capisco, subisco il tempo e i suoi segni, mi abbatto, forse mi arrabbio, ma con gli occhiali della preghiera perseverante tutto si mette a fuoco e i segni dei tempi si rivelano segni di Dio. Un incontro, una lettura, un imprevisto, la luce del sole, il rumore del vento. La trama del mondo lascia affiorare un piano diverso che appartiene a Dio. Scavalcata l’adolescenza si prospettano ulteriori apocalissi piccole e grandi, ma se le spalle non si fanno più robuste, la vista si allena e la speranza cristiana tiene alta la testa. Anche “l’occidente risorgerà”, ma a quali condizioni?

   Ricordo che al tempo di quel viaggio in treno – poco prima? Poco dopo?-, alla Giornata Mondiale della Gioventù di Toronto (2002) Giovanni Paolo II  invitava ad essere luce del mondo con quel guizzo poetico a lui congeniale: “anche una fiamma leggera che s'inarca solleva il pesante coperchio della notte”. Una piccola luce, come quella della preghiera, o come quella della nostra prima candela d’Avvento. 

sabato 13 ottobre 2012

50 anni dopo. Una fiaccolata in Piazza San Pietro con papa Benedetto.


Si chiama Joseph, ma non fa il papa. Anzi, si direbbe che un po’ ce l’abbia pure con lui. Siamo all’indomani del 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II e dell’avvio dell’Anno della Fede. Da bravo seminarista attento alle circostanze del momento presente mi documento sulla storia del Concilio con un libretto comprato per l’occasione. Alla stregua di qualche poeta romantico affacciato su mari di nebbia e rovine gotiche in cerca di ispirazione mi sistemo bel bello in Piazza San Pietro col libro nuovo di pacca. In realtà attendo amici e dissimulo pose situazioniste rincantucciandomi tra le colonne del porticato del Bernini. Ma c’è spazio per poche pagine perché nel frattempo arriva Joseph. Ha l’aspetto di un reduce, uno di quei soldati vestiti di grigio topo dell’esercito di Cecco Beppe. E’ austriaco ma ha sulle spalle il peso di qualche trauma, di una disgrazia capitata in Italia. Vive per strada, ma veste distinto – nonostante i calzoni corti- e con grande dignità. “Questi preti non hanno umanität : basta guardarli”. Ce ne sono più o meno per tutti. Visto il tipo, però, c’è poco da rispondere. “C’erano due uccellini caduti dal nido. Sono passate suore, preti: nessuno si è fermato! Non hanno visto che avevano bisogno di cura? Ho perso due ore per trovare il posto più vicino per farli curare. Poi loro allevano e quando sanno volare lasciano liberi. Questi preti parlano molto dolce, ma non hanno zenzo della realtà”. Con tutta la buona volontà mi accingo a perorare la causa della santa chiesa cattolica. E’ una battaglia persa e la storia di quei due uccellini mi ronza nella testa.


Si chiama Joseph e fa il papa. Il giorno precedente, la sera dell’11 ottobre, si è affacciato sulla piazza colma di gente, per lo più giovani con le candele accese in ricordo della fiaccolata che cinquant’anni fa accompagnò l’apertura del Concilio e ascoltò il celebre ‘discorso alla luna’ di Giovanni XXIII, quello che tutti ricordano per la ‘carezza ai bambini’. Anche il Papa ha sulle spalle il peso di qualche trauma, porta con sé “le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi” per usare il celebre attacco della Gaudium et Spes. Dalla camera dei ricordi è Joseph che parla, a braccio e un po’ commosso : “Cinquant’anni fa, in questo giorno, anche io sono stato qui in Piazza .. Eravamo felici .. e pieni di entusiasmo. Il grande Concilio Ecumenico era inaugurato; eravamo sicuri che doveva venire una nuova primavera della Chiesa”. Dalla camera vaticana è il papa che parla: “In questi cinquant’anni abbiamo imparato ed esperito che il peccato originale esiste e si traduce, sempre di nuovo, in peccati personali, che possono anche divenire strutture del peccato. Abbiamo visto che nel campo del Signore c’è sempre anche la zizzania .. Abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave e qualche volta abbiamo pensato: «il Signore dorme e ci ha dimenticato»”. Parole che gelano la piazza canterina e ammansita dal ricordo del Papa buono. “Il fuoco dello Spirito Santo – prosegue il Papa - il fuoco di Cristo non è un fuoco divoratore, distruttivo; è un fuoco silenzioso, è una piccola fiamma di bontà, di bontà e di verità, che trasforma, dà luce e calore. Abbiamo visto che il Signore non ci dimentica... Cristo vive, è con noi anche oggi, e possiamo essere felici anche oggi perché la sua bontà non si spegne; è forte anche oggi!”.

Possibile che dopo cinquant’anni, dopo il grande sforzo di aggiornamento attuato dal Concilio, dopo la poderosa riflessione sulla Chiesa elaborata in quegli anni lo stesso Papa descriva con parole così drammatiche la Chiesa e le sue vicissitudini? Forse anche di questo c’era bisogno. Per quanti progressi si possano maturare nell’aggiornare strumenti e strutture con essi non intacchiamo l’essenziale. Per quanto numerosi possano essere i giovani che affollano le piazze (che bisogno c’è poi di contarsi sempre?) o i cattolici che si rendono vivaci e presenti in parrocchia o nella rete, non è con i numeri, né con post, né con tag o cinguettii che si misura l’opera dello Spirito. 

Certamente la storia passa per i grandi della gerarchia ed i buoni e influenti teologi, ma gli ingranaggi decisivi si scoprono nei luoghi più impensati, spesso nel grigio e nelle tenebre in cui operano i santi e vivono i più piccoli tra i piccoli. Così, infatti, dove non sarebbe arrivato il Concilio Vaticano I e oltre, è arrivata una povera illetterata dei Pirenei. Poi da Lourdes, passando anche per Lisieux (solo per fare un esempio noto a tutti) il testimone è passato a tre pastorelli di Fatima a cui sono stati consegnati i misteri più gravi del secolo. La grande storia si piega alla preghiera, cede il fianco a ciò che è nascosto ed umile per confondere i potenti ed i sapienti di questo mondo. Così è stato anche nei momenti più bui del secolo come insegnano Edith Stein, Padre Kolbe e François Xavier Van Thuan. Nei piccoli, infatti, Cristo può parlare e rivelarsi con maggiore forza e splendore. Altrimenti occorre spezzarsi, frantumare le proprie sovrastrutture sul legno della croce per tornare come loro e abbandonarsi completamente a Dio. “In un punto decisivo della via cristiana la natura deve andare con Cristo alla morte. La sua crescita rettilinea deve rompersi, la sua visione deve trasformarsi in notte, la sua accurata compiacenza di sé in maltrattamento”. E un passaggio nodale che è garanzia di maturità, che permette di operare quel cambiamento di mentalità per cui non agiamo e pensiamo più come se Dio “fosse alle nostre spalle” e toccasse a noi programmare la via migliore e più feconda, ma “camminiamo in attesa aperta, verso di Lui”. Così diceva Hans Urs Von Balthasar, il grande teologo in Chi è il Cristiano?: un testo acuto e dirompente composto nel 1965, all’indomani della conclusione del Concilio. “Possiamo avvicinarci a Dio solo se, al di la di tutti i nostri propri problemi, rimane in noi lo spazio libero per ciò che la sua volontà ha di inatteso”. E’ una disposizione che passa per una vera e propria ‘espropriazione’. Per la chiesa tale espropriazione, che pure si avvia nelle aperture al mondo segnate dal Concilio, si trasforma in umiliazione. Un’umiliazione che chiede il perdono, così come lo ha ripetutamente formulato Giovanni Paolo II nel suo pontificato e soprattutto in occasione del Giubileo del 2000, ma è un’umiliazione, prosegue il teologo “da cui viene spontaneo il termine vergogna, e non ci si deve sforzare di liberarsene”. E difatti, anche volendo, non è per niente facile liberarsene. Anzi, dalla radice cattiva spuntano sempre nuovi polloni.

Quando nel 2010 volava verso Fatima Benedetto XVI sembrava parlare proprio di questo ai giornalisti che lo incalzavano sul terzo mistero: “anche qui, oltre questa grande visione della sofferenza del Papa, che possiamo in prima istanza riferire a Papa Giovanni Paolo II, sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano ... Il Signore ci ha detto che la Chiesa sarebbe stata sempre sofferente, in modi diversi, fino alla fine del mondo ... la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa ... Con una parola, dobbiamo ri-imparare proprio questo essenziale: la conversione, la preghiera, la penitenza e le virtù teologali. Così rispondiamo, siamo realisti nell’attenderci che sempre il male attacca, attacca dall’interno e dall’esterno, ma che sempre anche le forze del bene sono presenti e che, alla fine, il Signore è più forte del male, e la Madonna per noi è la garanzia visibile, materna della bontà di Dio, che è sempre l’ultima parola nella storia”. E’ una visione della storia e della chiesa che non si recupera sui libri, né si descrive con i numeri o le categorie degli analisti moderni: “la preghiera, la sofferenza, l’obbedienza di fede, la disponibilità (forse non sfruttata), l’umiltà, sfuggono ad ogni statistica”. E’ facile nei bar, come nelle sagrestie ( e perfino nei seminari e/o collegi) smarcarsi dalla vergogna e dall’espropriazione parlando di trame di palazzo, di berrette e partiti interni: “non è possibile – ammonisce ancora il vecchio Balthasar – che il cristiano voglia esigere e stare a guardare come la Chiesa viene espropriata e umiliata, senza veder compiersi questo salutare processo nella sua esistenza”.

50 anni dopo il concilio il Papa invita a tornare sui testi, gli autentici interpreti dei segni dei tempi. Con essi e con la fatica penata per elaborarli, il Concilio si “è preoccupato di far sì che la medesima fede continui ad essere vissuta nell’oggi, continui ad essere una fede viva in un mondo in cambiamento”. Le oscurità e le fatiche non verranno mai meno e sono il banco di prova dei nostri entusiasmi apostolici. Anche i santi più ardenti e coraggiosi ci si sono scontrati. San Giovanni Battista proclamava con parole di fuoco che il Messia era vicino: “Già la scure è posta alla radice degli alberi”! Ma poi, in attesa del supplizio, mandò dalla sua cella i discepoli a chiedere conferma. San Francesco Saverio, il grande evangelizzatore dell’Oriente, si diceva pronto a dare la vita per Cristo e la Chiesa così come dice il Vangelo: “chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà”. Però, come scrive in una lettera “quantunque il latino e il significato in genere di queste parole del Signore sia facile da intendere”, quando la situazione precipita davvero “tutto si fa così buio che il latino, pur essendo tanto chiaro, comincia ad offuscarsi, e in tal caso mi sembra che lo possa intendere solo colui al quale, per dotto che sia, Dio Nostro Signore lo vuole palesare in momenti particolari e per la Sua infinita misericordia”. Non a tutti il Signore chiede prove così esigenti, ma a tutti chiede il salto della fede. E’ un salto difficile, ma che apre alla speranza e alla gioia, perché, dice il Papa, “la fede vissuta apre il cuore alla Grazia di Dio che libera dal pessimismo”. “Cristiano – chiosa, invece von Balthasar – è l’uomo che vive di fede, che cioè ha regolato tutta la sua esistenza sull’unica possibilità apertagli da Gesù Cristo, il figlio di Dio, obbediente per noi tutti fino alla croce: quella di partecipare al sì obbediente, che redime il mondo, detto da Dio”. E se attorno alla Chiesa gravita il male, proprio la  feconda riflessione del Concilio ci ha dischiuso una prospettiva ricchissima sulla chiesa come mistero, comunione fra gli uomini e fra il cielo e la terra, chiesa come popolo chiamato universalmente alla santità, orientato, nella storia, sulla via della salvezza.

Sui marciapiedi della cronaca, invece, più precisamente quelli intorno a San Pietro, incrocio una signora devota. Lei, vedova con molti figli, torna dalla preghiera in chiesa. “Eh..sono vecchia, sa? ottantun’anni!”. E’ l’esordio tipico di chi vuole attaccare bottone e infatti la signora sorride prosegue e racconta: “Io abito qua vicino..ma sa che dalla terrazza vedevo papa Giovanni Paolo?”. Provo a dribblarla, ma lei insiste e mi dice di averlo sempre visto pregare, lui solo che camminava con il breviario in mano su una terrazza. Un papa, dunque, dei giorni feriali e dei momenti qualunque che diventa maestro di preghiera. Sono curiose le vie dello Spirito, ma passano quasi sempre per la carne e le parole degli uomini. Il cristiano che tiene Cristo davanti a sé non può fare a meno di correre incontro e insieme al fratello. “Tuttavia – e per l’ultima volta cito lo scritto di von Balthasar- dentro il fratello che incontra egli scorge il Figlio dell’uomo che per lui è morto e per lui interpone l’intercessione presso il Padre. Egli lo scorge dietro ognuno, dietro il mondo intero. Di ciò si nutra la sua speranza. .. la speranza dei cristiani non corre via dalla storia, ma lungo la storia corre verso la fine”.

Gli occhi di Joseph – quello che non fa il papa - pur nella maestosità della piazza berniniana, hanno saputo scorgere due uccellini caduti dal nido. Con il suo accento tedesco prosegue la sua requisitoria ora guardando dritto davanti a sé, come per concentrarsi o rammaricarsi di come stanno le cose, poi, di tanto in tanto, volgendo lo sguardo indietro ad una borsa che tiene accanto ai suoi piedi. “Chissà cosa ci tiene? Magari i pochi spiccioli o qualche vestito..”. Ma poi, quando si alza per salutarmi scorgo che nella borsa è avvolto un cucciolo: un cagnolino nero mezzo addormentato. Joseph lo accarezza con una tenerezza infinita che stride con gli accenti polemici di qualche minuto primo. “Si chiama Stella. E’ molto, molto tenera”. La tenerezza è un linguaggio universale, anche gli uomini più duri e arrabbiati finiscono per cedere di fronte ad un gesto di tenerezza. Anche gli animali sono sensibili alla tenerezza e perfino le bestie più temibili cedono di fronte alle coccole. Forse è per questo che quelle parole di cinquant’anni fa sono rimaste nella storia e nei cuori di tutti: “portate una carezza ai vostri bambini..”. Da chi custodisce la tenerezza ed ha occhi per le cose minime si può molto sperare.


Il mio libro sulla storia del concilio ha perso un po’ di interesse. Confesso che volevo saperne di più su contrasti tra tradizionalisti e progressisti, conoscerne i nomi, le svolte e le battute di arresto. C’è molto da leggere su questo. Ma che almeno tutto sia propedeutico a leggere il mondo e gli uomini. E per questo ci vuole la vista fine che allenano soprattutto la preghiera e l’amore. Così, nell’intreccio tra luce e tenebre proprio della storia i piccoli hanno un ruolo privilegiato. A loro, in modo particolare, papa Giovanni affidò la preghiera per il concilio: ai bambini “la cui innocenza e le cui preghiere a nessuno sfugge quanto valgano presso Dio, sia gli ammalati e i sofferenti, persuasi che i loro dolori e la loro vita, assai simile ad una immolazione, in virtù della Croce di Cristo si tramutano in una valida supplica, in salvezza, in fonte di vita più santa per la Chiesa intera”. Messe da parte le ri-letture, nuove attraenti letture ci aspettano.

Il Joseph papa, affacciato dalla finestra, si sarà pure sentito in obbligo di citare il beato predecessore. Ma in effetti, non poteva che concludere così: «Andate a casa, date un bacio ai bambini e dite che è del Papa».

sabato 24 marzo 2012

5° domenica di Quaresima - PERDERE

Vogliamo vedere Gesù!
Sentirselo dire è il sogno di ogni testimone, evangelizzatore, seminarista.. un sogno che si può estendere ad ogni cristiano. Sulla scia dell’entusiasmo il seminarista novello, consumato dalla zelo apostolico potrebbe quasi smarrirsi: “Mitico! Ma dove lo porto?”. Non sempre abbiamo un’adorazione eucaristica, un prete pronto all’ascolto a portata di mano. Mettiamo che vada bene e abbia il prete in gaudiosa attesa. “Vogliamo vedere Gesù!”: “beh, per ora accontentati del prete..”
Se la prendiamo sul serio, quella domanda ci rimane fastidiosamente appiccicata. Gli apostoli si rincorrono l’un l’altro: “Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù”. E Gesù? Il Maestro sembra dribblare il quesito. Come capita spesso nel Vangelo le Sue risposte rimandano ad una comprensione ulteriore della domanda. La corsa entusiasta degli apostoli è bruscamente interrotta: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”.

Le parole di Gesù saranno cadute come macigni sull’animo dei discepoli. Capita anche ai seminaristi. Per me sono le parole più impegnative da ruminare e digerire in questi anni del seminario. Certo, ai seminaristi dopotutto non è chiesto il sacrificio, ma qualche piccola morte deve essere messa in conto. La tentazione dell’effetto tunnel è sempre in agguato, ma se una volta usciti con un colletto bianco tutto torna come prima siamo chicchi di grano inutili e rinsecchiti. Le nostre morti talvolta, sono infinitesimali, ma tutte merito Suo. Il seme che muore non deve ingegnarsi troppo nell’esercizio: una volta nel terreno fecondo tutto accade spontaneamente e anche la tensione che accompagna la piccola morte quotidiana si scioglie nella pace.

Se mi guardo allo specchio  risuona la parola dell’apostolo: “ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto” (1Cor, 12). Forse sono soltanto invecchiato, con qualche capello in meno e occhiali diversi. Come mi conosce il Signore? Che cosa ha intravisto di speciale in me? E ammesso che qualcosa di speciale ci sia davvero, che cosa devo fare per perdere la mia vita e.. ritrovarla?
Nell’imminenza della Passione può darsi che anche Gesù abbia avvertito il peso di questo interrogativo: “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». 
La Gloria di Gesù passa per la croce, soltanto innalzato attirerà tutti a sé. La risposta che cercavano gli apostoli arriva per la via meno accattivante: “Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.

Anche in chi segue Gesù è possibile “vedere Gesù”. Ma la via della visibilità è quella del chicco che muore. Stare in seminario come il chicco sotto terra può risultare un esercizio faticoso. Vorremmo vedere spuntare il germoglio, mettere presto foglie e spighe abbondanti. Sarebbe bello offrire subito parole edificanti, abbondare in sapienza e in opere sante. Ma è sufficiente seguire la croce: apriremo gli occhi, almeno, su quelle dei fratelli. La via dolorosa della croce personale non rimane isolata se si accompagna a quella di Cristo. Perché non è possibile spiegare questo mistero e correre dritti alla gloria? Se fosse possibile dispensare risposte giuste e confortare i fratelli sarebbe già molto. D'altronde i seminaristi vivono in un osservatorio privilegiato da cui è possibile scorgere le tante croci che accompagnano i compagni e i fratelli che incrociano per strada o in parrocchia.

James Tissot, Ciò che Gesù vide dalla Croce, 1886-1894, New York, Brooklyn Museum
Santa Brigida (1302-1373), patrona d’Europa (e chi lo sapeva?), mistica svedese vissuta a lungo a Roma e pellegrina fino in Terra Santa, mise per scritto un copioso volume di Rivelazioni. I suoi scritti urtano un po’ la nostra sensibilità (e la nostra devozione acqua e sapone) ma c’è un passaggio, piuttosto drammatico, tratto da una visione della Passione di Cristo, che può servire a chiudere il nostro discorso.
Poi il Figlio mio si rivestì e vidi allora le orme dei suoi piedi piene di sangue e conobbi da questi segni il percorso di mio Figlio. Dovunque andava, infatti, appariva la terra bagnata di sangue” (Libro I, cap. 10).

Brigida non si agiterà troppo se nelle impronte di Cristo riconosciamo il sangue versato da chi porta la croce nella sequela di Gesù: ammalati, orfani, poveri, disabili, feriti dalla vita.. Nel sangue che accompagna quelle orme si riconosce soprattutto il sangue versato dai martiri. La loro croce, già su questa terra, risplende della gloria dei santi e lascia vedere Gesù.

sabato 17 marzo 2012

Parole per la Quaresima | CREDERE

NICODEMO
Le  parole e i gesti nel tempio ti avevano impressionato. Eri un colto israelita, pio e autorevole e quella notte hai cercato Gesù. Nei suo segni avevi intuito l’opera di Dio, ma la tua comprensione rimaneva lontana, tutto era ancora opaco e la parola muta. Quella notte Gesù continuò a stupirti. Toccava corde profonde ma infittiva il mistero. Hai scoperto che anche le parole del “maestro buono” possono ferire. «Tu sei maestro d'Israele e non sai queste cose?». Quelle parole ti hanno fatto male? Ti sono rimaste inchiodate nella memoria. Sei arrossito, forse balbettavi, ma Lui è andato oltre. I sapienti non arrivano sempre primi.


«Tu sei maestro d'Israele e non sai queste cose?». Immagino che sarai tornato sui rotoli, a quel brano della Legge dove si parla dello strano serpente di bronzo che Mosè aveva applicato al bastone. Un serpente prodigioso che guariva dal veleno e salvava dalla morte. Cosa intendeva Gesù?
Spesso la Parola lascia interdetti. D’altronde è sufficiente la vita per lasciare aperti, e con sgomento, tanti interrogativi. Quella notte nel tuo cuore la curiosità (e lo stupore?) combatteva con la paura  della condanna e del disprezzo del sinedrio. Forse temevi perfino di smarrire la tua identità. Lui, comunque, l’aveva capito al volo e con il suo sguardo era andato anche oltre.

Caravaggio, Deposizione di Cristo, part., Pinacoteca Vaticana
Soltanto col tempo hai compreso le parole di quella notte. Sul Golgota, sotto la croce, hai scoperto Gesù innalzato. Ti sei accorto d’un tratto che anche il tuo cuore sanguinava con il suo. Dopo averlo visto morire come un brigante, inchiodato al palo, hai ricordato quelle parole. Ecco perché la ferita di quella notte si era improvvisamente riaperta. Non c’era da rincorrere la sapienza degli uomini, neppure da temere il giudizio degli altri, né credere di rimetterci comunque. Bastava amare. Ecco cosa ti chiedeva in quell’incontro. Allora eri rimasto ferito e forse anche un po’ deluso, ma Gesù ti aveva parlato d’amore. “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.” Già allora c’era amore senza misura. Ma tu misuravi le parole.

Soltanto sotto la croce hai compreso che nell’amore si spiegava ogni cosa. Anche la legge e i profeti si aprivano ad una nuova comprensione. Ricordi come si chiudevano i libri sacri? C’era quel finale aperto che parlava dell’amore di Dio : «Il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora..” Quel finale ti indicava la strada e apriva alla speranza, contro ogni speranza. “Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore, suo Dio, sia con lui e salga!”».

Il Padre agisce per amore. Un amore così grande che soltanto il sacrificio del Figlio poteva rivelare. Cosa c’era da sperare in quel momento? Nessun timore di restare schiacciati dalla paura e dal timore della condanna. Ricordasti le sue parole? “Chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio”. Non era il momento di precipitare di nuovo nelle tenebre. Sei tornato sul Golgota portando una mistura di mirra e d'aloe di circa cento libbre. Quel balsamo profumato, abbondante e prezioso, diceva tutto l’amore con cui ti sei finalmente aperto a Gesù. Credere nell’amore: ed era sufficiente. 

martedì 13 marzo 2012

Parole per la Quaresima | REALISMO

È forte questo Gesù! 
Piace questo Gesù che crea scompiglio tra i mercanti, scaraventa per terra monete,  rovescia i tavoli dei cambiavalute tra agnelli in fuga e sbatter d’ali di colombe, lancia rimproveri turbinando una sferza di cordicelle tra gli uomini e le mercanzie. Il Gesù delle devozioni e dei santini qui non lo riconosciamo, ma ci convince il gesto risoluto contro chi traffica nel tempio di Dio. “Quando ci vuole, ci vuole..” – verrebbe da chiosare. 
Forse, però, si corre il rischio di compiacere un certo moralismo politically correct, allontanando le parole del Vangelo dal nostro cuore. E' fin troppo facile, allora, alzare subito il dito contro le bancarelle di rosari e statuine che affollano tanti santuari o scagliare anatemi contro i presunti affarismi degli ecclesiastici. 
Alla fine, dopo lo sfogo profetico, Gesù ci riporta con i piedi per terra. Nelle sue opere e nelle sue parole finiamo spesso per entrare soltanto con il nostro punto di vista fino a piegare nel senso che più ci è congeniale le parole del Vangelo. Ma Gesù è sempre più realista degli uomini. 
Molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome. Gesù però non si confidava con loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c'è in ogni uomo.
Non appena crediamo di sapere tutto su Gesù ci piovono sulla testa queste parole scomode. Forse miracoli non ne abbiamo ancora visti, (e d’altronde Giovanni ci parla soltanto di "segni") ma le nostre piccole "rivelazioni" hanno bisogno del tempo del discernimento. Gesù non si fida di una fede epidermica e su misura, costruita sulla meraviglia e il sentito dire.

Valentin de Boulogne, 1618, La Cacciata dei Mercanti dal Tempio, Roma, Galleria Barberini
Anche la mia fede si snoda su questi percorsi, attraverso passi falsi e passi indietro. Mi pareva che era l’ora di volare: invece è quella di studiare. Avevo capito di fare l’apostolo e convertire coi lucciconi agli occhi. Era l’ora dell’umiltà. Credevo che per parlare di Lui dovessi complicare la sintassi e scovare gli aggettivi giusti. Forse non ho ancora capito. Credevo che bastasse eliminare soldi, dolciumi al cioccolato e stravaganze borghesi. Ci voleva la conversione. 
Potrei continuare a lungo. D’altra parte i Vangeli non ci dicono mai tutto nei minimi dettagli, tanto che tra le mercanzie ribaltate da Gesù non finiremo mai di aggiungere qualcosa. Io dimentico di metterci anche me. Sembra facile la quaresima-dieta, ma sapere che quando Gesù ti guarda dentro ha già capito tutto .. talvolta mi rimane indigesto.

domenica 4 marzo 2012

Parole per la Quaresima | FONDARE

Quando uno dice “Trasfigurazione” basta un’infarinatura di storia dell’arte per far saltare in mente il celebre dipinto di Raffaello. Un capolavoro del genere ha fatto gettare fiumi d’inchiostro e copiose lacrime agli esteti. Sarà la mitologia che circonda un capolavoro, il genio dell’artista o gli automatismi della psicologia, ma davanti a un tale dipinto possiamo fare nostre le parole di Pietro: “è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende!”. La bellezza che ci sorprende rimanda più forte che mai ad una bellezza che non è di questo mondo. Forse non sconfiniamo nel deliquio dei romantici se ci diciamo che questa è la mèta, l’orizzonte che inseguivamo, la casa dei sogni che più ci piace.


Eppure il dipinto non era ancora concluso che il pittore passò a miglior vita. Disdetta! Nel pieno della carriera, al vertice della fortuna, la morte improvvisa! Al Pantheon la grande tavola fu collocata dietro il catafalco di Raffaello e gettava nello sconforto e nel pianto la folla raccolta per l’estremo omaggio al pittore.

D’altra parte il trapasso dall’incanto al dramma è la cifra che articola le due metà del dipinto. L’incanto sospeso e trascendente della trasfigurazione è raffigurato in alto, quasi in contrasto con il dramma così terrestre della metà inferiore, dove è affollata un’umanità inconcludente e chiassosa, raccolta attorno al corpo stravolto del ragazzo posseduto dal demonio. L’esperienza degli uomini – non soltanto quella di fede – è fatta così. Anche le nostre case vivono questa tensione. Quando ci si sente a casa capita di essere presto scalzati dalle nostre piccole comodità su misura. Le nostre tende rischiano molto se le piantiamo senza consapevolezza.

Dopo la Trasfigurazione cosa mancava a Pietro per capire Gesù? Ormai sapeva molto di quello che occorre per una definizione teologicamente sostenuta. Eppure “mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò  che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti.” La parola di Gesù risuona ancora più eloquente nel silenzio e nel vuoto che seguono la trasfigurazione. Bello, sì. Stupendo. Ma tutto è sparito così presto e che significa risorgere dai morti?

Anche le nostre case vivono spesso l’incanto e il fallimento. Quante morti quotidiane  frantumano i sogni e l’incanto di una vita cominciata nell’amore e nell’entusiasmo. E’ il luogo della gloria personale e delle miserie quotidiane. Ma nessun posto è come casa.

Caro Pietro, non sapevi che dire, ma una tenda sul monte avresti potuto fissarla in un baleno e accanto al maestro buono e sapiente avresti potuto camminare fino alla fine dei giorni. Ma Gesù è sempre più realista degli uomini. E’ già tempo di scendere, ed anche in fretta. Il figlio dell’uomo dovrà essere consegnato e risorgere dai morti. La nostalgia della casa è feconda, ma la dimora che cerchi è davvero piantata qui sulla terra? Nel sacrificio di Gesù che attraversa il fallimento -e anche la tua miseria-, comprenderai l’incanto di quel giorno. Dopo il silenzio della morte, al terzo giorno, quello della resurrezione, ti aprirai alla comprensione di quella promessa misteriosa. E’ in quell’amore che si dona fino al sacrificio e che vince la morte che devi piantare la tenda. E’ qui che verrà piantata anche la tua croce, la tua penultima casa, quella che sorge “dove tu non vuoi”.

Anche le nostre tende possono essere piantate nel sacrificio d’amore del risorto. Chi visita una casa radicata in questa realtà scopre luce anche nelle tenebre e una pace che unifica il dramma e l’incanto. In questi giorni può rivelarlo la pratica della benedizione delle case, ma anche una riflessione come questa che ho ricevuto:

La casa è il luogo dove si  vive, si nasce, si muore, si lavora e si costruisce assieme la giornata, i mesi gli anni.
Cose di casa per ciascun tempo. La giovinezza con la gioia di figli piccoli e nonni ancora efficienti.
La maturità con lo sforzo economico degli studi e del lavoro. Il tempo di dei cambiamenti radicali imposti dalla società e dalla economia che mutilano, spesso, ciò che hai costruito.
E' la vita di casa quando si curano gli anziani. Costa sacrificio e pazienza. Ma per chi ama ricambiare l'amore è normale, bello e sa molto di cristiano
”.

sabato 25 febbraio 2012

Parole per la Quaresima | PERSEVERANZA

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».(Mc 1,12-15)

Dopo le indicazioni sulla preghiera e il digiuno del mercoledì delle Ceneri il Vangelo della prima domenica di Quaresima ci presenta il digiuno e la preghiera di Gesù. “Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto” : l’avvio della stringata narrazione di Marco ci avvisa subito che il tempo della prova non è primariamente il tempo di Satana, ma il tempo di Dio. Ci suona strano, ma forse anche la Quaresima non è primariamente il tempo dei nostri digiuni e dei nostri fioretti, ma tempo di grazia, di discernimento..di prova. 

Dopo “l’investitura” ufficiale di Gesù come Figlio durante il Battesimo (Mc 1,9-11) le tentazioni mettono subito alla prova l’obbedienza del Figlio. La fermezza con cui Gesù aderisce alla volontà del Padre è il frutto della sua preghiera e l’obiettivo della nostra. Nel Padre Nostro chiediamo a Dio : “sia fatta la tua volontà”; Giovanni ci assicura che “questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta” (1Gv, 5,14).
Le nostre tentazioni, in definitiva,  tentano di scalzare dal cuore la volontà del Padre puntando sulla nostra tiepidezza, sorprendendoci nella prova, confondendo le acque e orientando la mente ed il cuore sulla nostra volontà. La Quaresima è dunque il “deserto” della prova in cui coltivare la perseveranza.

Il seminario non è decisamente un deserto - anche se talvolta non mancano le “bestie selvatiche” ;^) - ma raccogliamo volentieri una preghiera per la perseveranza dei seminaristi.

Santa Caterina da Siena (1347 – 1380),  ha parlato spesso della perseveranza. Questo brano, estratto dalla lettera ad un sacerdote (Pietro di Giovanni Venture da Siena), mi sembra particolarmente illuminante. 
La perseveranza non è il frutto delle nostre qualità ascetiche o della nostra volizione, ma apertura sempre più incondizionata all’amore di Dio:

“«dove posso acquistare questa perseveranzia?». Rispondoti, che tanto serve la persona alla creatura, quanto l'ama, e più no; e tanto manca nel servizio, quanto manca l'amor; tanto ama, quanto si vede amare. Adunque vedi che dal vedersi amare viene l'amore; e l'amore ti fa perseverare. Quanto aprirai l'occhio dell'intelletto a ragguardare il fuoco e l'abisso della inestimabile carità di Dio inverso di te, il quale amore t'ha mostrato col mezzo del Verbo del Figliuolo; tanto sarai costretto dall'amore ad amarlo in verità con tutto il cuore e con tutto l'affetto e con tutte le forze tue, tutto libero schiettamente e puramente, senza niuno rispetto di propria utilità tua. Tu vedi che Dio t'ama per tuo bene, e non per suo; perocch'egli è lo Dio nostro che non ha bisogno di noi: e cosi tu, e ogni Creatura ragionevole, debbi amare Dio per Dio, in quanto egli è somma ed eterna bontà, e non per propria utilità; e il prossimo per lui. Poiché tu hai fatto lo principio, il fondamento nell'affetto della carità, subito il comincia a servire con lo strumento delle virtù. Sicché col lume e coll'amore acquisterai la virtù, e persevererai in essa. Ma avverti che, col vedere te essere amato da Dio, ti conviene vedere la colpa e ingratitudine tua, e aggravare la colpa nel cognoscimento santo di te, acciò tu non ti scordi della virtù piccola della vera umiltà, e acciocché tu non presuma di te, nè cadessi nel proprio piacere.  (...)

   E guarda che tu non ti fidassi di te medesimo; il quale fidare è uno vento sottile di reputazione che esce dall'amore proprio. Perocché subito verresti meno, e volteresti il capo addietro a mirare l'arato. (…) Fuggi, figliuolo, fuggi questo vento sottile del proprio piacere; e vattene, in tutto, nascosto in te medesimo, nel costato di Cristo crocifisso, e ine poni l'intelletto tuo a ragguardare il segreto del cuore. Ine s'accende l'affetto; vedendo ch'egli ha fatta caverna del corpo suo, acciò che tu abbia luogo dove rifuggire dalle mani de' tuoi nemici, e possiti riposare e pacificare la mente tua nell'affetto della tua carità. Ine troverai il cibo; perocché vedi bene che egli ti ha data la carne in cibo, e 'l sangue in beveraggio, arrostita in su la croce al fuoco della carità, e ministrato in su la mensa dell'altare,tutto Dio e tutto Uomo. Dissolvasi oggimai la durezza de' nostri cuori; ammollisi la mente a ricevere la dottrina di Cristo crocifisso.

mercoledì 22 febbraio 2012

Tempo di Quaresima: Mercoledì delle Ceneri

Con gli scossoni dell'anno liturgico i seminaristi blogger si riattivano lentamente; complici la dispersione natalizia e gli esami (in fondo il tempo del Seminario è in gran parte tempo di studio).
Dal seminario di San Miniato a Pistoia arriva una bella riflessione che ci apre alla Quaresima.

Come dice il Santo Padre, la Quaresima è: momento di conversione e di penitenza, “un percorso segnato dalla preghiera e dalla condivisione, dal silenzio e dal digiuno, in attesa di vivere la gioia pasquale”.


Non basta la parola c’è bisogno di testimonianza di vita, questo risulta dal messaggio per la quaresima 2012 del Santo Padre e dal documento “La porta della fede” per l’indizione dell’anno della fede.
Il Papa richiama alla lettura della Parola di Dio, alla formazione attraverso il Catechismo della Chiesa Cattolica (tutte cose che su internet si trovano senza spendere).

Ed ora non ci sarebbe altro da aggiungere perché solo per questo ci vuole una vita, comunque mi sento di dirvi questo: attraverso la sofferenza cresciamo verso il Bene, prima verso Dio e poi verso i fratelli; non è una sofferenza sterile, di dolore che ci provochiamo da soli, ma una sofferenza costruttiva, perché il Bene le più delle volte non è quello immediato e che subito vediamo, ma è un cammino spesso basato su scelte che ci superano cioè non provocano nell’immediato una gioia, ma è una esperienza che proviamo negativa ma che ci forgia verso il Vero Bene.

Dalle parole del Papa si capisce meglio: “solo credendo la fede cresce e si rafforza; non c’è altra possibilità per possedere certezza sulla propria vita se non abbandonarsi, in un crescendo continuo, nelle mani di un amore che si sperimenta sempre più grande perché ha la sua origine in Dio… Quanti Santi hanno vissuto la solitudine! Quanti credenti, anche ai nostri giorni, sono provati dal silenzio di Dio mentre vorrebbero ascoltare la sua voce consolante! Le prove della vita, mentre consentono di comprendere il mistero della Croce e di partecipare alle sofferenze di Cristo, sono preludio alla gioia e alla speranza cui la fede conduce. Noi crediamo con ferma certezza che il Signore Gesù ha sconfitto il male e la morte.

Infine vi dico: Dio ci parla con la sua Parola, leggete la Bibbia; noi rispondiamo alla sua chiamata e alla sua voce con la preghiera, pregate! 
Se potessi mostrarvi la forza della preghiera e della Parola di Dio, ve lo mostrerei, ma non so come, attualmente spero con tutto il cuore che nel mio poco e nel mio piccolo riesca a fare questo con la mia testimonianza di vita.