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giovedì 14 marzo 2013

Habemus Papam!

Papa Benedetto gira su e giù nella giostra. Una giostra delle fiere di paese, con astronavi minuscole che ruotano senza entusiasmo tra mille lampadine. Ma lui non ne può proprio più. Si guarda intorno cercando aiuto e un modo rapido per scendere a terra. E difatti scende. Lo ritrovo sereno e dimesso in clergyman, che passeggia tra un giardino e una casa di campagna. “Ecco, guarda, te lo regalo. Con questo ti ci puoi fare un anellino”. Il vescovo emerito di Roma porge ad una ragazzina un cristallo di bigiotteria: “..l’ho trovato qui per terra a Castelgandolfo”. Sono contento di vederlo tranquillo, ma subito mi sparisce davanti. Nel frattempo, infatti, mi imbatto in uno strano snack di produzione pontificia. 
“Ecco, uno dei più grandi fallimenti del Vaticano!”
Alzo lo sguardo stupito per capire di cosa si tratta. Una suora, da dietro un bancone da bar mi fa cenno di riferirsi alla merendina che tengo tra le mani. “Hanno speso un sacco di soldi per quello”. 
“Per una merendina? Com’è possibile?”
“Scartala..” 
Mi fido della suora e apro la confezione. Dentro è ripiegata, come il bugiardino di una medicina, una grande pagina fitta di parole. Il testo è complesso, articolato in più paragrafi e sottoparagrafi, irto di note e rimandi. “Sono stati anni a prepararlo e poi nessuno l’ha mai letto..si può immaginare. Come può mettersi a leggere una cosa simile chi vuole solo mangiarsi una merendina?”


“Come darle torto..”
Ma intanto mi sgrano lo snack, che si rivela una saporita crostatina farcita alla crema. Mi sveglio appena in tempo per le lodi: è il primo giorno di conclave. “I sogni rasentano la realtà” mi disse una volta Don Renato : tutti lo sanno, ma a me piace quel verbo che esprime il lambire le cose e, allo stesso, tempo, il raschiare abrasivo sulla realtà. 

Mercoledì pomeriggio sono tutti sintonizzati su Radio Vaticana o in attesa, palese o dissimulata, sul portatile o il telefonino. Alle 18 però, è per me l’ora di prendere l’autobus per dirigersi in parrocchia: dalle 19 alle 20 c’è il catechismo della Cresima. Piove e c’è traffico: non può succedere proprio stasera! E difatti, appena scesi in classe con i cresimandi squilla un telefono: “Fumata bianca!”

Il parroco attacca subito con le campane. “Hanno fatto il papa! Hanno fatto il papa! Chi è? Si sa già?” Momenti di panico in cerca di connessioni disponibili. E i ragazzi? Dopo un rapido briefing si opta per il “libera tutti”. Tutti rispediti a casa per seguire l’evento storico. Nell’era digitale si rimpiange il vecchio televisore da salone parrocchiale. Dominerà anche la condivisione globale dei social network, ma dov’è la trepida attesa, quella gomito a gomito che forgia la comunità e cerca la conferma di vivere qualcosa di veramente importante?

Comunque non c’è troppo tempo per pensare. Giusto quello per uscire con malcelata tranquillità dalla parrocchia e non farsi veder correre all’inseguimento di un taxi gridando: “in Piazza San Pietro!” Ma la richiesta sembra la meno azzeccata in assoluto: “eh, mo’ c’è sta’rmonno!”

Si corre sul taxi verso la storia, come i taxi parigini alla battaglia della Marna..ma è l’ora di punta e piove senza pietà. Con un’abile manovra di aggiramento l’autista svicola dagli incolonnamenti e si precipita per vie insperate non lontano piazza Risorgimento. Proiettati fuori inizia una corsa insensata che monta, si fa rumorosa, cresce rapidamente in un’isteria collettiva. Corrono tutti verso San Pietro in mezzo alla strada, tra gli autisti smarriti e lungo i binari del tram. I militari fanno strada incanalando la folla: donne, bambini, comitive di pellegrini, suore e signorine, azzimati monsignori: tutti di corsa per vedere il papa. Ci surclassano i legionari di Cristo, con scriminature impeccabili e ombrello e cappotto composti nonostante la corsa. Per loro si sospettano allenamenti stile marines mentre noi battiamo la fiacca. Cirillo, il mio compagno cinese arranca disfatto quasi più di me. Ma mai abbandonare il compagno sul campo! Il colonnato è infatti vicino: ormai ci siamo. Sgattaiolando tra la folla ci spingiamo fino in mezzo alla piazza stracolma di gente, trepidante per l’attesa ormai lunga. Adesso si può riprendere fiato e realizzare che qualcosa di veramente importante sta per accadere. 
seminaristi in Piazza San Pietro..
Intorno alle 20, quando cessa la pioggia e ho appena terminato il rosario si accendono le luci della loggia. La piazza sobbalza e si illumina di colpo delle luci azzurrine di telefoni e i-pad pronti alla registrazione o allo scatto. Quando si apre la finestra il cardinale Tauran, il protodiacono di Santa Romana Chiesa proclama fiero e tentennante il rapido annuncio: 
Annuntio vobis gaudium magnum; habemus Papam: Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum, Dominum Georgium Marium Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Bergoglio qui sibi nomen imposuit Franciscum!

Sconcerto generale! La piazza si agita “..e chi è?”. “Bergoglio, un argentino!” Spacciamo subito le nostre minime informazioni. “argentino? Come Belen!” (sic!) “Franciscus?”

Il nome da Papa è una sorpresa quasi più grande. Sogno o son desto? Il Signore mi perdonerà, ma la prima impressione è stata quella di trovarsi nel bel mezzo di un film di Woody Allen, un po’ come in quel vecchissimo film intitolato “il Dormiglione”, dove tale Paolo VII scatena una guerra mondiale per essersi impossessato di una bomba atomica. Non sogno, ma son desto: dalla finestra centrale si stende il grande drappo rosso e di fianco si affacciano, agli altri balconi sulla facciata gli eminentissimi cardinali, contenti dell’affaccio privilegiato sulla piazza gremita. C’è una folla con lo sguardo levato che si prolunga per via della Conciliazione e attende un saluto, le parole che fanno intendere lo stile di un pontificato. E’ il momento: c’è un lungo silenzio. Il papa sta immobile, come inteccherito davanti alla piazza e non si sa chi sia più esitante ed emozionato. Osserva in silenzio, senza gesti di saluto o di richiesta. La folla lo scruta, indagandolo in silenzio sui maxischermi e sul balcone. 

Poi un saluto semplice, come quello di un dimesso presentatore televisivo..  "Fratelli e sorelle, buonasera!”.

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo … ma siamo qui … Vi ringrazio dell’accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il suo Vescovo: grazie!” 

Le parole scorrono piano, interrotte, con voce piana e la folla è tutta tesa nell’ascolto. 
E prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro Vescovo emerito, Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca”.



Il papa chiede preghiere per il suo predecessore e fa pregare la piazza. Ci si trova un po’ smarriti a recitare il Padre Nostro. Nel raccoglimento la folla scandisce con sincera devozione le parole insegnate da Gesù. “Che stiamo facendo?” Suona strana quella preghiera e l’invito all’Ave Maria ed al Gloria. Strano, ma solo per un momento. Non è uno show di prima serata. Non siamo a Sanremo. Non ci siamo dati neppure appuntamento per timbrare il cartellino all’ora chiave della storia. Preghiamo ed è l’orizzonte di Dio che spunta oltre la piazza, la loggia delle benedizione e sopra il cupolone. Ma accanto alla preghiera per il predecessore arriva la richiesta – proposta inaudita!- di pregare, ancora in quel momento, sulla persona del papa che si china in raccoglimento a ricevere il sostegno spirituale della gente.

E adesso vorrei dare la Benedizione, ma prima – prima, vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me”.

Un momento che si vorrebbe prolungare ancora molto a lungo, ma è già il tempo della Benedizione e si avverte con sempre più distinta chiarezza che lo Spirito, ancora una volta, soffia la novità nella Chiesa e nella storia degli uomini.

Adesso darò la Benedizione a voi e a tutto il mondo, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà”.

Il papa indossa e smette la stola. E’ il momento di ritirarsi, ma avverte l’urgenza di salutare. Lo vediamo avanzare di nuovo verso il microfono che, con qualche impaccio, gli è portato davanti. “Fratelli e sorelle, vi lascio. Grazie tante dell’accoglienza. Pregate per me e a presto! Ci vediamo presto: doman..” Ci vediamo domani? Sembra per un attimo di non conoscere fino in fondo che cosa chiede l’agenda. Una sensazione che adesso sfiora il suo pontificato. “Domani voglio andare a pregare la Madonna, perché custodisca tutta Roma. Buona notte e buon riposo!

Il saluto è cordiale e il richiamo alla Madonna è semplice, bello e pieno di fiducia filiale. Nel discorso, pur breve, mai un accenno al termine “papa” e un rimarcare continuo alla Chiesa di Roma. Umiltà, insistenza sulla dimensione della collegialità, low-profile e aplomb gesuitico?

Il papa ha lasciato il segno con parole semplici, ma evidentemente meditate. Emerge una proposta umile, ma chiara, più negli intenti, per il momento, che nelle possibili proposte. E’ uno stile che fa breccia, anche senza gestualità.

Rottura, rinnovamento? Segnali di cambiamento?
Nella Chiesa tutto si tiene: Dio è l’artista della sintesi. Il mondo può immaginare sfide geopolitiche, lotte intestine, scenari da risiko pontificio o strategie comunicative. Non si tratta di smerciare merendine o appetibili crostatine alla crema, né di cadere nella produzione di documenti onnicomprensivi. Si affiancheranno stili e linguaggi diversi, ma nella luce della fede e nell’opera dello Spirito tutto si ricompone e avanza verso il compimento. Chissà con quale occhi, davanti alla tivvù, avrà assistito l’emerito Benedetto da Castel Gandolfo. Non troverei commento migliore alle sorprese di questa sera e di questi giorni che le parole della sua ultima udienza: 
 “la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua. E il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare”.

domenica 23 dicembre 2012

Segnalazioni Stonate 2012 | IV Domenica di Avvento


 Quando la città è fredda, avvolta dalla nebbia e dal buio anche in chiesa si gela. Specialmente in quelle antiche e grandi chiese romaniche delle nostre parti, con le pareti nude e spogliate da restauri radicali. Così come sono sembrano fatte apposta per congelare un passato irrecuperabile e mettere un’ipoteca sulla bellezza. Ma senza preghiera, senza una candela accesa, senza la presenza nel tabernacolo neppure lì ci sarebbe bellezza. La bellezza autentica  porta in sé una promessa che non è determinabile a tavolino, non si esaurisce nell’armonia, nella perfezione della forma o nella correttezza della proporzione.  Si diceva, però, delle fredde chiese pistoiesi. Ancora stordito dal freddo umido mi  acquatto su una panca e di colpo mi accorgo che la visita non è per caso. Dentro c’è una scultura stupenda che racconta il Vangelo di questa quarta e ultima domenica di Avvento. Una vecchia è inchinata davanti a una giovane: un’adolescente dal volto puro ed acerbo, ma dallo sguardo consapevole. Elisabetta in ginocchio stringe le braccia alla giovane parente che porta in grembo il suo Signore. Non c’è niente che esprima meglio la promessa che è racchiusa nella bellezza. Ogni bellezza è gravida di mistero. Ancora non mi è del tutto chiaro, ma c’è un nodo tra bellezza, promessa,  ispirazione e santità che fiorisce da questo delicato episodio del Vangelo di Luca. Nelle due donne si agitano due esistenze misteriose e già dialoganti. I due bimbi, ancora nel grembo delle madri si riconoscono, segnalano la loro presenza, rivelano la loro vocazione prima di essere venuti al mondo. C’è una forza dall’alto che suscita questo dialogo, che scavalca le parole ed entra nella carne, nell’umiltà delle cose terrestri. Il Vangelo non parla fuori dal mondo, ma dal di dentro. Non rivela i meccanismi del cosmo  o dell’atomo, ma li colloca nel piano divino, che è in fondo tutto quello che conta e che non si può sempre spiegare a parole se non con analogie.
Nelle due figure in terracotta non ci sono aureole, né colori, né gli attributi tipici dei santi. Soltanto una giovane e una vecchia. Anche il nostro mondo è privo di “tag” o di spicciola segnaletica spirituale,  e dal profondo dell’essere di quelle due donne è la forza dello Spirito che suscita santità e detta l’ispirazione. Così, ci dice Luca, è nata una delle poesie più recitate al mondo: quel Magnificat che si dipana da un cuore traboccante fiducia e consapevolezza dell’amore di Dio. Dio non soltanto mantiene le sue promesse, ma  le supera!

Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo.

E’ difficile trovare una brano musicale che rifletta questa bellezza.  Qui ci vuole la fede, si entra nella santità. Ma ancora prima di scrivere confesso di aver avuto nella mente  e nelle orecchie la bellezza inesprimibile di cui parla questo brano  intitolato “Daydreaming” . Estratto dall’album Wild Go (2010) è forse il pezzo più noto di questa band statunitense che porta un nome degno di metallari incalliti. I DARK DARK DARK, invece, propongono un suadente chamber-pop folk, che è proprio tutta un’altra cosa dal gusto per i riff di chitarra e il richiamo istintuale di molto ‘roccherrol’. La voce romantica e sognante della cantante Nona Marie Invie accompagna melodie dai toni struggenti e dagli sviluppi armonici classicheggianti.  La segnalazione merita anche per la qualità del videoclip che impreziosisce e segue perfettamente lo sviluppo del testo . Il risultato, in questo “sogno ad occhi aperti”, è poeticamente riuscito. C’è una bellezza, quella della natura, che racchiude qualcosa di stupefacente e inesprimibile. E’ la santità della creazione?

Se sapessi quanto è importante per me.
La dove l’aria è così tersa
Se sapessi quanto è importante per me.
Punta lo sguardo ad ovest
Ricordami le grandi montagne
 O, vagherei per miglia
Mi sono seduta laggiù e mi sono sgranchita la ossa.
Se sapessi quanto è importante per me.
O tutto ciò che non si può esprimere..
E’ una terra estesa a perdita d’occhio
Dove soffia solo il vento
Correrei più veloce che posso
Una terra che si perde a vista d’occhio
La sto cercando
Dove soffia solo il vento
Se sapessi quanto è importante per me.
Lo vedresti anche tu.
Oh tutto ciò che è inesprimibile.


Il Vangelo di questa ultima domenica di Avvento ci invita a fare il passo successivo. Anche nell’uomo si può contemplare questo mistero inesprimibile. Se solo sapessimo quanto è importante! Se lo crediamo anche noi lo vedremo. Tutto ciò che è inesprimibile, in fondo, è misteriosamente riassunto nel Dio che si è fatto carne. 

mercoledì 19 dicembre 2012

Segnalazioni Stonate 2012 | III Domenica di Avvento


Presa carta e penna decisi di fare il ritratto di mia sorella. Forse era al tempo della scuola media, forse quando ero ancora alle elementari,ma nonostante una certa dimestichezza con le matite e i fumetti il risultato lasciava molto a desiderare. Piuttosto che il profilo di una ragazzina sembrava quello di una donna sui trentanni; un’età favolosamente distante, del tutto inimmaginabile in quel momento. Così, per giustificarmi  aggiunsi sotto il disegno la seguente nota: “Se tra 20 anni mia sorella assomiglierà a questo ritratto mi pagherà cinquantamilalire”. Presi il foglio, ci feci una bella firma quale vidimazione solenne e lo attaccai sul retro di una quadro appeso nel corridoio. Già immaginavo di dimenticarmene presto e di ritrovare per caso, decine d’anni dopo, un foglietto ingiallito con una strana clausola. Oggi le lire sono sparite insieme al disegno, ma mia sorella ha un aspetto decisamente migliore del mio scarabocchio. Eppure,  davanti a quel disegno,  ricordo di essermi domandato quasi con ansia : “che aspetto avremo crescendo? Che cosa faremo tra vent’anni?”
A quella età ci si può permettere un’attesa trepidante come quella che precede il Natale. Oggi guardo i bambini del catechismo e formulo su di loro le stesse domande. Che saranno da grandi? L’esperienza insegna che quanto siamo da piccoli, in un modo o in un altro, lo saremo anche da grandi. Capita anche ai seminaristi: tali seminaristi, tali preti.  Il futuro secondo l’uomo non riserva dopotutto, grandi sorprese. Guardo i piccoli pregare in parrocchia con gli occhi chiusi e la manine giunte. Custodiranno la fede? Continueranno a pregare?  Incontreranno davvero Gesù? Soltanto il futuro secondo Dio genera novità. E’ la seconda nascita, quella nello Spirito, quella dall'alto. A Nicodemo, se ricordiamo Giovanni (3, 1-13), il concetto non appariva molto chiaro, ma a lui, come alle folle radunate dal Battista, qualcosa doveva pur essersi agitato nel cuore. 


Faccio quello che mi va.
Non me lo dici tu.
Non sei la mia mammina.
Non ci provare nemmeno.
Sparisci ora.
Il mondo reale è crudele!
Ti rispedisco a scuola.
Il mio psicoterapeuta
dice che devo crescere adesso
(qualsiasi cosa significhi).
Che cosa sto per diventare? 
Che cosa sarò quando sarò cresciuto? 
Mi riconoscerò?
Il seme gettato cresce da sè stesso
ma non sappiamo come.

Per questa terza domenica di Avvento mi servo delle parole di un'allegra brigata desiderosa di salvare il mondo. I Danielson Famile, ormai da quasi vent'anni propongono un vangelo indie-rock pingue di buoni sentimenti, predichette semi-infantili, preghierine ed effusioni stile-pentecostale. Ma tra i loro brani ci sono anche meditazioni non banali sulla variegata fenomenologia umana. Amore, amicizia, difficoltà relazionali abbondantemente condite da variazioni improvvise, coretti scolastici, strumentazione assortita. Il falsetto di Daniel Smith - il capofila di questa piccola tribù- può risultare a qualche orecchio fino piuttosto sgradito, ma non è altro che la sigla di uno stile molto originale. Prendere o lasciare. Per questa grande famiglia allargata non manca neppure la divisa con distintivo a forma di cuoricino. Insomma, una simpatica Unitalsi del pop-gospel che mi offre spesso motivi di riflessione. Cito qualcosa dal loro ultimo singolo "Grow Up", estratto dall'album "Best of Gloucester County" (2011). 


E' una piccola descrizione del passaggio all'età adulta in cui trova spazio la citazione del vangelo di Marco (4, 26-29). Un brano che, forse con qualche spintone, si può avvicinare al Vangelo di questa Domenica. "Che dobbiamo fare?" La folla porta nel cuore un'attesa. Ma nella risposta del Battista non c'è alcuna indicazione strepitosa o troppo puntuale sul futuro. Continua a far bene quello che fai. Custodisciti sulla giusta via: il Signore è vicino, al resto ci penserà Lui.  Quando il seminatore getta il seme il chicco muore. Giovanni, la voce, prepara la Parola. Ma se la Parola non conduce ad una piccola morte non è possibile rinascere. Per chi custodisce un'attesa nel cuore, per chi ha l'animo inquieto,  il tempo che separa la morte dalla rinascita - il tempo della morte del chicco - è il tempo di Giovanni. E' il tempo dell'Avvento. 
Che dobbiamo fare nel frattempo? Lo Spirito chiede il nostro consenso. Lasciargli spazio e rendersi disponibili alla sua azione non è sempre facile, ma il ritratto che Dio ha preparato per noi è di gran lunga migliore e sorprendente dei nostri scarabocchi terrestri. Forse nemmeno ci riconosceremo. Ma nel frattempo? 

Togli via ogni ramo
che non porta frutto.
Pota tutto il resto.
Dammi il meglio. Per favore?

giovedì 16 agosto 2012

Pellegrini dell'incompiuto

Pellegrinaggio diocesano: una pacchia per il seminarista! C’è dentro un po’ tutto: preghiera, servizi & animazione liturgica, cultura, chiacchiere, convivialità. E poi, se i pellegrini sono âgées, fioccano apprezzamenti, sorrisi, commozione, richieste di preghiera..insomma, un toccasana per l’autostima e la categoria. Ci scappa sempre qualche: “..siete anche de’ be’ ragazzi..”, “..ti s’aspetta in parrocchia!”, “quando canti messa vengo anch’io..”. Insomma, non manca proprio nulla. C’è il rischio, però, che il pellegrinaggio funzioni davvero, specialmente se si toccano luoghi speciali, come quelli attraversati dal recente Pellegrinaggio diocesano. Insieme ad un centinaio di pellegrini pistoiesi (e non) abbiamo infatti attraversato Israele, Giordania ed Egitto, fino al monte Sinai, sostando nei luoghi nevralgici dell’antico e del nuovo testamento. Ci ha guidato il Vescovo Mansueto Bianchi e tre sacerdoti che ricordiamo per dovere di cronaca, ma soprattutto per ringraziarli: don Piergiorgio Baronti, don Piero Vannelli e don Tommaso Chalupczak.

Nazareth, musulmani in preghiera nei pressi della Basilica della Natività
Viaggiare da seminaristi, come illustrato, non manca di pregi, ma dietro tanto entusiasmo si manifesta in realtà una grande aspettativa. Viene spontaneo domandarsi “Cosa si aspetterà la gente (e/o il vescovo) da uno come me?”. Ma occorre, si scopre, essere più precisi: “Che cosa vuole il Signore da me?”. 
A Nazareth e sul Lago di Tiberiade c’è l’esperienza di Gesù nel nascondimento del suo paese, nella predicazione e nei segni lungo il lago. E’ un luogo ideale per porsi seri interrogativi vocazionali. Oggi però, non è facile trovare a Nazareth le concentrazione favorevole, né recuperare il fascino romantico e il mito un po’ piccolo borghese della famiglia artigiana che dalle stampe ottocentesche si è propagato fino all’iconografia popolare. Di notte, lungo la via principale, il traffico è caotico: sono per lo più giovani, svagati e divertiti tra musica, facebook e localini come i coetanei delle nostre città. Ma c’è anche la preghiera islamica in un’assemblea affollata a due passi dalla Basilica dell’Annunciazione. E’ l’ambiguità su cui si gioca il futuro di molti paesi in bilico tra il “secolo” e il fondamentalismo. Si fatica ad immaginare in questo luogo la famiglia di Nazareth: oggi, inoltre, le città del mondo si assomigliano sempre di più. Ma duemila anni fa, in fin dei conti, anche i nazaretani fecero fatica a riconoscere il Messia. Qui lo stesso Gesù si aspettava il rifiuto. A Nazareth Dio si è fatto davvero piccolo e nascosto, verbo minimo più che abbreviato, almeno nei trent’anni che precedono la vita pubblica. 
Quando arrivò qui Charles de Foucauld il villaggio di Galilea poteva ancora assomigliare ad un presepe di cartapesta, ma la novità suscitata dallo Spirito trasformò l’ex-militare scavezzacollo in un maestro di spiritualità: “Per ciò che riguarda il raccoglimento, è l’amore che deve mantenerti in comunione con me e non l’allontanamento dai miei figli: vedimi in loro; e come io ho fatto a Nazareth, vivi tra di loro, assorto in Dio”.

Tabga, Chiesa del Primato, una delle "Pietre dei Cristiani".
Vivere tra di loro..”. Non  è mica semplice. Eppure la gente comune ha bisogno di conoscere Dio, di saperlo e sentirlo vicino. Fioccano le domande per i seminaristi, soprattutto quelle semplici e quasi toccanti nel loro candore sulla vita di Gesù. Non basterebbe questo per giustificare un pellegrinaggio in Terra Santa? Non è forse un’occasione preziosa per entrare nelle esigenze concrete della gente? Ma noi crediamo spesso di sapere tutto, o almeno quanto basta per stare tranquilli in un mondo autoreferenziale ed ovattato. E in effetti, nonostante le dritte di Charles de Foucauld, anche la Terra Santa immaginaria scivola tra le fascinazioni archeo-politiche e l’oleografia del presepe della nonna. La nostra fede scivola spesso in questa geografia immaginaria e a-problematica. Sul monte delle Beatitudini, invece, Gesù rovescia le prospettive del mondo e i suoi accomodamenti. Con le Beatitudini, ci ha ricordato lì il vescovo, Gesù scombina persino il modello legalistico del decalogo, ma lo assume, per darne compimento nell’ottica della fragilità umana. In quel discorso non è centrale l’osservanza spinta all’eroismo, ma la fragilità raggiunta dall’amore di Dio.
Giordania, Petra, il "Tempio del Tesoro" (foto di Gianni)
Il nostro pellegrinaggio dirotta dalla Terra Santa per puntare nella vicina Giordania: prima presso i resti e le rovine dell’estesa città di Gerasa -all’epoca di Gesù florida per i commerci, oggi per il turismo internazionale- poi a sud, nel roccioso deserto giordano, dove è nascosta la città di Petra. 
Qui il tempo resta l’architetto principale. Il calice dell’immortalità evocato dalle avventure di Indiana Jones non ha toccato la città degli uomini, che dopo i fasti antichi si è consumata nella sabbia, mentre quella dei morti, affollata di vuote tombe monumentali, combatte con il tempo sulla lunga distanza. L’ansia di immortalità non ha preservato questi luoghi dalla rovina e dell’incompiutezza che ne assicura il fascino ed è cifra dell’umano. A metà strada, in Giordania, il Monte Nebo ce ne ha parlato attraverso le parole del vescovo Bianchi.


Giordania, Petra, il canyon del Siq

«Questo è il paese per il quale io ho giurato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe: Io lo darò alla tua discendenza. Te l'ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai!». Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, secondo l'ordine del Signore.

Giordania, Panorama dal monte Nebo
Il brano del Deuteronomio – ha commentato il vescovo - ci sgomenta, ma ci riconduce alla caratteristica propria dell’uomo. Solo Dio può colmare la misura, soltanto in Lui l’incompiutezza non trascolora in disperazione, ma si apre alla visione che consegna la speranza. L’incompiutezza non restringe l’orizzonte, bensì lo spalanca oltre la nostra misura. Anche il Seminario sembrerebbe restringerlo. Si entra pieni di entusiasmo e progetti..poi il “deserto” riporta con  i piedi per terra, alle esigenze primarie, spirituali e non. Durante la messa sul monte anche i buoni propositi di chierichetti modello svaniscono in un baleno. Sembravamo ferrati in tutto: ampolline, canti e campanelli..ma l’essenziale era altrove! Siamo davvero incompiuti, ma prenderne consapevolezza è già caparra di salvezza. Forse è per questo che dalla cima del Nebo il panorama è così emozionante, anche se la personale terra promessa non coincide con quella che si stende davanti fino a perdersi nella foschia.

In Giordania i pellegrini si dividono: un gruppo torna in Israele, attraverso il deserto, la Samaria, fino a Gerusalemme, un gruppo più folto si spinge fino ad Aqaba, in quella striscia di terra affacciata sul mar Rosso e oggi spartita tra Arabia Saudita, Giordania, Israele ed Egitto. Le sollecitazioni vacanziere del mar Rosso stordiscono anche i seminaristi che pure tentano a più riprese di coinvolgere i pellegrini e imparare qualcosa. Ancora una volta, però, si scoprono più poveri: manca, infatti, il messale per la messa domenicale, difettano pure pane e vino. Le risorse digitali sono insufficienti e incombono i controlli di frontiera.
Egitto, Sinai, il deserto delle Gazzelle
E’ il momento del viaggio attraverso il deserto del Sinai, fino al monastero di Santa Caterina. Dopo una rapida visita al monastero si celebra la messa adeguando per quanto possibile un salone impolverato dell’albergo. E’ una messa minimale, ma forse la più bella del viaggio. Se l’i-pad resta problematico ai liturgisti del terzo millennio i seminaristi si accontentano di un messale-quadernetto a righe, con orazioni scritte a lapis. 
Dalla cucina ci arriva il pane arabo, un pane azzimo che assomiglia – almeno così ce lo immaginiamo – a quello spezzato nell’ultima cena. Al crepuscolo, nella valle tra le rocce del Sinai, il miracolo si rinnova ed il pane arabo si trasforma in pane di vita. E’ pane che sazia la fame che mai abbandona l’uomo, neppure quello satollo di beni o di desideri mondani. 
Il vescovo ci parla di questa fame, un fame di Dio radicata in ogni cuore umano. Il deserto propone con forza questa esigenza primaria. Chi lo attraversa misura la potenza vivificante dell’acqua che suscita erba, alberi e frutti tra le rocce e la sabbia. Ma si comprendono meglio anche le parole dei salmi che cantano la fame e la sete e la forza delle esperienze vitali come l’attesa dell’alba, il calore del mezzogiorno, la custodia dell’ombra. Il deserto riporta all’essenziale e fa rivolgere lo sguardo al cielo: sete, fatica, stupore, desiderio, fragilità, ma anche la capacità di vedere lo sconfinato, proiettarsi su unità di misura millenarie, meditare ogni cosa e l’infinito..sono le esperienze originarie che allontanano dal ripiegamento su sé stessi e conducono sulla soglia della preghiera.
Qui si misura il senso della vocazione e il valore delle scelte fondamentali. La questione cruciale -il “caso serio”- può essere svilito e conoscere distrazioni e cadute. Ma è capitato anche a Mosè, che appena sceso dal Sinai ha mandato tutto a pezzi e ha dovuto nuovamente risalire.
Egitto, Notte sul Sinai

Egitto, Alba sulla cima del Sinai (foto di Gianni)
La salita al santo Monte occupa tutta la notte. Il percorso è lungo e faticoso, specialmente l’ultimo e scosceso tratto. Su per il sentiero rischiarato dalla luce lunare però, si ha l’impressione di accompagnare i magi con il loro corteo di tesori e cammelli e, con gli occhi puntati al limpido cielo stellato, si impara che cosa significa essere guidati da una stella. Poi, per fortuna, attorno ai 2000 metri, ci sono anche le soste alle tende beduine dove ciò che è utopia al mercato di Pistoia, come scambiare 50 euro in spiccioli, si rivela possibile. L’ultimo tratto, carichi di monetine e un po’ infreddoliti, è appena rischiarato dalle luci dell’alba. Sulla cima si comincia ad avvertire la fatica (ma forse non la avvertono don Piero Vannelli e alcune eroiche pellegrine ottuagenarie) e a misurare la maestà di Dio che all’alba si rivela davvero sulla cima del monte, quando si accendono di luce le rocce e il cielo si imbianca. C’è un mondo davanti, che si estende a perdita d’occhio e su cui si lanciano i primi raggi di sole. Avverti subito il tepore sulla pelle e la forza della legge cosmica che uguaglia buoni e cattivi, ti interpella e ti supera.

Betlemme, ingresso alla Basilica della Natività
A Betlemme la minuscola porta della Basilica suggerisce che occorre farsi piccoli per entrare nel Regno dei Cieli. A modo loro ci provano anche i seminaristi, che  in stile Zecchino d’Oro animano di canti natalizi la liturgia. Però è bello. Qualcosa (forse Qualcuno) tocca il cuore in questi momenti di preghiera semplice e condivisa. E’ la festa della Trasfigurazione, ma durante l’omelia del vescovo si scopre che ne esistono almeno altre due. C’è la trasfigurazione di Dio nell’umiltà della Natività a Betlemme e quella nella Gloria decisiva della Resurrezione: sono gli altri due momenti in cui Dio si rivela e mostra in piena luce e trasparenza chi è davvero.

Il ritorno a Gerusalemme riunisce i pellegrini che si ritrovano tutti al Santo Sepolcro. I seminaristi si decidono per una visita lampo avanti la chiusura. Occorre una marcia olimpionica per le strade della città vecchia tra ragguagli nel percorso, sosia del Messia, drappelli di militi e ragazzini arabi. Una volta arrivati però, c’è tempo per una sosta tranquilla. La sera, infatti, quando non circolano i gruppi di turisti e di devoti anche il Santo Sepolcro diventa un luogo silenzioso e dimesso. Nel luogo più santo della cristianità non c’è lustro di marmi, né venditori di gadgets come nei nostri santuari, ma neppure il continuo occhieggiarsi dei diversi cristiani. L’oscurità porta il silenzio nella complessa e stratificata geometria della basilica. Si può ben pregare su quest’ora, nel sepolcro e sul Golgota, in ginocchio, uno accanto all’altro.

Gerusalemme, Basilica del Santo Sepolcro, Cappella del Golgota
Egeria, pellegrina spagnola che nel IV secolo redasse un celebre diario di viaggio, fervente di pii desideri, cercava in questi luoghi la conferma tangibile alle parole della Bibbia. Arrivato l’islam, dopo secoli di lontananza, quando i crociati ricostruirono questa Basilica, i luoghi santi acquistarono una forza di suggestione tutta terrena, in buona parte sincera, ma anche manipolabile. Poi la Terra Santa è stata esportata fin nella sua concretezza, di reliquie e architetture, nei regni d’Occidente. Con il tempo è stata tradotta in una geografia intima, che si dipanava -come ci ha insegnato San Francesco - nelle ore del giorno e nei luoghi della quotidianità. Sul Golgota la prossimità dei fratelli di seminario (e non solo), inginocchiati gomito a gomito, feconda un’esperienza che non resta emozionale. Non nelle pietre, ma nella carne, nei cuori e nella mente dei fratelli calpestiamo luoghi santi, in cui occorrerebbe, talvolta, slacciarsi i sandali come Mosè davanti al roveto. Prossimità che passa anche per le tensioni meschine tra i cristiani che si spartiscono la basilica e gli eccessi dei frati più maneschi. Anche queste sono ferite che Gesù ha portato con sé sulla croce e che indicano la faticosa ascesa della conversione. C’è però un fatto che ribalta ogni cosa, vince il peccato e azzera ogni dolore. La Resurrezione cambia tutto. Il risorto è la chiave di volta del nostro credere. La fede e l’amore sono le due gambe che ci fanno correre nella sequela, che rendono possibile la vita alla luce della gioia della Resurrezione. Parole che siglano l’omelia del vescovo nel Santo Sepolcro e che chiudono al rilancio il pellegrinaggio. 
La terra promessa, la terra santa di Gesù è ancora oggi terra contesa tra i popoli e i figli di Abramo, dove la storia e l’archeologia riaccendono divisioni e violenze. Ma questa terra rimanda con decisione alla terra degli uomini, agli spazi del cuore e dell’agire che non hanno confine.