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giovedì 14 marzo 2013

Habemus Papam!

Papa Benedetto gira su e giù nella giostra. Una giostra delle fiere di paese, con astronavi minuscole che ruotano senza entusiasmo tra mille lampadine. Ma lui non ne può proprio più. Si guarda intorno cercando aiuto e un modo rapido per scendere a terra. E difatti scende. Lo ritrovo sereno e dimesso in clergyman, che passeggia tra un giardino e una casa di campagna. “Ecco, guarda, te lo regalo. Con questo ti ci puoi fare un anellino”. Il vescovo emerito di Roma porge ad una ragazzina un cristallo di bigiotteria: “..l’ho trovato qui per terra a Castelgandolfo”. Sono contento di vederlo tranquillo, ma subito mi sparisce davanti. Nel frattempo, infatti, mi imbatto in uno strano snack di produzione pontificia. 
“Ecco, uno dei più grandi fallimenti del Vaticano!”
Alzo lo sguardo stupito per capire di cosa si tratta. Una suora, da dietro un bancone da bar mi fa cenno di riferirsi alla merendina che tengo tra le mani. “Hanno speso un sacco di soldi per quello”. 
“Per una merendina? Com’è possibile?”
“Scartala..” 
Mi fido della suora e apro la confezione. Dentro è ripiegata, come il bugiardino di una medicina, una grande pagina fitta di parole. Il testo è complesso, articolato in più paragrafi e sottoparagrafi, irto di note e rimandi. “Sono stati anni a prepararlo e poi nessuno l’ha mai letto..si può immaginare. Come può mettersi a leggere una cosa simile chi vuole solo mangiarsi una merendina?”


“Come darle torto..”
Ma intanto mi sgrano lo snack, che si rivela una saporita crostatina farcita alla crema. Mi sveglio appena in tempo per le lodi: è il primo giorno di conclave. “I sogni rasentano la realtà” mi disse una volta Don Renato : tutti lo sanno, ma a me piace quel verbo che esprime il lambire le cose e, allo stesso, tempo, il raschiare abrasivo sulla realtà. 

Mercoledì pomeriggio sono tutti sintonizzati su Radio Vaticana o in attesa, palese o dissimulata, sul portatile o il telefonino. Alle 18 però, è per me l’ora di prendere l’autobus per dirigersi in parrocchia: dalle 19 alle 20 c’è il catechismo della Cresima. Piove e c’è traffico: non può succedere proprio stasera! E difatti, appena scesi in classe con i cresimandi squilla un telefono: “Fumata bianca!”

Il parroco attacca subito con le campane. “Hanno fatto il papa! Hanno fatto il papa! Chi è? Si sa già?” Momenti di panico in cerca di connessioni disponibili. E i ragazzi? Dopo un rapido briefing si opta per il “libera tutti”. Tutti rispediti a casa per seguire l’evento storico. Nell’era digitale si rimpiange il vecchio televisore da salone parrocchiale. Dominerà anche la condivisione globale dei social network, ma dov’è la trepida attesa, quella gomito a gomito che forgia la comunità e cerca la conferma di vivere qualcosa di veramente importante?

Comunque non c’è troppo tempo per pensare. Giusto quello per uscire con malcelata tranquillità dalla parrocchia e non farsi veder correre all’inseguimento di un taxi gridando: “in Piazza San Pietro!” Ma la richiesta sembra la meno azzeccata in assoluto: “eh, mo’ c’è sta’rmonno!”

Si corre sul taxi verso la storia, come i taxi parigini alla battaglia della Marna..ma è l’ora di punta e piove senza pietà. Con un’abile manovra di aggiramento l’autista svicola dagli incolonnamenti e si precipita per vie insperate non lontano piazza Risorgimento. Proiettati fuori inizia una corsa insensata che monta, si fa rumorosa, cresce rapidamente in un’isteria collettiva. Corrono tutti verso San Pietro in mezzo alla strada, tra gli autisti smarriti e lungo i binari del tram. I militari fanno strada incanalando la folla: donne, bambini, comitive di pellegrini, suore e signorine, azzimati monsignori: tutti di corsa per vedere il papa. Ci surclassano i legionari di Cristo, con scriminature impeccabili e ombrello e cappotto composti nonostante la corsa. Per loro si sospettano allenamenti stile marines mentre noi battiamo la fiacca. Cirillo, il mio compagno cinese arranca disfatto quasi più di me. Ma mai abbandonare il compagno sul campo! Il colonnato è infatti vicino: ormai ci siamo. Sgattaiolando tra la folla ci spingiamo fino in mezzo alla piazza stracolma di gente, trepidante per l’attesa ormai lunga. Adesso si può riprendere fiato e realizzare che qualcosa di veramente importante sta per accadere. 
seminaristi in Piazza San Pietro..
Intorno alle 20, quando cessa la pioggia e ho appena terminato il rosario si accendono le luci della loggia. La piazza sobbalza e si illumina di colpo delle luci azzurrine di telefoni e i-pad pronti alla registrazione o allo scatto. Quando si apre la finestra il cardinale Tauran, il protodiacono di Santa Romana Chiesa proclama fiero e tentennante il rapido annuncio: 
Annuntio vobis gaudium magnum; habemus Papam: Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum, Dominum Georgium Marium Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Bergoglio qui sibi nomen imposuit Franciscum!

Sconcerto generale! La piazza si agita “..e chi è?”. “Bergoglio, un argentino!” Spacciamo subito le nostre minime informazioni. “argentino? Come Belen!” (sic!) “Franciscus?”

Il nome da Papa è una sorpresa quasi più grande. Sogno o son desto? Il Signore mi perdonerà, ma la prima impressione è stata quella di trovarsi nel bel mezzo di un film di Woody Allen, un po’ come in quel vecchissimo film intitolato “il Dormiglione”, dove tale Paolo VII scatena una guerra mondiale per essersi impossessato di una bomba atomica. Non sogno, ma son desto: dalla finestra centrale si stende il grande drappo rosso e di fianco si affacciano, agli altri balconi sulla facciata gli eminentissimi cardinali, contenti dell’affaccio privilegiato sulla piazza gremita. C’è una folla con lo sguardo levato che si prolunga per via della Conciliazione e attende un saluto, le parole che fanno intendere lo stile di un pontificato. E’ il momento: c’è un lungo silenzio. Il papa sta immobile, come inteccherito davanti alla piazza e non si sa chi sia più esitante ed emozionato. Osserva in silenzio, senza gesti di saluto o di richiesta. La folla lo scruta, indagandolo in silenzio sui maxischermi e sul balcone. 

Poi un saluto semplice, come quello di un dimesso presentatore televisivo..  "Fratelli e sorelle, buonasera!”.

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo … ma siamo qui … Vi ringrazio dell’accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il suo Vescovo: grazie!” 

Le parole scorrono piano, interrotte, con voce piana e la folla è tutta tesa nell’ascolto. 
E prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro Vescovo emerito, Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca”.



Il papa chiede preghiere per il suo predecessore e fa pregare la piazza. Ci si trova un po’ smarriti a recitare il Padre Nostro. Nel raccoglimento la folla scandisce con sincera devozione le parole insegnate da Gesù. “Che stiamo facendo?” Suona strana quella preghiera e l’invito all’Ave Maria ed al Gloria. Strano, ma solo per un momento. Non è uno show di prima serata. Non siamo a Sanremo. Non ci siamo dati neppure appuntamento per timbrare il cartellino all’ora chiave della storia. Preghiamo ed è l’orizzonte di Dio che spunta oltre la piazza, la loggia delle benedizione e sopra il cupolone. Ma accanto alla preghiera per il predecessore arriva la richiesta – proposta inaudita!- di pregare, ancora in quel momento, sulla persona del papa che si china in raccoglimento a ricevere il sostegno spirituale della gente.

E adesso vorrei dare la Benedizione, ma prima – prima, vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me”.

Un momento che si vorrebbe prolungare ancora molto a lungo, ma è già il tempo della Benedizione e si avverte con sempre più distinta chiarezza che lo Spirito, ancora una volta, soffia la novità nella Chiesa e nella storia degli uomini.

Adesso darò la Benedizione a voi e a tutto il mondo, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà”.

Il papa indossa e smette la stola. E’ il momento di ritirarsi, ma avverte l’urgenza di salutare. Lo vediamo avanzare di nuovo verso il microfono che, con qualche impaccio, gli è portato davanti. “Fratelli e sorelle, vi lascio. Grazie tante dell’accoglienza. Pregate per me e a presto! Ci vediamo presto: doman..” Ci vediamo domani? Sembra per un attimo di non conoscere fino in fondo che cosa chiede l’agenda. Una sensazione che adesso sfiora il suo pontificato. “Domani voglio andare a pregare la Madonna, perché custodisca tutta Roma. Buona notte e buon riposo!

Il saluto è cordiale e il richiamo alla Madonna è semplice, bello e pieno di fiducia filiale. Nel discorso, pur breve, mai un accenno al termine “papa” e un rimarcare continuo alla Chiesa di Roma. Umiltà, insistenza sulla dimensione della collegialità, low-profile e aplomb gesuitico?

Il papa ha lasciato il segno con parole semplici, ma evidentemente meditate. Emerge una proposta umile, ma chiara, più negli intenti, per il momento, che nelle possibili proposte. E’ uno stile che fa breccia, anche senza gestualità.

Rottura, rinnovamento? Segnali di cambiamento?
Nella Chiesa tutto si tiene: Dio è l’artista della sintesi. Il mondo può immaginare sfide geopolitiche, lotte intestine, scenari da risiko pontificio o strategie comunicative. Non si tratta di smerciare merendine o appetibili crostatine alla crema, né di cadere nella produzione di documenti onnicomprensivi. Si affiancheranno stili e linguaggi diversi, ma nella luce della fede e nell’opera dello Spirito tutto si ricompone e avanza verso il compimento. Chissà con quale occhi, davanti alla tivvù, avrà assistito l’emerito Benedetto da Castel Gandolfo. Non troverei commento migliore alle sorprese di questa sera e di questi giorni che le parole della sua ultima udienza: 
 “la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua. E il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare”.

sabato 13 ottobre 2012

50 anni dopo. Una fiaccolata in Piazza San Pietro con papa Benedetto.


Si chiama Joseph, ma non fa il papa. Anzi, si direbbe che un po’ ce l’abbia pure con lui. Siamo all’indomani del 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II e dell’avvio dell’Anno della Fede. Da bravo seminarista attento alle circostanze del momento presente mi documento sulla storia del Concilio con un libretto comprato per l’occasione. Alla stregua di qualche poeta romantico affacciato su mari di nebbia e rovine gotiche in cerca di ispirazione mi sistemo bel bello in Piazza San Pietro col libro nuovo di pacca. In realtà attendo amici e dissimulo pose situazioniste rincantucciandomi tra le colonne del porticato del Bernini. Ma c’è spazio per poche pagine perché nel frattempo arriva Joseph. Ha l’aspetto di un reduce, uno di quei soldati vestiti di grigio topo dell’esercito di Cecco Beppe. E’ austriaco ma ha sulle spalle il peso di qualche trauma, di una disgrazia capitata in Italia. Vive per strada, ma veste distinto – nonostante i calzoni corti- e con grande dignità. “Questi preti non hanno umanität : basta guardarli”. Ce ne sono più o meno per tutti. Visto il tipo, però, c’è poco da rispondere. “C’erano due uccellini caduti dal nido. Sono passate suore, preti: nessuno si è fermato! Non hanno visto che avevano bisogno di cura? Ho perso due ore per trovare il posto più vicino per farli curare. Poi loro allevano e quando sanno volare lasciano liberi. Questi preti parlano molto dolce, ma non hanno zenzo della realtà”. Con tutta la buona volontà mi accingo a perorare la causa della santa chiesa cattolica. E’ una battaglia persa e la storia di quei due uccellini mi ronza nella testa.


Si chiama Joseph e fa il papa. Il giorno precedente, la sera dell’11 ottobre, si è affacciato sulla piazza colma di gente, per lo più giovani con le candele accese in ricordo della fiaccolata che cinquant’anni fa accompagnò l’apertura del Concilio e ascoltò il celebre ‘discorso alla luna’ di Giovanni XXIII, quello che tutti ricordano per la ‘carezza ai bambini’. Anche il Papa ha sulle spalle il peso di qualche trauma, porta con sé “le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi” per usare il celebre attacco della Gaudium et Spes. Dalla camera dei ricordi è Joseph che parla, a braccio e un po’ commosso : “Cinquant’anni fa, in questo giorno, anche io sono stato qui in Piazza .. Eravamo felici .. e pieni di entusiasmo. Il grande Concilio Ecumenico era inaugurato; eravamo sicuri che doveva venire una nuova primavera della Chiesa”. Dalla camera vaticana è il papa che parla: “In questi cinquant’anni abbiamo imparato ed esperito che il peccato originale esiste e si traduce, sempre di nuovo, in peccati personali, che possono anche divenire strutture del peccato. Abbiamo visto che nel campo del Signore c’è sempre anche la zizzania .. Abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave e qualche volta abbiamo pensato: «il Signore dorme e ci ha dimenticato»”. Parole che gelano la piazza canterina e ammansita dal ricordo del Papa buono. “Il fuoco dello Spirito Santo – prosegue il Papa - il fuoco di Cristo non è un fuoco divoratore, distruttivo; è un fuoco silenzioso, è una piccola fiamma di bontà, di bontà e di verità, che trasforma, dà luce e calore. Abbiamo visto che il Signore non ci dimentica... Cristo vive, è con noi anche oggi, e possiamo essere felici anche oggi perché la sua bontà non si spegne; è forte anche oggi!”.

Possibile che dopo cinquant’anni, dopo il grande sforzo di aggiornamento attuato dal Concilio, dopo la poderosa riflessione sulla Chiesa elaborata in quegli anni lo stesso Papa descriva con parole così drammatiche la Chiesa e le sue vicissitudini? Forse anche di questo c’era bisogno. Per quanti progressi si possano maturare nell’aggiornare strumenti e strutture con essi non intacchiamo l’essenziale. Per quanto numerosi possano essere i giovani che affollano le piazze (che bisogno c’è poi di contarsi sempre?) o i cattolici che si rendono vivaci e presenti in parrocchia o nella rete, non è con i numeri, né con post, né con tag o cinguettii che si misura l’opera dello Spirito. 

Certamente la storia passa per i grandi della gerarchia ed i buoni e influenti teologi, ma gli ingranaggi decisivi si scoprono nei luoghi più impensati, spesso nel grigio e nelle tenebre in cui operano i santi e vivono i più piccoli tra i piccoli. Così, infatti, dove non sarebbe arrivato il Concilio Vaticano I e oltre, è arrivata una povera illetterata dei Pirenei. Poi da Lourdes, passando anche per Lisieux (solo per fare un esempio noto a tutti) il testimone è passato a tre pastorelli di Fatima a cui sono stati consegnati i misteri più gravi del secolo. La grande storia si piega alla preghiera, cede il fianco a ciò che è nascosto ed umile per confondere i potenti ed i sapienti di questo mondo. Così è stato anche nei momenti più bui del secolo come insegnano Edith Stein, Padre Kolbe e François Xavier Van Thuan. Nei piccoli, infatti, Cristo può parlare e rivelarsi con maggiore forza e splendore. Altrimenti occorre spezzarsi, frantumare le proprie sovrastrutture sul legno della croce per tornare come loro e abbandonarsi completamente a Dio. “In un punto decisivo della via cristiana la natura deve andare con Cristo alla morte. La sua crescita rettilinea deve rompersi, la sua visione deve trasformarsi in notte, la sua accurata compiacenza di sé in maltrattamento”. E un passaggio nodale che è garanzia di maturità, che permette di operare quel cambiamento di mentalità per cui non agiamo e pensiamo più come se Dio “fosse alle nostre spalle” e toccasse a noi programmare la via migliore e più feconda, ma “camminiamo in attesa aperta, verso di Lui”. Così diceva Hans Urs Von Balthasar, il grande teologo in Chi è il Cristiano?: un testo acuto e dirompente composto nel 1965, all’indomani della conclusione del Concilio. “Possiamo avvicinarci a Dio solo se, al di la di tutti i nostri propri problemi, rimane in noi lo spazio libero per ciò che la sua volontà ha di inatteso”. E’ una disposizione che passa per una vera e propria ‘espropriazione’. Per la chiesa tale espropriazione, che pure si avvia nelle aperture al mondo segnate dal Concilio, si trasforma in umiliazione. Un’umiliazione che chiede il perdono, così come lo ha ripetutamente formulato Giovanni Paolo II nel suo pontificato e soprattutto in occasione del Giubileo del 2000, ma è un’umiliazione, prosegue il teologo “da cui viene spontaneo il termine vergogna, e non ci si deve sforzare di liberarsene”. E difatti, anche volendo, non è per niente facile liberarsene. Anzi, dalla radice cattiva spuntano sempre nuovi polloni.

Quando nel 2010 volava verso Fatima Benedetto XVI sembrava parlare proprio di questo ai giornalisti che lo incalzavano sul terzo mistero: “anche qui, oltre questa grande visione della sofferenza del Papa, che possiamo in prima istanza riferire a Papa Giovanni Paolo II, sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano ... Il Signore ci ha detto che la Chiesa sarebbe stata sempre sofferente, in modi diversi, fino alla fine del mondo ... la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa ... Con una parola, dobbiamo ri-imparare proprio questo essenziale: la conversione, la preghiera, la penitenza e le virtù teologali. Così rispondiamo, siamo realisti nell’attenderci che sempre il male attacca, attacca dall’interno e dall’esterno, ma che sempre anche le forze del bene sono presenti e che, alla fine, il Signore è più forte del male, e la Madonna per noi è la garanzia visibile, materna della bontà di Dio, che è sempre l’ultima parola nella storia”. E’ una visione della storia e della chiesa che non si recupera sui libri, né si descrive con i numeri o le categorie degli analisti moderni: “la preghiera, la sofferenza, l’obbedienza di fede, la disponibilità (forse non sfruttata), l’umiltà, sfuggono ad ogni statistica”. E’ facile nei bar, come nelle sagrestie ( e perfino nei seminari e/o collegi) smarcarsi dalla vergogna e dall’espropriazione parlando di trame di palazzo, di berrette e partiti interni: “non è possibile – ammonisce ancora il vecchio Balthasar – che il cristiano voglia esigere e stare a guardare come la Chiesa viene espropriata e umiliata, senza veder compiersi questo salutare processo nella sua esistenza”.

50 anni dopo il concilio il Papa invita a tornare sui testi, gli autentici interpreti dei segni dei tempi. Con essi e con la fatica penata per elaborarli, il Concilio si “è preoccupato di far sì che la medesima fede continui ad essere vissuta nell’oggi, continui ad essere una fede viva in un mondo in cambiamento”. Le oscurità e le fatiche non verranno mai meno e sono il banco di prova dei nostri entusiasmi apostolici. Anche i santi più ardenti e coraggiosi ci si sono scontrati. San Giovanni Battista proclamava con parole di fuoco che il Messia era vicino: “Già la scure è posta alla radice degli alberi”! Ma poi, in attesa del supplizio, mandò dalla sua cella i discepoli a chiedere conferma. San Francesco Saverio, il grande evangelizzatore dell’Oriente, si diceva pronto a dare la vita per Cristo e la Chiesa così come dice il Vangelo: “chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà”. Però, come scrive in una lettera “quantunque il latino e il significato in genere di queste parole del Signore sia facile da intendere”, quando la situazione precipita davvero “tutto si fa così buio che il latino, pur essendo tanto chiaro, comincia ad offuscarsi, e in tal caso mi sembra che lo possa intendere solo colui al quale, per dotto che sia, Dio Nostro Signore lo vuole palesare in momenti particolari e per la Sua infinita misericordia”. Non a tutti il Signore chiede prove così esigenti, ma a tutti chiede il salto della fede. E’ un salto difficile, ma che apre alla speranza e alla gioia, perché, dice il Papa, “la fede vissuta apre il cuore alla Grazia di Dio che libera dal pessimismo”. “Cristiano – chiosa, invece von Balthasar – è l’uomo che vive di fede, che cioè ha regolato tutta la sua esistenza sull’unica possibilità apertagli da Gesù Cristo, il figlio di Dio, obbediente per noi tutti fino alla croce: quella di partecipare al sì obbediente, che redime il mondo, detto da Dio”. E se attorno alla Chiesa gravita il male, proprio la  feconda riflessione del Concilio ci ha dischiuso una prospettiva ricchissima sulla chiesa come mistero, comunione fra gli uomini e fra il cielo e la terra, chiesa come popolo chiamato universalmente alla santità, orientato, nella storia, sulla via della salvezza.

Sui marciapiedi della cronaca, invece, più precisamente quelli intorno a San Pietro, incrocio una signora devota. Lei, vedova con molti figli, torna dalla preghiera in chiesa. “Eh..sono vecchia, sa? ottantun’anni!”. E’ l’esordio tipico di chi vuole attaccare bottone e infatti la signora sorride prosegue e racconta: “Io abito qua vicino..ma sa che dalla terrazza vedevo papa Giovanni Paolo?”. Provo a dribblarla, ma lei insiste e mi dice di averlo sempre visto pregare, lui solo che camminava con il breviario in mano su una terrazza. Un papa, dunque, dei giorni feriali e dei momenti qualunque che diventa maestro di preghiera. Sono curiose le vie dello Spirito, ma passano quasi sempre per la carne e le parole degli uomini. Il cristiano che tiene Cristo davanti a sé non può fare a meno di correre incontro e insieme al fratello. “Tuttavia – e per l’ultima volta cito lo scritto di von Balthasar- dentro il fratello che incontra egli scorge il Figlio dell’uomo che per lui è morto e per lui interpone l’intercessione presso il Padre. Egli lo scorge dietro ognuno, dietro il mondo intero. Di ciò si nutra la sua speranza. .. la speranza dei cristiani non corre via dalla storia, ma lungo la storia corre verso la fine”.

Gli occhi di Joseph – quello che non fa il papa - pur nella maestosità della piazza berniniana, hanno saputo scorgere due uccellini caduti dal nido. Con il suo accento tedesco prosegue la sua requisitoria ora guardando dritto davanti a sé, come per concentrarsi o rammaricarsi di come stanno le cose, poi, di tanto in tanto, volgendo lo sguardo indietro ad una borsa che tiene accanto ai suoi piedi. “Chissà cosa ci tiene? Magari i pochi spiccioli o qualche vestito..”. Ma poi, quando si alza per salutarmi scorgo che nella borsa è avvolto un cucciolo: un cagnolino nero mezzo addormentato. Joseph lo accarezza con una tenerezza infinita che stride con gli accenti polemici di qualche minuto primo. “Si chiama Stella. E’ molto, molto tenera”. La tenerezza è un linguaggio universale, anche gli uomini più duri e arrabbiati finiscono per cedere di fronte ad un gesto di tenerezza. Anche gli animali sono sensibili alla tenerezza e perfino le bestie più temibili cedono di fronte alle coccole. Forse è per questo che quelle parole di cinquant’anni fa sono rimaste nella storia e nei cuori di tutti: “portate una carezza ai vostri bambini..”. Da chi custodisce la tenerezza ed ha occhi per le cose minime si può molto sperare.


Il mio libro sulla storia del concilio ha perso un po’ di interesse. Confesso che volevo saperne di più su contrasti tra tradizionalisti e progressisti, conoscerne i nomi, le svolte e le battute di arresto. C’è molto da leggere su questo. Ma che almeno tutto sia propedeutico a leggere il mondo e gli uomini. E per questo ci vuole la vista fine che allenano soprattutto la preghiera e l’amore. Così, nell’intreccio tra luce e tenebre proprio della storia i piccoli hanno un ruolo privilegiato. A loro, in modo particolare, papa Giovanni affidò la preghiera per il concilio: ai bambini “la cui innocenza e le cui preghiere a nessuno sfugge quanto valgano presso Dio, sia gli ammalati e i sofferenti, persuasi che i loro dolori e la loro vita, assai simile ad una immolazione, in virtù della Croce di Cristo si tramutano in una valida supplica, in salvezza, in fonte di vita più santa per la Chiesa intera”. Messe da parte le ri-letture, nuove attraenti letture ci aspettano.

Il Joseph papa, affacciato dalla finestra, si sarà pure sentito in obbligo di citare il beato predecessore. Ma in effetti, non poteva che concludere così: «Andate a casa, date un bacio ai bambini e dite che è del Papa».

mercoledì 22 febbraio 2012

Tempo di Quaresima: Mercoledì delle Ceneri

Con gli scossoni dell'anno liturgico i seminaristi blogger si riattivano lentamente; complici la dispersione natalizia e gli esami (in fondo il tempo del Seminario è in gran parte tempo di studio).
Dal seminario di San Miniato a Pistoia arriva una bella riflessione che ci apre alla Quaresima.

Come dice il Santo Padre, la Quaresima è: momento di conversione e di penitenza, “un percorso segnato dalla preghiera e dalla condivisione, dal silenzio e dal digiuno, in attesa di vivere la gioia pasquale”.


Non basta la parola c’è bisogno di testimonianza di vita, questo risulta dal messaggio per la quaresima 2012 del Santo Padre e dal documento “La porta della fede” per l’indizione dell’anno della fede.
Il Papa richiama alla lettura della Parola di Dio, alla formazione attraverso il Catechismo della Chiesa Cattolica (tutte cose che su internet si trovano senza spendere).

Ed ora non ci sarebbe altro da aggiungere perché solo per questo ci vuole una vita, comunque mi sento di dirvi questo: attraverso la sofferenza cresciamo verso il Bene, prima verso Dio e poi verso i fratelli; non è una sofferenza sterile, di dolore che ci provochiamo da soli, ma una sofferenza costruttiva, perché il Bene le più delle volte non è quello immediato e che subito vediamo, ma è un cammino spesso basato su scelte che ci superano cioè non provocano nell’immediato una gioia, ma è una esperienza che proviamo negativa ma che ci forgia verso il Vero Bene.

Dalle parole del Papa si capisce meglio: “solo credendo la fede cresce e si rafforza; non c’è altra possibilità per possedere certezza sulla propria vita se non abbandonarsi, in un crescendo continuo, nelle mani di un amore che si sperimenta sempre più grande perché ha la sua origine in Dio… Quanti Santi hanno vissuto la solitudine! Quanti credenti, anche ai nostri giorni, sono provati dal silenzio di Dio mentre vorrebbero ascoltare la sua voce consolante! Le prove della vita, mentre consentono di comprendere il mistero della Croce e di partecipare alle sofferenze di Cristo, sono preludio alla gioia e alla speranza cui la fede conduce. Noi crediamo con ferma certezza che il Signore Gesù ha sconfitto il male e la morte.

Infine vi dico: Dio ci parla con la sua Parola, leggete la Bibbia; noi rispondiamo alla sua chiamata e alla sua voce con la preghiera, pregate! 
Se potessi mostrarvi la forza della preghiera e della Parola di Dio, ve lo mostrerei, ma non so come, attualmente spero con tutto il cuore che nel mio poco e nel mio piccolo riesca a fare questo con la mia testimonianza di vita.