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lunedì 16 dicembre 2013

Segnalazioni Stonate 4.0 | Avvento 2013 | Vangelo della Messa dell'Aurora


C’è movimento tra cielo e terra: gli angeli una volta consegnato il loro annuncio risalgono alla gloria da cui sono scesi, mentre i pastori, incuriositi da un avviso imprevisto si incamminano nella notte: “Andiamo”, “Vediamo” ed essi “andarono senza indugio”. È facile immaginarli procedere col passo svelto di chi corre incontro ad un amico che l’aspetta. Chi corre incontro ad una persona cara – un passo dopo l’altro- sente che cresce il desiderio, avverte di pregustare già l’abbraccio che l’attende. E se invece, bruciando ogni tappa, in un secondo ci trovassimo già a destinazione, smaterializzati da un posto all’altro con un servizio di teletrasporto stile Star-Trek?

Non so se gioverebbe. Nel tempo del cammino sgombriamo la mente, ci predisponiamo all’incontro, abbiamo perfino il tempo di pensare alle parole migliori e predisporci alla recettività di un momento significativo.

La nostra giornata è zeppa di micro-viaggi, di tragitti minimi in cui non andiamo incontro a nessuno spostandoci da un luogo ad un altro. Tragitti concreti: casa-scuola, lavoro-casa. Percorsi vissuti sull’autobus o in auto imbottigliati nel traffico, segnati da pedalate furiose e soste prolungate lungo i binari della stazione. Movimenti vuoti che trascolorano uno nell’altro nei segmenti indistinti delle nostre giornate. Momenti così non li ricorderemo più dopo qualche minuto, inghiottiti nella ripetizione, assorbiti nel ciclo del sonno, dei pasti banali, del bagno e della doccia. Sarà anche per questo, perché perdiamo il senso della misura che separa le stagioni brillanti e significative dell’esistenza che quando le andiamo a ripescare nella memoria le troviamo distanti l’una dall’altra come ere geologiche. Agostino è il capofila dell’innumerevole schiera di esploratori e narratori della memoria che hanno inciso a fondo nella cultura d’occidente.

La facoltà della memoria è grandiosa. Ispira quasi un senso di terrore, Dio mio, la sua infinita e profonda complessità. E ciò è lo spirito, e ciò sono io stesso. Cosa sono dunque, Dio mio? Qual è la mia natura? Una vita varia, multiforme, di un'immensità poderosa. Ecco, nei campi e negli antri, nelle caverne incalcolabili della memoria, incalcolabilmente popolate da specie incalcolabili di cose, talune presenti per immagini, come è il caso di tutti i corpi, talune proprio in sé, come è il caso delle scienze, talune attraverso indefinibili nozioni e notazioni, come è il caso dei sentimenti spirituali, che la memoria conserva anche quando lo spirito più non li prova, sebbene essere nella memoria sia essere nello spirito; per tutti questi luoghi io trascorro, ora a volo qua e là, ora penetrandovi anche quanto più posso, senza trovare limiti da nessuna parte, tanto grande è la facoltà della memoria, e tanto grande la facoltà di vivere in un uomo, che pure vive per morire” (Confessioni, X, 17,26).

Adam Elsheimer (1578–1610), Fuga in Egitto, 1609, Monaco di Baviera, Alte Pinakothek 
Se attraversiamo il santuario vasto, infinito della memoria alla ricerca degli episodi della nostra infanzia abbiamo l’impressione di raggiungere lontananze abissali, il pleistocene della nostra storia. Chi accompagnava quei giorni ci appare oggi in una luce strana. Forse ci accompagna ancora oggi, come il babbo o una sorella, ma forse la vita lo ha incamminato per sentieri separati. I tratti assunti in quell’epoca lontana assomigliano alle ricostruzioni di specie fossili compagne della nostra protostoria. È un po’ il concetto che - non troppo apertamente a dire il vero- vorrebbe trasmettere Justin Vernon, folk singer statunitense frontman dei Bon Iver in Holocene, una delle hit più raffinate del 2011. L’Olocene, secondo la Treccani, è l’era geologica che inaugura la nostra storia e che si ferma circa 10.000 anni fa. «Olocene è un bar di Portland nell’Oregon, - prova a spiegare Vernon - ma è anche il nome di un’era geologica, un’epoca se volete (…) La maggior parte della nostre esistenze sono un po’ come queste epoche. Questo, più o meno, quel che vuol dire quella canzone. “E all’improvviso ho scoperto di non essere splendido”: le nostre vite possono sentirsi come queste epoche, ma in realtà sono soltanto polvere al vento. Eppure penso che ci sia un senso in questa insignificanza, ed è quello che ho cercato di descrivere con quella canzone».

In quel bar di Portland Vernon racconta di aver trascorso “una notte oscura dell’anima”. Ma in Holocene non c’è solo oscurità: “è anche una canzone che parla di redenzione e di quando capisci che vali qualcosa, che sei speciale e non troppo speciale allo stesso tempo”.

Il testo, difatti, gira attorno un indefinito viaggio della memoria sopra le corsie della vita in cui si alternano ricordi e situazioni puntuali e indistinte allo stesso tempo. Non se ne ricava molto e non è neppure facile tentare una traduzione. Conviene lasciarsi suggestionare dalle immagini e dalla melodia senza chiedere al testo ciò che non può dare.

E all’improvviso ho scoperto di non essere splendido
Sperduto lontano sulle corsie dell’autostrada
(vuoto frastagliato, denso e con ghiaccio)
Potevo vedere per miglia, miglia e miglia

Tra la Terza strada e il lago il salone è andato tutto bruciato
Era dove abbiamo imparato a festeggiare
Quella notte mi hai suonato “Lip Parade”
Né ago né filo, il certificato smarrito
Non dir nulla, questo mi basta

E all’improvviso ho scoperto di non essere splendido
Alto e lontano sopra le corsie dell’autostrada
(vuoto frastagliato, denso e con ghiaccio)
potevo vedere per miglia, miglia e miglia

La Notte di Natale, ha afferrato la luce, un santo splendore
su mio fratello, io e spine intrecciate
abbiamo coperto tutto per renderlo quello che doveva essere
per scoprirlo adesso nei miei ricordi

E all’improvviso ho scoperto di non essere splendido
Alto sopra le corsie dell’autostrada
(vuoto frastagliato, denso e con ghiaccio)
Ma potevo vedere per miglia, miglia e miglia


Il video che accompagna il brano dei Bon Iver è molto suggestivo. Un bimbo attraversa solitario paesaggi mozzafiato in una terra artica. Un’Islanda da sogno che sembra ritagliata da un documentario del National Geographic? Un viaggio sospeso che sembra senza tempo: oggi, domani, milioni di anni fa? Una rivelazione si sprigiona dalla bellezza del creato e raccoglie il gioco libero e felice del bambino che si diverte con gli elementi. Un’esperienza originaria di libertà che diventa canto libero dell’anima quando, sul finire del brano, un’aquila sembra prendere il volo dalle sue mani e librarsi oltre il limite del mare e “per miglia, miglia e miglia” fino all’infinito. Un sogno? Un desiderio di infinito? La contemplazione davanti alla finestra di camera, all’aprirsi del video, sembra quasi suggerirlo.
Anche nei tragitti angusti e ripetitivi dei giorni qualunque è possibile sollevare lo sguardo per miglia e miglia sopra l’orizzonte, al di sopra delle nostre miserie e dei propri limiti. 


Nel Vangelo della messa Natalizia dell’Aurora tutto ruota attorno il viaggio esteriore e interiore della Parola. Una parola prima rivelata dagli angeli, poi annunciata dai pastori, infine custodita nel cuore da Maria. Il testo greco infatti, usa lo stesso termine per indicare tutto questo attraverso una radice che ha a che fare con l’espressione verbale, con la cosa detta, ma che in italiano è restituita come “avvenimento”, quindi compresa in “ciò che del bambino era stato detto loro”, infine con “tutte queste cose” per indicare l’oggetto della meditazione di Maria. 

Anche a noi, come ai pastori, qualcuno si fa incontro nella parola, ci supera ma ci fa sentire davvero speciali, perché arriva per noi e per ognuno in particolare. Che giova tornare ogni anno al mistero del Natale se, consapevoli dell’incarnazione, del fatto che Dio si è fatto uomo per intrecciare umano e divino, non alziamo più alto lo sguardo?
Anche Maria, ripartita da Betlemme con il suo misterioso bambino, si incamminava per le strade della Palestina verso percorsi ordinari, forse banali come quelli di tutti di cui i Vangeli non fanno una parola. Da quella notte però, ci racconta Luca, Maria ha custodito tutto nel cuore, provando a leggere ogni cosa da più alte prospettive, legando le epoche della sua esistenza e della storia degli uomini attorno a quell’evento luminoso.

 * * *
Vangelo Lc 2,15-20
Dal vangelo secondo Luca
Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: «Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere».
Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.

lunedì 9 dicembre 2013

Segnalazioni Stonate 4.0 | Avvento 2013 | Vangelo dalla Messa dei Pastori (di Mezzanotte)

Satolli per il pranzo natalizio, ancora circondati dai nastri e dalla carta regalo stracciata, quando già il cielo si imbruna e il fuoco del camino o il tepore del riscaldamento confondono le idee, si leva inesorabile, con la sentenziosità di una parca, la voce della nonna: «ovvia giù: è finito anche il Natale». Te l’aspettavi, ma non ci voleva: come un balla di farina ti preme sul cuore e non riesci neppure ad articolare una reazione indispettita. «no, ancora no..ancora un poco!».

Il tempo dell’orologio ha vinto di nuovo. Il tempo dell’orologio è un tempo solitario, misura gli stessi minuti per tutti, ma per tutti diversi. È la vuota durata con cui dobbiamo confrontarci da soli. E invece, quando si vive un momento speciale il tempo vola, nessuno conta i minuti, il tempo non conta, conta soltanto la consapevolezza che questo è il giorno, questo il luogo, questa l’ora! 


Il tempo dell’orologio, o della durata, chiede costantemente di essere misurato. Ci domina mostrando puntualmente l’esigenza di essere organizzato. Augusto imperatore - morto giusto 2000 anni or sono - aveva ben chiaro il potere del tempo organizzato e, preso dalla smania di inaugurare una nuova età dell’oro, decise subito di prenderne le misure. Coltivava dunque l’esigenza del censimento e di rendicontare ogni cosa a sé e alla storia, facendo scalpellare e incidere qua e là le sue Res Gestae. Così la famiglia di Gesù, assorbita anch’essa nel tempo della durata dovette spingersi in Giudea fino a Betlemme. Maria era coinvolta in un’altra durata: un conto alla rovescia che decise di interrompersi giusto fuori casa, per giunta di notte e in un riparo improvvisato. Era arrivato quel giorno, quel luogo e quell’ora in cui il tempo di Dio e quello degli uomini si incastravano in una solidarietà irriducibile.

Ogni anno torniamo a «questa santissima notte» illuminata dallo «splendore di Cristo, vera luce del mondo,» come recita la colletta della liturgia natalizia. Ogni anno abbiamo bisogno di tornare a questa notte, in cerca del « segno » dei pastori, per riannodare i percorsi individuali e comunitari attorno a questo centro luminoso.

Anche l’attesa d’Avvento può naufragare nello scorrere del tempo cronologico, finire riassorbita dal ritmo delle ore. Almeno in quell’ora della notte le chiese si affollano. Perché? Non mi si dica che è soltanto abitudine o tradizione. Certo, anche questo, ma non può essere soltanto per questo. Perché dunque? È chiaro che una risposta univoca non c’è, ma forse, almeno in quella notte, è possibile cercare in chiesa qualcosa che coroni l’attesa del tempo della durata: un segno, una parola, un incontro, un simbolo, il senso di una storia. C’è vivo, sotto sotto, il desiderio dell’evento che orienta il tempo e che faccia dire «questo il giorno! Questo il luogo!»

Malinconici bardi una vaga psichedelica pop dai toni amari gli scozzesi Delgados hanno realizzato, poco più di una decina d’anni fa, una manciata di album di mediocre successo. Tra questi -ascoltati e riascoltati a non finire- ho ripescato un brano che è una buona cifra del loro stile dal ritornello accattivante e le melodie leggere, dove il testo descrive con efficacia le attese e le miserie del tempo dell’orologio (Coming from the cold, dall’album «Hate» 2002)

Tùffati in
un lavoro da sogno che migliore non potresti trovare,
un mazzo di chiavi e bottiglie grandi quanto il cielo.
Trovati un posto e preparati per la corsa.

Leva il tuo calice!
Berremo finché non passa l'estate
Tira fuori i cappelli: abbiamo tutti bisogno di farci una risata
e lascia parlare i vicini tanto sei certo di perderli di vista
Possiamo

Provare a cercare il giusto tipo di vita.
Mi piacerebbe soltanto che tu avessi la possibilità di decidere,
Ma se dai un'occhiata intorno a te non c'è nessuno.
Come puoi dire che tutto questo è giusto?

Non sei da biasimare,
Nessuno ti dice che non sei da biasimare.
Le circostanze attorno a te non sono dello stesso avviso
e io neppure riconosco chi resta
Sistemarti,
Spero davvero che tu possa sistemarti,
Prendere la tua tenda e portare la tua roulotte fuori città.
Troveremo un luogo dove vagabondare e dove tu possa fuggire
Possiamo

Provare a cercare il giusto tipo di vita.
Mi piacerebbe soltanto che tu avessi la possibilità di decidere,
Ma se dai un'occhiata intorno a te non c'è nessuno.
Come puoi dire che tutto questo è giusto?
Tutti stanno aspettando la grande sorpresa,
Ma nessuno ci farà caso quando arriverà,
tu, allora, rimanda l’attesa
Provare a cercare il giusto tipo di vita.
Mi piacerebbe soltanto che tu avessi la possibilità di decidere,
Ma se dai un'occhiata intorno a te non c'è nessuno.
Come puoi dire che tutto questo è giusto?
Arriviamo tutti da lontano
E tutti alla ricerca di qualcuno da abbracciare
Ma se dai un'occhiata intorno a te non c'è nessuno.
Come puoi dire che tutto questo è giusto?


Chi crede può vivere il tempo secondo un’altra prospettiva. La realtà si fa più densa perché ci sono istanti, luoghi, persone, in cui si può incrociare l’infinito. Apparentemente non c’è differenza: i tempi ed i luoghi sono gli stessi, i percorsi e le attese le medesime. Così perfino nella stessa esistenza si incrociano il tempo del badge da strisciare e quello della Redenzione, il giorno della partita e quello della Messa domenicale, quello dell’adorazione e della fila alle poste, il tempo dell’ascolto e quello del gabinetto corrono paralleli o si intrecciano curiosamente. Talvolta i due tempi si avvicinano fino a sovrapporsi nel tempo del servizio, dal pranzo condiviso, nella veglia accanto ad un letto d’ospedale come sui banchi di scuola, nell’abbraccio e nella mano nella mano. Decodificarli è il problema che coinvolge tutti, ma il Natale è uno dei momenti dell’anno in cui i due tempi si danno quasi universalmente l’appuntamento.


Anche il videoclip che accompagna il brano dei Delgados è evocativo dell’attesa indistinta che cova nel tempo dell’orologio. Si descrivono le vicende banali e solitarie di un lui e di una lei prigionieri del tempo della durata, attraverso due percorsi che si sfiorano, ma non si incrociano.

Perfino ai pastori in quella santissima notte, non doveva mancare il desiderio di qualcosa di meglio, di una posto caldo, di un antidoto alla noia e alla miseria dei giorni. Gli angeli annunciarono qualcosa di molto più grande che avrebbero paradossalmente incontrato nel segno del bambino. Come ogni anno attende anche il nostro abbraccio, fin troppo grandicello nei gesùbambino del presepe, ma con le braccia spalancate del futuro crocifisso. Attende paziente e puntuale, per introdurci a quell’incontro che rompe e dimentica ogni durata.

* * *

Lc 2, 1-14Dal Vangelo secondo Luca
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.
Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.
Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio.
C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l'angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
«Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

sabato 30 novembre 2013

Segnalazioni Stonate 4.0 | Avvento 2013

«Avvento» non significa, ad esempio, attesa, come si potrebbe pensare, ma è la traduzione della parola greca «parusia», che significa «presenza» o, meglio ancora, «arrivo», cioè presenza iniziata … L’Avvento ci ricorderà perciò due cose diverse: anzitutto, che la presenza di Dio nel mondo è già incominciata, che egli è misteriosamente presente; in secondo luogo, che la sua presenza è appena iniziata, non è ancora completa: essa deve ancora crescere, divenire, maturare (J. Ratzinger, Dogma e Predicazione, BTC 19, Brescia 1974, pp. 303-304).
Mi servo così di un pensiero autorevole per giustificare la scelta di proporvi nelle quattro domeniche di Avvento una riflessione sui Vangeli della Solennità del Natale, a partire dalla messa Vigiliare, a quella della Notte, fino ai due proposti per la liturgia del Mattino. Un modo per vivere fin da subito il senso di questa ‘presenza’ che oggi incomincia nuovamente.


Dopo un incidente automobilistico con la sua Ferrari il giovane Kavinsky è costretto ad un’esistenza da zombie. Apparentemente nulla è cambiato se non che per lui il tempo si è irrimediabilmente fermato in quel punto di non ritorno. Dire come stanno le cose alla propria fidanzata diventa terribilmente complicato.
Questo, più o meno – secondo le stesse parole dell’autore, Vincent Belorgey- ciò che descrive il brano Nightcall, uscito in un EP omonimo nel 2010, ma che ripropongo qui nella recente versione dei London Grammar. Il terzetto inglese sembra destinato ad accalappiare l’interesse degli adolescenti più inquieti, se non altro per il titolo del singolo con cui hanno fatto breccia “Wasting my young years” (dall’album If You Wait, 2013), che racconta con pathos leggiadro le vicissitudini di una relazione in crisi.


La “chiamata notturna” ‘coverizzata’ da questi giovanissimi è accompagnata da un video molto suggestivo. Una melodia straniante, sottolineata meravigliosamente dalla voce della statuaria interprete è immersa in uno scenario di nebbia e tenebre, vuoto interiore e isolamento. Un’immagine perfetta per descrivere lo stato d’animo che attanaglia certa adolescenza, quando non è raro sentirsi come uno zombie, prigioniero di un’identità (e di un corpo) da accettare nonostante tutto. Così  il teenager si trasforma in una creatura solitaria e introversa che cammina sul filo del rifiuto e della ribellione. Ben altri traumi, forse meno spaventosi di un incidente automobilistico, attraversano la vita ad ogni età. Specialmente quell’età. Famiglie frantumate, incomprensioni, vergogna, la difficoltà di relazionarsi con gli altri e con il mondo.

Sto per farti una chiamata notturna/ per dirti come mi sento./ Ti porto in macchina attraverso la  notte giù per le colline./ Sto per dirti qualcosa che non vuoi sentire./ Sto per mostrarti dov’è buttato, / ma non avere paura./ C’è qualcosa dentro di te/ che è difficile da spiegare./ C’è qualcosa dentro di te/ che è difficile da spiegare,/ ma tu sei sempre lo stesso…

Qualcuno, in casi limite, può vivere davvero come uno zombie, prigioniero di un’identità costruita sulle ‘cose’, su una meccanica dell’accumulo e della collezione che lo anestetizzano da sé stesso. «Io sono disposta a fare questa cosa, perché secondo me questo è il prezzo da pagare per tutte le cose che vogliamo noi». È l’ammissione – reale, purtroppo- di una tra queste creature morte a sé stesse, disposte anche a svendersi per ciò che è inconsistente. «Certo – diceva il papa ai giovani riuniti a Copacabana per la GMG - l’avere, il denaro, il potere possono dare un momento di ebbrezza, l’illusione di essere felici, ma, alla fine, sono essi che ci possiedono e ci spingono ad avere sempre di più, a non essere mai sazi. E finiamo “riempiti”, ma non nutriti».

La vicenda che ci racconta il Vangelo della messa vigiliare di Natale è immerso in un’atmosfera di sogno. Non si tratta di un incubo, ma Giuseppe non doveva sentirsi troppo bene. Meditava in cuor suo come respingere la giovane fidanzata e non rassegnarsi ad una vita da zombie. I suoi antenati Michelangelo li ha raffigurati sulle pareti della Cappella Sistina tutti mezzi addormentati, alcuni quasi annoiati, sprofondati in un’attesa secolare, altri eternati in pose decadenti. Chissà se Giuseppe si sentiva schiacciato da questa genealogia lunga mezza pagina, popolata di personaggi illustri e tipi meno esemplari.  Il suo sembra il dramma di un’esistenza non destinata a generare la vita, ma soltanto a subire quella altrui. Chiuso nella sua solitudine -seppure saldo nella giustizia- Giuseppe sperimenta la difficoltà di convivere con i propri fantasmi e il peso di prendere decisioni. I pensieri che turbano il suo sonno e rendono incerto il da farsi però, appartengono soltanto a lui. 


L’angelo, infatti, rivela a Giuseppe di guardare le cose da un’altra prospettiva. Da Dio arriva la notizia che si può superare il dramma di ‘non sapere come fare a’, del ‘non saper accettare che’, del ‘chiudersi in sé’. L’esistenza ha una svolta inaspettata che la libera dal passato e della difficoltà di leggere gli eventi: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù».
 Per Giuseppe è il momento in cui si diradano le nebbie ed è possibile aprirsi ad una maturità che realizza la vita e la propria vocazione. È una pienezza di vita e libertà a cui accenna anche il videoclip dei London Grammar, quando tra le nebbie appare una mandria di cavalli raccolti in un pascolo inquieto. Pur nella nebbia prendono il passo e si lanciano nella corsa, in aperto contrasto con l’algida rigidità dei personaggi umani e dei tre giovani rockers.



Gesù arriva nella storia per liberare la nostra vita dalle oscurità. Non c’è trauma o incidente che egli non possa raccogliere o sanare: «egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» …Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù.
Con Gesù tutto cambia, il nostro presente, ma anche il nostro passato che è ora inserito in un cammino di salvezza, in una storia attraversata - anche nelle sue tenebre - dalla promessa e della misericordia di Dio (14 generazioni da Abramo a Davide, 14 da Davide alla deportazione in Babilonia, altre 14 dopo la deportazione).
«Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia.» (Francesco, Evangelii Gaudium, 1).

Di un altro ‘chiamata notturna’ ci racconta proprio il Natale: non zombie, ma angeli gioiosi portano agli uomini messaggi inaspettati.