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sabato 20 dicembre 2014

Natale Inquieto | Quarta Domenica di Avvento 2014

Tutte le foto sono di 

Alfred Stieglitz (1864–1946)  
È facile incappare in situazioni imbarazzanti quando, sull’autobus o sulla metro, o soltanto camminando per strada, lo sguardo di chi stai osservando si incrocia con il tuo. La reazione immediata, fulminata con gli occhi, suona come un rimprovero e un limpido invito a farsi i fatti propri. Per fortuna esistono anche tipi più timidi che distolgono lo sguardo immediatamente, volgendosi distratti ad un punto indistinto per terra o in un angolo. Poi gli occhi si incrociano nuovamente, ma soltanto per controllare che l’altro abbia finalmente distolto l’attenzione. Altri, con la testa alta e l’espressione salda sul volto, sembrano non temere niente e nessuno o almeno vogliono farlo intendere. Altri ancora sono del tutto refrattari ad ogni contatto, persi tra sé, come gli alcolizzati di strada o certi senza fissa dimora che afferrano con un guizzo inatteso l’attenzione di chi passa per lanciare strali o messaggi confusi. Soltanto i bambini sanno rispondere senza problemi ad uno sguardo contemplativo: scrutano attenti e incuriositi e se poi riconoscono un sorriso con un sorriso rispondono, si rimpiattano dietro la spalla della mamma o del babbo per sbirciare subito dopo come in un gioco. 
I seminaristi, generalmente, sanno evitare certi sguardi. Ma a loro, oggi e da preti, capiterà di volgere lo sguardo in profondità sulle realtà degli uomini. Dal benestante al più misero, dal più giovane al più anziano, dal corrotto al redento. Misuravamo con G. questo dato di fatto, entrambi catapultati da contesti diversi e tutto sommato più omogenei, pensando, tra qualche scambio di battute, alla posizione singolare e del tutto trasversale del sacerdote nella società.
C’era un «mistero avvolto nel silenzio per secoli» che Dio ha rivelato. La maestosa chiusura della Lettera ai Romani proposta per quest’ultima domenica di Avvento lo attesta solennemente: il silenzio è stato rotto e la rivelazione è il Vangelo che annuncia Gesù Cristo. Ci sono, però, altri e numerosi, anzi, incalcolabili misteri avvolti nel silenzio per secoli. Sono misteri custoditi da Dio fin dall’eternità che trovano forma e vita negli uomini di ogni tempo. Misteri che soltanto Dio conosce pienamente, ma che suggerisce ai contemplativi, agli uomini di fede e lascia intravedere a quelli di buona volontà. Che poi non si tratti soltanto di una pia divagazione lo confermano i Vangeli, dove gli incontri e i dialoghi di Gesù sono quasi sempre avviati dal suo sguardo sugli uomini e sulle situazioni (‘e vedendo’, ‘vide’, ‘lo guardò’, ‘fissatolo’…). 
Papa Francesco, invita spesso a coltivare lo sguardo di chi ama e vede con gli occhi di Dio. È uno sguardo che avvia il discernimento pastorale ed è appello alla decisione: «la Chiesa ha bisogno di uno sguardo di vicinanza per contemplare, commuoversi e fermarsi davanti all’altro tutte le volte che sia necessario». La città, prosegue il papa nell’esortazione Evangelii Gaudium, è uno dei luoghi privilegiati in cui esercitare questo sguardo, perché la città è la cifra di un’umanità variegata e complessa, diversamente in attesa. «Abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze … Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata».

Anche questa quarta Domenica di Avvento si concentra su uno sguardo, o meglio, su uno scambio di sguardi: «Entrando da lei, disse: “Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te”. A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo».
Da uno sguardo inaspettato, sale un’inquietudine. Uno sguardo interrompe lo scorrere libero dei pensieri e le cose tutt’intorno acquistano una diversa prospettiva. Sale l’inquietudine e brancola attorno al richiamo suscitato da un altro. La vita spirituale è continuamente intrecciata di questi momenti. Scorriamo la Bibbia e d’un tratto il Signore getta un’occhiata inaspettata su di noi. Preghiamo o ci accostiamo a qualcuno: pensieri e parole inattese puntano inaspettatamente dritto su di noi. Monta l’inquietudine e dentro di noi scopriamo un mistero, quello della nostra vocazione. Vocazione che ci supera ed è la radice più profonda e più vera della nostra identità. Qualcosa del genere succede al re Davide nel racconto della prima Lettura di questa Domenica. I suo progetti, per quanto devoti, sono umanamente limitati, ma nascono anch’essi da un’inquietudine: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda». Eppure Dio supera i suoi proponimenti e li ribalta. Dio è più grande dell’uomo: sarà Lui a dare una casa a Davide, a compiere il mistero della sua identità la quale non si esaurisce - come per ognuno di noi – con la sua mera esistenza. « il Signore ti annuncia che farà a te una casa. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio».
Dio vede molto più in là: ci guarda con gli occhi dell’eterno. 

Rainer Maria Rilke, ripercorrendo il vangelo di questa Domenica, ha costruito sullo scambio di sguardi tra la Vergine e l’angelo una stupenda poesia. Eccola: 

Non perché un angelo entrò (sappilo questo),
si spaventò. Non più di altri quando
un raggio di sole o la luna a notte
va esplorando nella loro stanza
sobbalzano -, così non si stupì
per il sembiante in cui andava un angelo;
immaginava appena come agli angeli
quaggiù il soggiorno sia arduo. (O se sapessimo
come era pura. Non si è mai una cerva,
che giacendo nel bosco la adocchiasse,
perduta in lei, così da generare,
senza contatto col maschio, l’unicorno,
l’animale di luce, l’animale puro -).
Non perché entrò ma perché tanto vicino
accostò su di lei l’angelo un volto
di giovinetto; così che il suo sguardo e quello
che lei sollevò furono un battito
come se fuori tutto, a un tratto, fosse vuoto
e l’affanno di milioni, il guardare, l’andare,
tutto fosse penetrato in loro; solo lei e lui,
lo sguardo e chi è guardato, l’occhio e la sua delizia,
in nessun altro luogo se non qui-: vedi
è questo che sgomenta. E fu sgomento a entrambi.

Poi intonò l’angelo la sua melodia.
(Annunciazione di Maria, da Vita di Maria, 1912)

Da questo incanto contemplativo sono condotto alle parole di un inquieto brano musicale dalle singolare qualità contemplative. I Mutual Benefit, nome dietro al quale si cela un collettivo guidato dal texano Jordan Lee, ha descritto in musica l’incanto di uno sguardo in un brano dal titolo sibillino: Advanced Falconry (dall’album Love’s Crushing Diamond, 2013). Il testo, in realtà, sembrerebbe tradire, stando almeno alle simpatie di chi lo ha scritto, riferimenti alla contemplazione orientale. Le parole e la musica, però, le possiamo prendere così come sono, accompagnate oltretutto, da un interessante videoclip che ha strane affinità con una vanitas barocca, un’allusione cioè alla caducità della vita, ma anche al suo superamento. Il video, infatti, compone e scompone lentamente una foto di famiglia in un giardino autunnale, in un trascolorare di generazione in generazione, di identità in identità, di mistero in mistero.



And oh the way she moves
always on the run
and to look into her eyes
will make a fool of anyone
and she talks softly
sees through me
says something
I can't hear it
but I won't forget
the way she flies
oh to stare into the void
and see a friendly face
and find meaning in a word
in a moment of rare grace..
e..il modo in cui si muove
sempre in movimento
e guardare nei suoi occhi
manderebbe fuori di testa chiunque
parla delicatamente
vede attraverso me
dice qualcosa
che non riesco a percepire
ma non dimenticherò
il modo in cui si libra
oh…fissare nel vuoto
e scorgere un volto amico
e trovare il senso in una parola
in un raro momento di grazia..


È un «raro momento di grazia» anche, anzi, soprattutto quello in cui il Signore accompagna il suo sguardo ad una parola. Dio manifesta il suo sguardo sulla nostra vita …e poi? L’inquietudine resta sospesa tra lo stupore e l’attesa di ciò che accadrà. A cosa rimanda un simile accadimento? Nulla si perde nella mente di Dio. Il nostro mistero personale, «mistero avvolto nel silenzio per secoli» è oggi compreso in quello, ormai manifesto di Cristo. L’inquietudine dello sguardo inatteso può destare interrogativi pressanti sulla propria identità e sulla propria vocazione. Valga anche per noi, come augurio per l’Avvento e il nuovo anno, la risposta di Maria: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». 

sabato 30 novembre 2013

Segnalazioni Stonate 4.0 | Avvento 2013

«Avvento» non significa, ad esempio, attesa, come si potrebbe pensare, ma è la traduzione della parola greca «parusia», che significa «presenza» o, meglio ancora, «arrivo», cioè presenza iniziata … L’Avvento ci ricorderà perciò due cose diverse: anzitutto, che la presenza di Dio nel mondo è già incominciata, che egli è misteriosamente presente; in secondo luogo, che la sua presenza è appena iniziata, non è ancora completa: essa deve ancora crescere, divenire, maturare (J. Ratzinger, Dogma e Predicazione, BTC 19, Brescia 1974, pp. 303-304).
Mi servo così di un pensiero autorevole per giustificare la scelta di proporvi nelle quattro domeniche di Avvento una riflessione sui Vangeli della Solennità del Natale, a partire dalla messa Vigiliare, a quella della Notte, fino ai due proposti per la liturgia del Mattino. Un modo per vivere fin da subito il senso di questa ‘presenza’ che oggi incomincia nuovamente.


Dopo un incidente automobilistico con la sua Ferrari il giovane Kavinsky è costretto ad un’esistenza da zombie. Apparentemente nulla è cambiato se non che per lui il tempo si è irrimediabilmente fermato in quel punto di non ritorno. Dire come stanno le cose alla propria fidanzata diventa terribilmente complicato.
Questo, più o meno – secondo le stesse parole dell’autore, Vincent Belorgey- ciò che descrive il brano Nightcall, uscito in un EP omonimo nel 2010, ma che ripropongo qui nella recente versione dei London Grammar. Il terzetto inglese sembra destinato ad accalappiare l’interesse degli adolescenti più inquieti, se non altro per il titolo del singolo con cui hanno fatto breccia “Wasting my young years” (dall’album If You Wait, 2013), che racconta con pathos leggiadro le vicissitudini di una relazione in crisi.


La “chiamata notturna” ‘coverizzata’ da questi giovanissimi è accompagnata da un video molto suggestivo. Una melodia straniante, sottolineata meravigliosamente dalla voce della statuaria interprete è immersa in uno scenario di nebbia e tenebre, vuoto interiore e isolamento. Un’immagine perfetta per descrivere lo stato d’animo che attanaglia certa adolescenza, quando non è raro sentirsi come uno zombie, prigioniero di un’identità (e di un corpo) da accettare nonostante tutto. Così  il teenager si trasforma in una creatura solitaria e introversa che cammina sul filo del rifiuto e della ribellione. Ben altri traumi, forse meno spaventosi di un incidente automobilistico, attraversano la vita ad ogni età. Specialmente quell’età. Famiglie frantumate, incomprensioni, vergogna, la difficoltà di relazionarsi con gli altri e con il mondo.

Sto per farti una chiamata notturna/ per dirti come mi sento./ Ti porto in macchina attraverso la  notte giù per le colline./ Sto per dirti qualcosa che non vuoi sentire./ Sto per mostrarti dov’è buttato, / ma non avere paura./ C’è qualcosa dentro di te/ che è difficile da spiegare./ C’è qualcosa dentro di te/ che è difficile da spiegare,/ ma tu sei sempre lo stesso…

Qualcuno, in casi limite, può vivere davvero come uno zombie, prigioniero di un’identità costruita sulle ‘cose’, su una meccanica dell’accumulo e della collezione che lo anestetizzano da sé stesso. «Io sono disposta a fare questa cosa, perché secondo me questo è il prezzo da pagare per tutte le cose che vogliamo noi». È l’ammissione – reale, purtroppo- di una tra queste creature morte a sé stesse, disposte anche a svendersi per ciò che è inconsistente. «Certo – diceva il papa ai giovani riuniti a Copacabana per la GMG - l’avere, il denaro, il potere possono dare un momento di ebbrezza, l’illusione di essere felici, ma, alla fine, sono essi che ci possiedono e ci spingono ad avere sempre di più, a non essere mai sazi. E finiamo “riempiti”, ma non nutriti».

La vicenda che ci racconta il Vangelo della messa vigiliare di Natale è immerso in un’atmosfera di sogno. Non si tratta di un incubo, ma Giuseppe non doveva sentirsi troppo bene. Meditava in cuor suo come respingere la giovane fidanzata e non rassegnarsi ad una vita da zombie. I suoi antenati Michelangelo li ha raffigurati sulle pareti della Cappella Sistina tutti mezzi addormentati, alcuni quasi annoiati, sprofondati in un’attesa secolare, altri eternati in pose decadenti. Chissà se Giuseppe si sentiva schiacciato da questa genealogia lunga mezza pagina, popolata di personaggi illustri e tipi meno esemplari.  Il suo sembra il dramma di un’esistenza non destinata a generare la vita, ma soltanto a subire quella altrui. Chiuso nella sua solitudine -seppure saldo nella giustizia- Giuseppe sperimenta la difficoltà di convivere con i propri fantasmi e il peso di prendere decisioni. I pensieri che turbano il suo sonno e rendono incerto il da farsi però, appartengono soltanto a lui. 


L’angelo, infatti, rivela a Giuseppe di guardare le cose da un’altra prospettiva. Da Dio arriva la notizia che si può superare il dramma di ‘non sapere come fare a’, del ‘non saper accettare che’, del ‘chiudersi in sé’. L’esistenza ha una svolta inaspettata che la libera dal passato e della difficoltà di leggere gli eventi: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù».
 Per Giuseppe è il momento in cui si diradano le nebbie ed è possibile aprirsi ad una maturità che realizza la vita e la propria vocazione. È una pienezza di vita e libertà a cui accenna anche il videoclip dei London Grammar, quando tra le nebbie appare una mandria di cavalli raccolti in un pascolo inquieto. Pur nella nebbia prendono il passo e si lanciano nella corsa, in aperto contrasto con l’algida rigidità dei personaggi umani e dei tre giovani rockers.



Gesù arriva nella storia per liberare la nostra vita dalle oscurità. Non c’è trauma o incidente che egli non possa raccogliere o sanare: «egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» …Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù.
Con Gesù tutto cambia, il nostro presente, ma anche il nostro passato che è ora inserito in un cammino di salvezza, in una storia attraversata - anche nelle sue tenebre - dalla promessa e della misericordia di Dio (14 generazioni da Abramo a Davide, 14 da Davide alla deportazione in Babilonia, altre 14 dopo la deportazione).
«Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia.» (Francesco, Evangelii Gaudium, 1).

Di un altro ‘chiamata notturna’ ci racconta proprio il Natale: non zombie, ma angeli gioiosi portano agli uomini messaggi inaspettati.