sabato 29 novembre 2014

Natale Inquieto - Prima Domenica di Avvento 2014


Perché alla gente piacciono le stelle?
Una ventina d’anni fa - nel finale di un disco imperdibile - se lo domandava anche un’inquieta cantautrice a stelle e strisce. Ma sarà poi così vero? Per le strade incrocio teste basse e dita che corrono frenetiche su piccole luci molto terrestri. La notte, accecata perfino nei piani più alti dalle luci e dalle distrazioni della vita urbana, segue un ritmo differente da quello del firmamento. 
Quando il cielo è nitido, alzando lo sguardo dai vicini dietro le finestre o dalle persiane socchiuse alle stelle abbassate sull’orizzonte, sono rimandato alla visione aperta, distesa, liberante, della volta celeste. Forse – mi dico – in qualche angolo della città, in più sperdute frazioni di questo paese…anzi, ancora più là, oltrepassati monti e deserti, ancora più là dell’Asia dove scorrazzava il pastore errante, altri occhi puntano il cielo senza saper cosa dire, spersi sotto le stelle, ma sollevati per un attimo dal ritmo del mondo quaggiù. Sotto la silenziosa maestà delle stelle, perlustrando la porzione di globo nelle tenebre, non troverei soltanto coppie di innamorati, ma pure disperati in mezzo al mare e inermi assediati da sanguinari mozzatori di teste, oppure vittime di sistemi corrotti e violenti. Assai più vicino, a poco meno di cinquanta metri, sono sicuro, d’altra parte, di trovare uomini e donne di cui conosco il nome con la schiena su uno scalino, rimbacuccati tra infiniti sacchetti a contendersi lo spazio con i topi.

Perché alla gente piacciono le stelle?
“Sono lontane, ma a guardarle si sta al sicuro”, recitava la canzone di cui sopra. Sotto le stelle si vive una certa inquietudine. Lassù c’è una realtà misteriosa e infinita che ci supera nello spazio e nel tempo. Quaggiù, invece, piccole cose finite che tanto fanno penare o gioire.

Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l'uomo perché te ne ricordi e il figlio dell'uomo perché te ne curi?” (Salmo 8,4-5) Il salmista non sfuggiva agli stessi interrogativi, perché da sempre gli uomini hanno desiderato tenere insieme il cielo e la terra. Anche per questo attorno alla notte è fiorita una sconfinata ed inquieta letteratura.

La notte domina il Vangelo di questa prima domenica d’Avvento ed è una notte inquieta. Il padrone se n’è andato senza lasciar detta l’ora del ritorno, ma affidando i compiti ai suoi servi. “Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati” (Mc 13,35-36).
Una lettura breve che suona quasi minacciosa e lascia nell’inquietudine di un ritorno promesso ma inaspettato.

Benvenuto Matteucci, prete pistoiese poi arcivescovo di Pisa, ma anche appassionato cultore di letteratura, ha scritto un bel saggio sull’inquietudine (Introduzione a F. Castelli, Letteratura dell’inquietudine, Milano 1964). Qui parlava di “una inquietudine originale nativa e ontologica … propria dell’uomo, di ogni uomo, anima immortale, circoscritta nei limiti corruttibili dello spazio e del tempo”.

Chi guarda il cielo avverte meglio questi "limiti corruttibili". Sotto le stelle, infatti, chi veglia può interrogare il Cielo con più facilità. Non sarà un caso se Gesù la notte saliva sul monte a pregare. Forse con le stelle davanti agli occhi era più semplice parlare con il Padre. 
Gli uomini hanno creduto di rintracciare nelle stelle i segreti della storia di questo e dell’altro mondo e attraverso di esse hanno pensato ai loro morti. Nella Via Lattea, ad esempio, trovavano nuova vita gli uomini virtuosi e da lassù, racconta Cicerone nel cosiddetto “Sogno di Scipione” : “tutto pareva magnifico e meraviglioso. C'erano, tra l'altro, stelle che non vediamo mai dalle nostre regioni terrene; inoltre, le dimensioni di tutti i corpi celesti erano maggiori di quanto avessimo mai creduto ... I volumi delle stelle, poi, superavano nettamente le dimensioni della terra. Anzi, a dire il vero, perfino la terra mi sembrò così piccola, che provai vergogna del nostro dominio, con il quale occupiamo, per così dire, solo un punto del globo” (III, 16). Nel cielo, poi, i cristiani collocarono i santi, cercando di cucire definitivamente il finito e l’eterno. Ma di fronte al cielo anche il cristiano resta sulla soglia.

Meglio che altrove, però, il Signore sussurra attraverso le stelle. Gregorio Magno, ad esempio, parlava di celesti sussurri: “il divino sussurro giunge a noi attraverso tante vene quante sono le opere create che la divinità stessa presiede. Quando contempliamo l’opera creata ci eleviamo ad ammirare il creatore…poiché non possiamo avere di lui una conoscenza adeguata, non sentiamo la sua voce, ma appena un sussurro. E siccome non siamo in grado di conoscere a fondo neppure le stesse cose create, giustamente si dice: Quasi furtivamente il mio orecchio percepì le vene del sussurro” (Commento morale a Giobbe, parte prima, V, 52).

Il sussurro però non ci appaga e la distanza che separa il tempo e l'eterno, la mutevolezza e la Verità immutabile, talvolta trasforma l'inquietudine in angoscia: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” 
Il profeta Isaia (63,19), nella seconda lettura di questa Domenica, ci leva di bocca il grido che agita i nostri momenti difficili. 
Per Raymond Raposa, folk singer dell’Oregon attorno a cui ruota una band polimorfa chiamata Castanets, questa inquietudine è trasfigurata in un asciutto brano di poesia-canzone (The smallest bones, dall'Album "Cathedral", 2006). Il pezzo è accompagnata da video suggestivo e paradossale, compreso tra il cielo e il linguaggio dei muti.

My God
It’s an eternity
Waiting for thee

There’s a cancer
In the smallest bones
In the smallest breeze

And the houses
Have not grown their wings
We’ve no sleep
Among those stars

And our streets flow
Downward from those hills
They don’t get very far

And my Lord
It’s an eternity
Waiting for thee

And my Lord
It’s an eternity
Waiting for thee

Mio Dio
È un’eternità
Aspettarti

C’è un cancro
Nelle ossa più piccole
Nelle brezze più leggere

E alle case
Non sono cresciute le ali
Non abbiamo sonno
Tra queste stelle

E le nostre strade scendono
Giù da queste colline
Ma non vanno troppo lontano

E mio Signore
È un’eternità
Aspettarti

E mio Signore
È un’eternità
aspettarti


Quaggiù, in effetti, le cose non vanno troppo bene, a tal punto che, come chiosa il profeta: "tutti siamo avvizziti come foglie" (Isaia 64,3). Eppure - scriveva ancora Matteucci – “si vede meglio la struttura della foglia quando è secca, e non rimane che l’intreccio delle nervature.
L’inquietudine ci fa comprendere quel che siamo, sentire quel che possiamo o non possiamo essere, che la felicità è connessa al lavoro irriducibile di questa nostra faticosa esistenza, e che un mattino dobbiamo partire per ritrovarci, analogia e numeri dispersi, nella Realtà. E’ la confessione di Agostino: Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te".


Chissà cosa pensa Dio dall’alto del Cielo. Da poco più su della terra le cose acquistano tutt’altra prospettiva. Dalla stratosfera gustano già d’eterno e di una pace che supera le incongruenze di ogni giorno. 
Forse anche Dio è inquieto. Inquieto di un amore - torno di nuovo a Matteucci - che è “estrema indulgenza e estrema indigenza .. per l’inquietudine Dio, per così dire, si traveste e scende in quel territorio occupato dal Nemico che è tanto spesso il nostro cuore”.  

Agli uomini inquieti sotto il cielo stellato resta il desiderio di colmare una sete d’infinito sempre pronta a riaffiorare, di scoprire ciò che lega il cielo e la terra, l’umano e il divino, il tempo e l’eterno. L’attesa vigilante non resterà frustrata. Non è un caso, dopotutto, che l’intera Bibbia si chiuda con la luce di una stella: “Io Gesù … sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino” (Ap. 22,16).

Buon Avvento, dunque, e buon Avvento inquieto.

giovedì 2 ottobre 2014

La 'solitudine' di chi non è solo

per Luca e Emanuele

«Quanto ti manca?»
Il seminarista se lo sente ripetere e se lo ripete spesso. Quantificare la distanza dall’ordinazione è un esercizio quasi quotidiano. Il countdown è sempre sotto gli occhi e rifrulla nella mente, anche in quella del più devoto o bizzarro candidato al sacerdozio. Durante la messa, in seminario o in collegio, già prefigura atteggiamenti, parole, accessori che farà suoi o che rifiuterà. Un meccanismo spesso irriflesso e in buona fede che interviene sempre più man mano che l’ora fatale si avvicina. Quasi al punto da far dimenticare l’unica ora davvero importante: quella della santificazione. E l’ora della santificazione è oggi! 

Il rischio di posticipare l’impegno per la santità, di rimandare la consapevolezza dell’integralità di una scelta al futuro più o meno prossimo può provocare indesiderati effetti collaterali. Primariamente c’è il rischio di sfibrare la grazia dei giorni donati, quel tempo di grazia irripetibile in cui si articolano le nostre giornate, e di farlo cadere nell’indistinto di una attesa inquieta. Dopotutto è un atteggiamento molto umano, ma proprio per questo il frutto della mentalità mondana che rimanda l’azione alla funzione e non alla dinamica del discepolo. Dio chiama oggi. Poi, con la pienezza della consacrazione, abiliterà e indicherà altri uffici. Dio chiama oggi, e il domani è soltanto nelle sue mani. Ad una mamma occorrono circa nove mesi per arrivare al parto. Ad un seminarista circa 6 anni, senza contare i tardivi e i prematuri. Ma che guaio se una donna non si ricordasse di essere già mamma mentre affronta la gestazione! Gesù, con la sua Parola, scuote i dinamismi che ci distraggono dall’essenziale e ci introduce in una nuova parentela. Con Lui siamo condotti in una forma di rapporti che scaturisce dall’oggi. «Donna, ecco tuo figlio!» Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!» (Gv 19,26-27).


 «Ecco»: nella Bibbia ritorna spesso questa parolina, specialmente nei libri dell’antico testamento, dove è pietra d’inciampo della traduzione dall’ebraico (hinnē), che indica il qui e ora della presenza e dell’accadere. Gesù ci introduce in una nuova serie di legami. Ci sono quelli verticali, come la figliolanza divina a cui ci apre il Battesimo e la comunione sospesa tra cielo e terra che è propria dei santi. Quelli orizzontali, che dicono la parentela, l’amicizia, la comunione della sequela, passano attraverso l’obbedienza sofferta e sofferente. «Donna, ecco tuo figlio!». Sotto la croce si rivela una nuova maternità che nasce dalle lacrime, ma una maternità ancora più ampia, totalmente inedita. «Ecco tua madre!»: una nuova figliolanza che supera l’amicizia nella relazione della carne. L’uomo in quanto nuova persona è trasformato, reso diversamente fecondo. 

Le ordinazioni diaconali che scandiscono gli appuntamenti dei seminaristi e il ritrovarsi degli amici fanno ripensare anche a questo. Durante la celebrazione l’amico, ormai novello diacono, è balzato in pochi minuti al fianco del vescovo. Come diacono, infatti, il ‘chiamato’ è introdotto in una nuova relazione : quella di figliolanza con il vescovo, di servizio d’amore a Lui nella Chiesa. Il diacono (specialmente se destinato al sacerdozio) è un uomo nuovo. Tra addetti ai lavori si parla di ‘salto ontologico’, di ‘sigillo’, di ‘carattere indelebile’, ma forse si può dire altrettanto bene che con l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria il diacono è introdotto in un diverso stato di vita: è della famiglia ma non più solo della famiglia. E’ degli amici, ma non più solo degli amici. E’ dei fratelli, ma non più solo dei fratelli. E’ se stesso, ma non più come solo a sé stesso. La sua posizione all’altare, accanto al vescovo, segnala visibilmente una nuova appartenenza: quella allo stato clericale. Inserito in questo nuovo stato, anche l’amicizia si trasforma, cresce, si amplifica in Cristo. 



In questo processo di spossessamento e ridefinizione il seminarista, poi diacono e quindi prete -a Dio e vescovo piacendo- entra paradossalmente anche nella dimensione della solitudine. Una solitudine sui generis. Una solitudine che è croce quotidiana, dovuta ad una scelta volontaria, alla sequela di Gesù. Solitudine che il mondo non capisce e neppure si lascia incasellare nelle categorie degli uomini, neppure in quella degli uomini soli che cantavano i Pooh.

Durante l’estate, in viaggio, al campo estivo, o in esperienze di servizio, l’esperienza comunitaria trova nuove forme, momenti comuni di particolare intensità. Il seminarista si lascia alle spalle la fatica della vita comune e cade nell’eccitazione di una nuova e diversa compagnia. Esperienze stupende, ma che chiedono di essere lette alla luce di Dio. E difatti, al ritorno, nei percorsi e nei luoghi consueti, l’esaltazione rischia di trascolorare presto nella fatica della solitudine. In queste montagne russe di eccitazione e desolazione occorre distinguere bene lo psichico dallo spirituale. Ne ha parlato con acuta e drammatica chiarezza (siamo nel 1938) Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano ucciso in un campo di concentramento per la sua opposizione al regime nazista. «Nulla è più facile che risvegliare l’ebbrezza della comunione in pochi giorni di vita comunitaria, e nulla è più fatale per una vita comunitaria sana, sobria e fraterna nel lavoro quotidiano. Non ci sono molti cristiani a cui Dio non conceda, almeno una volta nella loro vita, la esperienza inebriante di una vera comunione cristiana. Ma una simile esperienza in questo mondo non rimane altro che un sovrappiù, una grazia concessa oltre al pane quotidiano di una vita comunitaria cristiana» (La Vita Comune, Queriniana, Brescia 1969, pp. 68-69).

Lanciano, miracolo eucaristico

Ed ecco, appunto, che il seminarista-diacono-prete sperimenta davvero e pesantemente questa solitudine. Vorrebbe confidare agli amici di prima movimenti interiori e la modellazione continua dello Spirito, ma il mondo attorno sembra muoversi a differente velocità, sintonizzato su altre frequenze. Ritroverà il passo, la sintonia di un tempo? Il servizio, l’ascolto, l’amore, individueranno poco a poco inediti e più profondi canali, anche se meno immediati e più impegnativi. Oggi, forse, può cogliere intuitivamente la novità proposta dal Signore. Davanti al tabernacolo è più facile farlo. Il Signore è sempre lì, pazientemente in attesa e in ascolto. La solitudine è superata dalla Presenza a cui si apre la vita del discepolo. Presenza che dovrebbe sopraffare la nostra stessa realtà, e invece si mantiene piccola e nascosta nella comunione della carne e del sangue. Presenza continua, anche se oscura, ma indisponibile a schematizzazione e a pianificazioni temporali che sono prodotti mondani e, alla fine, molto personali.

Gesù custodisce la nostra solitudine e la comunione con gli altri. «Un cristiano – scrive ancora Bonhoeffer- ha bisogno dell’altro per Gesù Cristo. Un cristiano incontra l’altro solo per mezzo di Gesù Cristo. In Gesù Cristo siamo eletti fin dall’eternità, accolti nel tempo e uniti per l’eternità»(Ibidem, p.46). Senza Cristo non possiamo incontrare gli altri: «la via è bloccata dal nostro stesso io. Cristo ha aperta la via a Dio e al fratello. Ora i cristiani possono amarsi e servirsi gli uni gli altri, possono divenire uno. Ma anche ora lo possono solo tramite Gesù Cristo» (Ibidem, p. 49).  


Il seminarista che avanza sulla strada della formazione non si è scelto la compagnia e si trova inserito in una comunità le cui regole, a pensarci bene, risultano almeno illogiche per il mondo. In questa curiosa combriccola, dalla mattina alla sera, attraverso la preghiera, lo studio, le chiacchiere e i servizi comunitari,oscilla tra la solitudine e la vita comune. Eppure, puntualizza Bonhoeffer: «Chi desidera comunione senza solitudine, precipita nella vanità delle parole e dei sentimenti; chi cerca la solitudine senza la comunità, perisce nell’abisso della vanità, dell’infatuazione di se stesso, della disperazione. Chi non sa restare solo tema la comunità. Chi non è inserito nella comunità tema la solitudine. La giornata comune del gruppo comunitario è accompagnata dalla giornata solitaria di ogni membro» (Ibidem, p. 121). L’equilibrio ottimale di una comunità spirituale è un obiettivo impegnativo, ma anche un dono di grazia. La Parola e la presenza eucaristica ci rimettono continuamente in carreggiata e preparano alla navigazione adulta e personale del diacono e del prete fuori dal seminario/collegio.

Santuario di S. Gabriele dell'Addolorata
Urna con il corpo di San Gabriele

Anche la solitudine dell’eremita o del monaco non si configurano come le immaginerebbe il mondo. Il cammino verso la santità apre la solitudine alla fecondità dell’amore. Santi vissuti nel nascondimento o nella solitudine hanno attratto, più di ogni propaganda o pubblicità, generazioni di uomini e donne. Ai piedi del Gran Sasso, ad esempio, sperduto tra i pascoli e le balze, seguendo la regola di Paolo della Croce, San Gabriele dell’Addolorata ha percorso un’esistenza «conforme a quella degli apostoli » in un «profondo spirito di preghiera, di penitenza e di solitudine per conseguire una più intima unione con Dio ed essere testimoni del Suo amore» (Costituzioni della Congregazione della Passione di Gesù Cristo, Cap. 1, 1). Accantonata una brillante vita mondana, l’esistenza di Gabriele è trascorsa rapidamente tra la formazione e la preghiera, senza episodi di particolare risalto. Un’esistenza apparentemente poco fruttuosa e nascosta, troncata presto dalla malattia. Poi anni di silenzio fino a quando, attorno alla sua tomba, si moltiplicano i miracoli. «Dio – scriveva San Gabriele - non guarda il quanto ma il come; la nostra perfezione non consiste nel fare le cose straordinarie ma nel fare bene le ordinarie». Una piccola via che può quasi irritare tanto è dimessa e remissiva. Ma forse chi attraversa la solitudine e l’oscurità con questa piccola consapevolezza, ha imparato l’umiltà dell’obbedienza e superato la tentazione della diserzione.

«Non si può negare- scriveva Benvenuto Matteucci, pistoiese ( o ancora meglio carmignanese) trapiantato arcivescovo a Pisa tra il 1971 ed il 1986- che la solitudine rappresenta per un prete una croce quotidiana, dovuta ad una scelta volontaria, alla sequela di Gesù». Una solitudine agitata dall’inquietudine. «Vi è in noi – prosegue Matteucci - una triplice inquietudine: storica, soprannaturale, patologica. Il Signore ci ha fatto per sé ed è inquieto il nostro cuore finché si riposi in Dio (inquietudine storica, agostiniana). Nulla o ben poco si è fatto, quando tanto resta da fare: “Inquietatevi di non inquietarvi” : scriveva Newman (inquietudine soprannaturale). E infine l’inquietudine di chi si gratta la piaga, senza tener conto della realtà della vita e di una risoluzione spirituale (inquietudine patologica). L’inquietudine, che nasce dall’esser soli, dal sentirsi soli, si risolve non solo nel lavoro, nell’applicazione pastorale, con la fraternità e l’amicizia pastorale, con la fraternità e l’amicizia sacerdotale; ma soprattutto all’interno con la preghiera e i mezzi sacramentali» (B. Matteucci, Fraternità Sacerdotale, Pacini Editore, Pisa 1983, p. 431).
«
Non siamo soli – chiosava Matteucci - quando abbiamo Dio con noi e possiamo aprirci a Lui. Conosciamo la noia solo quando si è privati di Dio … La solitudine conduce sempre l’uomo al male quando la sofferenza che l’accompagna non diventi sacramento e presenza del Cristo» (Ibidem, p. 234).

mercoledì 6 agosto 2014

Una comunità in cammino

Il seminario è in viaggio. L’estate riannoda sei percorsi di formazione nel ‘noveposti’ parrocchiale. Rettore al volante si macinano chilometri lasciando alle spalle bombe d'acqua, esami e gossip estivi della sede vacante. Poco più di una settimana in cui si intrecciano, col senno di poi, i quattro pilastri della formazione al presbiterato così come ce li ha consegnato il santo Giovanni Paolo II:  formazione umana, spirituale, pastorale e intellettuale.

Lagrasse, ottocento km più tardi, è la mèta semideserta dove si chiudono i fasti repubblicani del 14 luglio. Lungo il fiume, attorno un’antica abbazia carolingia, è nato e sopravvive un villaggio contadino. 
Chi arriva in seminario avverte uno straniamento simile. Dopo le animate peripezie vocazionali ci si trova catapultati in un luogo separato, ai margini (apparentemente) della città, lontano dai ritmi e i riferimenti di ogni giorno, con gli orecchi che ancora fischiano per il rumore.


Così ad occidente, non troppo lontani dalla Spagna, la sera è più lunga. Su una riva il cimitero e l'abbazia, sull'altra il paese e la strada. Sul ponte, non troppo fuor di metafora, sta in posa tutto il seminario.



Attorno regna il silenzio. Chiacchiere, prediche, incontri, catechesi, rompono il silenzio dei preti fin dagli anni del seminario. Eppure la campagna quieta e ordinata di questo sperduto ma familiare mondo contadino azzittisce, dispone le orecchie e la memoria a inattesi richiami. C’è la natura e dentro, quasi apposta per inquadrarla in panorami suggestivi e ordinati, sei giovani più o meno giovani capitati ‘per caso’ nella strana avventura del seminario.


E più in là? Sull’asfalto liscio di fresco, pronto per lo sciame ciclistico del tour de France, è segnata la strada verso l’ignoto dove tendono tutte le cose. La strada è tracciata per il cammino.
A papa Francesco piace la metafora del cammino. Dalla prima omelia ai cardinali quale pontefice neoeletto, fino al recente viaggio a Caserta, torna con frequenza il tema del cammino: «io non capisco un cristiano fermo! Un cristiano che non cammina, io non lo capisco! Il cristiano deve camminare ... Ci sono cristiani che confondono il camminare col “girare”. Non sono “camminanti”, sono erranti e girano qua e là nella vita. Sono nel labirinto, e lì vagano, vagano... Siamo sicuri soltanto quando camminiamo alla presenza del Signore Gesù. Lui ci illumina, Lui ci dà il suo Spirito per camminare bene».


Anche il seminario, lo dice la Pastores dabo vobis (d’ora in poi PDV), che rifrulla nella testa qui ed anche più avanti, è «una comunità educativa in cammino».
Strana avventura quella del seminario: quando ci sembra di star fermi il Signore ci sorprende, ci stimola, ridona freschezza e motivazione. Tra distrazioni e stanchezza, chi vive il seminario e impara ad affidarsi scopre inevitabilmente che il Signore sorprende sempre.


«Bienvenue dans le pays cathares!» A Carcassonne, è custodito nell’incanto turistico del revival medievale il ricordo dei catari e delle sanguinose crociate che li spazzarono via. Eresia, o meglio, religione ‘cristiana’ decisamente alternativa, summa dei dualismi e delle gnosi antiche che sopravvisse fino almeno al Trecento tra Linguadoca e Provenza. 
Le deformazioni del cristianesimo hanno origini spesso comuni: la Parola non è colta nella sua profondità o interezza, la Bibbia è scomposta, rotta è l’unità tra il vecchio ed il nuovo testamento, la vicenda di Cristo travisata in senso troppo umano o troppo spirituale. Ai testi canonici se ne aggiungono altri, in cerca di chiavi di lettura diverse e semplificatrici. Questi travisamenti non sono lontani nel tempo, ma si riaffacciano anche oggi sotto travestimenti alla moda. La formazione teologica ci mette in guardia e ci consegna la saggezza della tradizione che da sempre si è confrontata con le domande ricorrenti dell’uomo.


Unde malum? Da dove il male? Dalla mela dell’eden il peccato è entrato nel mondo. Anche ai catari apparteneva il racconto di Genesi, ma la creazione in cui sgambettavano i progenitori era prodotto bacato di Satana, l’angelo ribelle che nel caos compreso tra le acque di sopra e quelle di sotto (così racconta la Cena segreta o Interrogatorio di Giovanni, uno dei pochi testi catari superstiti) confezionò il mondo degli uomini, costringendo nei corpi tratti dal fango le anime delle altre creature celesti caduti.

In questa genesi rovesciata l’antico non dialoga con il nuovo, la Scrittura è spezzata e scissa come il mondo. Il peccato di Adamo è una colpa carnale, dove maschile e femminile sono segno ulteriore di divisione perversa, origine di un desiderio che vive in un mondo organizzato dal maligno.

Nelle vetrate della Cattedrale c’è la risposta cattolica. L’albero della vita di Bonaventura, ricuce gli strappi tra il creato e il divino, l’antico e il nuovo, la carne dell’uomo e la vita divina. La storia, con il suo carico di peccato è ricondotta a Dio, in un disegno di misericordia che non cessa di preannunciare, promettere e prefigurare la venuta del Figlio «così da elevare le nostre intelligenze alla fede e infiammare gli affetti con vive aspirazioni nel corso dei millenni» (Lignum Vitae, fructus I, 2).  



La scala che porta alla salvezza è per i catari la vita di ascesi, un’esistenza rinnovata dal consolamentum, un battesimo ottenuto con l’imposizione delle mani e l’invocazione dello Spirito, dopo il quale la vita si impronta all’astensione dalla carne, nel letto e nel piatto, in una vita onesta e lavoratrice, da boni homines o boni christiani, come si chiamavano tra loro. Pena la discesa nei gradini inferiori, in un ciclo di reincarnazione nelle creature inferiori che rimandava il ritorno al cielo. 

C’è ascesi anche nel seminario: disciplina che non basta a sé stessa, ma rimanda, nei tempi di preghiera, nel distacco più o meno evidente e forzato dalle cose del mondo, al primato di Dio. Ma il seminario è soprattutto una scuola di unità. Il seminario ricuce pezzi sconnessi della nostra esistenza, ricompone fratture interiori, avvicina cielo e terra. È il cammino di unità che fa rima con comunità, ma che comprende l'unità col papa e il vescovo, col presbiterio e in definitiva tutta la Chiesa. Unità che tocca soprattutto la propria vita interiore, che discende dall’esigenza di «vivere intimamente uniti » a Gesù Cristo, e con Lui, principio e termine unificatore, insieme a tutte le cose.



Carcassonne, caduta al tempo dei catari si è poi trasformata in castello fiabesco, fortezza Graziani per nemici remoti. Il tempo, che ne aveva scalfito bastioni e merlature, ha ceduto all’assedio di Eugène Viollet Le-Duc (1814-1879), l’architetto che ha rilanciato la passione per il gotico in Francia, trasportando le sanguinose crociate dei catari nel mito romantico di un tempo cavalleresco e patriota, il tempo che ha lasciato spazio ai vagheggiamenti misterici di sapienze eretiche e/o templari che non hanno nulla di saggio (Rennes-le-Château non è lontano) e a passeggiate turistiche che hanno tutto di commerciale. 




Dalla Linguadoca alla Provenza, nell’antica città di Arles c’è invece il ricordo della più nobile tradizione cattolica. La città di concili, sinodi e padri della Chiesa. Nella Cattedrale si riannoda il filo coll'antico: un sarcofago è diventato un altare. E sulla cassa si riconosce ancora una brulicante raffigurazione dell’attraversamento del Mar Rosso. È il passaggio pasquale tra la morte e la vita, la schiavitù e la libertà, il peccato e la salvezza.

Anche nelle chiese francesi c’è un prima e un dopo, l’evidenza di un passaggio drammatico che assomiglia piuttosto ad un diluvio: è lo spartiacque della rivoluzione. Un naufragio da cui la chiesa è uscita cambiata e le stesse città amputate di chiese, conventi, tabernacoli, croci stradali. 




La Provenza è piena di luce. Così ad Arles, dove c’è aria di sud, e una luce mediterranea che taglia i vicoli e spiove sui muri invecchiati. Ma piuttosto che alla luce della ragione laica questa luce meridiana mette a nudo, senza pietà, le magagne del tempo e la solitudine dei vicoli e delle piazze.

Anche il seminarista e il prete, insidiati dal demone meridiano, sperimentano nella solitudine, quando il seminario chiude i battenti o il prete si ritira nella propria stanzetta,  le miserie del mondo e un senso di trapasso inesorabile che avvelena le cose.



Che cosa anima la vocazione? Nel disagio meridiano il seminarista torna a chiederselo e riannoda i fili della sua vocazione, i segni di quell’amicizia con Gesù che si è irrobustita fino a divenire un insostituibile legame d’amore. «Senza di te che cosa sarei stato? Senza di te che cosa non sarei?». Così recitava Novalis nei suoi Canti Spirituali, ma la domanda resta decisiva per ogni ‘chiamato’. Che cosa sarei se non avessi Lui? Forse una presenza inerte fuori tempo massimo, come i pensionati che si danno appuntamento nella corte del vecchio monastero.




Papa Benedetto ci ha insistito tanto: la vita del cristiano si misura dalla gioia. Anche adesso, che da emerito attempato conduce vita ritirata e passeggia con il deambulatore, il suo volto irradia pace e gioia interiore e non ha i tratti lamentosi o intristiti del vecchio pensionato borghese. Chi cammina con il Signore intravede nella vita, tra le finestre, dietro l'angolo, lungo la strada, giusto accanto o appena sopra di sé, i segni della grazia ed i tratti della festa.


La festa più bella, infatti, scaturisce dall’incontro con Dio, dall’esperienza di Lui, nella preghiera, nel servizio, nello stare insieme, nella pace liberatrice della confessione.

Da preti, tra non molto tempo, entreremo anche noi nell’intimità della gente, nel luogo nascosto dove germoglia questa gioia divina. Uomini e donne che neppure conosciamo apriranno il loro cuore consegnando al Signore, per tramite nostro, miserie e desideri. Che diremo a questa gente? Come la accompagneremo a Gesù misericordioso?



Non c’è nulla di più dolce che tuffarsi nella corrente divina. Inviteremo uomini, donne, anziani e bambini a seguire l’onda d’amore che conduce fino al mare celeste - un’onda larga e potente come quella Rodano, dove Van Gogh immortalava lunatici capolavori. Forse diremo qualcosa del genere, magari con meno poesia e più discrezione.



Per strada c’è una Madonna senza volto, una ‘Signora del pianto’ nascosta in un gemito senza voce. Di fronte a questo pianto dirotto e dimenticato nasce stupore.
Mentre gironzoliamo distratti in cerca della cena, il Signore non cessa di cercarci per donare se stesso. Il dramma dell’amore non amato è continuamente presente, perfino nelle nostre parrocchie e negli stessi seminari.
Dio non è amato e di qui scaturisce la carità che caratterizza una vocazione speciale e che assume i tratti della ‘carità pastorale’. «Il principio interiore, la virtù che anima e guida la vita spirituale del presbitero in quanto configurato a Cristo Capo e Pastore è la carità pastorale, partecipazione della stessa carità pastorale di Gesù Cristo: dono gratuito dello Spirito Santo, e nello stesso tempo compito e appello alla risposta libera e responsabile del presbitero.
Il contenuto essenziale della carità pastorale è il dono di sé, il totale dono di sé alla Chiesa, ad immagine e in condivisione con il dono di Cristo. «La carità pastorale è quella virtù con la quale noi imitiamo Cristo nella sua donazione di sé e nel suo servizio. Non è soltanto quello che facciamo, ma il dono di noi stessi, che mostra l'amore di Cristo per il suo gregge. La carità pastorale determina il nostro modo di pensare e di agire, il nostro modo di rapportarci alla gente. E risulta particolarmente esigente per noi». (PDV, 23)



Nel portale del duomo di Arles c’è la gloria della scultura romanica provenzale. Una rivisitazione creativa del passato romano. Un arco di trionfo dall’esuberanza decorativa tardo antica trasformato in portale. Al centro e sui lati, tra le figure inteccherite di santi dagli occhi sgranati campeggia il giudizio finale.

In chiesa, dentro la cappella feriale, don Lucien, un vecchio prete ‘in pensione’ riannoda la cronaca alla profezia e anima la conversazione con passaggi in latino per principianti. Una rivisitazione creativa del ministero antico.

La carità è profondamente creativa. Papa Francesco lo ha ricordato di recente nell’incontro con i sacerdoti della diocesi di Caserta: «È il comandamento che Dio ha dato ad Adamo: “Va e fa crescere la Terra. Sii creativo”. È anche il comandamento che Gesù ha dato ai suoi, mediante lo Spirito Santo, per esempio la creatività della prima Chiesa nei rapporti con l’ebraismo … Creatività è la parola. E come si può trovare questa creatività? Prima di tutto – e questa è la condizione se noi vogliamo essere creativi nello Spirito, cioè nello Spirito del Signore Gesù – non c’è altra strada che la preghiera. Un Vescovo che non prega, un prete che non prega ha chiuso la porta, ha chiuso la strada della creatività».




La casa fondata sulla roccia è il palazzo dei Papi. Residenza-fortezza ampiamente mondana, gioiello architettonico ostaggio dei regni d'oltralpe e della politica delle grandi potenze. 
In questo giocattolino gotico i papi hanno inserito tutti gli ambienti e gli uffici funzionali al governo spirituale e temporale, secondo la logica chiaramente espressa dal triregno: la tiara pontificia inventata da Bonifacio VIII e completata da tre corone giusto al tempo del Papato avignonese di Benedetto XII (1334-1342), perfetta esemplificazione della potestà universale del vicario di Cristo. Nasceva cosi uno stato moderno attrezzato e funzionale, ma anche una chiesa confusa tra i regni del mondo.



Una chiesa, quella della cattività avignonese, che ci sembra molto lontana dalla reductio evangelica di papa Francesco, ma in cui non mancavano figure di santità e dibattiti teologici sofisticati.
Che sarà di noi dopo la morte? La visione di Dio avverrà soltanto dopo il giudizio finale o, per i santi, immediatamente dopo la morte? Strano caso, quello della visione beatifica, in cui il papa, Giovanni XXII (1316-1334), bacchettato da più parti dai teologi, dovette ritrattare e tornare sui suoi passi in punto di morte.



«Le anime dei santi – correggeva il tiro Benedetto XII con la bolla Benedictus Deus nel 1336-  vedono la divina essenza con visione intuitiva ed anche facciale, non essendovi di mezzo alcuna creatura che funga in ragione di oggetto veduto, bensì mostrandosi la stessa divina essenza immediatamente, nudamente, chiaramente e apertamente».  Tutto è chiaro e distinto nell’affermazione, ma il Cielo dove si consumerà la visione resta comunque misterioso. Lì - lo sentiamo, ne avvertiamo un’insopprimibile nostalgia - c’è il mistero che ci supera. Lassù teniamo lo sguardo puntato.
«Fate bene attenzione miei figliuoli , - dice il Santo Curato d’Ars -: il tesoro del cristiano non è sulla terra, ma in cielo. Il nostro pensiero perciò deve volgersi dov'è il nostro tesoro. Questo è il bel compito dell'uomo: pregare ed amare. Se voi pregate ed amate, ecco, questa è la felicità dell'uomo sulla terra. La preghiera nient'altro è che l'unione con Dio».

Così cresce anche la formazione spirituale dell’aspirante presbitero, in un continuo, talora impercettibile progresso nella preghiera. È il Signore che conduce, guida alle dolcezze dell’incontro con Lui, ma aiuta anche a ricordare ogni cosa, a portare nella preghiera non soltanto le nostre piccole-grandi questioni, ma le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce del mondo intero.



«La preghiera – continua il santo curato- ci fa pregustare il cielo, come qualcosa che discende a noi dal paradiso. Non ci lascia mai senza dolcezza. Infatti è miele che stilla nell’anima e fa che tutto sia dolce … Ci sono alcune persone che si sprofondano completamente nella preghiera come un pesce nell’onda, perché sono tutte dedite al buon Dio».
Vedere i compagni di seminario scomparire come pesciolini nell’onda non capita tutti i giorni, ma quando qualcuno è immerso davvero in preghiera si può restare stupiti ed edificati. La preghiera personale e vicendevole, quella rivolta l’uno all’edificazione e al sostegno dell’altro, aiuta a crescere, sostiene l’amicizia, affina gli occhi del cuore e della fede, sostiene una comunità che cammina insieme. Si può così veder crescere«una comunità compaginata da una profonda amicizia e carità, così da poter essere considerata una vera famiglia che vive nella gioia» (PDV, 60).
Ci vogliamo davvero bene in seminario? Seppure pochi non ci siamo scelti e tutti  abbiamo temperamenti, modi di pensare, progetti diversi. L'alternativa, drammatica per davvero, non è quella semplicistica tra il dissidio e la simpatia, ma tra l'effetto tunnel (buon viso a cattivo gioco fino alla fine) e la crescita nella preghiera che fonda la comunione.




Sulle strade che costeggiano il mont Ventoux, epica vetta del Tour de France e celebrata mèta di scalate medievali dal Petrarca, trova posto, oltre le balze, sul fondo di una rocciosa vallata, l’abbazia cistercense di Senanque. 

Alla morte di san Bernardo (1153) - seguiamo da qui lunghi tratti del noto studio di Georges Duby - i cistercensi si diffondevano a macchia d'olio: il suo monastero aveva affiliato settanta abbazie, se ad esse si aggiungono quelle che Bernardo era riuscito ad aggregare alla sua famiglia monastica, Chiaravalle riuniva centosessantaquattro figlie. Molto più che le altre abbazie madri; numerose sorelle dunque, mai semplici repliche.




Per i cistercensi liberare il mondo dalle tenebre significa abbellirlo. Il bello, infatti, emerge dalle tenebre, dall’opacità, è armonia che acquista la forma del corpo di Cristo. L’abbazia cistercense è fatta per portare l’ordine, per ritrovare i segni del divino, per trarre la materia dal disordine. Un’opera che è portata avanti da monaci e conversi. Per loro, i conversi (religiosi ‘di seconda classe’, dediti ai lavori manuali necessari al sostentamento del monastero), l’opus dei, l’opera di Dio quasi si limita al lavoro, che diventa piuttosto la liturgia dei poveri. Per i monaci esso è il prolungamento naturale della salmodia.



Dominare la terra è il compito di Adamo. Così, assecondando la volontà divina, l’uomo continua l'opera della creazione. Nel mondo decaduto occorre rinnovare la materia secondo il desiderio di Dio. L’ordine impresso da Dio nel mondo può essere riscoperto dall’uomo, che con il suo lavoro può condurlo a maggiore bellezza, usando in questo compito tutti i mezzi donati da Dio: la ragione, la volontà, la memoria, le facoltà dell’anima, ma anche tutte le arti e le sue stesse mani.
Gli anni del seminario, che di fatto è un punto a metà strada tra il ritiro del monastero e le piazze del mondo, sono il tempo proficuo per la ricerca di questo ordine, esteriore e interiore. Per quest’ultimo, è chiaro, il lavoro è più arduo e procede, a ritmi e tappe differenziate, per tutta la vita. L’amore di Dio, in cui trovano compimento tutte le regole e le indicazioni per la vita comune, è l’agente principale dell’opera di riordino, sorgente purissima dell’armonia che può informare la vita, soprattutto quella affettiva: «si tratta di un amore che coinvolge l’intera persona, nelle sue dimensioni e componenti fisiche, psichiche e spirituali, e che si esprime nel ‘significato sponsale’ del corpo umano, grazie al quale la persona dona se stessa all'altra e la accoglie» (PDV, 44). 




Il chiostro è figura di un paradiso riconquistato, uno spazio dove il caos esterno è addomesticato, dove il tutto cosmico è raccolto ordinatamente, trasfigurato in accordo musicale. L’edificio è quadrato come la Gerusalemme celeste, la città di Dio, e questa quadratura evoca allo spirito meditativo i quattro fiumi del giardino dell’Eden. Le quattro fonti sono i Vangeli, le quattro virtù cardinali, infine la quaternità primordiale che risiede nell’essere stesso di Dio, cioè le quattro dimensioni del divino. In esse sono comprese le tre dello spazio sensibile: lunghezza, larghezza, altezza, a cui si aggiunge, misteriosa ed ineffabile, la profondità. 
Il seminarista potrebbe forse ravvisarvi, più prosaicamente, i quattro pasti del seminario: colazione, pranzo, merenda e cena, oppure  i quattro anni (se va bene) che precedono il diaconato, ma anche i quattro pilastri della formazione al sacerdozio.



Il chiostro individua anche l’incrociarsi ortogonale degli assi dell’universo. È l’immenso quadrante dove sono compresi tutti i ritmi del cosmo. Il chiostro evoca la congiunzione di due durate: quella rettilinea, proiettata nella storia della salvezza, nella quale si inscrive l’avanzare personale di ognuno, e quella circolare, il percorso delle ore, delle stagioni, dei riti liturgici, che regge i movimenti delle sfere celesti a cui si accorda la vita comunitaria. Per questo il chiostro riconduce tutto il movimento alla regolarità dello spirito a questa lenta progressione verso l’eterno a cui l’anima convertita si avvicina, passo passo, nell’umiltà e nell’amore.



Sul chiostro si apre la porta dell’armarium dove si tengono i libri. Là ogni monaco prende un testo. Lo deve leggere da solo, forse a voce alta, meditarlo e lasciarlo penetrare nella memoria. Il monaco legge e cammina, per questo il chiostro è composto da percorsi, spazi in cui camminare e rivivere l’esperienza del cammino di liberazione del popolo di Israele, tracciati interiori ed esteriori in cui compiere la personale traversata nel deserto. La visione delle cose e del luogo stesso può sostenere, nutrire, fortificare la ruminatio del testo, trattenere l’anima nella percezione della luce.
Nel seminario abbondano i libri e il seminarista li accumula, li dispone ordinatamente, li spolvera, cerca le occasioni e curiosa tra gli scaffali altrui in cerca di prestiti a lungo (o perpetuo) termine. Ma accanto a questo accumulo compensatorio, la parola di un altro libro, la Bibbia, accompagna tutta la giornata; raddrizza, illumina, punzecchia, talvolta brucia o zittisce. «Elemento essenziale della formazione spirituale è la lettura meditata e orante della Parola di Dio (lectio divina), è l’ascolto umile e pieno d’amore di Colui che parla. È, infatti, nella luce e nella forza della Parola di Dio che può essere scoperta, compresa, amata e seguita la propria vocazione e compiuta la propria missione» (PDV 47).



Nella comunità cistercense di Senanque c’è un pisano con trascorsi romani, un già presbitero diocesano che ha scoperto nella vocazione una vocazione ulteriore. Nella pace celeste del chiostro viene da chiedersi se sia davvero preferibile ritirarsi in monastero piuttosto che menare la vita di parrocchia. Per secoli il prete è stato in bilico tra il monastero e il secolo, sollecitato a far propria la spiritualità del monaco ma, allo stesso tempo, ad accompagnare la gente nei ritmi quotidiani della vita. In questo servizio quotidiano il prete ha individuato nella carità pastorale il centro della sua esistenza donata. Al chiostro potrebbe preferire il loggiato, più aperto sul mondo e proiettato in lunghezza sui percorsi degli uomini.

Il chiostro è il luogo centrale del monastero, punto di equilibrio tra claustrum et heremus, tra vita cenobitica e vita solitaria. Il chiostro è al servizio dell’anima e del corpo, privo di elementi disordinati o eccessivamente ornati che favoriscono la distrazione.

«Che cosa fa nei chiostri, dove i fratelli stanno leggendo l’Officio, quella ridicola mostruosità, quella specie di strana formosità deforme e deformità formosa? Che cosa vi stanno a fare le immonde scimmie? O i feroci leoni? O i mostruosi centauri? O i semiuomini? O le maculate tigli? O i soldati nella pugna? O i cacciatori con le tube .. Insomma appare dappertutto una così grande e così strana varietà di forme eterogenee, che si prova più gusto a leggere i marmi che i codici e a occupare l’intera giornata ammirando a una a una queste immagini che meditando la legge di Dio». Il celebre testo di san Bernardo (L’apologia all’Abate Guglielmo) rammenta con fine sensibilità che il chiostro (ma potremmo aggiornare la polemica con internet e smartphone) non serve ad alimentare fantasie, ma l’intelligenza di un testo, a ribadire - ancora una volta - il primato della Parola.





Dal chiostro, ci viene fatto notare, si accede nella chiesa per un braccio leggermente in salita. È la faticosa ascesa alla Gerusalemme terrestre nella quale è possibile sperimentare qualcosa di quella celeste. Se il chiostro è al centro del monastero tutti i suoi spazi sono però subordinati alla chiesa e funzionali alla preparazione della preghiera. Essa è il compito principale dei monaci: i monaci pregano per tutto il corpo della Chiesa, cioè per i suoi membri, vivi e morti.

A immagine dell’uomo, costituito di un’anima e di un corpo e di Gesù stesso, il Dio fatto uomo, la chiesa combina le due immagini, le associa ed equilibra. Nel lungo tratto longitudinale della navata essa è diritta traiettoria di una freccia lanciata verso la perfezione; nella cupola che segna l’incrociarsi con il transetto è descritto il cerchio, l’andamento circolare dei movimenti eterni dove il mutamento stesso è assorbito. 




«La funzione della luce – scrive ancora Duby - è la stessa nella chiesa cistercense come nella canzone cortese: è impalpabile scala dell’amore. In questa scuola di Cristo dove ciò che si insegna è l’arte di amare, ogni monaco, uscito dall’oscurità del dormitorio, uscito dal chiostro dove la luce del cielo si spande senza alcun mistero, diventa, appena penetra nella penombra quasi sconosciuta della chiesa, come la preda di una caccia amorosa. Se il chiostro è una sorta di rete dove sono catturati i movimenti degli astri, sono i monaci che, in quest’altra trappola che è la chiesa, servono da bersaglio agli assalti dell’amore divino, a quegli assalti che si rinnovano ad ogni aurora».



Usciamo dal monastero sopraffatti dalla bellezza della liturgia cistercense. Nell’isolamento e nella separazione della vita monastica la liturgia cistercense, sorprendentemente, in un incanto di austera semplicità conduce ogni cosa a Dio, offre sull’altare il mondo intero, polvere, pietre, piante, insetti, pennuti, alberi, seminaristi e turisti giapponesi.
A loro ci associamo prima della partenza, in una foto ricordo da vecchi compagnoni, noncuranti del cartello che dice: «Severamente vietato introdursi nel campo di lavanda. Pericolo scorpioni e serpenti». Ci sorregge la Parola del salmo: «Camminerai su aspidi e vipere, schiaccerai leoni e draghi./ Lo salverò, perché a me si è affidato; lo esalterò, perché ha conosciuto il mio nome» (Sal 90,13-14). 



Nulla è impossibile per chi crede, perché nulla è impossibile a Dio.



Sembra quasi impossibile, ma al centro di un modesto paese campagnolo si leva una basilica gotica colossale. Carlo d'Angiò, sul finire del Duecento, ritrovò qui, tra le sepolture di antichi cristiani, i resti di santa Maria Maddalena. Dalla Palestina alla Provenza, in un rocambolesco viaggio per mare accompagnata dalla sorella, Lazzaro e altre sante amiche, sarebbe arrivata fino in Francia dove condusse vita di preghiera ed eremitaggio. Qui, a St. Maximim le Sainte Baume, si ritirò alla fine dei suoi giorni terreni.



Sorprende la maestosa verticalità della basilica, oggi spoglia e degradata nel distratto paesello. Nella cripta, coronata da splendidi sarcofagi tardo antichi, è custodita la testa di Maria Maddalena. L’innamorata di Dio, la donna d'amore, sembra a suo agio in tanta noncuranza.

Allo stesso modo, nelle case dei nostri paesi, tra le mura di anonimi condomini o piccole parrocchie si elevano, nel nascondimento, cattedrali d'amore, basiliche del servizio umile e operoso. Altre donne, un po’ Marta e un po’ Maria, compiono questo ufficio silenzioso più o meno casalingo. 


Dietro la grata, in un busto reliquiario, si intravede il teschio della santa. “Maria!”
 Nell’anonimato di un  cranio c’è il mistero di quella chiamata così personale e commovente rivoltagli dal risorto: Gesù stesso la chiamava per nome e soltanto allora comprese.
«Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» - che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: «Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv 20,16-17)».
Davanti al cranio che ha originato una storia così leggendaria è bello fermarsi in ginocchio e meditare su una chiamata cosi personale. 


Anche oggi il Signore continua a chiamare con amore: «Chiamò a sé quelli che volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli... ».



Il Signore colora la vita e vuole farci superare ogni paura. «La gente ha bisogno di uscire dall'anonimato e dalla paura, ha bisogno di essere conosciuta e chiamata per nome, di camminare sicura sui sentieri della vita, di essere ritrovata se perduta, di essere amata, di ricevere la salvezza come supremo dono dell'amore di Dio: proprio questo fa Gesù, il buon Pastore; Lui e i presbiteri con lui» (PDV, 82).




Sulla strada del ritorno c’è un’altra abbazia. Le Thoronet è immersa nel bosco, ben nascosta in fondo ad una valle. Oggi le chiese cistercensi appaiono curiosamente moderne. Ispirate ad una razionalismo minimalista che adesso trova spazio perfino nell’elettronica e nelle riviste patinate. Ma l’estetica è qui subordinata ad un’etica, o meglio, ad una sobria bellezza evangelica.

Ogni arredo liturgico riflette il gusto per l’essenzialità e la scelta di materiali poveri: la croce di legno, le tovaglie d’altare di lino, il candelabro, semplice e di ferro, calici e patene solo in argento o in argento dorato: una essenzialità che sarebbe piaciuta a Romano Guardini e ai maestri del movimento liturgico. Nel capitolo generale del 1150 i cistercensi precisano: «vietiamo che si facciano sculture o pitture nelle nostre chiese e negli altri luoghi del monastero perché, a guardarli si trascura spesso l’utilità della buona meditazione e la disciplina del contegno religioso».




Il monaco ha lasciato il mondo, ha abbandonato tutto soltanto per Cristo, e questo esige, anche nella spoglia severità degli interni, la mortificazione dei sensi per suscitare la devozione e la pietà.



Gli unici ornamenti concessi sono la musica e la luce. Luce che non è filtrata da vetrate colorate, ma soltanto da motivi a grisaille geometrici. Queste modeste aperture permettono di riflettere sulle virtù, sulle dimensioni del divino. Dio è la luce. Attraverso lo spazio sacro dardeggiano frecce amorose, emanazioni dirette di Dio. 



Fondata su rapporti aritmetici sui quali si stabiliscono anche gli accordi musicali, l’architettura cistercense accompagna alla perfezione le gioie austere delle cerimonie cistercensi. Alla stesso tempo esse si legano alle armonie del cosmo, chiudono l’edificio entro misure comuni, come la mano o il braccio, che sono quelle del corpo umano di cui le proporzioni concordano in piano e nell’alzato della chiesa.
Nell’armonia della sezione aurea in cui tutto converge l’uomo ritrova il proprio posto nel creato, il religioso o il prete la misura umana della chiamata divina. Un equilibrio tra cielo e terra che contraddistingue soprattutto il prete, chiamata ad essere «ponte  e non ostacolo per gli altri nell’incontro con Gesù Cristo redentore dell’uomo» (PDV 43). 



Il seminarista resta incantato di fronte alla ricchezza spirituale di questa tradizione monastica, espressa in forme e misure, luce e oscurità, vuoti e pieni. Il monaco ha la sicurezza di una regola e di un ruolo in comunità, ma il prete diocesano?





Papa Francesco ha recentemente parlato dalla spiritualità del clero diocesano. «Prete contemplativo, ma non come uno che è nella Certosa, non intendo questa contemplatività. Il sacerdote deve avere una contemplatività, una capacità di contemplazione sia verso Dio sia verso gli uomini. È un uomo che guarda, che riempie i suoi occhi e il suo cuore di questa contemplazione: con il Vangelo davanti a Dio, e con i problemi umani davanti agli uomini. In questo senso deve essere un contemplativo. Non bisogna fare confusione: il monaco è un’altra cosa (…). Non c’è spiritualità del prete diocesano senza questi due rapporti: con il Vescovo e con il presbiterio».

Per il vescovo altri si stanno attrezzando. Per il presbiterio ci stiamo attrezzando, ma sarà un cammino lungo quanto la vita. Per cominciare può servire anche un viaggio in Provenza. Qui, nella chiesa polverosa di un paesello sul monte, c’è il disegno di un piccolo parrocchiano sedotto dalla luce dell’estate e docile all’amore di Dio : Nella luce vedo Gesù che mi  sorride!
«La vita e il ministero del sacerdote sono continuazione della vita e dell'azione dello stesso Cristo. Questa è la nostra identità, la nostra vera dignità, la sorgente della nostra gioia, la certezza della nostra vita». (PDV, 18)