È proprio con i sentimenti suggeriti dal salmo 132
che la comunità del Seminario Diocesano di Pistoia ha celebrato sabato 10
novembre la festa di San Leone Magno, papa e dottore della Chiesa, patrono del
Seminario.
Il Seminario Vescovile, detto appunto “Leoniano”,
dal nome del vescovo Leone Strozzi, il quale lo istituì nel lontano 1693, ha
individuato nella memoria liturgica di San Leone Magno (che in seminario si
celebra col grado di solennità) la ricorrenza annuale in cui celebrare la festa
della Comunità in stretta unione con il vescovo, con il presbiterio della
diocesi e con tutti coloro che vivono nel Seminario.
I festeggiamenti sono iniziati la sera di venerdì 9
con il canto dei Primi Vespri, per proseguire al mattino del sabato con le lodi
mattutine e la santa messa presieduta dal Rettore don Ugo Feraci.
Alle ore 11.00 i seminaristi hanno accolto nella
cappella di Santa Chiara il vescovo Fausto ed ipresbiteri convenuti per un momento di preghiera liturgica con la
celebrazione dell’Ufficio delle letture che si è concluso con il canto del Te Deum.
Ascoltare i nostri preti, giovani ed anziani,
italiani e stranieri, uniti ad una sola voce nel canto dei salmi, ha portato alla
mente la bellezza del pregare insieme con un cuor solo e un’anima sola. Al
tempo della preghiera è seguito un momento di fraternità
in aula magna.
Dopo il saluto di mons. vescovo e del rettore don
Ugo, il quale ha presentato al clero la Comunità ed i suoi membri, i
seminaristi si sono presentati personalmente, proiettando un video sulla
giornata tipo in seminario e poihanno
interagito con i sacerdoti con un simpatico quiz «seminaristi di ieri - preti di
oggi»,
mostrando loro una selezione di foto di varie epoche della vita del Seminario
ed invitandoli a riconoscersi nelle foto o a riconoscere i propri compagni e
confratelli.
A seguire è stato proposto un momento scherzoso in
cui il Regolamento del Seminario del 1956, ritrovato in archivio, è stato commentato
con alcune immagini della vita dei seminaristi di oggi; è stato anche lo spunto
peralcuni preti, giovani e meno
giovani, per raccontare aneddoti della loro esperienza seminaristica e per
ascoltare alcune testimonianze di due pilastri del seminario pistoiese: mons.
Aldo Magnarelli, vice rettoreper molti anni
e mons. Cesare Tognelli, per ben 25 anni Rettore, che hanno raccontato la loro
esperienza di studenti e poi di formatori.
E siccome, come dice il proverbio: tutti i salmi
finiscono in gloria… un pranzo fraterno e allegro preparato dalle nostre
impareggiabili cuoche ha concluso i festeggiamenti.
NICHILISTI ATTIVI O PASSIVI? Uno spettro si aggira per l’Europa. È, dicono, l’ospite inquietante del nichilismo che alberga nel cuore dei giovani. Ne ha discettato ampiamente Umberto Galimberti che dieci anni fa dava alle stampe “l’Ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani” (2007), un testo a cui ultimamente ha fatto seguire “La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo” (2017) dove ricuce insieme le loro lettere, le sue risposte e i suoi commenti su un ampio spettro di tematiche. L’identità dell’ospite inquietante, precisa Galimberti, l’ha descritta perfettamente Nietzsche: «manca lo scopo, manca la risposta al ‘perché’, i valori supremi perdono valore». Eppure nel corso di un decennio lo spettro del nichilismo si trasformato almeno un po’, al punto da guadagnarsi un aggettivo. C’era una volta, infatti, il nichilismo passivo della rassegnazione o della ribellione. Oggi, afferma Galimberti, anche il nichilismo non è più lo stesso e «tra una percentuale forse non piccola» di giovani si fa strada un nichilismo ‘attivo’.
Dieci anni fa l’autore chiudeva significativamente il suo testo con un interessante capitolo dal titolo: «la musica giovanile e il ritmo del cuore». C’è, a suo dire, una discontinuità epocale tra la musica intesa come armonia (specchio di una realtà celeste, intrisa di etica e metafisica che da Platone è arrivata fino ad Hegel) e una musica che è tutta …un’altra musica. Musica «sempre sul ciglio dell’abisso», espressione della dimensione tragica della vita che allo stesso tempo è rimando a un grido primordiale, originario, attorno a cui si costituisce, o vorrebbe costituirsi, una comunità. Un grido previo alla parola stessa, più vicino al ritmo del battito del cuore che alla sintassi di un discorso. Un ritmo originario che attraverso la musica di oggi sfocia in un vitalismo fatto di istanti carichi di ‘passioni’, espressione di una spiritualità invertita che invece di orientare verso l’alto riconduce a una carnalità tutta terrestre. Il discorso è interessante, ma decisiva, in realtà, è la conclusione a cui vuole arrivare Galimberti e cioè che la ricerca di senso propria della tradizione cristiana debba ormai lasciare il passo a «quell’espansione della vita a cui per natura tende la giovinezza e la sua potenza creativa». Insomma: è finito il tempo delle domande di senso; inutile cercare risposte sopra la nostra testa. Sarà davvero così? MUSICA & NICHILISMO Con la musica si può forse provare a rispondere. L’erosione della ricerca di senso ha certamente segnato la fine del secondo millennio. Un nichilismo che, dopo l’ubriacatura edonista dei favolosi eighties, gli anni novanta avevano coltivato a iosa, mietendo vittime tra adolescenti cresciuti a pane e grunge, nutella e consumismo di massa, tra i Nirvana e le Spice Girls. C’era, all’epoca, chi aveva tradotto in manifesto lo spettro dell’ospite inquietante dell’anima come gli Smashing Pumpkins di Billy Corgan: «emptiness is loneliness, and loneliness is cleanliness/ And cleanliness is godliness, and god is empty just like me (Il vuoto è solitudine, e la solitudine è purezza/ E la purezza è divina, e Dio è vuoto proprio come me)» o nelle divagazioni militanti dei Manic Street Preachers «I know I believe in nothing. But is my nothing». Un’affermazione granitica e disarmante che il videoclip di ‘Faster’ faceva apparire nel bel mezzo di un assolo incendiario suonato da James Dean Bradfield nei panni di un terrorista dell’IRA.
Oggi – a dire di Galimberti - sul nulla si può avere uno sguardo più leggero, danzare e continuare a sognare. È il nichilismo attivo di chi, pur di fronte alle rovine o all’assenza di sistemi di riferimento, vuole o almeno vuole credere di farcela. «Signore hanno scoperto con la lente Che dietro al cielo non c'è niente/ E ci sta solo un telo nero/ Se lo scoprirà la gente» canta Mannarino in ‘Apriti cielo’ e me lo suggerisce Sofia, che a sedici anni prova a descrivere il vuoto che i suoi coetanei si portano dentro. Forse si può cantare e danzare sul nulla, rapiti dalla musica che sottrae al passare del tempo. Ma cosa resta? C’è una canzone e un video di grande suggestione che ce ne parlano (Motta, del tempo che passa la felicità: “Sarebbe bello finire così/ Lasciare tutto e godersi l'inganno/ Ogni volta/ La magia della noia/ Del tempo che passa la felicità).
MUSICA & SPIRITUALITÀ I nichilisti attivi ribattono che se tutto è venuto meno ci sarà pure qualcosa da cui ripartire: «se è vero che non ci sono più valori, come sembra dai vostri discorsi disfattisti, starà a noi trovarli. E quando li troviamo e poi li difendiamo, non diteci che sono utopie o ingenuità». Anche i nichilisti attivi hanno i loro valori e i loro ideali, sono consapevoli degli inghippi del mondo contemporaneo e consapevoli delle capacità che possiedono. Valori positivi che, tutto sommato, anche la modernità ha saputo coltivare. Altri 'valori' nascono da esperienze originarie, come un’affettività prigioniera di sentimento esasperato o l’affermazione di sé che si traduce in sforzo prometeico di acchiappare il mondo. I nichilisti attivi, poi, li troviamo anche nel mondo pop della musica nostrana, come canta il Gabbani nazionale. Eppure, anche nella musica, trova spazio una certa spiritualità. Il cuore dei giovani non può essere stretto in un vitalismo fondato sul nulla o affidarsi a una speranza che non poggia da nessuna parte se non su se stessi e le proprie fragilità. C’è poi l’inquietudine di chi si sente chiamato a cercare la verità e non soltanto a sperimentare la verità dei sensi. C’è la nostalgia di un’armonia originaria, di un incanto nel mondo disincantato. Il desiderio di bene, il ritorno a un bisogno di simboli, di sacro, che sconfina perfino nel ritorno della religione. «Ogni notte sto alzata un po' più a lungo/ in ricerca su quel campo di stelle/ sai chi sono? Puoi sradicare il mio albero? / Puoi trovare cosa c'è dentro di me?/ trovare l'origine della mia disfatta?» Così, su versi che assomigliano a una poesia, canta Natalie Merling degli Weyes Blood, in un videoclip dal gusto un po' retro, ma dal grande fascino contemplativo. I gave my strength/for years like an ox I pushed/and for years like a ship I sank/ to the bottom of that unknown sea/ I'm still learning to be free and not so somber/everynight I stay up a little longer/ searchin on that field of stars/ do you know who are?/can you dig up my tree?/can you find whats inside of me?/find the origin of my defeat?
Possibile che perfino quel giovanotto fuoriuscito dagliOne directionche passa sotto il nome di Harry Styles, non trascini con sé un briciolo di spiritualità? Forse non è facile trovarla quando raggranelli oltre duecento milioni di passaggi su youtube e sei incastrato nelle sofistificazioni commerciali. Eppure Harry parla di ‘Segni dei tempi’, categoria che dal Concilio Vaticano II in poi la Chiesa non fa che ripetere, cercare e indicare. Qual è il segno dei tempi di Harry? Il pianto di chi si sente messo alle strette dalle ferite della vita. Una ballata che, dice lui, racconta il dramma di una mamma che muore dando alla luce il proprio bambino. «Remember everything will be alright/ We can meet again somewhere/ Somewhere far away from here!». Dobbiamo scappare di qui.. ripete Harry, mentre nel videoclip si libra nell’aria fino a perdersi nel tramonto.
Si potrebbe scrivere a lungo sulla simbolica della fuga, se non altro per tutte le volte che è proposta nei videoclip. Se ne potrebbero elencare a centinaia. Fuga che è incubo, fuga verso la salvezza, fuga disperata, fuga verso l’innamorata, la luce, l’orizzonte. «Ma una ragazza un giorno m'ha spiegato/ Che il mare ha tante onde/ E non finisce all'orizzonte» ripete anche il nostrano Mannarino. E il videoclip che accompagna il brano racconta proprio di una fuga drammatica fino alla riva del mare. Tornano in mente le parole di Paul in Breakfast at Tiffany’s: «si deve appartenere a qualcuno, perché questa è la sola maniera di poter essere felici. Tu ti consideri uno spirito libero, un essere selvaggio e temi che qualcuno voglia rinchiuderti in una gabbia. E sai che ti dico? Che la gabbia te la sei già costruita con le tue mani ed è una gabbia dalla quale non uscirai, in qualunque parte del mondo tu cerchi di fuggire, perché non importa dove tu corra, finirai sempre per imbatterti in te stessa».
«VENITE DIETRO A ME» Gesù ci parla di conversione. I vangeli raccontano di vocazione. La fede ci parla di un Regno dei Cieli. La generazione nichilista attiva è interessata a questo Dio? Se Dio assomiglia al mio niente, non mi interessa più di tanto. Se resta una proiezione che ha avuto un certo valore nella storia il suo tempo è passato. «Intorno a Dio – scrive Galimberti in “La parola ai giovani” - si chiedono che cosa motiva la ricerca di Dio, e poi, confrontandosi tra loro, si accorgono che ciascuno si è costruito il suo Dio a propria immagine e somiglianza. A questo punto la discussione non può più proseguire, e la domanda si sposta dall’esistenza di Dio alla funzione che Dio ha svolto nella storia». Il commento perfetto, ancora una volta, lo possiamo trovare nella pungente ‘Deija’ del solito Mannarino, che nella sua prospettiva immanente invoca comunque un Dio che parla di redenzione e fratellanza. Eppure Gesù è diverso. Non si può ridurre al desiderio di buoni sentimenti. Gesù chiede conversione e ricorda che il tempo è una realtà densa, non una ruota che gira, ma una realtà che si compie. C’è un tempo opportuno che diventa il tempo della svolta. Un tempo che si è fatto breve perché qualitativamente condensato, come se lo srotolarsi delle ore si fosse riavvolto in un punto, come le vele ammainate sull’albero della nave. È il tempo denso della grazia che può commentare una canzone; quella che riesce a raccontare le parole che non trovi. David Pajo, chitarrista statunitense, già membro degli Slint, aveva preannunciato il suicidio. Esito drammatico di una vita al capolinea. Lo racconta lui stesso: «Ricordo (il giorno in cui ho cercato di uccidermi) perfettamente e lo rivivo spesso nella mia mente, lo faccio per non dimenticare», afferma David. «Quando sono arrivato in ospedale un’infermiera mi ha chiesto se avevo qualcosa da dire. Ho risposto che avrei voluto morire. “Sono contenta che non sia successo” mi fa. Mi sono messo a piangere sommessamente. Nessuno mi aveva mai detto una cosa del genere». «Tutto il supporto e l’amore che mi ha dato la gente è stato rigenerante. Ho ricevuto centinaia di mail e messaggi da amici e sconosciuti a partire dalla pubblicazione della nota e tuttora ricevo messaggi da persone che condividono con me le loro storie di vita. Sto cercando di fare del mio meglio per rispondere ad ognuno di loro». Salvato dai suoi amici David un anno dopo resta coinvolto in un grave incidente ed è costretto a lungo sulla sedia a rotelle. Un videoclip ce lo presenta sulla carrozzina, chiuso nel bianco e nero di un dramma che ritorna ossessivamente su una forza e un’immagine quasi caricaturale di sé, fatta di anelli kitsch e tatuaggi. David passa qui sotto lo pseudonimo di Papa M e il brano, privo di testo, è una successione di massicci riff di chitarra. Poi nel brano entra la grazia: due bambini che giocano con i petali di un fiore. Entra il colore e le ruote della carrozzina spinte con forza da David lasciano il posto alla ‘ruota’ di una piccola ginnasta e alle corse dei due bambini. Arriva la grazia inafferabile che scombina tutto. Qualcosa che resta impossibile da manipolare. «Quando sono debole è allora che sono forte» direbbe san Paolo. Dubito che l’autore del video pensasse a all’apostolo o intendesse esprimere qualche verità di fede. Eppure non è facile trovare qualcosa che assomigli di più alla grazia che riporta alla vita, all’identità senza maschere che solo Dio restituisce.
Alla generazione dei nichilisti attivi, come a quella dei giovani di ogni tempo e di ogni luogo, il Vangelo propone la possibilità di un incontro, l’apertura a una relazione, l’invito ad “appartenere a qualcuno”. La fede cristiana non è una speculazione corredata da un apparato religioso e da una gerarchia di potere, ma l’esperienza di una relazione che cambia la vita. Gesù non ha una definizione da consegnarci, neppure un libro sceso dal cielo da metterci tra le mani. Gesù cerca proprio me. Nel Vangelo scruta i discepoli, li fissa con amore e li chiama alla sequela. Ha un orizzonte più grande da indicarmi. Una proposta che mi prende dove sono. Che mi trovi nella vetta della contemplazione o nell’abisso della disperazione. Ai discepoli, pescatori che armeggiano con le reti sulla riva del lago, Gesù preannuncia: «vi farò pescatori di uomini». Il Figlio dell’uomo non cancella la loro storia, ma la apre alla novità che da soli, loro come i nichilisti attivi di oggi, non potrebbero mai darsi.
Gesù apre alla relazione nuova, quella che si costruisce dietro di Lui. È una proposta, una vita che cambia. Sei tu, ma non sei più lo stesso. Come scriveva San Giovanni Crisostomo in un’omelia: «Quando gli uomini …ti vedranno cambiato, convertito, non diranno forse come i giudei dicevano dell’uomo cieco dalla nascita che era stato guarito: “è lui?”, “sì è lui”, “no, ma gli assomiglia”. “Non è forse lui?”». La conversione, diceva qualcuno, attesta la perenne giovinezza del cristianesimo. È la forza del Vangelo. È il primato di Dio. «Quanto più si è in grado di ricevere l'amore di Dio – affermava un maestro dello Spirito di nome Diadoco di Fotice -, tanto più lo si ama».
Il Signore ti invita a provare, a fidarti di lui. È la forza di un dinamismo oggettivo e non soggettivo. Il Vangelo non è soggettivo, ma oggettivo: è la forza oggettiva e concreta di un Dio che si incarna, ci conosce e ci raggiunge nella carne, nei sacramenti, nei fratelli. È la forza oggettiva che mi strappa dal corto circuito del pensiero che si riflette e si ripiega su stesso. «Venite – sembra dire Gesù anche ai nichilisti attivi di oggi -prendete il vostro niente e lo trasformerò in un tutto. Dal vostro niente si puo’ sempre ripartire». Al Signore questo basta per farci vedere quanto può cambiare la nostra esistenza. Ai pescatori in riva al mare schiuse un orizzonte più grande. «Ma una ragazza un giorno m'ha spiegato/ Che il mare ha tante onde/ E non finisce all'orizzonte». E se ce lo avesse spiegato Gesù? ugo
Quando ho iniziato quattro anni fa, non credevo che tutto
finisse così presto.
A dire il vero certe volte è stato così lento e duro il
passare del tempo che avrei voluto essere trasportato direttamente al giorno
dell’ordinazione (perlomeno quella diaconale…) perché la vita del seminarista,
anche se non sembra, è un po’ difficile; soprattutto per chi è in là con gli
anni come il sottoscritto. Ma va bene così, perché non si può diventare preti a
buon mercato.
Avvicinandosi il primo giorno del quinto anno di Teologia,
sono principalmente due le cose sulle quali convergono i miei pensieri. Anzi
tre.
La prima è iniziare il mio ultimo anno, non nel seminario di
Firenze in cui sono stato insieme ai miei compagni per quattro anni, ma nel
seminario di Pistoia. Un seminario a Quarrata, praticamente vivendo in casa del
nostro rettore e all’interno di una realtà parrocchiale… Roba da far
accapponare la pelle. Dopo che il vescovo Fausto ha preso questa importante
decisione, ho sentito un brivido dietro la schiena, quello tipico che ti prende
quando lasci una strada sicura per qualcosa che inizialmente non è certo, ma
che poi, consegnandosi a chi ti guida, si può rivelare un percorso ancora più
ricco e bello del precedente.
Poi a me, si sa, piacciono le storie di avventure
incredibili.
La seconda cosa riguarda il mio servizio pastorale. Chissà
cosa mi diranno di fare, vivendo anche nel trambusto di un trasloco e cercando di
riorganizzare insieme (e da capo) un nuovo seminario in diocesi. Staremo a
vedere. E lo dico con tutta quanta la serenità del mondo, perché ormai son
certo che qualunque cosa accada casco sul morbido.
La terza cosa è che la mente viaggia; nel senso che, un anno,
fa in fretta a passare. E poi? Se ci penso mi viene altri brividi. La cosa che
mi tranquillizza è come dicevo prima, la sicurezza di cascare sul morbido. Questo
perché l’anno scorso, come servizio pastorale, ho accompagnato il vescovo in
vari posti e in varie parrocchie. Qualche volta sono potuto anche restare agli
incontri con le comunità parrocchiali dove presentavano le varie opere
pastorali. Quello che la gente riesce a fare partendo dal proprio desiderio. Mi
sono felicemente accorto che la Chiesa che è in Pistoia, non è sterile. Anzi.
E’ feconda come non lo avrei mai immaginato. Piccole opere fatte col cuore, nel
dedicarsi ai giovani, agli anziani ed ai malati, agli stranieri, alle persone
in difficoltà economica ma anche in difficoltà umane e spirituali, quelle che
fanno piangere la notte quando nessuno ti vede. Il tutto svolto nel più
completo silenzio, nel soffio di una brezza leggera.
Che bella la Chiesa. Penso alla fedeltà di chi confessa da
anni nella propria parrocchia magari sentendo sempre le stesse cose, o magari
come chi confessa in cattedrale nel buio confessionale, senza neppure vedere la
faccia di chi ti si inginocchia di lato e senza sapere se alla fine ti regalerà
o meno un sorriso per quello che gli hai detto; penso a chi nelle fredde notti
si alza per portare una parola di conforto e di speranza a chi sta per vedere
il volto di Dio ed a chi non lo vede per nulla, o chi nel più caldo dei giorni
cammina per due miglia o tre con chi si sente solo; penso a chi tira fuori dal
proprio portafoglio i soldi per aiutare un padre di famiglia che non arriva a
fine mese. Tutto nella certezza che il mondo, infine, non viene salvato da noi.
Che bella la Chiesa. Quella vera, quella silenziosa, quella che non recrimina
niente e che non si aspetta niente in cambio, quella feconda che ancora oggi ha
da dire molto alla gente. A tutti.
Mi sono accorto che tutto questo è portato avanti da preti
che sono pieni di limiti come tutti gli esseri umani, ma nonostante le proprie
povertà hanno tutti un dono diverso, come ci dice anche san Paolo. Questo è
veramente interessante. Tutti non fanno tutto, non possono. Anche quello più
lontano da te per carattere, ha qualcosa che ti può dire, insegnare. Uno magari
è portato per stare a contatto con i malati, un altro con i giovani, un altro è
bravo con le famiglie, un altro per la catechesi. Il volto di Cristo traspare
dalle loro persone in molti modi, tutti diversi, tutti interessanti. Ho capito
che non c’è un solo modo di fare Chiesa, ma è necessario fissare lo sguardo nei
suoi occhi, sennò tutto diventa frammentato. Mi viene in mente il mantello di
Cristo, senza cuciture, fatto da fili diversi; ma chiunque lo toccava riconosceva
la persona e veniva guarito, come la donna che non smetteva di sanguinare.
Casco sul morbido. La destinazione per un prete è quello che
fa più paura perché non sa quello che trova. Spesso si vede solo la melma. Ma
se ovunque c’è oro sotto la melma basta solo sporcarsi le mani e tirarlo fuori.
Basta affidarsi. Ovunque mi sarà detto di andare nel prossimo futuro, dovrò
solo preoccuparmi di portare la mia umanità, povera e piena di limiti, e
lasciarmi sorprendere in ogni istante da Cristo che mi viene incontro nel volto
di chi ho davanti. Ultimo ed emarginato, ricco o povero, di un altro prete o
vescovo che sia.
È facile incappare in situazioni imbarazzanti quando,
sull’autobus o sulla metro, o soltanto camminando per strada, lo sguardo di chi
stai osservando si incrocia con il tuo. La reazione immediata, fulminata con
gli occhi, suona come un rimprovero e un limpido invito a farsi i fatti propri.
Per fortuna esistono anche tipi più timidi che distolgono lo sguardo
immediatamente, volgendosi distratti ad un punto indistinto per terra o in un
angolo. Poi gli occhi si incrociano nuovamente, ma soltanto per controllare che
l’altro abbia finalmente distolto l’attenzione. Altri, con la testa alta e
l’espressione salda sul volto, sembrano non temere niente e nessuno o almeno vogliono
farlo intendere. Altri ancora sono del tutto refrattari ad ogni contatto, persi
tra sé, come gli alcolizzati di strada o certi senza fissa dimora che afferrano
con un guizzo inatteso l’attenzione di chi passa per lanciare strali o messaggi
confusi. Soltanto i bambini sanno rispondere senza problemi ad uno sguardo contemplativo:
scrutano attenti e incuriositi e se poi riconoscono un sorriso con un sorriso
rispondono, si rimpiattano dietro la spalla della mamma o del babbo per
sbirciare subito dopo come in un gioco.
I seminaristi, generalmente, sanno
evitare certi sguardi. Ma a loro, oggi e da preti, capiterà di volgere lo
sguardo in profondità sulle realtà degli uomini. Dal benestante al più misero,
dal più giovane al più anziano, dal corrotto al redento. Misuravamo con G. questo
dato di fatto, entrambi catapultati da contesti diversi e tutto sommato più
omogenei, pensando, tra qualche scambio di battute, alla posizione singolare e
del tutto trasversale del sacerdote nella società.
C’era un «mistero avvolto nel silenzio per secoli» che Dio ha rivelato. La maestosa chiusura della Lettera ai Romani
proposta per quest’ultima domenica di Avvento lo attesta solennemente: il
silenzio è stato rotto e la rivelazione è il Vangelo che annuncia Gesù Cristo. Ci
sono, però, altri e numerosi, anzi, incalcolabili misteri avvolti nel silenzio
per secoli. Sono misteri custoditi da Dio fin dall’eternità che trovano forma e
vita negli uomini di ogni tempo. Misteri che soltanto Dio conosce pienamente,
ma che suggerisce ai contemplativi, agli uomini di fede e lascia intravedere a
quelli di buona volontà. Che poi non si tratti soltanto di una pia divagazione
lo confermano i Vangeli, dove gli incontri e i dialoghi di Gesù sono quasi
sempre avviati dal suo sguardo sugli uomini e sulle situazioni (‘e vedendo’, ‘vide’,
‘lo guardò’, ‘fissatolo’…).
Papa Francesco, invita spesso a coltivare lo
sguardo di chi ama e vede con gli occhi di Dio. È uno sguardo che avvia il
discernimento pastorale ed è appello alla decisione: «la Chiesa ha bisogno di
uno sguardo di vicinanza per contemplare, commuoversi e fermarsi davanti
all’altro tutte le volte che sia necessario». La città, prosegue il papa nell’esortazione
Evangelii Gaudium, è uno dei luoghi
privilegiati in cui esercitare questo sguardo, perché la città è la cifra di
un’umanità variegata e complessa, diversamente in attesa. «Abbiamo bisogno di
riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo
di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle
sue piazze … Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata».
Anche questa quarta Domenica di Avvento si concentra su uno
sguardo, o meglio, su uno scambio di sguardi: «Entrando da lei, disse: “Rallègrati,
piena di grazia: il Signore è con te”. A queste parole ella fu molto turbata e
si domandava che senso avesse un saluto come questo».
Da uno sguardo inaspettato, sale un’inquietudine. Uno
sguardo interrompe lo scorrere libero dei pensieri e le cose tutt’intorno
acquistano una diversa prospettiva. Sale l’inquietudine e brancola attorno al
richiamo suscitato da un altro. La vita spirituale è continuamente intrecciata
di questi momenti. Scorriamo la Bibbia e d’un tratto il Signore getta
un’occhiata inaspettata su di noi. Preghiamo o ci accostiamo a qualcuno:
pensieri e parole inattese puntano inaspettatamente dritto su di noi. Monta l’inquietudine e
dentro di noi scopriamo un mistero, quello della nostra vocazione. Vocazione
che ci supera ed è la radice più profonda e più vera della nostra identità. Qualcosa
del genere succede al re Davide nel racconto della prima Lettura di questa
Domenica. I suo progetti, per quanto devoti, sono umanamente limitati, ma nascono
anch’essi da un’inquietudine: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre
l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda». Eppure Dio supera i suoi proponimenti
e li ribalta. Dio è più grande dell’uomo: sarà Lui a dare una casa a Davide, a
compiere il mistero della sua identità la quale non si esaurisce - come per
ognuno di noi – con la sua mera esistenza. « il Signore ti annuncia che farà a
te una casa. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi
padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e
renderò stabile il suo regno. Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio».
Dio vede molto più in là: ci
guarda con gli occhi dell’eterno.
Rainer Maria Rilke,
ripercorrendo il vangelo di questa Domenica, ha costruito sullo scambio di
sguardi tra la Vergine e l’angelo una stupenda poesia. Eccola:
Non perché un angelo entrò (sappilo questo), si spaventò. Non più di altri quando un raggio di sole o la luna a notte va esplorando nella loro stanza sobbalzano -, così non si stupì per il sembiante in cui andava un angelo; immaginava appena come agli angeli quaggiù il soggiorno sia arduo. (O se sapessimo come era pura. Non si è mai una cerva, che giacendo nel bosco la adocchiasse, perduta in lei, così da generare, senza contatto col maschio, l’unicorno, l’animale di luce, l’animale puro -). Non perché entrò ma perché tanto vicino accostò su di lei l’angelo un volto di giovinetto; così che il suo sguardo e quello che lei sollevò furono un battito come se fuori tutto, a un tratto, fosse vuoto e l’affanno di milioni, il guardare, l’andare, tutto fosse penetrato in loro; solo lei e lui, lo sguardo e chi è guardato, l’occhio e la sua delizia, in nessun altro luogo se non qui-: vedi è questo che sgomenta. E fu sgomento a entrambi.
Poi intonò l’angelo la sua melodia.
(Annunciazione di
Maria, da Vita di Maria, 1912)
Da questo incanto contemplativo sono condotto alle
parole di un inquieto brano musicale dalle singolare qualità contemplative. I Mutual
Benefit, nome dietro al quale si cela un collettivo guidato dal texano Jordan
Lee, ha descritto in musica l’incanto di uno sguardo in un brano dal titolo
sibillino: Advanced Falconry (dall’album
Love’s Crushing Diamond, 2013). Il
testo, in realtà, sembrerebbe tradire, stando almeno alle simpatie di chi lo ha
scritto, riferimenti alla contemplazione orientale. Le parole e la musica,
però, le possiamo prendere così come sono, accompagnate oltretutto, da un
interessante videoclip che ha strane affinità con una vanitas barocca, un’allusione
cioè alla caducità della vita, ma anche al suo superamento. Il video, infatti,
compone e scompone lentamente una foto di famiglia in un giardino autunnale, in
un trascolorare di generazione in generazione, di identità in identità, di
mistero in mistero.
And
oh the way she moves
always
on the run
and
to look into her eyes
will
make a fool of anyone
and
she talks softly
sees
through me
says
something
I
can't hear it
but
I won't forget
the
way she flies
oh
to stare into the void
and
see a friendly face
and
find meaning in a word
in a moment of rare grace..
e..il modo in cui si muove
sempre in movimento
e guardare nei suoi occhi
manderebbe fuori di testa chiunque
parla delicatamente
vede attraverso me
dice qualcosa
che non riesco a percepire
ma non dimenticherò
il modo in cui si libra
oh…fissare nel vuoto
e scorgere un volto amico
e trovare il senso in una parola
in un raro momento di grazia..
È un «raro momento di
grazia» anche, anzi, soprattutto quello in cui il Signore accompagna il suo
sguardo ad una parola. Dio manifesta il suo sguardo sulla nostra vita …e poi?
L’inquietudine resta sospesa tra lo stupore e l’attesa di ciò che accadrà. A
cosa rimanda un simile accadimento? Nulla si perde nella mente di Dio. Il
nostro mistero personale, «mistero avvolto nel silenzio per secoli» è oggi compreso
in quello, ormai manifesto di Cristo. L’inquietudine dello sguardo inatteso può
destare interrogativi pressanti sulla propria identità e sulla propria
vocazione. Valga anche per noi, come augurio per l’Avvento e il nuovo anno, la
risposta di Maria: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua
parola».
Nell’aula di catechismo metto a
fuoco i giovanissimi che si preparano alla cresima. Poco più che bambini,
dodicenni, dodicenni e mezzo, undicenni che fremono smaniosi sulle seggiole,
col volto ancora pulito da brufoli e fratture interiori. «Presentatevi: io non
vi conosco!». Ma la presentazione è rapida: appena l’età e un nome che sparisce
dietro il brusio dei più scalmanati.
«E tu chi sei?..tutto bene?» In fondo
all’aula - capelli rossi, volto acqua e
sapone - siede stancamente composta una ragazzina con gli occhi arrossati e lo sguardo perso in un punto indefinito. È
disarmata da un’inquietudine che non sembra riconoscere. «Ma che fai? Piangi?» La incalzano i compagni
senza troppa pietà. «no..sono stata in piscina. È l’effetto del cloro».
«Avete ascoltato il Vangelo? Di chi abbiamo parlato poco
fa?»
In chiesa abbiamo appena terminato
la lettura del vangelo della Terza d’Avvento. «Avete ascoltato cosa chiedono a
Giovanni leviti e farisei? » Una piccola catechesi sul precursore si dipana senza
troppa fatica. E già mi accorgo che forse, prima ancora di fare una domanda,
sarebbe stato meglio spiegare chi erano leviti e farisei. «Sei tu il Cristo che
deve venire?» E chi era questo Cristo? Un Cristologia in frantumi e un
rapidissimo excursus sul messianismo possono bastare per dare consistenza al
contesto. Ma i piccoli reagiscono: hanno ascoltato quasi fino al punto di
stupire. Forse le domande sono troppo facili? Conoscono risposte.. ma quale
Gesù conoscono? E quale Gesù gli sto raccontando? Quello della Gregoriana,
quello della mia fede o del CCCC (Compendio del Catechismo Chiesa Cattolica)?
Poi la situazione sembra sfuggire di mano e l’attenzione, scollinati i venti
minuti, avvia a franare precipitosamente. «Giovanni Battista ci ricorda anche
un’altra cosa importante – e l’aggiunta, a dire il vero, prende il sapore di
una mezza ramanzina – il Battista ci ricorda che per conoscere qualcuno occorre
fargli posto, lasciare spazio, mettersi da parte..»
Una volta preti sciorineremo con
facilità insegnamenti morali,genericamente ortodossi – per carità! - , ma con la facilità di chi ha
sempre in tasca una risposta? Al pensiero salta il sangue alla testa in un
misto di orrore, ma nel frattempo è giunta l’ora della tregua o dei saluti. Una
battaglia vittoriosa? O un’armistizio senza vincitori né vinti? Quando si parla
di Dio ogni verifica passa, in ultima analisi, attraverso i tempi e le strade
dello Spirito. Uscito dall’aula saluto, riordino, recupero sussidi, ma quando
mi affaccio per abbassare le serrande e spengere la luce c’è ancora qualcuno. Non
era il cloro a suscitare lacrime. Accanto alla ragazzina acqua e sapone, l’amica,
dall’aspetto più maturo e l’abbigliamento borghese, è scoppiata in un pianto
dirotto. Un bambino di cinque anni era morto. Ne parlava anche la tv. Ed era
accaduto a Roma, in qualche quartiere poco lontano. La accoglie in un abbraccio
la catechista, ma il dramma la inquieta «…sì, ma aveva solo cinque anni».
Avevo davanti agli occhi
entrambe: la ragazzina in lacrime e l’amichetta inquieta. Le avevo guardate distrattamente,
senza capire il tormento della loro giovane e pulita sensibilità. Entrambe commosse
dal dramma di un bimbo stroncato da una meningite. In silenzio attendo in un
angolo finchè per loro non arriva la calma necessaria per salutare e lasciare
la parrocchia. Forse la mia era una presenza ingombrante. Non è bello piangere
davanti a uno sconosciuto.
«In mezzo a voi sta uno che non
conoscete». Le parole di Giovanni adesso acquistano una pesantezza granitica.
Altrettanta forza assumono quelle di Isaia, la profezia che Gesù applicò a sé
nella sinagoga di Cafarnao: «mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai
miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli
schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del
Signore.»
Conoscere Gesù chiede tempo e un
coinvolgimento che supera la conoscenza acquisita sui libri. Conoscere gli
altri chiede tempo e la fatica del fraintendimento. Damien Rice, nell’ultimo
album (My Favourite Faded Fantasy,
2014), dopo anni di silenzio e sfortunate vicende personali, ha sfornato da
poco una canzone che mette a fuoco il problema. Un pezzo di ampio respiro, che
l’amplificazione orchestrale aggancia subito all’emozione. Dice così:
It takes a lot to
know a man
It takes a lot to
understand
The warrior, the
sage
The little boy
enraged
It takes a lot to
know a woman
A lot to understand
what's humming
The honeybee, the
sting
The little girl with
wings
It takes a lot to
give, to ask for help
To be yourself, to
know and love what you live with
It takes a lot to
breathe, to touch, to feel
The slow reveal of
what another body needs
It takes a lot to
know a man
A lot to know, to
understand
The father and the
son
The hunter and the
gun
It takes a lot know
a woman
A lot to comprehend
what's coming
The mother and the
child
The muse and the
beguiled
It takes a lot to
give, to ask for help
To be yourself, to
know and love what you live with
It takes a lot to
breathe, to touch, to feel
The slow reveal of
what another body needs
It takes a lot to
give, to ask for help
To be yourself, to
know and love what you live with
It takes a lot to
breathe, to touch, to feel
The slow reveal of
what another body needs
It takes a lot to
live, to ask for help
To be yourself, to
know and love what you live with
It takes a lot to
breathe, to touch, to feel
The slow reveal of
what another body needs
What are you so
afraid to lose?
What is it you're
thinking that will happen if you do?
What are you so afraid
to lose?
(You wrote me to
tell me you're nervous and you're sorry)
What is it you're
thinking that will happen if you do?
(Crying like a baby
saying "this thing is killing me")
What are you so
afraid to lose?
(You wrote me to
tell me you're nervous and you're sorry)
What is it you're
thinking that will happen if you do?
(Crying like a baby
saying "this thing is killing me")
You wrote me to tell
me you're nervous and you're sorry
Crying like a baby
saying "this thing is killing me"
Ci vuole tempo per conoscere un
uomo
Ci vuole tempo per capire
il guerriero, il saggio
Il ragazzino infuriato
Ci vuole tempo per conoscere
una donna
tempo per capire che cosa sta
canticchiando
l’ape, il pungiglione
la bambina con le ali
Ci vuole tempo per dare e per
chiedere aiuto
Per essere se stessi, per
conoscere e amare ciò con cui si vive
Ci vuole tempo per respirare,
toccare, sentire
il lento rivelarsi di ciò che
occorre ad un altro corpo
Ci vuole tempo per conoscere un
uomo
tempo per conoscere, capire
Il padre e il figlio
Il cacciatore e il fucile
Ci vuole tempo per conoscere
una donna
tempo per comprendere cosa sta
per arrivare
La madre e il bambino
La musa e chi è sedotto
Ci vuole tempo per dare e per chiedere
aiuto
Per essere se stessi, per
conoscere e amare ciò con cui si vive
Ci vuole tempo per respirare, toccare,
sentire
il lento rivelarsi di ciò che
occorre ad un altro corpo
Ci vuole tempo per dare e per
chiedere aiuto
per essere se stessi, per conoscere
e amare ciò con cui si vive
Ci vuole un sacco di respirare,
toccare, sentire
il lento rivelarsi di ciò che
occorre ad un altro corpo
Ci vuole tempo per dare e per
chiedere aiuto
per essere se stessi, per conoscere
e amare ciò con cui si vive
Ci vuole un sacco di respirare,
toccare, sentire
il lento rivelarsi di ciò che
occorre ad un altro corpo
Che cosa hai tanta paura di
perdere?
Cosa pensi che ti accadrà se succede?
Che cosa hai tanta paura di
perdere?
(Mi hai scritto per dirmi che
sei nervoso e che ti dispiace)
Cosa pensi che ti accadrà se succede?
(In lacrime come un bambino che
dice “questa cosa mi sta uccidendo”)
Che cosa hai tanta paura di
perdere?
Cosa pensi che ti accadrà se succede?
Che cosa hai tanta paura di
perdere?
(Mi hai scritto per dirmi che
sei nervoso e che ti dispiace)
Cosa pensi che ti accadrà se succede?
(In lacrime come un bambino che dice “questa
cosa mi sta uccidendo”)
È vero. Ci vuole tempo per conoscere gli altri e anche se
stessi. C’è un’inquietudine che sale dall’altro o dalle parti remote di noi
stessi e che misura l’ignoranza e la distanza dal prossimo quanto quella dalla
nostra identità. Gesù frantuma la distanza, entra nel campo dell’oggettività,
dell’esperienza. Il Vangelo di questa Domenica, chiude – un po’ a sorpresa, in
effetti – sul tema del battesimo. Perché Giovanni battezza? Non bastano le
parole? Non basta la voce? Per battezzare “in Spirito Santo”, per conoscere la Luce abbiamo bisogno dell’oggettività della
Sua presenza. È la via che ci libera dai cortocircuiti dei propri pensieri,
dalle tentazioni gnostiche che vorrebbero darci la salvezza soltanto attraverso
il dominio della conoscenza. Il brano ritagliato dalla liturgia si arresta
prima, ma poco più avanti, nel quarto Vangelo, il Battista rivela che colui che
viene dopo battezzerà “in Spirito Santo”. È l’incontro oggettivo, “sacramentale”
con Dio che introduce gli uomini alla sua piena conoscenza. L’ignoranza che
accompagna i nostri giorni deve prima fare i conti con l’inquietudine che
rivela il male, con ciò che non è Dio o non è da Dio. Deve fare i conti con la
consapevolezza di una purificazione, di un lavaggio di pentimento. L’inquietudine
conduce di fronte alla nostra identità, ma poi, piccoli e grandi, semplici e
sapienti, abbiamo bisogno di incontrare la vita divina, di fare l’esperienza
dell’incontro con Dio.
Tornati alla misura dei bambini,
che scalpitano nel riso o esplodono nel pianto, Gesù può prenderci per mano,
condurci alla vera sapienza, come il Pedagogodi cui parlava Clemente di Alessandria nella fanciullezza del cristianesimo. «Vagando nella vita come in fitte tenebre
abbiamo bisogno di una guida eccellente ed esperta. Guida eccellente, non cieca
che, come dice la Scrittura, conduce altri ciechi nel baratro, ma guida dalla
vista acuta e capace di scrutare le profondità del cuore è il Logos» (Il Pedagogo, Libro Primo, cap. III). «La più grande di tutte le scienze, a quanto
pare – prosegue più avanti Clemente in pieno spirito ellenico – è conoscere se stesso; chi infatti conosce
se stesso conoscerà Dio e conoscendo Dio si renderà simile a Lui». L’uomo
innestato in Cristo, “con il quale
coabita il Logos, non altera il suo aspetto, non si trasforma, ha la forma del
Logos, è simile a Dio; è bello, non si adorna. È la vera bellezza, e infatti è
Dio» (ibid. Libro Terzo, cap. I). Così Clemente parla della vita divina
donata dal battesimo che ci «santifica interamente» - come afferma Paolo nella
seconda lettura, e che è la sorgente della gioia che anima questa Domenica (Gaudete! Rallegratevi!). Un sorgente forse
dimenticata, forse torrente carsico che fatichiamo a riconoscere o percepire.
Ma è presenza reale, che cresce e acquista spessore nella vita sacramentale,
attraverso la contemplazione, l’apertura agli altri, la carità – l’altra
bellezza degli uomini come afferma Clemente - . Il prefazio di Avvento descrive
stupendamente questo dinamismo divino: «Ora
egli viene incontro a noi in ogni uomo e in ogni tempo, perché lo accogliamo
nella fede».
La bellezza che descrive Clemente
arriva a noi, in questo tempo di Natale, nella forma di un bambino. Spogliati
delle nostre sovrastrutture, come bambini - ragazzini undicenni, dodicenni o
forse ancora più piccoli- il Signore ci rigenera con la Sua grazia e ci educa
pazientemente: «O grandezza di Dio! O
perfezione del fanciullo! Il Figlio è nel Padre e il Padre è nel Figlio. E come
non sarà perfetta l’educazione data da quel fanciullo la quale si estende a
tutti i fanciulli, educando noi che siamo i suoi fanciulli? Egli tese verso di
noi le sue mani le quali sono oggetto della nostra piena fede. A questo bambino
rende testimonianza anche Giovanni “il più grande fra i nati di donna”: “Ecco l’agnello
di Dio”. La Scrittura chiama “agnelli” i fanciulli di tenerà età; Dio ha
chiamato “Agnello di Dio” Figliuolo di Dio, bimbo tenero del Padre, il Verbo
fattosi uomo per noi, desideroso di farsi in tutto simile a noi» (Il Pedagogo, Libro Primo, Cap. V).