venerdì 17 aprile 2020

Due o tre cose per una Covid-19 Playlist (tk1)

La quarantena forzata da coronavirus apre spazi di riflessione inediti.
Arriverà il momento in cui saremo più lucidi e più in grado di tirare qualche conclusione su questo dramma planetario. Al momento epidemiologi, esperti tuttologi, complottisti di tutti gli schieramenti si dedicano a dire la propria sul virus, i suoi effetti, la sua origine, le cause nascoste e quello che nessuno ti avrebbe mai detto. Si intrecciano senza dubbio dinamiche che nulla hanno a che fare con i virus, come la politica o la finanza.

Ho l’impressione però, che ci sia un baco in tutto questa matassa di discussioni: il bisogno profondo di trovare il colpevole, di snidare il nemico. Una volta trovato, più o meno a ragione, la coscienza si acquieta, il dramma si scioglie, la realtà si semplifica.  E invece è l’occasione buona per mettersi in discussione. Forse, per mettere in discussione tutto un sistema.

Neil Young ne è convinto e lo ha messo in musica in un pezzo del suo ultimo album “Colorado”. Il brano, che è in realtà ispirato ai temi del climate change, e alla necessità di una nuova sensibilità ecologica, è intitolato “Shut It Down” ed è stato accompagnato in quattro e quattr’otto, ormai in piena crisi Covid-19, da un video diretto dallo stesso Young e dalla moglie.

Nel video c’è anche il papa nella piazza San Pietro deserta, la Roma deserta causa lockdown e i delfini che guizzano nel porto di Cagliari. Un video decisamente suggestivo con un testo mordace:

Devi chiudere l'intero sistema / La gente cerca di salvare questa Terra da una morte terribile / La gente cerca di vivere in un mondo che affronta questa minaccia... devi chiudere l'intero sistema / È il solo modo in cui possiamo essere liberi / Devi chiudere l'intero sistema / Ricominciare e ricostruirlo per l'eternità


Le immagini del video danno il senso della dimensione planetaria dell’epidemia. Eppure non è la prima volta che una malattia mette in crisi l’umanità: la spagnola ce lo ricorda, come la peste bubbonica o il raffreddore che sterminò più indigeni delle spade dei conquistadores. Siamo fragili e questo dato di fatto infastidisce. Fare i conti con l’umano per quello che è, cioè vulnerabilità, mortalità e allo stesso tempo, desiderio infinito, apertura oltre se stesso, è un dato di fatto da tenere presente.

C’è infatti un video molto bello e surreale che parla della morte.
Un uomo sul letto di morte, con tanto di prete per la benedizione, che pure è lasciato solo nel momento decisivo. Il filmato racconta con delicatezza lo sgomento di fronte alla morte oggi tanto diffuso. La morte è dovunque sui nostri schermi, ma quando si presenta per davvero facciamo di tutto per negarla.


Nel video una bambina (la nipotina) si avvicina al capezzale e …prende il via un viaggio straordinario. Il video accompagna il pezzo della band statunitense Khruangbin e si intitola “Como te Quiero”. È stato realizzato da uno studio di animazione di Mexico City e prova a tradurre in immagini il ricordo del proprio nonno a cui la bassista della band, Laura Lee, era molto legata. Il nome del gruppo è una parola tailandese che significa “cosa, oggetto, volante”..non manca il riferimento nel video.

La quarantena da Coronavirus ci chiede di fare i conti con la paura e la solitudine. Chiusi nelle nostre case, sentiamo che quello di cui abbiamo bisogno  non si acquista, ma manca più di ogni altra cosa. È la concretezza dell’amore, dell’ascolto, della prossimità fatta di carne e ossa. C’è un video stupendo che può raccontare meglio di tante parole lo smarrimento di chi si sente isolato.


Il video  ha segnato il ritorno sulle scene dei Portishead, celebre band di trip-hop guidata dalla glaciale e tagliente voce di Beth Gibbons. Il brano è, in realtà, per quanto irriconoscibile, una cover di SOS degli ABBA. I lampeggiamenti nel video traducono nel linguaggio morse proprio la richiesta di aiuto “sos”. Ma è soprattutto il finale a impressionare e “bucare” decisamente lo schermo.  C’è anche, in più, una citazione della parlamentare laburista inglese Jo Cox, assassinata da un neonazista nel 2016. La citazione, suona estremamente attuale oggi che il mondo intero si è fermato per la pandemia: «Abbiamo molto più in comune di quello che ci divide».

L’isolamento ci stringe in uno spazio ristretto, ben più angusto delle quattro mura di casa. Uno spazio colmo di domande e di pensieri che si rincorrono. Il senso claustrofobico del prolungato lockdown è restituito con grande efficacia in un video realizzato dagli italiani “Corteccia”, che sono poi Pietro Puccio e Simone Pirovano. Nel 2020 hanno pubblicato un album dal titolo quantomeno sofisticato: “Quadrilogia degli stati d’animo”, perché composto da quattro brani (ognuno accompagnato da un videoclip) dedicati rispettivamente alle ossessioni, al sentirsi estraniati dagli altri, alla frustrazione di «tenersi dentro pensieri e parole», al sollievo dopo le difficoltà.


Il titolo del brano è infatti “Il silenzio danneggia” e descrive lo stato d’animo della frustrazione dovuta all’incomunicabilità parlando della “fatica” del silenzio, del non potersi muovere, del non saper ascoltare. Vale la pena pensarci nel tempo in cui smessaggiamo di continuo ma in cui ci sentiamo soli e, come recitano le parole del video, «Non so ancora accogliere le risposte, non so ancora comprendere le risposte».
Il video, per la regia di Margherita Loba Amadio è davvero riuscito.

Al tempo del Covid-19 dice la sua anche Giovanni Lindo Ferretti, che riemerge dal suo “eremo” appenninico per affidare alla melodia di un vecchio brano dei CSI (La lune du Prajou) una sua breve e tagliente riflessione che tocca il tema del tempo.
Il ritornello di questi ultimi giorni è infatti il calendario delle tappe per il dopo lockdown: conto alla rovescia, calcolo probabilistico, una contabilità temporale che misura i giorni in base alle perdite in termini di Pil, contagi o decessi. Il tempo ridotto a calcolo, misura computabile, interesse bancario, scricchiola sotto il peso del tempo dilatato e sospeso della quarantena. Cambia la percezione del tempo, ma siamo disposti ad accoglierlo in modo differente? A coglierlo nel ritmo del sole e della luna, nel movimento delle ombre sul muro della casa di fronte, in quella realtà interiore, evidente e chiara a tutti che sono io e che qualcuno associa all’anima?


«Non il tempo perduto, il tempo ritrovato,  - recita Ferretti - un tempo sconosciuto, stagnante nel regno dell’accelerazione, irrompe in streaming senza consolazione. Connessi tracciabili asettici, comunichiamo solitudini moleste e sovraesposte».

Ma Ferretti parla anche di un altro tempo: il tempo della liturgia, il tempo nel tempo quotidiano che rimanda a quello della salvezza.

Verrà il momento in cui oltre la fase 2, torneremo alla normalità, a popolare strade e piazza di paesi e città. E quanto prima ci sembrava del tutto scontato e banale apparirà (chissà per quanto) qualcosa di irreale. Almeno quanto la città irreale (Unreal city) descritta dal folksinger M. Ward nel suo ultimo album “Migrant stories” (2020). Tutto ispirato a storie di migrazione, il suo disco contiene questo brano trasognato che accompagna un bel video in stile nouvelle vague. Nel video c’è infatti una città sognata in cui farsi trascinare dal desiderio di ballare per strada. «Tutta la mia vita, il mio cuore in cerca di cosa, di quando ..chi può mettere in fila le parole?».


«Il video – spiega lo stesso Ward - racconta quando scopri la gioia e la meraviglia nei momenti e nei posti più impensati». Protagonista è l’attrice e modella francese Clémence Poésy che per le strade di Parigi (si intravede anche Notre Dame danneggiata dopo l'incendio) passeggia e balla. «E così, come ovunque il sole colpisce il marciapiede/ ovunque ci sono piedi per strada/ mi sento al massimo in quel momento/ Ho trovato la pace nella Città irreale».

Il finale corale è per noi liberatorio, come traduzione visiva di quanto dice il salmo 30: «hai mutato il mio lamento in danza». Un augurio per tutti purché la città, per noi sia pienamente reale.

venerdì 26 aprile 2019

Vivere da risorti

Scoccata l’ora della Pasqua suona la campanella della ricreazione: i fioretti si sciolgono, si spalmano di nutella le fette di pane, evapora la tensione spirituale, la mortificazione lascia il passo al fermento primaverile. La festa chiede necessariamente una celebrazione integrale, in anima e corpo. Eppure al volgere della sera di Pasqua, sera del dì di festa, la Pasqua chiede ancora di essere celebrata. L’ottava di Pasqua prolunga di una settimana la memoria dell’evento che ha cambiato la storia, ma che forse attende ancora di cambiare il nostro cuore.

E non c’è solo l’ottava, ma un tempo di Pasqua che si prolunga per cinquanta giorni fino alla Pentecoste. Se i quaranta giorni della Quaresima sembrano un’eternità, i cinquanta giorni del tempo pasquale filano via senza colpo ferire. Vivere la Quaresima è tutto sommato più facile, forse perché ci sentiamo più protagonisti: noi con le nostre colpe, i nostri guai, le nostre ferite e fratture interiori; noi con i nostri buoni propositi e le nostre piccole e grandi mortificazioni. Certamente e sinceramente di fronte al Signore, chiamati a meditare la sua passione e individuare la nostra pista di conversione. Ma il tempo pasquale ci ripresenta il primato di Dio, il suo protagonismo nella nostra vita, la sua presenza dentro e attorno a noi, nella Chiesa pellegrinante e in quella celeste.
 

Il tempo di Pasqua ci parla della forza dirompente della resurrezione di Cristo nelle passioni della storia, dell’azione dello Spirito nella vita dei credenti. Papa Francesco ci ha messo in guardia: «Ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua» (Evangelii Gaudium, 6), perché in fondo la Pasqua è più “difficile”, tutta divina; la vita da risorti è principalmente opera dello Spirito Santo in noi. Ma quanto è difficile vivere da risorti! Il tempo del miserere ci torna meglio del tempo dell'alleluia. Una fatica condivisa anche dai discepoli, perché non c’è racconto della resurrezione in cui non ondeggino tra paura e incredulità, delusione o incomprensione. C'è bisogno dello Spirito Santo per arrivare a dire, con Paolo «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Gal 2,20).

Alla sera del giorno di Pasqua, come alla sera di ogni giorno da cristiano, può insinuarsi la sensazione che le tenebre inghiottano di nuovo l’esistenza. L’ora della sera, “the blue hour” (l’ora blu, dicono gli inglesi), in cui il giorno si stempera è il momento in cui tra i grandi sale la malinconia per le cose e le allegrezze del mondo che passano. Per i più piccoli è il momento in cui cala la notte, arriva il buio che inghiotte le cose, anche gli angoli più noti di casa, e monta la paura. 
Come si fa a vivere la Pasqua nell’ora della sera?

Alla creazione la sera e la mattina custodiscono ancora l’inquietudine primordiale per cui tutte le cose possono ripiombare nel disordine, perdersi nuovamente nel caos originario. Ma la genesi recita: «e fu sera e fu mattina»: nello scandirsi del tempo è iniziato qualcosa di nuovo. Alla sera, al momento in cui le tenebre sopravanzano il giorno e la luce - prima tra le creature di Dio-  è già possibile contare l’inizio di un nuovo giorno. Alla notte succede la mattina, in cui la luce torna a riportare ordine e tutto riprende il nome di cosmo perché d’ora in poi non ci sarà più confusione di elementi, come quando «la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso» (Gn 1,2).


«The blue hour» è anche il nome di un recente album degli Suede, storica rock band britannica, che continua a sfornare dischi degni di nota. L’ora blu di cui si parla, a detta della band, è l’ora in cui la preoccupazione per un bambino scomparso si trasforma in angoscia perché cala la notte. L’ora blu è dunque il punto in cui si avverte di smarrire definitivamente la propria infanzia e la propria giovinezza, con il suo carico di gioia e di sogni.

Cosa succede quando tutto è inghiottito dalla luce blu della sera? Un brano dell’album, “life is golden”, accenna una possibile risposta.

«Non sei solo, guarda il cielo e stai tranquillo/ Non sei solo, guarda la luce sei ascoltato/ non sei solo, la tua vita è d’oro (…) non sei solo; quando il mondo riversa in te tutto l’inverno/ non sei solo; sono lì con le parole che usi/ Non sei mai solo; la tua vita è d'oro/ E se non ti ameranno stanotte/ continua a battere le mani per la resurrezione/ Scolpisci il tuo nome nella mia tenera pelle/ Con le tue parole meravigliose/ con le tue, le tue parole meravigliose//».

La vita dei risorti è una vita d’oro. 
Ed è proprio quando cala la sera dei giorni qualunque che si misura la tua vita da risorto. È la vita da risorto che conduce il cristiano attraverso le tenebre del mondo, che fa attraversare ai cristiani della prima ora come di oggi, la persecuzione e l’ostilità del mondo. Lo si vede nei santi e nei martiri di ogni tempo nei quali la vita divina trasforma l’esistenza per farla brillare di una luce e di una vita che mai si spegne.

La vita dei risorti è la vita redenta e ricreata che la Quaresima ti invita a cercare e accogliere da Cristo risorto. Proprio quella che ti ha consegnato il battesimo e che forse non ti sei ancora accorto di custodire.


Il video che accompagna “life is golden” è stato girato presso Chernobyl. Descrive con grande suggestione come dopo trentanni (il 26 aprile ricorrevano 33 anni esatti), nonostante le conseguenze del disastro nucleare, la natura si sia lentamente riappropriata di ogni cosa, riconquistando centimetro dopo centimetro gli spazi deserti di una città fantasma. Il video, girato nella città di Pripyat, presso Chernobyl «non intende raccontare la tragedia del disastro accaduto tanti anni fa –precisano gli Suede-, ma parla della forza inarrestabile della vita che si è ripresa il desolato paesaggio lasciato dagli esseri umani. Ci è sembrato meravigliosamente calzante per adattare la canzone al cemento incrinato, ormai tutto conquistato da imponenti alberi d'oro».  

In effetti non c’è disastro che da “risorto” tu possa attraversare come prima. Non c’è passato o tristezza che possa trattenerti. «D’altra parte, - ci ricorda Papa Francesco nella sua Christus vivit- Gesù è risorto e vuole farci partecipare alla novità della sua risurrezione. Egli è la vera giovinezza di un mondo invecchiato ed è anche la giovinezza di un universo che attende con «le doglie del parto» (Rm 8,22) di essere rivestito della sua luce e della sua vita. Vicino a Lui possiamo bere dalla vera sorgente, che mantiene vivi i nostri sogni, i nostri progetti, i nostri grandi ideali, e che ci lancia nell’annuncio della vita che vale la pena vivere».

domenica 16 dicembre 2018

Che cosa dobbiamo fare? III domenica di Avvento

«Che cosa dobbiamo fare?»
Da dove nasce l’interrogativo del vangelo di questa domenica, la terza di Avvento? Giovanni Battista si ritrova davanti le folle e le categorie più insperate; la gente se lo domanda: che sia lui il messia? Tutto il popolo fremeva nell’attesa, inquieto. Frutto di un’operazione di marketing ben riuscita? Un’omileta accattivante? La liturgia non ce lo ricorda, ma nel deserto Giovanni pronunciava parole pesanti: «Ormai la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero dunque che non fa buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco». Parole fuori luogo nella domenica “Gaudete”?
«Per una volta, per favore, ci proverai e farai attenzione alla tua vita?»
È il ritornello di un brano dei Piano Magic, «Attention to life», per l’appunto, accompagnato da un video che giustappone, come in una carrellata di quadri, inquadrature come fotografie dentro una straniante atmosfera violacea. Il testo -condito con il tipico spleen dei Piano Magic- racconta di una storia d’amore, di un’amante, tra partenze e disincanto. La vita scorre o è corsa altrove.
Un’inquietante presenza femminile lascia in secondo piano ponti, viadotti, mercantili, tralicci elettrici, attorno ai quali cresce una natura inospitale e selvaggia, che minaccia e attacca – non vista ma inesorabile- le fondamenta del vivere quotidiano. Una prospettiva differente, da cui osservare le cose e la vita che corre. Chi è, alla fine dei conti, più ai margini dell’esistenza?
È in questo sguardo sospeso che l’interrogativo può prendere forma e farsi serio. Fare attenzione almeno per una volta alla propria vita, può spalancare dinanzi agli occhi la vacuità del mio penare quotidiano, la meschinità dei miei tormenti e di una soddisfazione fatta di rapine, sotterfugi, violenze o prepotenze. L’attenzione svela i meccanismi che fanno scansare o stritolare l’altro per affermarsi. Ci si può stupire di se stessi, talvolta inorridire. Dal groppo alla gola sale una domanda: e allora, che cosa devo fare? «Che cosa dobbiamo fare?» Vivo o mi lascio vivere? Mi perdo nel peccato o, per una buona volta, decido di entrare nella vita?
«Per una volta, per favore, ci proverai e farai attenzione alla tua vita?»
Per quanto ci inquieti questo discorso, le parole del Battista lasciano il campo aperto all’irruzione di una novità sorprendente, capace di trasformare e purificare ogni cosa come la fiamma viva: «Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco».
L’attenzione, diceva Simone Weil, è la forma più rara e più pura della generosità. Per lei, donna della soglia, l’attenzione era un punto decisivo. L’attenzione ha già il sapore della grazia, cresce con il desiderio e la gioia, diventa intelligenza, non a meno di profonde e dolorose purificazioni.
In attesa del Signore che bruci e trasformi la vita, ormai prossimi al Natale, in «Attesa di Dio», come recita il titolo del classico volume di Simone Weil da cui è tratta la citazione che segue, vale la pena cominciare a fare attenzione alla vita.
«Nella nostra anima c’è qualcosa che ripugna la vera attenzione molto più violentemente di quanto alla carne ripugni la fatica. Questo qualcosa è molto più vicino al male di quanto non lo sia la carne. Ecco perché ogni volta che si presta veramente attenzione si distrugge un po’ di male in se’ stessi. Un quarto d’ora di attenzione così orientata ha lo stesso valore di molte opere buone».

domenica 2 dicembre 2018

C'è vita sulla terra? I domenica di Avvento

C'è vita sulla terra?
Le catastrofi preannunciate da Gesù lasciano sempre inquieti se non dubbiosi. Non ci sembrano coerenti con l'immagine che ce ne siamo fatta; lui sempre buono, misericordioso, paziente..se non proprio amicone, almeno compagnone, visto che del Vangelo ci ricordiamo sempre meglio i suoi momenti a tavola e i suoi prodigi col pane e col vino.
Che poi -verrebbe dire- non abbiamo ancora ben capito che ci azzecchi questa rivoluzione celeste e terrestre con il Natale che tintinna alle porte.
«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte».
Il mondo come lo conosciamo -ci viene suggerito-, finirà, la storia girerà pagina. Ma la gente morirà addirittura per la paura, erosa, sgretolata dell'angoscia. Angoscia di che?
E poi, prima e accanto alla paura, ubriachezza, dissipazione, preoccupazioni quotidiane, agitazioni che si portano dentro le esigenze biologiche (mangiare, bere & co..).
«Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con potenza e gloria grande.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina»
A ben guardare l'impressione è che di fronte al Signore che viene il problema sia proprio nel fatto che il Signore viene. Se, come ci insegnano, l'apocalittica non parla tanto del futuro ma ci aiuta a leggere il presente, sconvolgimenti e cataclismi, paure e sgomento generale preoccupano soprattutto chi del mondo vecchio non può proprio farne a meno, perché ci si è aggrappato con le unghie e coi denti.
Per qualcuno forse, l'apocalisse è già arrivata. Il mondo desolato, moribondo e transeunte è quello di chi ha solo un cielo atmosferico, di chi non ha più un altro Cielo o neppure lo attende, e vive come se non ci fosse.
Non viviamo già da morti se schiavi o tirati dentro un sistema che ci distrae fino all'ultimo giorno?
Vivere per mangiare o consumare roba, affetti, desideri ti butta dentro la ruota della finitudine che stritola.
«In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia; egli eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra».
E allora la liturgia ci parla di in germoglio. Germoglio che arriva in mezzo alle prove e alla desolazione. È germoglio che viene a visitarci, scruta le nostre miserie, misura la povertà del nostro abbarbicamento alle cose del mondo.
Vi siete mai sentiti scrutati dal germoglio?
Contemplati dalla presenza discreta, umile, silente di Dio;
che vede e cerca, e mentre contempla ama, ha misericordia. Basterebbe accorgersi di questo piccolo e desto germoglio per alzare il capo e risollevarsi.

Lo racconta un bel video (Jon Hopkins, Feel First Life, 2018), che gioca sapientemente sullo scenario post apocalittico e fa seguire i movimenti di uno strano seme animato, che rotola rotola tra le desolazioni di un mondo finito, entra nei panni di un astronauta per esplorare un pianeta fattosi deserto. C'è vita sulla terra?
Il finale del video è molto suggestivo..e già Natalizio.
«State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso».
C'è vita sulla terra? E tu quando ti decidi a vivere? Quando vivrai per la vita e non per la morte?

martedì 13 novembre 2018

Ecco quanto è bello che i fratelli vivano insieme!




In Seminario …è tempo di festa


È proprio con i sentimenti suggeriti dal salmo 132 che la comunità del Seminario Diocesano di Pistoia ha celebrato sabato 10 novembre la festa di San Leone Magno, papa e dottore della Chiesa, patrono del Seminario.


Il Seminario Vescovile, detto appunto “Leoniano”, dal nome del vescovo Leone Strozzi, il quale lo istituì nel lontano 1693, ha individuato nella memoria liturgica di San Leone Magno (che in seminario si celebra col grado di solennità) la ricorrenza annuale in cui celebrare la festa della Comunità in stretta unione con il vescovo, con il presbiterio della diocesi e con tutti coloro che vivono nel Seminario.


I festeggiamenti sono iniziati la sera di venerdì 9 con il canto dei Primi Vespri, per proseguire al mattino del sabato con le lodi mattutine e la santa messa presieduta dal Rettore don Ugo Feraci.

Alle ore 11.00 i seminaristi hanno accolto nella cappella di Santa Chiara il vescovo Fausto ed i  presbiteri convenuti per un momento di preghiera liturgica con la celebrazione dell’Ufficio delle letture che si è concluso con il canto del Te Deum.

Ascoltare i nostri preti, giovani ed anziani, italiani e stranieri, uniti ad una sola voce nel canto dei salmi, ha portato alla mente la bellezza del pregare insieme con un cuor solo e un’anima sola. Al tempo della preghiera è seguito un momento di fraternità in aula magna.
Dopo il saluto di mons. vescovo e del rettore don Ugo, il quale ha presentato al clero la Comunità ed i suoi membri, i seminaristi si sono presentati personalmente, proiettando un video sulla giornata tipo in seminario e poi  hanno interagito con i sacerdoti con un simpatico quiz «seminaristi di ieri - preti di oggi», mostrando loro una selezione di foto di varie epoche della vita del Seminario ed invitandoli a riconoscersi nelle foto o a riconoscere i propri compagni e confratelli.

A seguire è stato proposto un momento scherzoso in cui il Regolamento del Seminario del 1956, ritrovato in archivio, è stato commentato con alcune immagini della vita dei seminaristi di oggi; è stato anche lo spunto per  alcuni preti, giovani e meno giovani, per raccontare aneddoti della loro esperienza seminaristica e per ascoltare alcune testimonianze di due pilastri del seminario pistoiese: mons. Aldo Magnarelli, vice rettore  per molti anni e mons. Cesare Tognelli, per ben 25 anni Rettore, che hanno raccontato la loro esperienza di studenti e poi di formatori.

E siccome, come dice il proverbio: tutti i salmi finiscono in gloria… un pranzo fraterno e allegro preparato dalle nostre impareggiabili cuoche ha concluso i festeggiamenti.

La Comunità del Seminario

sabato 20 gennaio 2018

ANCHE TU SEI UN NICHILISTA ATTIVO?

NICHILISTI ATTIVI O PASSIVI? 

Uno spettro si aggira per l’Europa. È, dicono, l’ospite inquietante del nichilismo che alberga nel cuore dei giovani. 
Ne ha discettato ampiamente Umberto Galimberti che dieci anni fa dava alle stampe “l’Ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani” (2007), un testo a cui ultimamente ha fatto seguire “La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo” (2017) dove ricuce insieme le loro lettere, le sue risposte e i suoi commenti su un ampio spettro di tematiche. 

L’identità dell’ospite inquietante, precisa Galimberti, l’ha descritta perfettamente Nietzsche: «manca lo scopo, manca la risposta al ‘perché’, i valori supremi perdono valore». Eppure nel corso di un decennio lo spettro del nichilismo si trasformato almeno un po’, al punto da guadagnarsi un aggettivo. C’era una volta, infatti, il nichilismo passivo della rassegnazione o della ribellione. Oggi, afferma Galimberti, anche il nichilismo non è più lo stesso e «tra una percentuale forse non piccola» di giovani si fa strada un nichilismo ‘attivo’. 



Dieci anni fa l’autore chiudeva significativamente il suo testo con un interessante capitolo dal titolo: «la musica giovanile e il ritmo del cuore». C’è, a suo dire, una discontinuità epocale tra la musica intesa come armonia (specchio di una realtà celeste, intrisa di etica e metafisica che da Platone è arrivata fino ad Hegel) e una musica che è tutta …un’altra musica. Musica «sempre sul ciglio dell’abisso», espressione della dimensione tragica della vita che allo stesso tempo è rimando a un grido primordiale, originario, attorno a cui si costituisce, o vorrebbe costituirsi, una comunità. Un grido previo alla parola stessa, più vicino al ritmo del battito del cuore che alla sintassi di un discorso. Un ritmo originario che attraverso la musica di oggi sfocia in un vitalismo fatto di istanti carichi di ‘passioni’, espressione di una spiritualità invertita che invece di orientare verso l’alto riconduce a una carnalità tutta terrestre. 

Il discorso è interessante, ma decisiva, in realtà, è la conclusione a cui vuole arrivare Galimberti e cioè che la ricerca di senso propria della tradizione cristiana debba ormai lasciare il passo a «quell’espansione della vita a cui per natura tende la giovinezza e la sua potenza creativa». Insomma: è finito il tempo delle domande di senso; inutile cercare risposte sopra la nostra testa. 
Sarà davvero così? 

MUSICA & NICHILISMO 

Con la musica si può forse provare a rispondere. L’erosione della ricerca di senso ha certamente segnato la fine del secondo millennio. Un nichilismo che, dopo l’ubriacatura edonista dei favolosi eighties, gli anni novanta avevano coltivato a iosa, mietendo vittime tra adolescenti cresciuti a pane e grunge, nutella e consumismo di massa, tra i Nirvana e le Spice Girls. 
C’era, all’epoca, chi aveva tradotto in manifesto lo spettro dell’ospite inquietante dell’anima come gli Smashing Pumpkins di Billy Corgan: «emptiness is loneliness, and loneliness is cleanliness/ And cleanliness is godliness, and god is empty just like me (Il vuoto è solitudine, e la solitudine è purezza/ E la purezza è divina, e Dio è vuoto proprio come me)» o nelle divagazioni militanti dei Manic Street Preachers «I know I believe in nothing. But is my nothing». Un’affermazione granitica e disarmante che il videoclip di ‘Faster’ faceva apparire nel bel mezzo di un assolo incendiario suonato da James Dean Bradfield nei panni di un terrorista dell’IRA. 




Oggi – a dire di Galimberti - sul nulla si può avere uno sguardo più leggero, danzare e continuare a sognare. È il nichilismo attivo di chi, pur di fronte alle rovine o all’assenza di sistemi di riferimento, vuole o almeno vuole credere di farcela. 

«Signore hanno scoperto con la lente Che dietro al cielo non c'è niente/ E ci sta solo un telo nero/ Se lo scoprirà la gente» canta Mannarino in ‘Apriti cielo’ e me lo suggerisce Sofia, che a sedici anni prova a descrivere il vuoto che i suoi coetanei si portano dentro. 

Forse si può cantare e danzare sul nulla, rapiti dalla musica che sottrae al passare del tempo. Ma cosa resta? C’è una canzone e un video di grande suggestione che ce ne parlano (Motta, del tempo che passa la felicità: “Sarebbe bello finire così/ Lasciare tutto e godersi l'inganno/ Ogni volta/ La magia della noia/ Del tempo che passa la felicità). 




MUSICA & SPIRITUALITÀ 

I nichilisti attivi ribattono che se tutto è venuto meno ci sarà pure qualcosa da cui ripartire: «se è vero che non ci sono più valori, come sembra dai vostri discorsi disfattisti, starà a noi trovarli. E quando li troviamo e poi li difendiamo, non diteci che sono utopie o ingenuità». Anche i nichilisti attivi hanno i loro valori e i loro ideali, sono consapevoli degli inghippi del mondo contemporaneo e consapevoli delle capacità che possiedono. Valori positivi che, tutto sommato, anche la modernità ha saputo coltivare. Altri 'valori' nascono da esperienze originarie, come un’affettività prigioniera di sentimento esasperato o l’affermazione di sé che si traduce in sforzo prometeico di acchiappare il mondo. I nichilisti attivi, poi, li troviamo anche nel mondo pop della musica nostrana, come canta il Gabbani nazionale. 

Eppure, anche nella musica, trova spazio una certa spiritualità. 
Il cuore dei giovani non può essere stretto in un vitalismo fondato sul nulla o affidarsi a una speranza che non poggia da nessuna parte se non su se stessi e le proprie fragilità. C’è poi l’inquietudine di chi si sente chiamato a cercare la verità e non soltanto a sperimentare la verità dei sensi. C’è la nostalgia di un’armonia originaria, di un incanto nel mondo disincantato. Il desiderio di bene, il ritorno a un bisogno di simboli, di sacro, che sconfina perfino nel ritorno della religione. 
«Ogni notte sto alzata un po' più a lungo/ in ricerca su quel campo di stelle/ sai chi sono? Puoi sradicare il mio albero? / Puoi trovare cosa c'è dentro di me?/ trovare l'origine della mia disfatta?» Così, su versi che assomigliano a una poesia, canta Natalie Merling degli Weyes Blood, in un videoclip dal gusto un po' retro, ma dal grande fascino contemplativo.
I gave my strength/for years like an ox I pushed/and for years like a ship I sank/
to the bottom of that unknown sea/ I'm still learning to be free and not so somber/everynight I stay up a little longer/ searchin on that field of stars/
do you know who are?/can you dig up my tree?/can you find whats inside of me?/find the origin of my defeat?



Possibile che perfino quel giovanotto fuoriuscito dagli One direction che passa sotto il nome di Harry Styles, non trascini con sé un briciolo di spiritualità? Forse non è facile trovarla quando raggranelli oltre duecento milioni di passaggi su youtube e sei incastrato nelle sofistificazioni commerciali. Eppure Harry parla di ‘Segni dei tempi’, categoria che dal Concilio Vaticano II in poi la Chiesa non fa che ripetere, cercare e indicare. Qual è il segno dei tempi di Harry? Il pianto di chi si sente messo alle strette dalle ferite della vita. Una ballata che, dice lui, racconta il dramma di una mamma che muore dando alla luce il proprio bambino. «Remember everything will be alright/ We can meet again somewhere/ Somewhere far away from here!». Dobbiamo scappare di qui.. ripete Harry, mentre nel videoclip si libra nell’aria fino a perdersi nel tramonto. 



Si potrebbe scrivere a lungo sulla simbolica della fuga, se non altro per tutte le volte che è proposta nei videoclip. Se ne potrebbero elencare a centinaia. Fuga che è incubo, fuga verso la salvezza, fuga disperata, fuga verso l’innamorata, la luce, l’orizzonte. «Ma una ragazza un giorno m'ha spiegato/ Che il mare ha tante onde/ E non finisce all'orizzonte» ripete anche il nostrano Mannarino. E il videoclip che accompagna il brano racconta proprio di una fuga drammatica fino alla riva del mare. Tornano in mente le parole di Paul in Breakfast at Tiffany’s: «si deve appartenere a qualcuno, perché questa è la sola maniera di poter essere felici. Tu ti consideri uno spirito libero, un essere selvaggio e temi che qualcuno voglia rinchiuderti in una gabbia. E sai che ti dico? Che la gabbia te la sei già costruita con le tue mani ed è una gabbia dalla quale non uscirai, in qualunque parte del mondo tu cerchi di fuggire, perché non importa dove tu corra, finirai sempre per imbatterti in te stessa». 




«VENITE DIETRO A ME» 

Gesù ci parla di conversione. I vangeli raccontano di vocazione. La fede ci parla di un Regno dei Cieli. La generazione nichilista attiva è interessata a questo Dio? 

Se Dio assomiglia al mio niente, non mi interessa più di tanto. Se resta una proiezione che ha avuto un certo valore nella storia il suo tempo è passato. «Intorno a Dio – scrive Galimberti in “La parola ai giovani” - si chiedono che cosa motiva la ricerca di Dio, e poi, confrontandosi tra loro, si accorgono che ciascuno si è costruito il suo Dio a propria immagine e somiglianza. A questo punto la discussione non può più proseguire, e la domanda si sposta dall’esistenza di Dio alla funzione che Dio ha svolto nella storia». Il commento perfetto, ancora una volta, lo possiamo trovare nella pungente ‘Deija’ del solito Mannarino, che nella sua prospettiva immanente invoca comunque un Dio che parla di redenzione e fratellanza. 

Eppure Gesù è diverso. Non si può ridurre al desiderio di buoni sentimenti. Gesù chiede conversione e ricorda che il tempo è una realtà densa, non una ruota che gira, ma una realtà che si compie. C’è un tempo opportuno che diventa il tempo della svolta. Un tempo che si è fatto breve perché qualitativamente condensato, come se lo srotolarsi delle ore si fosse riavvolto in un punto, come le vele ammainate sull’albero della nave. È il tempo denso della grazia che può commentare una canzone; quella che riesce a raccontare le parole che non trovi. 

David Pajo, chitarrista statunitense, già membro degli Slint, aveva preannunciato il suicidio. Esito drammatico di una vita al capolinea. Lo racconta lui stesso: «Ricordo (il giorno in cui ho cercato di uccidermi) perfettamente e lo rivivo spesso nella mia mente, lo faccio per non dimenticare», afferma David. «Quando sono arrivato in ospedale un’infermiera mi ha chiesto se avevo qualcosa da dire. Ho risposto che avrei voluto morire. “Sono contenta che non sia successo” mi fa. Mi sono messo a piangere sommessamente. Nessuno mi aveva mai detto una cosa del genere». «Tutto il supporto e l’amore che mi ha dato la gente è stato rigenerante. Ho ricevuto centinaia di mail e messaggi da amici e sconosciuti a partire dalla pubblicazione della nota e tuttora ricevo messaggi da persone che condividono con me le loro storie di vita. Sto cercando di fare del mio meglio per rispondere ad ognuno di loro». 

Salvato dai suoi amici David un anno dopo resta coinvolto in un grave incidente ed è costretto a lungo sulla sedia a rotelle. Un videoclip ce lo presenta sulla carrozzina, chiuso nel bianco e nero di un dramma che ritorna ossessivamente su una forza e un’immagine quasi caricaturale di sé, fatta di anelli kitsch e tatuaggi. David passa qui sotto lo pseudonimo di Papa M e il brano, privo di testo, è una successione di massicci riff di chitarra. Poi nel brano entra la grazia: due bambini che giocano con i petali di un fiore. Entra il colore e le ruote della carrozzina spinte con forza da David lasciano il posto alla ‘ruota’ di una piccola ginnasta e alle corse dei due bambini. Arriva la grazia inafferabile che scombina tutto. Qualcosa che resta impossibile da manipolare. «Quando sono debole è allora che sono forte» direbbe san Paolo. Dubito che l’autore del video pensasse a all’apostolo o intendesse esprimere qualche verità di fede. Eppure non è facile trovare qualcosa che assomigli di più alla grazia che riporta alla vita, all’identità senza maschere che solo Dio restituisce. 


Alla generazione dei nichilisti attivi, come a quella dei giovani di ogni tempo e di ogni luogo, il Vangelo propone la possibilità di un incontro, l’apertura a una relazione, l’invito ad “appartenere a qualcuno”. La fede cristiana non è una speculazione corredata da un apparato religioso e da una gerarchia di potere, ma l’esperienza di una relazione che cambia la vita. Gesù non ha una definizione da consegnarci, neppure un libro sceso dal cielo da metterci tra le mani. 
Gesù cerca proprio me. Nel Vangelo scruta i discepoli, li fissa con amore e li chiama alla sequela. Ha un orizzonte più grande da indicarmi. Una proposta che mi prende dove sono. Che mi trovi nella vetta della contemplazione o nell’abisso della disperazione. Ai discepoli, pescatori che armeggiano con le reti sulla riva del lago, Gesù preannuncia: «vi farò pescatori di uomini». Il Figlio dell’uomo non cancella la loro storia, ma la apre alla novità che da soli, loro come i nichilisti attivi di oggi, non potrebbero mai darsi. 

Gesù apre alla relazione nuova, quella che si costruisce dietro di Lui. È una proposta, una vita che cambia. Sei tu, ma non sei più lo stesso. Come scriveva San Giovanni Crisostomo in un’omelia: «Quando gli uomini …ti vedranno cambiato, convertito, non diranno forse come i giudei dicevano dell’uomo cieco dalla nascita che era stato guarito: “è lui?”, “sì è lui”, “no, ma gli assomiglia”. “Non è forse lui?”». La conversione, diceva qualcuno, attesta la perenne giovinezza del cristianesimo. È la forza del Vangelo. È il primato di Dio. «Quanto più si è in grado di ricevere l'amore di Dio – affermava un maestro dello Spirito di nome Diadoco di Fotice -, tanto più lo si ama». 



Il Signore ti invita a provare, a fidarti di lui. È la forza di un dinamismo oggettivo e non soggettivo. Il Vangelo non è soggettivo, ma oggettivo: è la forza oggettiva e concreta di un Dio che si incarna, ci conosce e ci raggiunge nella carne, nei sacramenti, nei fratelli. È la forza oggettiva che mi strappa dal corto circuito del pensiero che si riflette e si ripiega su stesso. «Venite – sembra dire Gesù anche ai nichilisti attivi di oggi -prendete il vostro niente e lo trasformerò in un tutto. Dal vostro niente si puo’ sempre ripartire». Al Signore questo basta per farci vedere quanto può cambiare la nostra esistenza. Ai pescatori in riva al mare schiuse un orizzonte più grande. 

«Ma una ragazza un giorno m'ha spiegato/ Che il mare ha tante onde/ E non finisce all'orizzonte». 
E se ce lo avesse spiegato Gesù?

ugo

venerdì 25 settembre 2015

Considerazioni all’inizio del nuovo ed ultimo anno di Seminario


Quando ho iniziato quattro anni fa, non credevo che tutto finisse così presto.

A dire il vero certe volte è stato così lento e duro il passare del tempo che avrei voluto essere trasportato direttamente al giorno dell’ordinazione (perlomeno quella diaconale…) perché la vita del seminarista, anche se non sembra, è un po’ difficile; soprattutto per chi è in là con gli anni come il sottoscritto. Ma va bene così, perché non si può diventare preti a buon mercato.

Avvicinandosi il primo giorno del quinto anno di Teologia, sono principalmente due le cose sulle quali convergono i miei pensieri. Anzi tre.

La prima è iniziare il mio ultimo anno, non nel seminario di Firenze in cui sono stato insieme ai miei compagni per quattro anni, ma nel seminario di Pistoia. Un seminario a Quarrata, praticamente vivendo in casa del nostro rettore e all’interno di una realtà parrocchiale… Roba da far accapponare la pelle. Dopo che il vescovo Fausto ha preso questa importante decisione, ho sentito un brivido dietro la schiena, quello tipico che ti prende quando lasci una strada sicura per qualcosa che inizialmente non è certo, ma che poi, consegnandosi a chi ti guida, si può rivelare un percorso ancora più ricco e bello del precedente.

Poi a me, si sa, piacciono le storie di avventure incredibili.

La seconda cosa riguarda il mio servizio pastorale. Chissà cosa mi diranno di fare, vivendo anche nel trambusto di un trasloco e cercando di riorganizzare insieme (e da capo) un nuovo seminario in diocesi. Staremo a vedere. E lo dico con tutta quanta la serenità del mondo, perché ormai son certo che qualunque cosa accada casco sul morbido.

La terza cosa è che la mente viaggia; nel senso che, un anno, fa in fretta a passare. E poi? Se ci penso mi viene altri brividi. La cosa che mi tranquillizza è come dicevo prima, la sicurezza di cascare sul morbido. Questo perché l’anno scorso, come servizio pastorale, ho accompagnato il vescovo in vari posti e in varie parrocchie. Qualche volta sono potuto anche restare agli incontri con le comunità parrocchiali dove presentavano le varie opere pastorali. Quello che la gente riesce a fare partendo dal proprio desiderio. Mi sono felicemente accorto che la Chiesa che è in Pistoia, non è sterile. Anzi. E’ feconda come non lo avrei mai immaginato. Piccole opere fatte col cuore, nel dedicarsi ai giovani, agli anziani ed ai malati, agli stranieri, alle persone in difficoltà economica ma anche in difficoltà umane e spirituali, quelle che fanno piangere la notte quando nessuno ti vede. Il tutto svolto nel più completo silenzio, nel soffio di una brezza leggera.

Che bella la Chiesa. Penso alla fedeltà di chi confessa da anni nella propria parrocchia magari sentendo sempre le stesse cose, o magari come chi confessa in cattedrale nel buio confessionale, senza neppure vedere la faccia di chi ti si inginocchia di lato e senza sapere se alla fine ti regalerà o meno un sorriso per quello che gli hai detto; penso a chi nelle fredde notti si alza per portare una parola di conforto e di speranza a chi sta per vedere il volto di Dio ed a chi non lo vede per nulla, o chi nel più caldo dei giorni cammina per due miglia o tre con chi si sente solo; penso a chi tira fuori dal proprio portafoglio i soldi per aiutare un padre di famiglia che non arriva a fine mese. Tutto nella certezza che il mondo, infine, non viene salvato da noi. Che bella la Chiesa. Quella vera, quella silenziosa, quella che non recrimina niente e che non si aspetta niente in cambio, quella feconda che ancora oggi ha da dire molto alla gente. A tutti.

Mi sono accorto che tutto questo è portato avanti da preti che sono pieni di limiti come tutti gli esseri umani, ma nonostante le proprie povertà hanno tutti un dono diverso, come ci dice anche san Paolo. Questo è veramente interessante. Tutti non fanno tutto, non possono. Anche quello più lontano da te per carattere, ha qualcosa che ti può dire, insegnare. Uno magari è portato per stare a contatto con i malati, un altro con i giovani, un altro è bravo con le famiglie, un altro per la catechesi. Il volto di Cristo traspare dalle loro persone in molti modi, tutti diversi, tutti interessanti. Ho capito che non c’è un solo modo di fare Chiesa, ma è necessario fissare lo sguardo nei suoi occhi, sennò tutto diventa frammentato. Mi viene in mente il mantello di Cristo, senza cuciture, fatto da fili diversi; ma chiunque lo toccava riconosceva la persona e veniva guarito, come la donna che non smetteva di sanguinare.

Casco sul morbido. La destinazione per un prete è quello che fa più paura perché non sa quello che trova. Spesso si vede solo la melma. Ma se ovunque c’è oro sotto la melma basta solo sporcarsi le mani e tirarlo fuori. Basta affidarsi. Ovunque mi sarà detto di andare nel prossimo futuro, dovrò solo preoccuparmi di portare la mia umanità, povera e piena di limiti, e lasciarmi sorprendere in ogni istante da Cristo che mi viene incontro nel volto di chi ho davanti. Ultimo ed emarginato, ricco o povero, di un altro prete o vescovo che sia.

E questo è davvero una vertigine.
 
Gianni