mercoledì 6 agosto 2014

Una comunità in cammino

Il seminario è in viaggio. L’estate riannoda sei percorsi di formazione nel ‘noveposti’ parrocchiale. Rettore al volante si macinano chilometri lasciando alle spalle bombe d'acqua, esami e gossip estivi della sede vacante. Poco più di una settimana in cui si intrecciano, col senno di poi, i quattro pilastri della formazione al presbiterato così come ce li ha consegnato il santo Giovanni Paolo II:  formazione umana, spirituale, pastorale e intellettuale.

Lagrasse, ottocento km più tardi, è la mèta semideserta dove si chiudono i fasti repubblicani del 14 luglio. Lungo il fiume, attorno un’antica abbazia carolingia, è nato e sopravvive un villaggio contadino. 
Chi arriva in seminario avverte uno straniamento simile. Dopo le animate peripezie vocazionali ci si trova catapultati in un luogo separato, ai margini (apparentemente) della città, lontano dai ritmi e i riferimenti di ogni giorno, con gli orecchi che ancora fischiano per il rumore.


Così ad occidente, non troppo lontani dalla Spagna, la sera è più lunga. Su una riva il cimitero e l'abbazia, sull'altra il paese e la strada. Sul ponte, non troppo fuor di metafora, sta in posa tutto il seminario.



Attorno regna il silenzio. Chiacchiere, prediche, incontri, catechesi, rompono il silenzio dei preti fin dagli anni del seminario. Eppure la campagna quieta e ordinata di questo sperduto ma familiare mondo contadino azzittisce, dispone le orecchie e la memoria a inattesi richiami. C’è la natura e dentro, quasi apposta per inquadrarla in panorami suggestivi e ordinati, sei giovani più o meno giovani capitati ‘per caso’ nella strana avventura del seminario.


E più in là? Sull’asfalto liscio di fresco, pronto per lo sciame ciclistico del tour de France, è segnata la strada verso l’ignoto dove tendono tutte le cose. La strada è tracciata per il cammino.
A papa Francesco piace la metafora del cammino. Dalla prima omelia ai cardinali quale pontefice neoeletto, fino al recente viaggio a Caserta, torna con frequenza il tema del cammino: «io non capisco un cristiano fermo! Un cristiano che non cammina, io non lo capisco! Il cristiano deve camminare ... Ci sono cristiani che confondono il camminare col “girare”. Non sono “camminanti”, sono erranti e girano qua e là nella vita. Sono nel labirinto, e lì vagano, vagano... Siamo sicuri soltanto quando camminiamo alla presenza del Signore Gesù. Lui ci illumina, Lui ci dà il suo Spirito per camminare bene».


Anche il seminario, lo dice la Pastores dabo vobis (d’ora in poi PDV), che rifrulla nella testa qui ed anche più avanti, è «una comunità educativa in cammino».
Strana avventura quella del seminario: quando ci sembra di star fermi il Signore ci sorprende, ci stimola, ridona freschezza e motivazione. Tra distrazioni e stanchezza, chi vive il seminario e impara ad affidarsi scopre inevitabilmente che il Signore sorprende sempre.


«Bienvenue dans le pays cathares!» A Carcassonne, è custodito nell’incanto turistico del revival medievale il ricordo dei catari e delle sanguinose crociate che li spazzarono via. Eresia, o meglio, religione ‘cristiana’ decisamente alternativa, summa dei dualismi e delle gnosi antiche che sopravvisse fino almeno al Trecento tra Linguadoca e Provenza. 
Le deformazioni del cristianesimo hanno origini spesso comuni: la Parola non è colta nella sua profondità o interezza, la Bibbia è scomposta, rotta è l’unità tra il vecchio ed il nuovo testamento, la vicenda di Cristo travisata in senso troppo umano o troppo spirituale. Ai testi canonici se ne aggiungono altri, in cerca di chiavi di lettura diverse e semplificatrici. Questi travisamenti non sono lontani nel tempo, ma si riaffacciano anche oggi sotto travestimenti alla moda. La formazione teologica ci mette in guardia e ci consegna la saggezza della tradizione che da sempre si è confrontata con le domande ricorrenti dell’uomo.


Unde malum? Da dove il male? Dalla mela dell’eden il peccato è entrato nel mondo. Anche ai catari apparteneva il racconto di Genesi, ma la creazione in cui sgambettavano i progenitori era prodotto bacato di Satana, l’angelo ribelle che nel caos compreso tra le acque di sopra e quelle di sotto (così racconta la Cena segreta o Interrogatorio di Giovanni, uno dei pochi testi catari superstiti) confezionò il mondo degli uomini, costringendo nei corpi tratti dal fango le anime delle altre creature celesti caduti.

In questa genesi rovesciata l’antico non dialoga con il nuovo, la Scrittura è spezzata e scissa come il mondo. Il peccato di Adamo è una colpa carnale, dove maschile e femminile sono segno ulteriore di divisione perversa, origine di un desiderio che vive in un mondo organizzato dal maligno.

Nelle vetrate della Cattedrale c’è la risposta cattolica. L’albero della vita di Bonaventura, ricuce gli strappi tra il creato e il divino, l’antico e il nuovo, la carne dell’uomo e la vita divina. La storia, con il suo carico di peccato è ricondotta a Dio, in un disegno di misericordia che non cessa di preannunciare, promettere e prefigurare la venuta del Figlio «così da elevare le nostre intelligenze alla fede e infiammare gli affetti con vive aspirazioni nel corso dei millenni» (Lignum Vitae, fructus I, 2).  



La scala che porta alla salvezza è per i catari la vita di ascesi, un’esistenza rinnovata dal consolamentum, un battesimo ottenuto con l’imposizione delle mani e l’invocazione dello Spirito, dopo il quale la vita si impronta all’astensione dalla carne, nel letto e nel piatto, in una vita onesta e lavoratrice, da boni homines o boni christiani, come si chiamavano tra loro. Pena la discesa nei gradini inferiori, in un ciclo di reincarnazione nelle creature inferiori che rimandava il ritorno al cielo. 

C’è ascesi anche nel seminario: disciplina che non basta a sé stessa, ma rimanda, nei tempi di preghiera, nel distacco più o meno evidente e forzato dalle cose del mondo, al primato di Dio. Ma il seminario è soprattutto una scuola di unità. Il seminario ricuce pezzi sconnessi della nostra esistenza, ricompone fratture interiori, avvicina cielo e terra. È il cammino di unità che fa rima con comunità, ma che comprende l'unità col papa e il vescovo, col presbiterio e in definitiva tutta la Chiesa. Unità che tocca soprattutto la propria vita interiore, che discende dall’esigenza di «vivere intimamente uniti » a Gesù Cristo, e con Lui, principio e termine unificatore, insieme a tutte le cose.



Carcassonne, caduta al tempo dei catari si è poi trasformata in castello fiabesco, fortezza Graziani per nemici remoti. Il tempo, che ne aveva scalfito bastioni e merlature, ha ceduto all’assedio di Eugène Viollet Le-Duc (1814-1879), l’architetto che ha rilanciato la passione per il gotico in Francia, trasportando le sanguinose crociate dei catari nel mito romantico di un tempo cavalleresco e patriota, il tempo che ha lasciato spazio ai vagheggiamenti misterici di sapienze eretiche e/o templari che non hanno nulla di saggio (Rennes-le-Château non è lontano) e a passeggiate turistiche che hanno tutto di commerciale. 




Dalla Linguadoca alla Provenza, nell’antica città di Arles c’è invece il ricordo della più nobile tradizione cattolica. La città di concili, sinodi e padri della Chiesa. Nella Cattedrale si riannoda il filo coll'antico: un sarcofago è diventato un altare. E sulla cassa si riconosce ancora una brulicante raffigurazione dell’attraversamento del Mar Rosso. È il passaggio pasquale tra la morte e la vita, la schiavitù e la libertà, il peccato e la salvezza.

Anche nelle chiese francesi c’è un prima e un dopo, l’evidenza di un passaggio drammatico che assomiglia piuttosto ad un diluvio: è lo spartiacque della rivoluzione. Un naufragio da cui la chiesa è uscita cambiata e le stesse città amputate di chiese, conventi, tabernacoli, croci stradali. 




La Provenza è piena di luce. Così ad Arles, dove c’è aria di sud, e una luce mediterranea che taglia i vicoli e spiove sui muri invecchiati. Ma piuttosto che alla luce della ragione laica questa luce meridiana mette a nudo, senza pietà, le magagne del tempo e la solitudine dei vicoli e delle piazze.

Anche il seminarista e il prete, insidiati dal demone meridiano, sperimentano nella solitudine, quando il seminario chiude i battenti o il prete si ritira nella propria stanzetta,  le miserie del mondo e un senso di trapasso inesorabile che avvelena le cose.



Che cosa anima la vocazione? Nel disagio meridiano il seminarista torna a chiederselo e riannoda i fili della sua vocazione, i segni di quell’amicizia con Gesù che si è irrobustita fino a divenire un insostituibile legame d’amore. «Senza di te che cosa sarei stato? Senza di te che cosa non sarei?». Così recitava Novalis nei suoi Canti Spirituali, ma la domanda resta decisiva per ogni ‘chiamato’. Che cosa sarei se non avessi Lui? Forse una presenza inerte fuori tempo massimo, come i pensionati che si danno appuntamento nella corte del vecchio monastero.




Papa Benedetto ci ha insistito tanto: la vita del cristiano si misura dalla gioia. Anche adesso, che da emerito attempato conduce vita ritirata e passeggia con il deambulatore, il suo volto irradia pace e gioia interiore e non ha i tratti lamentosi o intristiti del vecchio pensionato borghese. Chi cammina con il Signore intravede nella vita, tra le finestre, dietro l'angolo, lungo la strada, giusto accanto o appena sopra di sé, i segni della grazia ed i tratti della festa.


La festa più bella, infatti, scaturisce dall’incontro con Dio, dall’esperienza di Lui, nella preghiera, nel servizio, nello stare insieme, nella pace liberatrice della confessione.

Da preti, tra non molto tempo, entreremo anche noi nell’intimità della gente, nel luogo nascosto dove germoglia questa gioia divina. Uomini e donne che neppure conosciamo apriranno il loro cuore consegnando al Signore, per tramite nostro, miserie e desideri. Che diremo a questa gente? Come la accompagneremo a Gesù misericordioso?



Non c’è nulla di più dolce che tuffarsi nella corrente divina. Inviteremo uomini, donne, anziani e bambini a seguire l’onda d’amore che conduce fino al mare celeste - un’onda larga e potente come quella Rodano, dove Van Gogh immortalava lunatici capolavori. Forse diremo qualcosa del genere, magari con meno poesia e più discrezione.



Per strada c’è una Madonna senza volto, una ‘Signora del pianto’ nascosta in un gemito senza voce. Di fronte a questo pianto dirotto e dimenticato nasce stupore.
Mentre gironzoliamo distratti in cerca della cena, il Signore non cessa di cercarci per donare se stesso. Il dramma dell’amore non amato è continuamente presente, perfino nelle nostre parrocchie e negli stessi seminari.
Dio non è amato e di qui scaturisce la carità che caratterizza una vocazione speciale e che assume i tratti della ‘carità pastorale’. «Il principio interiore, la virtù che anima e guida la vita spirituale del presbitero in quanto configurato a Cristo Capo e Pastore è la carità pastorale, partecipazione della stessa carità pastorale di Gesù Cristo: dono gratuito dello Spirito Santo, e nello stesso tempo compito e appello alla risposta libera e responsabile del presbitero.
Il contenuto essenziale della carità pastorale è il dono di sé, il totale dono di sé alla Chiesa, ad immagine e in condivisione con il dono di Cristo. «La carità pastorale è quella virtù con la quale noi imitiamo Cristo nella sua donazione di sé e nel suo servizio. Non è soltanto quello che facciamo, ma il dono di noi stessi, che mostra l'amore di Cristo per il suo gregge. La carità pastorale determina il nostro modo di pensare e di agire, il nostro modo di rapportarci alla gente. E risulta particolarmente esigente per noi». (PDV, 23)



Nel portale del duomo di Arles c’è la gloria della scultura romanica provenzale. Una rivisitazione creativa del passato romano. Un arco di trionfo dall’esuberanza decorativa tardo antica trasformato in portale. Al centro e sui lati, tra le figure inteccherite di santi dagli occhi sgranati campeggia il giudizio finale.

In chiesa, dentro la cappella feriale, don Lucien, un vecchio prete ‘in pensione’ riannoda la cronaca alla profezia e anima la conversazione con passaggi in latino per principianti. Una rivisitazione creativa del ministero antico.

La carità è profondamente creativa. Papa Francesco lo ha ricordato di recente nell’incontro con i sacerdoti della diocesi di Caserta: «È il comandamento che Dio ha dato ad Adamo: “Va e fa crescere la Terra. Sii creativo”. È anche il comandamento che Gesù ha dato ai suoi, mediante lo Spirito Santo, per esempio la creatività della prima Chiesa nei rapporti con l’ebraismo … Creatività è la parola. E come si può trovare questa creatività? Prima di tutto – e questa è la condizione se noi vogliamo essere creativi nello Spirito, cioè nello Spirito del Signore Gesù – non c’è altra strada che la preghiera. Un Vescovo che non prega, un prete che non prega ha chiuso la porta, ha chiuso la strada della creatività».




La casa fondata sulla roccia è il palazzo dei Papi. Residenza-fortezza ampiamente mondana, gioiello architettonico ostaggio dei regni d'oltralpe e della politica delle grandi potenze. 
In questo giocattolino gotico i papi hanno inserito tutti gli ambienti e gli uffici funzionali al governo spirituale e temporale, secondo la logica chiaramente espressa dal triregno: la tiara pontificia inventata da Bonifacio VIII e completata da tre corone giusto al tempo del Papato avignonese di Benedetto XII (1334-1342), perfetta esemplificazione della potestà universale del vicario di Cristo. Nasceva cosi uno stato moderno attrezzato e funzionale, ma anche una chiesa confusa tra i regni del mondo.



Una chiesa, quella della cattività avignonese, che ci sembra molto lontana dalla reductio evangelica di papa Francesco, ma in cui non mancavano figure di santità e dibattiti teologici sofisticati.
Che sarà di noi dopo la morte? La visione di Dio avverrà soltanto dopo il giudizio finale o, per i santi, immediatamente dopo la morte? Strano caso, quello della visione beatifica, in cui il papa, Giovanni XXII (1316-1334), bacchettato da più parti dai teologi, dovette ritrattare e tornare sui suoi passi in punto di morte.



«Le anime dei santi – correggeva il tiro Benedetto XII con la bolla Benedictus Deus nel 1336-  vedono la divina essenza con visione intuitiva ed anche facciale, non essendovi di mezzo alcuna creatura che funga in ragione di oggetto veduto, bensì mostrandosi la stessa divina essenza immediatamente, nudamente, chiaramente e apertamente».  Tutto è chiaro e distinto nell’affermazione, ma il Cielo dove si consumerà la visione resta comunque misterioso. Lì - lo sentiamo, ne avvertiamo un’insopprimibile nostalgia - c’è il mistero che ci supera. Lassù teniamo lo sguardo puntato.
«Fate bene attenzione miei figliuoli , - dice il Santo Curato d’Ars -: il tesoro del cristiano non è sulla terra, ma in cielo. Il nostro pensiero perciò deve volgersi dov'è il nostro tesoro. Questo è il bel compito dell'uomo: pregare ed amare. Se voi pregate ed amate, ecco, questa è la felicità dell'uomo sulla terra. La preghiera nient'altro è che l'unione con Dio».

Così cresce anche la formazione spirituale dell’aspirante presbitero, in un continuo, talora impercettibile progresso nella preghiera. È il Signore che conduce, guida alle dolcezze dell’incontro con Lui, ma aiuta anche a ricordare ogni cosa, a portare nella preghiera non soltanto le nostre piccole-grandi questioni, ma le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce del mondo intero.



«La preghiera – continua il santo curato- ci fa pregustare il cielo, come qualcosa che discende a noi dal paradiso. Non ci lascia mai senza dolcezza. Infatti è miele che stilla nell’anima e fa che tutto sia dolce … Ci sono alcune persone che si sprofondano completamente nella preghiera come un pesce nell’onda, perché sono tutte dedite al buon Dio».
Vedere i compagni di seminario scomparire come pesciolini nell’onda non capita tutti i giorni, ma quando qualcuno è immerso davvero in preghiera si può restare stupiti ed edificati. La preghiera personale e vicendevole, quella rivolta l’uno all’edificazione e al sostegno dell’altro, aiuta a crescere, sostiene l’amicizia, affina gli occhi del cuore e della fede, sostiene una comunità che cammina insieme. Si può così veder crescere«una comunità compaginata da una profonda amicizia e carità, così da poter essere considerata una vera famiglia che vive nella gioia» (PDV, 60).
Ci vogliamo davvero bene in seminario? Seppure pochi non ci siamo scelti e tutti  abbiamo temperamenti, modi di pensare, progetti diversi. L'alternativa, drammatica per davvero, non è quella semplicistica tra il dissidio e la simpatia, ma tra l'effetto tunnel (buon viso a cattivo gioco fino alla fine) e la crescita nella preghiera che fonda la comunione.




Sulle strade che costeggiano il mont Ventoux, epica vetta del Tour de France e celebrata mèta di scalate medievali dal Petrarca, trova posto, oltre le balze, sul fondo di una rocciosa vallata, l’abbazia cistercense di Senanque. 

Alla morte di san Bernardo (1153) - seguiamo da qui lunghi tratti del noto studio di Georges Duby - i cistercensi si diffondevano a macchia d'olio: il suo monastero aveva affiliato settanta abbazie, se ad esse si aggiungono quelle che Bernardo era riuscito ad aggregare alla sua famiglia monastica, Chiaravalle riuniva centosessantaquattro figlie. Molto più che le altre abbazie madri; numerose sorelle dunque, mai semplici repliche.




Per i cistercensi liberare il mondo dalle tenebre significa abbellirlo. Il bello, infatti, emerge dalle tenebre, dall’opacità, è armonia che acquista la forma del corpo di Cristo. L’abbazia cistercense è fatta per portare l’ordine, per ritrovare i segni del divino, per trarre la materia dal disordine. Un’opera che è portata avanti da monaci e conversi. Per loro, i conversi (religiosi ‘di seconda classe’, dediti ai lavori manuali necessari al sostentamento del monastero), l’opus dei, l’opera di Dio quasi si limita al lavoro, che diventa piuttosto la liturgia dei poveri. Per i monaci esso è il prolungamento naturale della salmodia.



Dominare la terra è il compito di Adamo. Così, assecondando la volontà divina, l’uomo continua l'opera della creazione. Nel mondo decaduto occorre rinnovare la materia secondo il desiderio di Dio. L’ordine impresso da Dio nel mondo può essere riscoperto dall’uomo, che con il suo lavoro può condurlo a maggiore bellezza, usando in questo compito tutti i mezzi donati da Dio: la ragione, la volontà, la memoria, le facoltà dell’anima, ma anche tutte le arti e le sue stesse mani.
Gli anni del seminario, che di fatto è un punto a metà strada tra il ritiro del monastero e le piazze del mondo, sono il tempo proficuo per la ricerca di questo ordine, esteriore e interiore. Per quest’ultimo, è chiaro, il lavoro è più arduo e procede, a ritmi e tappe differenziate, per tutta la vita. L’amore di Dio, in cui trovano compimento tutte le regole e le indicazioni per la vita comune, è l’agente principale dell’opera di riordino, sorgente purissima dell’armonia che può informare la vita, soprattutto quella affettiva: «si tratta di un amore che coinvolge l’intera persona, nelle sue dimensioni e componenti fisiche, psichiche e spirituali, e che si esprime nel ‘significato sponsale’ del corpo umano, grazie al quale la persona dona se stessa all'altra e la accoglie» (PDV, 44). 




Il chiostro è figura di un paradiso riconquistato, uno spazio dove il caos esterno è addomesticato, dove il tutto cosmico è raccolto ordinatamente, trasfigurato in accordo musicale. L’edificio è quadrato come la Gerusalemme celeste, la città di Dio, e questa quadratura evoca allo spirito meditativo i quattro fiumi del giardino dell’Eden. Le quattro fonti sono i Vangeli, le quattro virtù cardinali, infine la quaternità primordiale che risiede nell’essere stesso di Dio, cioè le quattro dimensioni del divino. In esse sono comprese le tre dello spazio sensibile: lunghezza, larghezza, altezza, a cui si aggiunge, misteriosa ed ineffabile, la profondità. 
Il seminarista potrebbe forse ravvisarvi, più prosaicamente, i quattro pasti del seminario: colazione, pranzo, merenda e cena, oppure  i quattro anni (se va bene) che precedono il diaconato, ma anche i quattro pilastri della formazione al sacerdozio.



Il chiostro individua anche l’incrociarsi ortogonale degli assi dell’universo. È l’immenso quadrante dove sono compresi tutti i ritmi del cosmo. Il chiostro evoca la congiunzione di due durate: quella rettilinea, proiettata nella storia della salvezza, nella quale si inscrive l’avanzare personale di ognuno, e quella circolare, il percorso delle ore, delle stagioni, dei riti liturgici, che regge i movimenti delle sfere celesti a cui si accorda la vita comunitaria. Per questo il chiostro riconduce tutto il movimento alla regolarità dello spirito a questa lenta progressione verso l’eterno a cui l’anima convertita si avvicina, passo passo, nell’umiltà e nell’amore.



Sul chiostro si apre la porta dell’armarium dove si tengono i libri. Là ogni monaco prende un testo. Lo deve leggere da solo, forse a voce alta, meditarlo e lasciarlo penetrare nella memoria. Il monaco legge e cammina, per questo il chiostro è composto da percorsi, spazi in cui camminare e rivivere l’esperienza del cammino di liberazione del popolo di Israele, tracciati interiori ed esteriori in cui compiere la personale traversata nel deserto. La visione delle cose e del luogo stesso può sostenere, nutrire, fortificare la ruminatio del testo, trattenere l’anima nella percezione della luce.
Nel seminario abbondano i libri e il seminarista li accumula, li dispone ordinatamente, li spolvera, cerca le occasioni e curiosa tra gli scaffali altrui in cerca di prestiti a lungo (o perpetuo) termine. Ma accanto a questo accumulo compensatorio, la parola di un altro libro, la Bibbia, accompagna tutta la giornata; raddrizza, illumina, punzecchia, talvolta brucia o zittisce. «Elemento essenziale della formazione spirituale è la lettura meditata e orante della Parola di Dio (lectio divina), è l’ascolto umile e pieno d’amore di Colui che parla. È, infatti, nella luce e nella forza della Parola di Dio che può essere scoperta, compresa, amata e seguita la propria vocazione e compiuta la propria missione» (PDV 47).



Nella comunità cistercense di Senanque c’è un pisano con trascorsi romani, un già presbitero diocesano che ha scoperto nella vocazione una vocazione ulteriore. Nella pace celeste del chiostro viene da chiedersi se sia davvero preferibile ritirarsi in monastero piuttosto che menare la vita di parrocchia. Per secoli il prete è stato in bilico tra il monastero e il secolo, sollecitato a far propria la spiritualità del monaco ma, allo stesso tempo, ad accompagnare la gente nei ritmi quotidiani della vita. In questo servizio quotidiano il prete ha individuato nella carità pastorale il centro della sua esistenza donata. Al chiostro potrebbe preferire il loggiato, più aperto sul mondo e proiettato in lunghezza sui percorsi degli uomini.

Il chiostro è il luogo centrale del monastero, punto di equilibrio tra claustrum et heremus, tra vita cenobitica e vita solitaria. Il chiostro è al servizio dell’anima e del corpo, privo di elementi disordinati o eccessivamente ornati che favoriscono la distrazione.

«Che cosa fa nei chiostri, dove i fratelli stanno leggendo l’Officio, quella ridicola mostruosità, quella specie di strana formosità deforme e deformità formosa? Che cosa vi stanno a fare le immonde scimmie? O i feroci leoni? O i mostruosi centauri? O i semiuomini? O le maculate tigli? O i soldati nella pugna? O i cacciatori con le tube .. Insomma appare dappertutto una così grande e così strana varietà di forme eterogenee, che si prova più gusto a leggere i marmi che i codici e a occupare l’intera giornata ammirando a una a una queste immagini che meditando la legge di Dio». Il celebre testo di san Bernardo (L’apologia all’Abate Guglielmo) rammenta con fine sensibilità che il chiostro (ma potremmo aggiornare la polemica con internet e smartphone) non serve ad alimentare fantasie, ma l’intelligenza di un testo, a ribadire - ancora una volta - il primato della Parola.





Dal chiostro, ci viene fatto notare, si accede nella chiesa per un braccio leggermente in salita. È la faticosa ascesa alla Gerusalemme terrestre nella quale è possibile sperimentare qualcosa di quella celeste. Se il chiostro è al centro del monastero tutti i suoi spazi sono però subordinati alla chiesa e funzionali alla preparazione della preghiera. Essa è il compito principale dei monaci: i monaci pregano per tutto il corpo della Chiesa, cioè per i suoi membri, vivi e morti.

A immagine dell’uomo, costituito di un’anima e di un corpo e di Gesù stesso, il Dio fatto uomo, la chiesa combina le due immagini, le associa ed equilibra. Nel lungo tratto longitudinale della navata essa è diritta traiettoria di una freccia lanciata verso la perfezione; nella cupola che segna l’incrociarsi con il transetto è descritto il cerchio, l’andamento circolare dei movimenti eterni dove il mutamento stesso è assorbito. 




«La funzione della luce – scrive ancora Duby - è la stessa nella chiesa cistercense come nella canzone cortese: è impalpabile scala dell’amore. In questa scuola di Cristo dove ciò che si insegna è l’arte di amare, ogni monaco, uscito dall’oscurità del dormitorio, uscito dal chiostro dove la luce del cielo si spande senza alcun mistero, diventa, appena penetra nella penombra quasi sconosciuta della chiesa, come la preda di una caccia amorosa. Se il chiostro è una sorta di rete dove sono catturati i movimenti degli astri, sono i monaci che, in quest’altra trappola che è la chiesa, servono da bersaglio agli assalti dell’amore divino, a quegli assalti che si rinnovano ad ogni aurora».



Usciamo dal monastero sopraffatti dalla bellezza della liturgia cistercense. Nell’isolamento e nella separazione della vita monastica la liturgia cistercense, sorprendentemente, in un incanto di austera semplicità conduce ogni cosa a Dio, offre sull’altare il mondo intero, polvere, pietre, piante, insetti, pennuti, alberi, seminaristi e turisti giapponesi.
A loro ci associamo prima della partenza, in una foto ricordo da vecchi compagnoni, noncuranti del cartello che dice: «Severamente vietato introdursi nel campo di lavanda. Pericolo scorpioni e serpenti». Ci sorregge la Parola del salmo: «Camminerai su aspidi e vipere, schiaccerai leoni e draghi./ Lo salverò, perché a me si è affidato; lo esalterò, perché ha conosciuto il mio nome» (Sal 90,13-14). 



Nulla è impossibile per chi crede, perché nulla è impossibile a Dio.



Sembra quasi impossibile, ma al centro di un modesto paese campagnolo si leva una basilica gotica colossale. Carlo d'Angiò, sul finire del Duecento, ritrovò qui, tra le sepolture di antichi cristiani, i resti di santa Maria Maddalena. Dalla Palestina alla Provenza, in un rocambolesco viaggio per mare accompagnata dalla sorella, Lazzaro e altre sante amiche, sarebbe arrivata fino in Francia dove condusse vita di preghiera ed eremitaggio. Qui, a St. Maximim le Sainte Baume, si ritirò alla fine dei suoi giorni terreni.



Sorprende la maestosa verticalità della basilica, oggi spoglia e degradata nel distratto paesello. Nella cripta, coronata da splendidi sarcofagi tardo antichi, è custodita la testa di Maria Maddalena. L’innamorata di Dio, la donna d'amore, sembra a suo agio in tanta noncuranza.

Allo stesso modo, nelle case dei nostri paesi, tra le mura di anonimi condomini o piccole parrocchie si elevano, nel nascondimento, cattedrali d'amore, basiliche del servizio umile e operoso. Altre donne, un po’ Marta e un po’ Maria, compiono questo ufficio silenzioso più o meno casalingo. 


Dietro la grata, in un busto reliquiario, si intravede il teschio della santa. “Maria!”
 Nell’anonimato di un  cranio c’è il mistero di quella chiamata così personale e commovente rivoltagli dal risorto: Gesù stesso la chiamava per nome e soltanto allora comprese.
«Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» - che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: «Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv 20,16-17)».
Davanti al cranio che ha originato una storia così leggendaria è bello fermarsi in ginocchio e meditare su una chiamata cosi personale. 


Anche oggi il Signore continua a chiamare con amore: «Chiamò a sé quelli che volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli... ».



Il Signore colora la vita e vuole farci superare ogni paura. «La gente ha bisogno di uscire dall'anonimato e dalla paura, ha bisogno di essere conosciuta e chiamata per nome, di camminare sicura sui sentieri della vita, di essere ritrovata se perduta, di essere amata, di ricevere la salvezza come supremo dono dell'amore di Dio: proprio questo fa Gesù, il buon Pastore; Lui e i presbiteri con lui» (PDV, 82).




Sulla strada del ritorno c’è un’altra abbazia. Le Thoronet è immersa nel bosco, ben nascosta in fondo ad una valle. Oggi le chiese cistercensi appaiono curiosamente moderne. Ispirate ad una razionalismo minimalista che adesso trova spazio perfino nell’elettronica e nelle riviste patinate. Ma l’estetica è qui subordinata ad un’etica, o meglio, ad una sobria bellezza evangelica.

Ogni arredo liturgico riflette il gusto per l’essenzialità e la scelta di materiali poveri: la croce di legno, le tovaglie d’altare di lino, il candelabro, semplice e di ferro, calici e patene solo in argento o in argento dorato: una essenzialità che sarebbe piaciuta a Romano Guardini e ai maestri del movimento liturgico. Nel capitolo generale del 1150 i cistercensi precisano: «vietiamo che si facciano sculture o pitture nelle nostre chiese e negli altri luoghi del monastero perché, a guardarli si trascura spesso l’utilità della buona meditazione e la disciplina del contegno religioso».




Il monaco ha lasciato il mondo, ha abbandonato tutto soltanto per Cristo, e questo esige, anche nella spoglia severità degli interni, la mortificazione dei sensi per suscitare la devozione e la pietà.



Gli unici ornamenti concessi sono la musica e la luce. Luce che non è filtrata da vetrate colorate, ma soltanto da motivi a grisaille geometrici. Queste modeste aperture permettono di riflettere sulle virtù, sulle dimensioni del divino. Dio è la luce. Attraverso lo spazio sacro dardeggiano frecce amorose, emanazioni dirette di Dio. 



Fondata su rapporti aritmetici sui quali si stabiliscono anche gli accordi musicali, l’architettura cistercense accompagna alla perfezione le gioie austere delle cerimonie cistercensi. Alla stesso tempo esse si legano alle armonie del cosmo, chiudono l’edificio entro misure comuni, come la mano o il braccio, che sono quelle del corpo umano di cui le proporzioni concordano in piano e nell’alzato della chiesa.
Nell’armonia della sezione aurea in cui tutto converge l’uomo ritrova il proprio posto nel creato, il religioso o il prete la misura umana della chiamata divina. Un equilibrio tra cielo e terra che contraddistingue soprattutto il prete, chiamata ad essere «ponte  e non ostacolo per gli altri nell’incontro con Gesù Cristo redentore dell’uomo» (PDV 43). 



Il seminarista resta incantato di fronte alla ricchezza spirituale di questa tradizione monastica, espressa in forme e misure, luce e oscurità, vuoti e pieni. Il monaco ha la sicurezza di una regola e di un ruolo in comunità, ma il prete diocesano?





Papa Francesco ha recentemente parlato dalla spiritualità del clero diocesano. «Prete contemplativo, ma non come uno che è nella Certosa, non intendo questa contemplatività. Il sacerdote deve avere una contemplatività, una capacità di contemplazione sia verso Dio sia verso gli uomini. È un uomo che guarda, che riempie i suoi occhi e il suo cuore di questa contemplazione: con il Vangelo davanti a Dio, e con i problemi umani davanti agli uomini. In questo senso deve essere un contemplativo. Non bisogna fare confusione: il monaco è un’altra cosa (…). Non c’è spiritualità del prete diocesano senza questi due rapporti: con il Vescovo e con il presbiterio».

Per il vescovo altri si stanno attrezzando. Per il presbiterio ci stiamo attrezzando, ma sarà un cammino lungo quanto la vita. Per cominciare può servire anche un viaggio in Provenza. Qui, nella chiesa polverosa di un paesello sul monte, c’è il disegno di un piccolo parrocchiano sedotto dalla luce dell’estate e docile all’amore di Dio : Nella luce vedo Gesù che mi  sorride!
«La vita e il ministero del sacerdote sono continuazione della vita e dell'azione dello stesso Cristo. Questa è la nostra identità, la nostra vera dignità, la sorgente della nostra gioia, la certezza della nostra vita». (PDV, 18)

lunedì 30 giugno 2014

L'altra bellezza


per Simone



Sulle terrazze romane, tra il crepitare degli spiedi e il fumo della griglia, si consumano banchetti di fine anno accademico. Parole e commenti si perdono tra un boccone e una risata negli sguardi e nelle menti svagate, con la sensazione di sentirsi già altrove. Tutt’intorno c’è la bellezza della città eterna abbandonata all’abbraccio della sera di giugno. Il giorno se la prende comoda e cade senza fretta tra il fasto trasandato di monumenti, basiliche, fontane e antichità. Così, vicini più o meno immaginari, gettano meglio le loro occhiate sull’insolito party degli insoliti vicini. A chi assimilare la variegata truppa che vive dirimpetto? Questa strana gioventù che abita nel cuore di Roma, tra le chiacchiere e una sigaretta dondola sulla terrazza, studia (sembrano dirlo le lampade accese in piena notte sulle scrivanie), prega (nel vicolo arriva l’eco puntuale dei canti) e mangia (sembra dirlo l’uscita per il caffè alle 14 meno un quarto). Strana gioventù che cresce nella bambagia di un mondo parallelo e attraversa, come sopra un colorato pullman turistico, le meraviglie dell’Urbe, un passo e forse più, sopra le preoccupazioni normali della gente normale. Di là dal vicolo, sopra e sotto il terrazzo in realtà, giovani e meno giovani attraversano insieme le difficoltà e i pregi normali di vite normali, ma con una scelta di fondo, o almeno un’aspirazione decisamente alternativa. Giovani come gli altri, con le tare generazionali e le fragilità delle loro generazioni.



Più tardi, quando la notte muove i primi silenziosi passi, la luna piena illumina la calda notte romana per una lunga passeggiata digestiva. In pieno centro, sul Campidoglio e intorno ai fori non c’è nessuno. Il cuore della città è deserto. 
Altre terrazze privilegiate festeggiano a modo loro il fine settimana, concerti all’aria aperta si consumano tra i declivi del Palatino, divertimenti volgari si consumano dietro le finestre dei club esclusivi. Salire e scendere tra pietre antiche, attraverso la bellezza strepitosa più celebrata che amata della città è certo una grazia di per sé. Tra queste stesse mura però, nella città vuota, in angoli neppure troppo nascosti si rincantucciano gli invisibili, i senza dimora che vivono l’ennesima vita parallela. Strana umanità che non dialoga se non a tratti o a monosillabi con il mondo ‘normale’. L’arte, la storia, il ‘patrimonio’, accanto a loro sfumano in concetti astratti, porti sicuri per i nuovi gnostici di oggi, illuminati membri della chiesa, tecnici di una bellezza che resta sempre ambigua e molto umana. La bellezza delle pietre è importante, ma è soltanto il primo gradino della bellezza che ci è dato di comprendere. Mescolata alle miserie e ai capolavori, frammista a ciò che è banale e senza qualità, c’è un’altra bellezza che è grazia e chiede di essere colta con gli occhi della fede. 

Il foro giace inerte nel silenzio, finalmente libero dai visitatori, sospeso negli sguardi vagheggianti di americani in libera uscita alcolica e coppiette in cerca di romanticherie. L’arco di Settimio Severo emerge come un pachiderma secolare dalla piana di rovine, lasciando leggere perfettamente i suoi rilievi brulicanti alla luce della luna. Racconta di glorie d’armi in terre lontane, le stesse dove in questi giorni rotolano teste e muoiono a migliaia dove, giusto adesso, splende la medesima luna.

Il passo rallenta, mentre il pensiero, toccato dagli orrori della violenza fanatica, fatica a mettere insieme la pace di Dio e la lucida strage predisposta in suo nome. Dall’angolo, al termine dell’alto muro, spunta il fronte ampio e disteso di una chiesa ancora aperta. Dentro, avanzando piano piano nella penombra c’è una cappellina dove inaspettatamente si adora anche di notte. Un’altra insolita umanità trascorre sulle panche il tempo in preghiera, inginocchiata tra lacrime e bisbigli a tu per tu di fronte al Santissimo esposto.


A questa insolita bellezza si adeguano la vista e l’udito, perfino l’olfatto ed il tatto. Essa esprime la coerenza di un’esperienza che tutto tiene e che, nel cammino inevitabile e necessario della crescita – ricorda un amico – passa dal soggettivo all’oggettivo. La fede introduce a questa bellezza che non ha bisogno di manuali, guide forbite o conoscenze specialistiche. La preghiera non porta fuori dal mondo, ma conduce, mano a mano nelle profondità del reale. Come a giri concentrici, lenti ma sicuri, ricorda volti e parole, illumina passi e discorsi, fa scoprire tesori e miserie. Basterebbe ripensare al Padre Nostro, la preghiera (l’unica!) che ci ha insegnato Gesù, dove ogni affermazione tiene insieme cielo e terra, con una prevalenza per la terra e per ciò che riguarda la nostra relazione con l’Altissimo.

Nel tabernacolo splende indifesa la Sua presenza, la stessa che vediamo sparire dietro i volti di chi si comunica durante la messa. Affidata alle mani -mani rotte dal tempo, curate, tremule o sottili, mani di lavoratore con le unghie sporche, mani di bambino o di vecchie signore dal sapore di borotalco-, ma anche ai denti, all’alito pesante e ai pensieri di un’assortita umanità di cui non riusciamo che a cogliere un abisso misterioso e irripetibile.


Come loro anche i seminaristi accolgono questa bellezza in forma di pane. Ogni giorno la stessa e incommensurabile bellezza. Ogni giorno è il Signore che entra fisicamente nella nostra vita quotidiana. Poi, dieci o quindici minuti più tardi, via a far colazione o a desinare. Vengono le vertigini a pensarci, ma nasce soprattutto la consapevolezza che è sempre tempo di ringraziare, specialmente adesso, alla resa dei conti di un altro anno di formazione.

I giorni, i mesi, gli anni di formazione trascorrono in fretta. Provare a raccontare quel che accade tra un mese e l’altro a volte diventa quasi complicato. Abbiamo pregato, siamo stati a lezione, abbiamo mangiato, meditato, svolto attività pastorale ..e poi? Eppure, anche per i più distratti, ogni giorno custodiva e custodisce un dono, ma un dono senza effetti speciali, dall’apparenza dimessa, un dono grandemente piccolino che chiede di essere visto ed accolto con la fede.

La bellezza delle cose piccine, dalla misura quotidiana, ha attraversato anche i fasti più cattolici dell’Urbe. Tra la folla smisurata che invadeva Piazza San Pietro e via della Conciliazione nel giorno indimenticabile delle due canonizzazioni, ad esempio, la celebrazione è filata liscia come una messa del tempo ordinario. Anche l’omelia del papa era particolarmente -quasi imbarazzantemente- castigata e orientata al cammino concreto della Chiesa. Il mondo era connesso, ma per una preghiera semplice. Così, quando è arrivato il momento del silenzio nessuno fiatava, restando in raccoglimento per irripetibili momenti di raccoglimento globalizzato.


È lo stile del papa che ci confonde le idee: quando si aspetterebbero faville scenografiche il tono è dimesso, le parole poche e sobrie, poi, specialmente tra la gente, nel corpo a corpo dell’incontro e della pastorale, una girandola di attenzioni, gesti, espressioni umanissime e sorrisi luminosi. C’è qualcosa di evangelico in questo ribaltamento che lascia tutti un po’ spiazzati, come quando Gesù mette in crisi farisei e benpensanti di ogni tempo. Il papa riconduce all’essenziale, alla libertà fondata su Gesù Cristo e lo haricordato anche ai vescovi, senza parlare di programmi o strategie: «Chiediamoci, dunque: Chi è per me Gesù Cristo? Come ha segnato la verità della mia storia? Che dice di Lui la mia vita?». Così il papa invita a puntare all’essenziale e ad una metodologia creativa ed artigianale per vivere lo straordinario nell’ordinario sotto la guida dello Spirito Santo: «a noi cogliere il soffio della sua voce per assecondarlo con l’offerta della nostra libertà».

Nell’ordinario il seminarista attraversa un’esistenza separata e comune allo stesso tempo. Pellegrini al santuario di Maria Goretti poi spiaggiati sulla sabbia nazionalpopolare di Nettuno. I seminaristi d’oggi attraversano così le loro piste più o meno pastorali, in bilico tra il secolo ed il sacro. Altri, più ferrati in liturgie, passano dalle sacrestie alle periferie digitali di facebook, i più devoti stanno in bilico tra i pii esercizi e youtube, di fronte a chi va a cena fuori poi, ogni perplessità, se veste secolare, cade davanti alla ‘faccia da prete’. Seminaristi quasi tutti desiderosi di cambiare il mondo per il Signore, ma tutti con la voglia di cambiarlo a modo loro. «Prima c’è la novità, è la novità delle cose, e dobbiamo essere pazienti con noi stessi. I primi tempi è come un tempo di fidanzamento: è tutto bello, ah, le novità, le cose…; ma questo non dev’essere rimproverato, è così! (…) Non rimanere chiusi e non essere dispersi». Il papa parla ai seminaristi con sano realismo e conclude, senza troppe indicazioni, con uno stringato: «poi, fare sul serio!». 


Il sommo pontefice racconta le vicissitudini vocazionali di ogni seminarista che si dibatte, più o meno come ogni giovane, tra contraddizioni, diversi registri, talvolta adolescenzialismi non ancora superati. Ma quando la strada della vocazione avanza (e non cade nel dramma dell’autoinganno o in comunitari corto circuiti) si tratta di «fare sul serio», allora anche gli occhi più miopi si affinano alle delicatezze della grazia e il Signore balza dalle righe delle Bibbia a quelle delle vita per ricondurre ad unità ogni cosa. Comincia a funzionare la dinamica dei ‘quattro pilastri’: «la formazione spirituale, la formazione accademica, la formazione comunitaria e la formazione apostolica. È vero che qui, a Roma, si sottolinea la formazione intellettuale; ma gli altri tre pilastri si devono coltivare, e tutti e quattro interagiscono tra di loro».
Quando l’originario si rivela (come chiamare quell’intuizione semplice e immediata, ma così indisponibile?) funzionano i quattro pilastri o forse si compie per tutti l’esperienza di un’esistenza piena, come la vuole e la pensa il Signore per ogni suo figlio. È l’intuizione di un capolavoro che ci supera, ma in cui siamo inseriti personalmente. Linee, profili, colori, parole, suoni, tempi si combinano insieme nell’armonia di un istante che lascia intravedere l’unità ineffabile di tutte le cose. Sono azzeccate le parole con cui Giovanni Paolo II parlava della bellezza dell’arte che «interpreta la realtà al di là di ciò che percepiscono i sensi: nasce dal silenzio dello stupore, o dell’affermazione di un cuore sincero. Si sforza di avvicinare il mistero della realtà. L’essenziale dell’arte si situa nel più profondo dell’uomo, in cui l’aspirazione a dare un senso alla propria vita si accompagna a un’intuizione fugace della bellezza e della misteriosa unità delle cose».

Trascolorano, sotto il peso del sonno, vaghe intuizioni sull’arte divina a cui ci apre la fede. Così passa il tempo sulle panche di fronte al Santissimo esposto e nella mente passano, uno dopo l’altro, i volti dei compagni di seminario e collegio. Che preti saremo tra non molto tempo? In che modo entreremo in quel capolavoro che ci supera? Sapremo essere uomini di unità? Uomini capaci di tenere insieme le cose del mondo e quelle del cielo? Uomini capaci di costruire artigianalmente l’unità tra noi e tra la gente?


Sul sagrato, uscendo dalla chiesa, una giovane coppia discorre di sé, un attempato signore rinfresca le membra inerti, povera gente si stende sulle panchine stretta ai suoi sacchetti. Tra loro, con un sorriso luminoso e sincero, l’accattone prima seduto sull’uscio di chiesa alza la mano in un cordiale gesto di saluto accompagnato da un festoso e inaspettato «Buonanotte!». Chi pensa ad un saluto fatto bene, ad un saluto detto per dire quello che dice, allora può capire qualcosa di quel «Buonanotte!».

La città splende deserta sotto la luna ed i suoi abitanti nascosti chissà dove chiudono in sé pene, gioie e malumori quotidiani, con la difficoltà di riannodare le cose della vita. Eppure, alla luce di un’altra bellezza, concluso un altro anno colmo di grazia quotidiana, accanto alla bellezza sensibile dell’arte e della storia, tutto può risplendere nell’unità di un misterioso capolavoro che ci sovrasta ma in cui siamo compresi, all’eco di un limpido e inaspettato «Buonanotte».


domenica 9 marzo 2014

Quaresima 2014 | 1° Domenica



Capiremo mai abbastanza la Bibbia?
Sul divano nel corridoio, mentre il sabato sera si spegne nella notte, ci confrontiamo sugli interrogativi scaturiti dalla parola. Perché dell’albero in mezzo al giardino non è possibile mangiare i frutti? Ma non c’era l’albero della vita in mezzo all’Eden? Perché si chiama albero della conoscenza del bene e del male? E perché Adamo ed Eva si scoprono nudi?

Così sta scritto, ma i nostri quesiti rimbalzano nella penombra in fondo al corridoio e tornano a noi rotolando uno sull’altro. Nel gioco al rilancio va avanti la discussione nell’emozione di scoprire quanto più si misura il grado della propria, povera, ignoranza.

Quando entrai in seminario credevo di sapere qualcosa. Almeno ero sicuro di avere qualche punto fermo. Poi, nella lunga e rapida quaresima del seminario-collegio, tutto ha assunto un’inedita e insondabile profondità. Ma anche il seminarista che fa questa scoperta non è esente dalla tentazione di stringere tutto subito in pugno.

Se sei seminarista, infatti, qualcosa dovresti pur sapere. La Parola è pane da distribuire a piene mani, ben condita, quanto si può, di appropriati attrezzi liturgici o ingegni catechetici.
Se sei seminarista dovresti avere più spazio nell’attività pastorale. A che servi altrimenti in parrocchia? L’entusiasmo della giovinezza, già per molti consuma gli ultimi guizzi. A 30, 40 anni conviene ancora aspettare per gettarsi nella mischia del popolo di Dio?
Se sei seminarista avrai pur diritto ad essere preso sul serio. Tra i candidati al sacerdozio sembra ancora viva la teoria dell’homunculus, sostituto ante litteram dell’embrione, che per la fisiologia antica consisteva in un omino piccino piccino, già formato in tutto, che l’uomo passava alla donna per garantirgli una crescita adeguata ed il parto. Ed ecco, infatti, scorrazzare tra i corridoi dei seminari e le strade del mondo il pretunculus, pretino piccino piccino, ma soltanto nelle dimensioni che brama di crescere in statura e santità.

Le strade del mondo, in quest’avvio di Quaresima 2014 sono le strade di Roma, inondate di gente e di luce quasi primaverile. Sullo sfondo stanno le rovine degli imperatori pontefici massimi e le cupole dei papi re, ma nella folla che emerge dalla metro, dove ognuno si inciampa l’un l’altro, tra le pattuglie di giovani esuberanti e coatti, e turisti smarriti arrovellati su una cartina, si intravedono, solitari a gran passi, in terzetti rumorosi, o in coppie minute e monocrome, non pochi preti, seminaristi, suore e religiosi. L’abito e la faccia di solito li tradiscono, ma in fondo, non sono così diversi dagli uomini del mondo. Immaginano e predicano famiglie e vocazioni perfette, ma ognuno avanza, nell’attitudine di pensiero di questa generazione, senza potersi staccare dalla propria ombra che la sera descrive sempre più lunga. Attorno, come loro, uomini e donne in cerca di una vocazione, per una domanda che in forma più o meno cosciente, sale al cuore ogni giorno. Anche oggi, mentre sfilano uno accanto all’altro, sui passi della ‘grande bellezza’ (più o meno cinematografica e terrestre) che cambi la vita.

Eppure anche il seminarista ha un dono speciale. Può ricordare, infatti, se non gli viene suggerito, che è per amore di Dio che si trova in seminario. Come ci sia finito forse non lo sa fino in fondo, ma se ci rimane (si spera) è perché a Dio gli vuole bene, perché ha scoperto che è bello stare con il Dio che salva. Il Signore non manca di ricordargli l’essenziale. A Lui piace passare per le strade impreviste, ma mostra un debole per i confessionali. Lì, nella parola del sacerdote ricorda: «Così devi essere: trasparenza della sua misericordia».  Essere trasparenza della sua misericordia, nella consapevolezza della propria insufficienza, in forza di un dono, sorretto dal suo amore che sempre precede.

Vivere la povertà di essere seminarista non è così scontato. Vivere la povertà personale, del cuore e della mente, non è facile neppure per gli uomini e le donne di sempre. È più umano attendere il miracolo che riconoscere la propria povertà, che accettarsi così come siamo, con il personale fardello di problemi e dolore. Eppure Dio ci ama così. E solo dopo chiede di cambiare.

La povertà è lo stile di Gesù. «Potremmo pensare che questa “via” della povertà sia stata quella di Gesù, mentre noi, che veniamo dopo di Lui, possiamo salvare il mondo con adeguati mezzi umani. Non è così. In ogni epoca e in ogni luogo, Dio continua a salvare gli uomini e il mondo mediante la povertà di Cristo, il quale si fa povero nei Sacramenti, nella Parola e nella sua Chiesa, che è un popolo di poveri. La ricchezza di Dio non può passare attraverso la nostra ricchezza, ma sempre e soltanto attraverso la nostra povertà, personale e comunitaria, animata dallo Spirito di Cristo» (Papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2014).

***


Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 4,1-11.
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo.
E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame.
Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane».
Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
Allora il diavolo lo condusse con né nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio
e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede».
Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo».
Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse:
«Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai».
Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto».
Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano.