domenica 14 dicembre 2014

Natale inquieto | Terza Domenica di Avvento 2014


Nell’aula di catechismo metto a fuoco i giovanissimi che si preparano alla cresima. Poco più che bambini, dodicenni, dodicenni e mezzo, undicenni che fremono smaniosi sulle seggiole, col volto ancora pulito da brufoli e fratture interiori. «Presentatevi: io non vi conosco!». Ma la presentazione è rapida: appena l’età e un nome che sparisce dietro il brusio dei più scalmanati. 
«E tu chi sei?..tutto bene?» In fondo all’aula  - capelli rossi, volto acqua e sapone - siede stancamente composta una ragazzina con gli occhi arrossati e lo  sguardo perso in un punto indefinito. È disarmata da un’inquietudine che non sembra riconoscere.  «Ma che fai? Piangi?» La incalzano i compagni senza troppa pietà. «no..sono stata in piscina. È l’effetto del cloro».
«Avete ascoltato il Vangelo? Di chi abbiamo parlato poco fa?»
In chiesa abbiamo appena terminato la lettura del vangelo della Terza d’Avvento. «Avete ascoltato cosa chiedono a Giovanni leviti e farisei? » Una piccola catechesi sul precursore si dipana senza troppa fatica. E già mi accorgo che forse, prima ancora di fare una domanda, sarebbe stato meglio spiegare chi erano leviti e farisei. «Sei tu il Cristo che deve venire?» E chi era questo Cristo? Un Cristologia in frantumi e un rapidissimo excursus sul messianismo possono bastare per dare consistenza al contesto. Ma i piccoli reagiscono: hanno ascoltato quasi fino al punto di stupire. Forse le domande sono troppo facili? Conoscono risposte.. ma quale Gesù conoscono? E quale Gesù gli sto raccontando? Quello della Gregoriana, quello della mia fede o del CCCC (Compendio del Catechismo Chiesa Cattolica)? Poi la situazione sembra sfuggire di mano e l’attenzione, scollinati i venti minuti, avvia a franare precipitosamente. «Giovanni Battista ci ricorda anche un’altra cosa importante – e l’aggiunta, a dire il vero, prende il sapore di una mezza ramanzina – il Battista ci ricorda che per conoscere qualcuno occorre fargli posto, lasciare spazio, mettersi da parte..»

Una volta preti sciorineremo con facilità insegnamenti morali,  genericamente ortodossi – per carità! - , ma con la facilità di chi ha sempre in tasca una risposta? Al pensiero salta il sangue alla testa in un misto di orrore, ma nel frattempo è giunta l’ora della tregua o dei saluti. Una battaglia vittoriosa? O un’armistizio senza vincitori né vinti? Quando si parla di Dio ogni verifica passa, in ultima analisi, attraverso i tempi e le strade dello Spirito. Uscito dall’aula saluto, riordino, recupero sussidi, ma quando mi affaccio per abbassare le serrande e spengere la luce c’è ancora qualcuno. Non era il cloro a suscitare lacrime. Accanto alla ragazzina acqua e sapone, l’amica, dall’aspetto più maturo e l’abbigliamento borghese, è scoppiata in un pianto dirotto. Un bambino di cinque anni era morto. Ne parlava anche la tv. Ed era accaduto a Roma, in qualche quartiere poco lontano. La accoglie in un abbraccio la catechista, ma il dramma la inquieta «…sì, ma aveva solo cinque anni».
Avevo davanti agli occhi entrambe: la ragazzina in lacrime e l’amichetta inquieta. Le avevo guardate distrattamente, senza capire il tormento della loro giovane e pulita sensibilità. Entrambe commosse dal dramma di un bimbo stroncato da una meningite. In silenzio attendo in un angolo finchè per loro non arriva la calma necessaria per salutare e lasciare la parrocchia. Forse la mia era una presenza ingombrante. Non è bello piangere davanti a uno sconosciuto.
«In mezzo a voi sta uno che non conoscete». Le parole di Giovanni adesso acquistano una pesantezza granitica. Altrettanta forza assumono quelle di Isaia, la profezia che Gesù applicò a sé nella sinagoga di Cafarnao: «mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore

Conoscere Gesù chiede tempo e un coinvolgimento che supera la conoscenza acquisita sui libri. Conoscere gli altri chiede tempo e la fatica del fraintendimento. Damien Rice, nell’ultimo album (My Favourite Faded Fantasy, 2014), dopo anni di silenzio e sfortunate vicende personali, ha sfornato da poco una canzone che mette a fuoco il problema. Un pezzo di ampio respiro, che l’amplificazione orchestrale aggancia subito all’emozione. Dice così:

It takes a lot to know a man
It takes a lot to understand
The warrior, the sage
The little boy enraged

It takes a lot to know a woman
A lot to understand what's humming
The honeybee, the sting
The little girl with wings

It takes a lot to give, to ask for help
To be yourself, to know and love what you live with
It takes a lot to breathe, to touch, to feel
The slow reveal of what another body needs

It takes a lot to know a man
A lot to know, to understand
The father and the son
The hunter and the gun

It takes a lot know a woman
A lot to comprehend what's coming
The mother and the child
The muse and the beguiled

It takes a lot to give, to ask for help
To be yourself, to know and love what you live with
It takes a lot to breathe, to touch, to feel
The slow reveal of what another body needs

It takes a lot to give, to ask for help
To be yourself, to know and love what you live with
It takes a lot to breathe, to touch, to feel
The slow reveal of what another body needs

It takes a lot to live, to ask for help
To be yourself, to know and love what you live with
It takes a lot to breathe, to touch, to feel
The slow reveal of what another body needs

What are you so afraid to lose?
What is it you're thinking that will happen if you do?
What are you so afraid to lose?
(You wrote me to tell me you're nervous and you're sorry)
What is it you're thinking that will happen if you do?
(Crying like a baby saying "this thing is killing me")
What are you so afraid to lose?
(You wrote me to tell me you're nervous and you're sorry)
What is it you're thinking that will happen if you do?
(Crying like a baby saying "this thing is killing me")
You wrote me to tell me you're nervous and you're sorry
Crying like a baby saying "this thing is killing me"
Ci vuole tempo per conoscere un uomo
Ci vuole tempo per capire
il guerriero, il saggio
Il ragazzino infuriato

Ci vuole tempo per conoscere una donna
tempo per capire che cosa sta canticchiando
l’ape, il pungiglione
la bambina con le ali

Ci vuole tempo per dare e per chiedere aiuto
Per essere se stessi, per conoscere e amare ciò con cui si vive
Ci vuole tempo per respirare, toccare, sentire
il lento rivelarsi di ciò che occorre ad un altro corpo

Ci vuole tempo per conoscere un uomo
tempo per conoscere, capire
Il padre e il figlio
Il cacciatore e il fucile

Ci vuole tempo per conoscere una donna
tempo per comprendere cosa sta per arrivare
La madre e il bambino
La musa e chi è sedotto

Ci vuole tempo per dare e per chiedere aiuto
Per essere se stessi, per conoscere e amare ciò con cui si vive
Ci vuole tempo per respirare, toccare, sentire
il lento rivelarsi di ciò che occorre ad un altro corpo

Ci vuole tempo per dare e per chiedere aiuto
per essere se stessi, per conoscere e amare ciò con cui si vive
Ci vuole un sacco di respirare, toccare, sentire
il lento rivelarsi di ciò che occorre ad un altro corpo


Ci vuole tempo per dare e per chiedere aiuto
per essere se stessi, per conoscere e amare ciò con cui si vive
Ci vuole un sacco di respirare, toccare, sentire
il lento rivelarsi di ciò che occorre ad un altro corpo

Che cosa hai tanta paura di perdere?
Cosa pensi che ti accadrà se succede?
Che cosa hai tanta paura di perdere?
(Mi hai scritto per dirmi che sei nervoso e che ti dispiace)
Cosa pensi che ti accadrà se succede?
(In lacrime come un bambino che dice “questa cosa mi sta uccidendo”)
Che cosa hai tanta paura di perdere?
Cosa pensi che ti accadrà se succede?
Che cosa hai tanta paura di perdere?
(Mi hai scritto per dirmi che sei nervoso e che ti dispiace)
Cosa pensi che ti accadrà se succede?
 (In lacrime come un bambino che dice “questa cosa mi sta uccidendo”)


È vero. Ci vuole tempo per conoscere gli altri e anche se stessi. C’è un’inquietudine che sale dall’altro o dalle parti remote di noi stessi e che misura l’ignoranza e la distanza dal prossimo quanto quella dalla nostra identità. Gesù frantuma la distanza, entra nel campo dell’oggettività, dell’esperienza. Il Vangelo di questa Domenica, chiude – un po’ a sorpresa, in effetti – sul tema del battesimo. Perché Giovanni battezza? Non bastano le parole? Non basta la voce? Per battezzare “in Spirito Santo”, per conoscere  la Luce abbiamo bisogno dell’oggettività della Sua presenza. È la via che ci libera dai cortocircuiti dei propri pensieri, dalle tentazioni gnostiche che vorrebbero darci la salvezza soltanto attraverso il dominio della conoscenza. Il brano ritagliato dalla liturgia si arresta prima, ma poco più avanti, nel quarto Vangelo, il Battista rivela che colui che viene dopo battezzerà “in Spirito Santo”. È l’incontro oggettivo, “sacramentale” con Dio che introduce gli uomini alla sua piena conoscenza. L’ignoranza che accompagna i nostri giorni deve prima fare i conti con l’inquietudine che rivela il male, con ciò che non è Dio o non è da Dio. Deve fare i conti con la consapevolezza di una purificazione, di un lavaggio di pentimento. L’inquietudine conduce di fronte alla nostra identità, ma poi, piccoli e grandi, semplici e sapienti, abbiamo bisogno di incontrare la vita divina, di fare l’esperienza dell’incontro con Dio.

Tornati alla misura dei bambini, che scalpitano nel riso o esplodono nel pianto, Gesù può prenderci per mano, condurci alla vera sapienza, come il Pedagogo di cui parlava Clemente di Alessandria nella fanciullezza del cristianesimo. «Vagando nella vita come in fitte tenebre abbiamo bisogno di una guida eccellente ed esperta. Guida eccellente, non cieca che, come dice la Scrittura, conduce altri ciechi nel baratro, ma guida dalla vista acuta e capace di scrutare le profondità del cuore è il Logos» (Il Pedagogo, Libro Primo, cap. III). «La più grande di tutte le scienze, a quanto pare – prosegue più avanti Clemente in pieno spirito ellenico – è conoscere se stesso; chi infatti conosce se stesso conoscerà Dio e conoscendo Dio si renderà simile a Lui». L’uomo innestato in Cristo, “con il quale coabita il Logos, non altera il suo aspetto, non si trasforma, ha la forma del Logos, è simile a Dio; è bello, non si adorna. È la vera bellezza, e infatti è Dio» (ibid. Libro Terzo, cap. I). Così Clemente parla della vita divina donata dal battesimo che ci «santifica interamente» - come afferma Paolo nella seconda lettura, e che è la sorgente della gioia che anima questa Domenica (Gaudete! Rallegratevi!). Un sorgente forse dimenticata, forse torrente carsico che fatichiamo a riconoscere o percepire. Ma è presenza reale, che cresce e acquista spessore nella vita sacramentale, attraverso la contemplazione, l’apertura agli altri, la carità – l’altra bellezza degli uomini come afferma Clemente - . Il prefazio di Avvento descrive stupendamente questo dinamismo divino: «Ora egli viene incontro a noi in ogni uomo e in ogni tempo, perché lo accogliamo nella fede».

La bellezza che descrive Clemente arriva a noi, in questo tempo di Natale, nella forma di un bambino. Spogliati delle nostre sovrastrutture, come bambini - ragazzini undicenni, dodicenni o forse ancora più piccoli- il Signore ci rigenera con la Sua grazia e ci educa pazientemente: «O grandezza di Dio! O perfezione del fanciullo! Il Figlio è nel Padre e il Padre è nel Figlio. E come non sarà perfetta l’educazione data da quel fanciullo la quale si estende a tutti i fanciulli, educando noi che siamo i suoi fanciulli? Egli tese verso di noi le sue mani le quali sono oggetto della nostra piena fede. A questo bambino rende testimonianza anche Giovanni “il più grande fra i nati di donna”: “Ecco l’agnello di Dio”. La Scrittura chiama “agnelli” i fanciulli di tenerà età; Dio ha chiamato “Agnello di Dio” Figliuolo di Dio, bimbo tenero del Padre, il Verbo fattosi uomo per noi, desideroso di farsi in tutto simile a noi» (Il Pedagogo, Libro Primo, Cap. V).

domenica 7 dicembre 2014

Natale Inquieto | 2° Domenica di Avvento 2014

«Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio –. »
Il ricordo di una vecchia intervista a Pier Paolo Pasolini (vai al minuto 44.45) incrina costantemente l’immagine affettuosa e anche un po’ sentimentale del Dio della consolazione. 



Pasolini è categorico: «Escludo totalmente la parola consolazione. Per me il Vangelo è una grandissima opera intellettuale, una grandissima opera di pensiero, che non consola, che riempe, che integra, che rigenera…non so’ come dire…che mette in moto i propri pensieri. Ma la consolazione, proprio …che farsene della consolazione …la consolazione è una parola come speranza». È vero. Se la consolazione resta una parola meglio risparmiarsela. Soltanto quando la consolazione diventa presenza acquista efficacia. Consolare, difatti - mi diceva qualcuno - è colmare una solitudine. Senza l’incontro con Cristo l’apprezzamento per Gesù resta confinato in una dimensione irrimediabilmente umana e terrestre. Gesù si trasforma nel rivoluzionario, è il proletario, l’incompreso, il maestro, l’avatar poliforme di tutte le aspirazioni  degli uomini. La sua fascinazione, per quanto pervasiva, se non entra nella carne non acquista efficacia. È una tentazione che si ripete anche tra chi si professa credente. Ma la posta in gioco non è soltanto la superficialità della propria fede, ma tutto lo spessore della nostra relazione con Cristo. Senza una relazione salvifica il nostro cristianesimo si riduce a sentimento o a corrente di pensiero.
A chi intende mettere in discussione o approfondire questa relazione le letture della seconda Domenica di Avvento propongono la parola “deserto”. «Nel deserto preparate la via al Signore» dice Isaia e gli fa eco il Vangelo di Marco: «Voce di uno che grida nel deserto. Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri».

Nell’immagine del deserto è facile leggere l’inquietudine di chi si ritira in solitudine, lontano dai fastidi, ma anche dalle piccole soddisfazioni di ogni giorno. Anche Gesù lo ha sperimentato, perché all’inizio del suo ministero, ci dicono i Vangeli, fu spinto dallo Spirito nel deserto per quaranta giorni. È nel deserto che il popolo impara a conoscere Dio. Nel deserto, infatti, riconosciamo chi siamo.
Per gli uomini la solitudine si trasforma in una compagnia non addomesticabile. Ma cantucci di deserto possono schiudersi dietro l’angolo, perfino nei luoghi più quotidiani. È nel deserto chi vive la solitudine e lì sta in silenzio, magari disteso sul letto con gli occhi puntati sul soffitto, o seduto alla scrivania o sul divano, con gli occhi puntati attraverso la finestra in una distanza indefinita. Anche la vecchiaia è un continente largamente desertico. Ricordo il nonno, quando, già affaticato per la malattia, si inquietava sul letto perché tornava con la memoria alle incongruenze della propria esistenza. Anche la metropolitana può trasformarsi in spazio desertico. Gli occhi sono rivolti ai finestrini, ma davanti al buio indistinto delle galleria compaiono, agli occhi interiori, uomini e donne, situazioni, preoccupazioni che incoscientemente fanno aggrottare le ciglia o lasciano il volto inerte, abbandonato in una resa incondizionata. Soltanto nella solitudine è possibile, come scrive Agostino – “tenere l’orecchio sul cuore”.
In questi spazi desertici, attraverso la  potenza inafferrabile della memoria, tornano a galla i nostri peccati, gli errori e i dolori che agitano il nostro sonno e dominano il nostro umore. Ma qui fa capolino anche il Signore. Perfino Pasolini descrive una simile esperienza, attraverso segnali non decodificati che la memoria ricuce sotto il profilo di Cristo:

(Quel giorno il Suo angelo fu un serio,
tranquillo contadino che MI VIDE,
altra volta fu un rapido uragano
che mi trattenne in camera, LONTANO...
E fu, ancora, la modesta effige
d'un Cristo che pendeva da uno spago
sul petto che sfioravo con la mano.)

Pier Paolo Pasolini, Un Cristo, da L’usignolo della Chiesa Cattolica, 1947.

Nella solitudine, più o meno meditativa – la vive anche l’uomo comune, nelle attese al semaforo o nei corridoi d’ospedale, nello spazio domestico sovraccarico di richiami e ricordi – tornano a galla, come chiazze d’olio nell’acqua, le ferite dei nostri errori. A volte affiorano dal profondo ed episodi lontani nel tempo hanno ancora il potere di tenerci in scacco. Agostino ne racconta parecchi. A cominciare dalla famosa storia delle pere.
«In piena notte, dopo aver protratto i nostri giochi sulle piazze, come usavamo fare pestiferamente, ce ne andammo, giovinetti depravatissimi quali eravamo, a scuotere la pianta, di cui poi asportammo i frutti. Venimmo via con un carico ingente e non già per mangiarne noi stessi, ma per gettarli addirittura ai porci. Se alcuno ne gustammo, fu soltanto per il gusto dell'ingiusto. Così è fatto il mio cuore, o Dio, così è fatto il mio cuore, di cui hai avuto misericordia mentre era nel fondo dell'abisso» (Libro 2, 4.9). Accanto alle bravate di quella combriccola di malandrini nelle Confessioni tornano a galla, scanditi dagli anni, altri tormentosi ricordi. Mutano interessi e stili di vita, ma Agostino attraversa ancora il deserto dell’inquietudine in un lento, ma graduale avvicinamento alla fede. Dio è paziente e sa attendere il cammino del peccatore. La sua grazia agisce in silenzio, discretamente, con i suoi tempi. Per Lui, infatti, come recita la lettera di Pietro, «un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno. Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi».



«Io soprattutto mi stupivo – scriveva ancora Agostino -,  allorché con uno sforzo rievocavo il lungo tempo passato dal momento in cui, diciannovenne, avevo cominciato a infervorarmi nella ricerca della sapienza, progettando di abbandonare, appena l'avessi scoperta, tutte le speranze fatue e i fallaci furori delle vane passioni. Ed eccomi ormai trentenne, vacillante ancora nella medesima mota, avido di godere del presente fugace e dispersivo, mentre mi andavo dicendo: “Domani troverò. Ecco che il vero mi si manifesterà chiaramente, e l'afferrerò”» (Libro 6,11. 18).
Il peso dei nostri peccati sembra quasi schiacciarci. E paradossalmente facciamo fatica ad uscirne, anzi quasi ce ne dispiace. La nostra volontà è incrinata, torna sui suoi passi. Intravede la luce, ma la avverte fuori portata:

Tu non vuoi canto, ma solo fedeltà!
Tu pretendi il digiuni, e io lo temo,
Tu pretendi l’oblio e io non tremo
Che di ricordi. Ecco perché la luce
Tua, ch’è in me, a Te non mi conduce
(P. P. Pasolini, da La religione del mio tempo,  1961)

Pasolini ha sperimentato il dramma di questa tensione irrisolta. Lo racconta chiaramente in una lettera: «io sono da sempre caduto da cavallo: non sono mai stato spavaldamente in sella (come molti potenti della vita, o molti miseri peccatori): sono caduto da sempre, e un mio piede è rimasto impigliato nella staffa, così che la mia corsa non è una cavalcata, ma un essere trascinato via, con il capo che sbatte sulla polvere e sulle pietre. Non posso risalire sul cavallo degli Ebrei e dei Gentili, né cascare per sempre sulla terra di Dio” (Lettera a don Giovanni Rossi, 27 dicembre 1964, da F. Castelli, Volti di Gesù nella letteratura moderna, vol. III, Cinisello Balsamo 1995, p.618).

I nostri giorni sono forse avari di personaggi dalla grandezza inquieta di Pasolini? La musica conosce simili attitudini. Tra i più noti, da decenni affida alle note la propria inquietudine con amare e assortite considerazioni Mark Oliver Everett, il leader degli EELS, una band che gode di fama planetaria. L’ultimo album è esplicitamente attraversato fin dal titolo (The Cautionary Tales of Mark Oliver Everett, 2014) dalla vena introspettiva di Everett. Il singolo Mistakes of my youth è accompagnata da un video molto bello: una discesa (notare la ‘discesa’ con bici del protagonista nel quartiere degradato) nella solitudine inquieta dell’adolescenza. Non manca quasi nulla – furti di pere a parte - nel repertorio del giovane teppistello. La giovinezza dei protagonisti sembra proiettarne gli errori nel mondo degradato degli adulti. Ma il videoclip si chiude con una faticosa scalata, una risalita solitaria verso qualcosa di diverso, ma ancora indefinito. La traduzione stavolta era già pronta. L’ho recuperata qui.

In the waning days ahead
I gotta look back down the road
I know that it’s not too late
All the stupid things I’ve said
And people I’ve hurt in my time
I hope it’s not my fate

To keep defeating my own self
And keep repeating yesterday
I can’t keep defeating myself
I can’t keep repeating the mistakes of my youth

In the dark of night I might
Be able to make myself think
That I’m still a younger man
But when the light of day shines down
There’s no way to get around it
I’m not the younger man

I keep defeating my own self
And keep repeating yesterday
I can’t keep defeating myself
I can’t keep repeating the mistakes of my youth

The choice is mine for making
A better road ahead
The road that I’ve been taking
Headed for a dead-end
But it’s not too late to turn around

In the final moments I
Hope that I know that I tried
To do the best I could

To stop defeating my own self
And stop repeating yesterday
I can’t keep defeating myself
I can’t keep repeating the mistakes of my youth
Nei giorni di declino che mi aspettano
Devo ripensare alla strada che ho fatto
So che non è troppo tardi
Tutte le cose stupide che ho detto
E le persone che ho ferito nella mia vita
Spero che non sia il mio destino

Continuare a mettermi i bastoni tra le ruote
E continuare a ripetere il passato
Non posso continuare a mettermi i bastoni tra le ruote
Non posso continuare a ripetere i miei errori di gioventù

Nell’oscurità della notte potrei
Essere capace di convincermi
Che sono ancora un giovane
Ma quando la luce del giorno si affievolisce
Non c’è modo di girarci attorno
Non sono più quel giovane

Continuo a mettermi i bastoni tra le ruote
E continuo a ripetere il passato
Non posso continuare a mettermi i bastoni tra le ruote
Non posso continuare a ripetere i miei errori di gioventù

È mia la scelta di mettermi
Una strada migliore davanti
La strada che stavo prendendo
Portava ad un vicolo cieco
Ma non è troppo tardi per tornare indietro

Negli ultimi istanti
Spero che potrò diredi aver tentato
Di fare il meglio che potevo

Per non mettermi più i bastoni tra le ruote
E non ripetere più il passato
Non posso continuare a mettermi i bastoni tra le ruote
Non posso continuare a ripetere i miei errori di gioventù

L’esperienza del deserto fa venire sete. 
Il Lucernario delle domeniche di Avvento, celebrato nel buio della chiesa, lo esprime concretamente con grande suggestione: «Accendi la mia lampada, Signore. Dio mio illumina le mie tenebre». Nell’arsura del deserto Giovanni offre la consolazione dell’acqua: «vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati».
La consolazione attende la Presenza. Dopo anni di inquietudine Agostino l’ha incontrata in Gesù Cristo: «A ragione è salda la mia speranza in lui che guarirai tutte le mie debolezze grazie a Chi siede alla tua destra e intercede per noi presso di te. Senza di lui dispererei. Le mie debolezze sono molte e grandi, sono molte, e grandi. Ma più abbondante è la tua medicina. Avremmo potuto credere che il tuo Verbo fosse lontano dal contatto dell'uomo, e disperare di noi, se non si fosse fatto carne e non avesse abitato fra noi» (Libro 10, 43.69).
E questa è la certezza che può cambiare la vita e ci ripresenta l’Avvento.



sabato 29 novembre 2014

Natale Inquieto - Prima Domenica di Avvento 2014


Perché alla gente piacciono le stelle?
Una ventina d’anni fa - nel finale di un disco imperdibile - se lo domandava anche un’inquieta cantautrice a stelle e strisce. Ma sarà poi così vero? Per le strade incrocio teste basse e dita che corrono frenetiche su piccole luci molto terrestri. La notte, accecata perfino nei piani più alti dalle luci e dalle distrazioni della vita urbana, segue un ritmo differente da quello del firmamento. 
Quando il cielo è nitido, alzando lo sguardo dai vicini dietro le finestre o dalle persiane socchiuse alle stelle abbassate sull’orizzonte, sono rimandato alla visione aperta, distesa, liberante, della volta celeste. Forse – mi dico – in qualche angolo della città, in più sperdute frazioni di questo paese…anzi, ancora più là, oltrepassati monti e deserti, ancora più là dell’Asia dove scorrazzava il pastore errante, altri occhi puntano il cielo senza saper cosa dire, spersi sotto le stelle, ma sollevati per un attimo dal ritmo del mondo quaggiù. Sotto la silenziosa maestà delle stelle, perlustrando la porzione di globo nelle tenebre, non troverei soltanto coppie di innamorati, ma pure disperati in mezzo al mare e inermi assediati da sanguinari mozzatori di teste, oppure vittime di sistemi corrotti e violenti. Assai più vicino, a poco meno di cinquanta metri, sono sicuro, d’altra parte, di trovare uomini e donne di cui conosco il nome con la schiena su uno scalino, rimbacuccati tra infiniti sacchetti a contendersi lo spazio con i topi.

Perché alla gente piacciono le stelle?
“Sono lontane, ma a guardarle si sta al sicuro”, recitava la canzone di cui sopra. Sotto le stelle si vive una certa inquietudine. Lassù c’è una realtà misteriosa e infinita che ci supera nello spazio e nel tempo. Quaggiù, invece, piccole cose finite che tanto fanno penare o gioire.

Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l'uomo perché te ne ricordi e il figlio dell'uomo perché te ne curi?” (Salmo 8,4-5) Il salmista non sfuggiva agli stessi interrogativi, perché da sempre gli uomini hanno desiderato tenere insieme il cielo e la terra. Anche per questo attorno alla notte è fiorita una sconfinata ed inquieta letteratura.

La notte domina il Vangelo di questa prima domenica d’Avvento ed è una notte inquieta. Il padrone se n’è andato senza lasciar detta l’ora del ritorno, ma affidando i compiti ai suoi servi. “Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati” (Mc 13,35-36).
Una lettura breve che suona quasi minacciosa e lascia nell’inquietudine di un ritorno promesso ma inaspettato.

Benvenuto Matteucci, prete pistoiese poi arcivescovo di Pisa, ma anche appassionato cultore di letteratura, ha scritto un bel saggio sull’inquietudine (Introduzione a F. Castelli, Letteratura dell’inquietudine, Milano 1964). Qui parlava di “una inquietudine originale nativa e ontologica … propria dell’uomo, di ogni uomo, anima immortale, circoscritta nei limiti corruttibili dello spazio e del tempo”.

Chi guarda il cielo avverte meglio questi "limiti corruttibili". Sotto le stelle, infatti, chi veglia può interrogare il Cielo con più facilità. Non sarà un caso se Gesù la notte saliva sul monte a pregare. Forse con le stelle davanti agli occhi era più semplice parlare con il Padre. 
Gli uomini hanno creduto di rintracciare nelle stelle i segreti della storia di questo e dell’altro mondo e attraverso di esse hanno pensato ai loro morti. Nella Via Lattea, ad esempio, trovavano nuova vita gli uomini virtuosi e da lassù, racconta Cicerone nel cosiddetto “Sogno di Scipione” : “tutto pareva magnifico e meraviglioso. C'erano, tra l'altro, stelle che non vediamo mai dalle nostre regioni terrene; inoltre, le dimensioni di tutti i corpi celesti erano maggiori di quanto avessimo mai creduto ... I volumi delle stelle, poi, superavano nettamente le dimensioni della terra. Anzi, a dire il vero, perfino la terra mi sembrò così piccola, che provai vergogna del nostro dominio, con il quale occupiamo, per così dire, solo un punto del globo” (III, 16). Nel cielo, poi, i cristiani collocarono i santi, cercando di cucire definitivamente il finito e l’eterno. Ma di fronte al cielo anche il cristiano resta sulla soglia.

Meglio che altrove, però, il Signore sussurra attraverso le stelle. Gregorio Magno, ad esempio, parlava di celesti sussurri: “il divino sussurro giunge a noi attraverso tante vene quante sono le opere create che la divinità stessa presiede. Quando contempliamo l’opera creata ci eleviamo ad ammirare il creatore…poiché non possiamo avere di lui una conoscenza adeguata, non sentiamo la sua voce, ma appena un sussurro. E siccome non siamo in grado di conoscere a fondo neppure le stesse cose create, giustamente si dice: Quasi furtivamente il mio orecchio percepì le vene del sussurro” (Commento morale a Giobbe, parte prima, V, 52).

Il sussurro però non ci appaga e la distanza che separa il tempo e l'eterno, la mutevolezza e la Verità immutabile, talvolta trasforma l'inquietudine in angoscia: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” 
Il profeta Isaia (63,19), nella seconda lettura di questa Domenica, ci leva di bocca il grido che agita i nostri momenti difficili. 
Per Raymond Raposa, folk singer dell’Oregon attorno a cui ruota una band polimorfa chiamata Castanets, questa inquietudine è trasfigurata in un asciutto brano di poesia-canzone (The smallest bones, dall'Album "Cathedral", 2006). Il pezzo è accompagnata da video suggestivo e paradossale, compreso tra il cielo e il linguaggio dei muti.

My God
It’s an eternity
Waiting for thee

There’s a cancer
In the smallest bones
In the smallest breeze

And the houses
Have not grown their wings
We’ve no sleep
Among those stars

And our streets flow
Downward from those hills
They don’t get very far

And my Lord
It’s an eternity
Waiting for thee

And my Lord
It’s an eternity
Waiting for thee

Mio Dio
È un’eternità
Aspettarti

C’è un cancro
Nelle ossa più piccole
Nelle brezze più leggere

E alle case
Non sono cresciute le ali
Non abbiamo sonno
Tra queste stelle

E le nostre strade scendono
Giù da queste colline
Ma non vanno troppo lontano

E mio Signore
È un’eternità
Aspettarti

E mio Signore
È un’eternità
aspettarti


Quaggiù, in effetti, le cose non vanno troppo bene, a tal punto che, come chiosa il profeta: "tutti siamo avvizziti come foglie" (Isaia 64,3). Eppure - scriveva ancora Matteucci – “si vede meglio la struttura della foglia quando è secca, e non rimane che l’intreccio delle nervature.
L’inquietudine ci fa comprendere quel che siamo, sentire quel che possiamo o non possiamo essere, che la felicità è connessa al lavoro irriducibile di questa nostra faticosa esistenza, e che un mattino dobbiamo partire per ritrovarci, analogia e numeri dispersi, nella Realtà. E’ la confessione di Agostino: Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te".


Chissà cosa pensa Dio dall’alto del Cielo. Da poco più su della terra le cose acquistano tutt’altra prospettiva. Dalla stratosfera gustano già d’eterno e di una pace che supera le incongruenze di ogni giorno. 
Forse anche Dio è inquieto. Inquieto di un amore - torno di nuovo a Matteucci - che è “estrema indulgenza e estrema indigenza .. per l’inquietudine Dio, per così dire, si traveste e scende in quel territorio occupato dal Nemico che è tanto spesso il nostro cuore”.  

Agli uomini inquieti sotto il cielo stellato resta il desiderio di colmare una sete d’infinito sempre pronta a riaffiorare, di scoprire ciò che lega il cielo e la terra, l’umano e il divino, il tempo e l’eterno. L’attesa vigilante non resterà frustrata. Non è un caso, dopotutto, che l’intera Bibbia si chiuda con la luce di una stella: “Io Gesù … sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino” (Ap. 22,16).

Buon Avvento, dunque, e buon Avvento inquieto.

giovedì 2 ottobre 2014

La 'solitudine' di chi non è solo

per Luca e Emanuele

«Quanto ti manca?»
Il seminarista se lo sente ripetere e se lo ripete spesso. Quantificare la distanza dall’ordinazione è un esercizio quasi quotidiano. Il countdown è sempre sotto gli occhi e rifrulla nella mente, anche in quella del più devoto o bizzarro candidato al sacerdozio. Durante la messa, in seminario o in collegio, già prefigura atteggiamenti, parole, accessori che farà suoi o che rifiuterà. Un meccanismo spesso irriflesso e in buona fede che interviene sempre più man mano che l’ora fatale si avvicina. Quasi al punto da far dimenticare l’unica ora davvero importante: quella della santificazione. E l’ora della santificazione è oggi! 

Il rischio di posticipare l’impegno per la santità, di rimandare la consapevolezza dell’integralità di una scelta al futuro più o meno prossimo può provocare indesiderati effetti collaterali. Primariamente c’è il rischio di sfibrare la grazia dei giorni donati, quel tempo di grazia irripetibile in cui si articolano le nostre giornate, e di farlo cadere nell’indistinto di una attesa inquieta. Dopotutto è un atteggiamento molto umano, ma proprio per questo il frutto della mentalità mondana che rimanda l’azione alla funzione e non alla dinamica del discepolo. Dio chiama oggi. Poi, con la pienezza della consacrazione, abiliterà e indicherà altri uffici. Dio chiama oggi, e il domani è soltanto nelle sue mani. Ad una mamma occorrono circa nove mesi per arrivare al parto. Ad un seminarista circa 6 anni, senza contare i tardivi e i prematuri. Ma che guaio se una donna non si ricordasse di essere già mamma mentre affronta la gestazione! Gesù, con la sua Parola, scuote i dinamismi che ci distraggono dall’essenziale e ci introduce in una nuova parentela. Con Lui siamo condotti in una forma di rapporti che scaturisce dall’oggi. «Donna, ecco tuo figlio!» Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!» (Gv 19,26-27).


 «Ecco»: nella Bibbia ritorna spesso questa parolina, specialmente nei libri dell’antico testamento, dove è pietra d’inciampo della traduzione dall’ebraico (hinnē), che indica il qui e ora della presenza e dell’accadere. Gesù ci introduce in una nuova serie di legami. Ci sono quelli verticali, come la figliolanza divina a cui ci apre il Battesimo e la comunione sospesa tra cielo e terra che è propria dei santi. Quelli orizzontali, che dicono la parentela, l’amicizia, la comunione della sequela, passano attraverso l’obbedienza sofferta e sofferente. «Donna, ecco tuo figlio!». Sotto la croce si rivela una nuova maternità che nasce dalle lacrime, ma una maternità ancora più ampia, totalmente inedita. «Ecco tua madre!»: una nuova figliolanza che supera l’amicizia nella relazione della carne. L’uomo in quanto nuova persona è trasformato, reso diversamente fecondo. 

Le ordinazioni diaconali che scandiscono gli appuntamenti dei seminaristi e il ritrovarsi degli amici fanno ripensare anche a questo. Durante la celebrazione l’amico, ormai novello diacono, è balzato in pochi minuti al fianco del vescovo. Come diacono, infatti, il ‘chiamato’ è introdotto in una nuova relazione : quella di figliolanza con il vescovo, di servizio d’amore a Lui nella Chiesa. Il diacono (specialmente se destinato al sacerdozio) è un uomo nuovo. Tra addetti ai lavori si parla di ‘salto ontologico’, di ‘sigillo’, di ‘carattere indelebile’, ma forse si può dire altrettanto bene che con l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria il diacono è introdotto in un diverso stato di vita: è della famiglia ma non più solo della famiglia. E’ degli amici, ma non più solo degli amici. E’ dei fratelli, ma non più solo dei fratelli. E’ se stesso, ma non più come solo a sé stesso. La sua posizione all’altare, accanto al vescovo, segnala visibilmente una nuova appartenenza: quella allo stato clericale. Inserito in questo nuovo stato, anche l’amicizia si trasforma, cresce, si amplifica in Cristo. 



In questo processo di spossessamento e ridefinizione il seminarista, poi diacono e quindi prete -a Dio e vescovo piacendo- entra paradossalmente anche nella dimensione della solitudine. Una solitudine sui generis. Una solitudine che è croce quotidiana, dovuta ad una scelta volontaria, alla sequela di Gesù. Solitudine che il mondo non capisce e neppure si lascia incasellare nelle categorie degli uomini, neppure in quella degli uomini soli che cantavano i Pooh.

Durante l’estate, in viaggio, al campo estivo, o in esperienze di servizio, l’esperienza comunitaria trova nuove forme, momenti comuni di particolare intensità. Il seminarista si lascia alle spalle la fatica della vita comune e cade nell’eccitazione di una nuova e diversa compagnia. Esperienze stupende, ma che chiedono di essere lette alla luce di Dio. E difatti, al ritorno, nei percorsi e nei luoghi consueti, l’esaltazione rischia di trascolorare presto nella fatica della solitudine. In queste montagne russe di eccitazione e desolazione occorre distinguere bene lo psichico dallo spirituale. Ne ha parlato con acuta e drammatica chiarezza (siamo nel 1938) Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano ucciso in un campo di concentramento per la sua opposizione al regime nazista. «Nulla è più facile che risvegliare l’ebbrezza della comunione in pochi giorni di vita comunitaria, e nulla è più fatale per una vita comunitaria sana, sobria e fraterna nel lavoro quotidiano. Non ci sono molti cristiani a cui Dio non conceda, almeno una volta nella loro vita, la esperienza inebriante di una vera comunione cristiana. Ma una simile esperienza in questo mondo non rimane altro che un sovrappiù, una grazia concessa oltre al pane quotidiano di una vita comunitaria cristiana» (La Vita Comune, Queriniana, Brescia 1969, pp. 68-69).

Lanciano, miracolo eucaristico

Ed ecco, appunto, che il seminarista-diacono-prete sperimenta davvero e pesantemente questa solitudine. Vorrebbe confidare agli amici di prima movimenti interiori e la modellazione continua dello Spirito, ma il mondo attorno sembra muoversi a differente velocità, sintonizzato su altre frequenze. Ritroverà il passo, la sintonia di un tempo? Il servizio, l’ascolto, l’amore, individueranno poco a poco inediti e più profondi canali, anche se meno immediati e più impegnativi. Oggi, forse, può cogliere intuitivamente la novità proposta dal Signore. Davanti al tabernacolo è più facile farlo. Il Signore è sempre lì, pazientemente in attesa e in ascolto. La solitudine è superata dalla Presenza a cui si apre la vita del discepolo. Presenza che dovrebbe sopraffare la nostra stessa realtà, e invece si mantiene piccola e nascosta nella comunione della carne e del sangue. Presenza continua, anche se oscura, ma indisponibile a schematizzazione e a pianificazioni temporali che sono prodotti mondani e, alla fine, molto personali.

Gesù custodisce la nostra solitudine e la comunione con gli altri. «Un cristiano – scrive ancora Bonhoeffer- ha bisogno dell’altro per Gesù Cristo. Un cristiano incontra l’altro solo per mezzo di Gesù Cristo. In Gesù Cristo siamo eletti fin dall’eternità, accolti nel tempo e uniti per l’eternità»(Ibidem, p.46). Senza Cristo non possiamo incontrare gli altri: «la via è bloccata dal nostro stesso io. Cristo ha aperta la via a Dio e al fratello. Ora i cristiani possono amarsi e servirsi gli uni gli altri, possono divenire uno. Ma anche ora lo possono solo tramite Gesù Cristo» (Ibidem, p. 49).  


Il seminarista che avanza sulla strada della formazione non si è scelto la compagnia e si trova inserito in una comunità le cui regole, a pensarci bene, risultano almeno illogiche per il mondo. In questa curiosa combriccola, dalla mattina alla sera, attraverso la preghiera, lo studio, le chiacchiere e i servizi comunitari,oscilla tra la solitudine e la vita comune. Eppure, puntualizza Bonhoeffer: «Chi desidera comunione senza solitudine, precipita nella vanità delle parole e dei sentimenti; chi cerca la solitudine senza la comunità, perisce nell’abisso della vanità, dell’infatuazione di se stesso, della disperazione. Chi non sa restare solo tema la comunità. Chi non è inserito nella comunità tema la solitudine. La giornata comune del gruppo comunitario è accompagnata dalla giornata solitaria di ogni membro» (Ibidem, p. 121). L’equilibrio ottimale di una comunità spirituale è un obiettivo impegnativo, ma anche un dono di grazia. La Parola e la presenza eucaristica ci rimettono continuamente in carreggiata e preparano alla navigazione adulta e personale del diacono e del prete fuori dal seminario/collegio.

Santuario di S. Gabriele dell'Addolorata
Urna con il corpo di San Gabriele

Anche la solitudine dell’eremita o del monaco non si configurano come le immaginerebbe il mondo. Il cammino verso la santità apre la solitudine alla fecondità dell’amore. Santi vissuti nel nascondimento o nella solitudine hanno attratto, più di ogni propaganda o pubblicità, generazioni di uomini e donne. Ai piedi del Gran Sasso, ad esempio, sperduto tra i pascoli e le balze, seguendo la regola di Paolo della Croce, San Gabriele dell’Addolorata ha percorso un’esistenza «conforme a quella degli apostoli » in un «profondo spirito di preghiera, di penitenza e di solitudine per conseguire una più intima unione con Dio ed essere testimoni del Suo amore» (Costituzioni della Congregazione della Passione di Gesù Cristo, Cap. 1, 1). Accantonata una brillante vita mondana, l’esistenza di Gabriele è trascorsa rapidamente tra la formazione e la preghiera, senza episodi di particolare risalto. Un’esistenza apparentemente poco fruttuosa e nascosta, troncata presto dalla malattia. Poi anni di silenzio fino a quando, attorno alla sua tomba, si moltiplicano i miracoli. «Dio – scriveva San Gabriele - non guarda il quanto ma il come; la nostra perfezione non consiste nel fare le cose straordinarie ma nel fare bene le ordinarie». Una piccola via che può quasi irritare tanto è dimessa e remissiva. Ma forse chi attraversa la solitudine e l’oscurità con questa piccola consapevolezza, ha imparato l’umiltà dell’obbedienza e superato la tentazione della diserzione.

«Non si può negare- scriveva Benvenuto Matteucci, pistoiese ( o ancora meglio carmignanese) trapiantato arcivescovo a Pisa tra il 1971 ed il 1986- che la solitudine rappresenta per un prete una croce quotidiana, dovuta ad una scelta volontaria, alla sequela di Gesù». Una solitudine agitata dall’inquietudine. «Vi è in noi – prosegue Matteucci - una triplice inquietudine: storica, soprannaturale, patologica. Il Signore ci ha fatto per sé ed è inquieto il nostro cuore finché si riposi in Dio (inquietudine storica, agostiniana). Nulla o ben poco si è fatto, quando tanto resta da fare: “Inquietatevi di non inquietarvi” : scriveva Newman (inquietudine soprannaturale). E infine l’inquietudine di chi si gratta la piaga, senza tener conto della realtà della vita e di una risoluzione spirituale (inquietudine patologica). L’inquietudine, che nasce dall’esser soli, dal sentirsi soli, si risolve non solo nel lavoro, nell’applicazione pastorale, con la fraternità e l’amicizia pastorale, con la fraternità e l’amicizia sacerdotale; ma soprattutto all’interno con la preghiera e i mezzi sacramentali» (B. Matteucci, Fraternità Sacerdotale, Pacini Editore, Pisa 1983, p. 431).
«
Non siamo soli – chiosava Matteucci - quando abbiamo Dio con noi e possiamo aprirci a Lui. Conosciamo la noia solo quando si è privati di Dio … La solitudine conduce sempre l’uomo al male quando la sofferenza che l’accompagna non diventi sacramento e presenza del Cristo» (Ibidem, p. 234).