Altri due sguardi sul mondo. Due sguardi che suggeriscono “strategie”
alternative che consegniamo all’anno nuovo. Due sguardi nostrani, che però
dirazzano dal mainstream e perlustrano la realtà e la creazione artistica come
occasione meditativa, a partire dalla propria esperienza personale o dai
movimenti della storia.
Un fermento che emerge qua e là anche nel panorama
giovanile, un’attesa di profondità che suona fresca, priva di pregiudizi –
certo, senza nemmeno troppi punti di riferimento, ma comunque aperta ad “altro”.
E insomma, il primo sguardo lo trovo in una giovane cantautrice che si chiama Gaia Morelli. E in particolare in un disco dal titolo accattivante: “La natura delle cose” (Dischi sotterranei, 2024).
Le “cose” di cui parla Gaia sono quelle più ordinarie, un po’ come prova a restituire il videoclip che raccoglie, come in un cortometraggio di tre capitoli, altrettanti brani dell’album. Il primo, “Siamo stonati”, descrive momenti di vita di Gaia, con un approccio tra il fenomenologico e il meditativo che diventa occasione di una riflessione sulla propria storia personale, l’occasione in cui misurare la fatica di cogliere le dinamiche profonde che definiscono la nostra “forma”: «Siamo stonati fra tanti / Chi lo sa fra quanto tempo riusciremo a diventare grandi».
Il secondo capitolo, “Lo Spazio”, descrive una sorta di
pellegrinaggio dal sapore esistenziale, come recitano le parole della prima
strofa: «Con
il cambio di stagione / io sono andata, non ritorno / Fa molto caldo/ Te ne sei accorta / Sai che puoi piangere / Ho
ancora i miei drammi». Così Gaia dalla periferia urbana attraversa la campagna,
scruta attorno a sè fino a uno “spazio” accogliente in cui «vivo
per un motivo». Una bella immagine per provare a descrivere una “via”
contemplativa, un’alternativa al disincanto e ai drammi dell’ordinario.
Nel terzo capitolo, “Fine”, il video è tutto concentrato su
di lei, immersa nel buio, colta da un
lungo e lento allargarsi del campo di ripresa. Il testo esprime l’indole
meditativa dell’album: «È tanto veloce che le cose cambiano / Lo riconosco il
tempo sano / Analizzare piano piano sottovoce / La natura delle cose / Fino a
sparire un po'/».
Ma cos’è la natura delle cose? In un’intervista Gaia la
spiega così: «La Natura delle cose è quasi l’essenza delle cose che viviamo e
facciamo, in qualche modo il trovare una qualche forma di pace».
Un approccio molto femminile, come femminile è quel passaggio che accompagna la liturgia dell’inizio dell’anno, dedicata alla solennità di Maria Santissima Madre di Dio, quando l’evangelista Luca dice – e lo ripete due volte: Luca 2, 19 e 2, 51 – che Maria «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore». E mi piace che non dica che le capiva, ma che le meditava, custodendo il mistero delle cose, provando a cucire insieme, nei tempi e nei modi che la vita e la grazia concede, l’agire dell’uomo con quello di Dio, le cose e il loro senso.
L’altro sguardo è quello di Vasco Brondi, che circa un anno fa usciva con “Un segno di vita” (Carosello Records 2024). Il brano è frutto di un artista più maturo, che qualcuno ricorda sotto l’etichetta di “Luci della centrale elettrica”, ma che ora propone un cantautorato italianissimo, musicalmente forse un po’ già sentito ma molto raffinato, dove le parole suonano in certi passaggi come poesia.
Il videoclip del brano che dà anche il titolo all'album, “Un segno di vita”, accompagna con delicatezza e la
forza di immagini evocative le parole del testo, descrivendo il cammino e le
scoperte di un ragazzino in mezzo alla natura, ma anche tra i libri, le carte
geografiche e di fronte alla suggestiva e un po’ enigmatica complessità degli
affreschi di Ercole de’ Roberti e Francesco del Cossa con il ciclo dei Mesi in
palazzo Schifanoia a Ferrara.
In “Un segno di vita” – quasi «una preghiera rumorosa», il testo si arricchisce di molteplici riferimenti, alcuni dal sapore biblico, «distruggevano e ricostruivano e ancora distruggevano e ricostruivano e ancora distruggevano e ricostruivano e ricostruivano e ricostruivano», che suona quasi come un passo del Qoelet (3,3) quando rammenta che «c’è un tempo per demolire e un tempo per costruire». Ma torna in mente anche il profeta Geremia (1,10), a cui il Signore dà l’autorità «per sradicare e demolire, / per distruggere e abbattere,/ per edificare e piantare», alludendo al giudizio ma anche alla misericordia, a interpretare alla luce di Dio i traumi della storia.
Ancora più direttamente evangelico il passaggio in cui Brondi canta, quasi fosse una preghiera: «Ho ancora tanti errori da commettere / ti prego lasciameli fare / Adesso lasciati guardare / nella luce artificiale o nella luce naturale / che bel rumore fanno le cose / quando stanno per finire / Resta con noi che si fa sera /resta con noi è quasi primavera». Parole che ricordano il brano di Emmaus, quando i discepoli invitano lo sconosciuto pellegrino, in realtà Gesù risorto, a fermarsi con loro a cena: «Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino”» (Lc 24,28-29). Un brano che suona in sintonia con la canzone di Brondi, in cui accanto alla tragedia e alla delusione si aprono spazi di luce e stupita speranza.
Per chi volesse approfondire c'è online anche un bel dialogo tra Vasco Brondi con il monaco Guidalberto Bormolini.
Uno sguardo contemplativo, se lo mettiamo accanto a quello di Gaia Morelli, forse più maschile, comunque un invito a cogliere nel dramma del reale i segni di speranza. Un po’ come invita a fare il Papa in questo anno santo 2025, un tempo in cui riconoscere i “segni dei tempi” spesso drammatici del nostro tempo (guerre, migrazioni, squilibri sociali, cambiamenti climatici…), e «porre attenzione al tanto bene che è presente nel mondo per non cadere nella tentazione di ritenerci sopraffatti dal male e dalla violenza. Ma i segni dei tempi, che racchiudono l’anelito del cuore umano, bisognoso della presenza salvifica di Dio, chiedono di essere trasformati in segni di speranza».
In effetti il brano di Brondi ha il sapore di una meditazione sapienziale
sulla storia in cui accanto al dramma è possibile registrare inattesi “segni di
vita”: «Bombardano bombardano / e tutti guardano / Non arrivano le provviste / Non
arrivano le voci e le promesse/ Solo luci di stelle fisse/ che parlano di pace
/ e di apocalisse».
«Siamo in un’epoca di transizione – ha affermato l’autore in un’intervista
- , cioè, tutte le epoche poi possono essere considerate tempi bui o non
esserlo. Però la cosa che sempre possiamo fare, e qui mi viene da citare
Calvino che dice una cosa importante in merito, è cercare e saper riconoscere
chi e che cosa in mezzo all’inferno non è inferno e farlo durare e dargli
spazio».
Una citazione che me ne ricorda un’altra, del monaco russo Silvano
del monte Athos, rimasto celebre per quanto il Signore gli avrebbe fatto
intuire: «Tieni il tuo spirito agli inferi e non disperare», un invito a
custodire la speranza e la consapevolezza della misericordia di Dio anche in
mezzo al peccato, nei drammi della storia o nei tormenti delle prove.