venerdì 29 marzo 2013

Per crucem ad lucem

La nonna si inerpica per i cigli, avanzando lenta ma sicura tra l’erba alta e il terreno ancora molle per la pioggia. C’è da tagliare le canne e metterle da parte per le viti e le altre piante. La campagna è aperta sulla valle, sospesa nel tempo placido e inesorabile delle stagioni. Mi perdo a vagheggiare in osservazioni intellettualoidi, figlie estreme della stagione romantica e di una generazione casalinga, ma le canne vanno contate, distinte in piccoli carichi, aggiustate senza confusione. “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio... Non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta.." (Isaia 42,3)
Il linguaggio biblico riporta sempre con i piedi per terra e di fronte al canneto atterrato acquista tutta la sua forza. A che giova una canna spezzata? Non è buona per i filari della vigna, né per la zufolo pagano di Pan. Eppure la misericordia di Dio sorpassa ogni comprensione e così dice “il Signore Dio, che crea i cieli e li dispiega, distende la terra con ciò che vi nasce..” (Isaia 42,5).

Nella Bibbia i salmi presentano il creato come il luogo dell’alleanza, quella originaria tra Dio e le sue creature. E’ un legame che le stagioni, il corso del sole e le fasi della luna, il caldo ed il freddo confermano come irrevocabile. Il creato è il luogo da cui scaturisce la sapienza originaria, quella che i nonni, ultimi superstiti di una civiltà contadina, custodiscono ancora. La Chiesa ha accompagnato per secoli questa civiltà, ad essa, più o meno fin da Gregorio Magno, ha adeguato il suo linguaggio; ad essa, purtroppo, ha anche accomodato il suo operato. Poi è arrivata la civiltà moderna e non si è ancora sicuri che la Chiesa abbia trovato per questa – se mai la debba trovare - una forma adeguata. Il Concilio Vaticano II ha affrontato la questione di petto, ma forse attende ancora di essere pienamente digerito. Nei tempi lunghi dell’antropologia e delle civiltà i santi sono entrati nella carne viva dell’umano, negli estremi lembi dell’esistenza, dove la storia non muta o deforma. Da lì hanno guidato con la fantasia dello Spirito l’intrecciarsi inedito tra la fede e la novità dei tempi.

Non so se la natura sia ancora intesa come il luogo dell’alleanza originaria o se, piuttosto, sia specchio interiore di un sentimento che muta e cerca conferma di sé stesso, ormai risucchiata, nel peggiore dei casi, nelle astrazioni dello sfondo del desktop. Anche lo sguardo su Gesù non è sempre limpido. Lo abbiamo visto strapazzato, trascinato e confinato nella storia, poi triturato nelle filosofie, quindi smaterializzato in mille avatar. Ma di Gesù non si può fare a meno di parlare!

Dallo zufolo di pan e gli stornelli siamo trapassati alla scariche elettriche di chitarre distorte e alla decostruzione musicale. Negli anni ottanta, ad esempio, un manipolo di punk berlinesi, ha messo su disco i ritmi e i rumori molesti della città industriale. Trapani, martelli pneumatici, tubi di ferro, fastidi tecnologici e disagi psicologici di nuovi consorzi tribali. Dopo le intemperanze giovanili sono diventati intellettuali risucchiati nella sempre verde tentazione romantica, desta attraverso le avanguardie, le ideologie e perfino il nostro tempo. Qualche anno fa, nella nuova e più levigata formula musicale, hanno registrato anche questo brano.

Il testo è una meditazione sul mare dalla poetica sprezzante e disincantata. Compare, nel bel mezzo del testo, la figura di Gesù. Appare nel segno del miracolo accanto all’assoluto significato dal mare placido. Appare, infine, come cifra drammatica dell’umanità nell’ultimo grido sulla croce, accompagnato dalle voci della storia nel frangersi fragoroso delle onde. Un Gesù degli estremi. Ma è il Gesù che continua a interrogare l’uomo di ogni tempo.

La Chiesa, nelle sue minoranze creative, si rinnova in questi estremi: dove è più aspra la sete d’assoluto nei deserti e nelle ‘periferie’ del mondo, dove Dio, con l'uomo, si fa più povero, solo e fragile.

Anche gli Ex-punkettoni, in qualche modo parlano del crocifisso. Si può decostruire ogni credo e ogni chiesa, ma la croce è la cifra indelebile del Dio fatto uomo. Può risultare stabile soltanto l’instabilità, come quella delle onde, ma la croce è ben piantata nelle vicende degli uomini. Da qui passano tutte le novità dei santi. Da qui passano le nostre conversioni. Da qui si riversa l’infinita misericordia di Dio. Possiamo complicare, nel tempo, i percorsi che portano alla conoscenza originaria, indicano l’alleanza e ci fanno sperimentare Dio. Il miracolo che supera tutte le nostra costruzioni e decostruzioni però, è che Dio “non ha aspettato che andassimo da Lui, ma è Lui che si è mosso verso di noi, senza calcoli, senza misure. Dio è così: Lui fa sempre il primo passo, Lui si muove verso di noi” (Papa Francesco).

Le onde

E adesso cosa devo fare con voi onde, voi che non sapete mai decidervi se essere le prime o le ultime?
Volete definire la linea della costa con le vostre chiacchiere,
cesellarla con il vostro venire e il vostro ritirarvi.
Ma non sai mai quanto è veramente lunga la costa,
dove finisca la terraferma, dove la terraferma inizi, perché di continuo cambiate la linea, lunghezza, condizione, con la Luna e in modo incalcolabile.

Stabile è soltanto la vostra instabilità.
Vittoriose alla fine, perché consumate le pietre come spesso evocate, macinate la sabbia così fine come quella che serve alle clessidre ed ai contaminuti per la cottura delle uova, per misurare il tempo e dire la differenza tra l’uovo sodo e quello crudo.

Vittoriose anche perché mai stanche, vincete sempre voi se facciamo a gara su chi di noi, per primo, affonda nel sonno, o meglio tu: il Mare, perché non dormi mai.
Sebbene di per te stesso senza colore, appari blu quando sulla superficie il cielo si specchia tranquillo: la pista ideale per camminare senza meta per il Figlio del carpentiere. L’elemento più mutevole.
E al contrario quando tu sei agitato , rumoroso e fragoroso, tendo l’orecchio sulla cresta dell’onda e dalle montagne delle onde, dai cavalloni, prorompono poi mille voci: le mie, quelle di ieri, quelle che non conoscevo, quelle che di solito bisbigliano e anche tutte le altre, e proprio nel mezzo il Nazareno: di nuovo le famose, cinque, ultime parole:

“Perché mi hai abbandonato?”

Mi ci scontro,e grido ad ogni singola onda:
Resti qui ora?
Resti qui ora?
Resti qui ora, o cosa?


(grazie a Meicke per l'aiuto nella traduzione)

giovedì 14 marzo 2013

Habemus Papam!

Papa Benedetto gira su e giù nella giostra. Una giostra delle fiere di paese, con astronavi minuscole che ruotano senza entusiasmo tra mille lampadine. Ma lui non ne può proprio più. Si guarda intorno cercando aiuto e un modo rapido per scendere a terra. E difatti scende. Lo ritrovo sereno e dimesso in clergyman, che passeggia tra un giardino e una casa di campagna. “Ecco, guarda, te lo regalo. Con questo ti ci puoi fare un anellino”. Il vescovo emerito di Roma porge ad una ragazzina un cristallo di bigiotteria: “..l’ho trovato qui per terra a Castelgandolfo”. Sono contento di vederlo tranquillo, ma subito mi sparisce davanti. Nel frattempo, infatti, mi imbatto in uno strano snack di produzione pontificia. 
“Ecco, uno dei più grandi fallimenti del Vaticano!”
Alzo lo sguardo stupito per capire di cosa si tratta. Una suora, da dietro un bancone da bar mi fa cenno di riferirsi alla merendina che tengo tra le mani. “Hanno speso un sacco di soldi per quello”. 
“Per una merendina? Com’è possibile?”
“Scartala..” 
Mi fido della suora e apro la confezione. Dentro è ripiegata, come il bugiardino di una medicina, una grande pagina fitta di parole. Il testo è complesso, articolato in più paragrafi e sottoparagrafi, irto di note e rimandi. “Sono stati anni a prepararlo e poi nessuno l’ha mai letto..si può immaginare. Come può mettersi a leggere una cosa simile chi vuole solo mangiarsi una merendina?”


“Come darle torto..”
Ma intanto mi sgrano lo snack, che si rivela una saporita crostatina farcita alla crema. Mi sveglio appena in tempo per le lodi: è il primo giorno di conclave. “I sogni rasentano la realtà” mi disse una volta Don Renato : tutti lo sanno, ma a me piace quel verbo che esprime il lambire le cose e, allo stesso, tempo, il raschiare abrasivo sulla realtà. 

Mercoledì pomeriggio sono tutti sintonizzati su Radio Vaticana o in attesa, palese o dissimulata, sul portatile o il telefonino. Alle 18 però, è per me l’ora di prendere l’autobus per dirigersi in parrocchia: dalle 19 alle 20 c’è il catechismo della Cresima. Piove e c’è traffico: non può succedere proprio stasera! E difatti, appena scesi in classe con i cresimandi squilla un telefono: “Fumata bianca!”

Il parroco attacca subito con le campane. “Hanno fatto il papa! Hanno fatto il papa! Chi è? Si sa già?” Momenti di panico in cerca di connessioni disponibili. E i ragazzi? Dopo un rapido briefing si opta per il “libera tutti”. Tutti rispediti a casa per seguire l’evento storico. Nell’era digitale si rimpiange il vecchio televisore da salone parrocchiale. Dominerà anche la condivisione globale dei social network, ma dov’è la trepida attesa, quella gomito a gomito che forgia la comunità e cerca la conferma di vivere qualcosa di veramente importante?

Comunque non c’è troppo tempo per pensare. Giusto quello per uscire con malcelata tranquillità dalla parrocchia e non farsi veder correre all’inseguimento di un taxi gridando: “in Piazza San Pietro!” Ma la richiesta sembra la meno azzeccata in assoluto: “eh, mo’ c’è sta’rmonno!”

Si corre sul taxi verso la storia, come i taxi parigini alla battaglia della Marna..ma è l’ora di punta e piove senza pietà. Con un’abile manovra di aggiramento l’autista svicola dagli incolonnamenti e si precipita per vie insperate non lontano piazza Risorgimento. Proiettati fuori inizia una corsa insensata che monta, si fa rumorosa, cresce rapidamente in un’isteria collettiva. Corrono tutti verso San Pietro in mezzo alla strada, tra gli autisti smarriti e lungo i binari del tram. I militari fanno strada incanalando la folla: donne, bambini, comitive di pellegrini, suore e signorine, azzimati monsignori: tutti di corsa per vedere il papa. Ci surclassano i legionari di Cristo, con scriminature impeccabili e ombrello e cappotto composti nonostante la corsa. Per loro si sospettano allenamenti stile marines mentre noi battiamo la fiacca. Cirillo, il mio compagno cinese arranca disfatto quasi più di me. Ma mai abbandonare il compagno sul campo! Il colonnato è infatti vicino: ormai ci siamo. Sgattaiolando tra la folla ci spingiamo fino in mezzo alla piazza stracolma di gente, trepidante per l’attesa ormai lunga. Adesso si può riprendere fiato e realizzare che qualcosa di veramente importante sta per accadere. 
seminaristi in Piazza San Pietro..
Intorno alle 20, quando cessa la pioggia e ho appena terminato il rosario si accendono le luci della loggia. La piazza sobbalza e si illumina di colpo delle luci azzurrine di telefoni e i-pad pronti alla registrazione o allo scatto. Quando si apre la finestra il cardinale Tauran, il protodiacono di Santa Romana Chiesa proclama fiero e tentennante il rapido annuncio: 
Annuntio vobis gaudium magnum; habemus Papam: Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum, Dominum Georgium Marium Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Bergoglio qui sibi nomen imposuit Franciscum!

Sconcerto generale! La piazza si agita “..e chi è?”. “Bergoglio, un argentino!” Spacciamo subito le nostre minime informazioni. “argentino? Come Belen!” (sic!) “Franciscus?”

Il nome da Papa è una sorpresa quasi più grande. Sogno o son desto? Il Signore mi perdonerà, ma la prima impressione è stata quella di trovarsi nel bel mezzo di un film di Woody Allen, un po’ come in quel vecchissimo film intitolato “il Dormiglione”, dove tale Paolo VII scatena una guerra mondiale per essersi impossessato di una bomba atomica. Non sogno, ma son desto: dalla finestra centrale si stende il grande drappo rosso e di fianco si affacciano, agli altri balconi sulla facciata gli eminentissimi cardinali, contenti dell’affaccio privilegiato sulla piazza gremita. C’è una folla con lo sguardo levato che si prolunga per via della Conciliazione e attende un saluto, le parole che fanno intendere lo stile di un pontificato. E’ il momento: c’è un lungo silenzio. Il papa sta immobile, come inteccherito davanti alla piazza e non si sa chi sia più esitante ed emozionato. Osserva in silenzio, senza gesti di saluto o di richiesta. La folla lo scruta, indagandolo in silenzio sui maxischermi e sul balcone. 

Poi un saluto semplice, come quello di un dimesso presentatore televisivo..  "Fratelli e sorelle, buonasera!”.

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo … ma siamo qui … Vi ringrazio dell’accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il suo Vescovo: grazie!” 

Le parole scorrono piano, interrotte, con voce piana e la folla è tutta tesa nell’ascolto. 
E prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro Vescovo emerito, Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca”.



Il papa chiede preghiere per il suo predecessore e fa pregare la piazza. Ci si trova un po’ smarriti a recitare il Padre Nostro. Nel raccoglimento la folla scandisce con sincera devozione le parole insegnate da Gesù. “Che stiamo facendo?” Suona strana quella preghiera e l’invito all’Ave Maria ed al Gloria. Strano, ma solo per un momento. Non è uno show di prima serata. Non siamo a Sanremo. Non ci siamo dati neppure appuntamento per timbrare il cartellino all’ora chiave della storia. Preghiamo ed è l’orizzonte di Dio che spunta oltre la piazza, la loggia delle benedizione e sopra il cupolone. Ma accanto alla preghiera per il predecessore arriva la richiesta – proposta inaudita!- di pregare, ancora in quel momento, sulla persona del papa che si china in raccoglimento a ricevere il sostegno spirituale della gente.

E adesso vorrei dare la Benedizione, ma prima – prima, vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me”.

Un momento che si vorrebbe prolungare ancora molto a lungo, ma è già il tempo della Benedizione e si avverte con sempre più distinta chiarezza che lo Spirito, ancora una volta, soffia la novità nella Chiesa e nella storia degli uomini.

Adesso darò la Benedizione a voi e a tutto il mondo, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà”.

Il papa indossa e smette la stola. E’ il momento di ritirarsi, ma avverte l’urgenza di salutare. Lo vediamo avanzare di nuovo verso il microfono che, con qualche impaccio, gli è portato davanti. “Fratelli e sorelle, vi lascio. Grazie tante dell’accoglienza. Pregate per me e a presto! Ci vediamo presto: doman..” Ci vediamo domani? Sembra per un attimo di non conoscere fino in fondo che cosa chiede l’agenda. Una sensazione che adesso sfiora il suo pontificato. “Domani voglio andare a pregare la Madonna, perché custodisca tutta Roma. Buona notte e buon riposo!

Il saluto è cordiale e il richiamo alla Madonna è semplice, bello e pieno di fiducia filiale. Nel discorso, pur breve, mai un accenno al termine “papa” e un rimarcare continuo alla Chiesa di Roma. Umiltà, insistenza sulla dimensione della collegialità, low-profile e aplomb gesuitico?

Il papa ha lasciato il segno con parole semplici, ma evidentemente meditate. Emerge una proposta umile, ma chiara, più negli intenti, per il momento, che nelle possibili proposte. E’ uno stile che fa breccia, anche senza gestualità.

Rottura, rinnovamento? Segnali di cambiamento?
Nella Chiesa tutto si tiene: Dio è l’artista della sintesi. Il mondo può immaginare sfide geopolitiche, lotte intestine, scenari da risiko pontificio o strategie comunicative. Non si tratta di smerciare merendine o appetibili crostatine alla crema, né di cadere nella produzione di documenti onnicomprensivi. Si affiancheranno stili e linguaggi diversi, ma nella luce della fede e nell’opera dello Spirito tutto si ricompone e avanza verso il compimento. Chissà con quale occhi, davanti alla tivvù, avrà assistito l’emerito Benedetto da Castel Gandolfo. Non troverei commento migliore alle sorprese di questa sera e di questi giorni che le parole della sua ultima udienza: 
 “la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua. E il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare”.

domenica 23 dicembre 2012

Segnalazioni Stonate 2012 | IV Domenica di Avvento


 Quando la città è fredda, avvolta dalla nebbia e dal buio anche in chiesa si gela. Specialmente in quelle antiche e grandi chiese romaniche delle nostre parti, con le pareti nude e spogliate da restauri radicali. Così come sono sembrano fatte apposta per congelare un passato irrecuperabile e mettere un’ipoteca sulla bellezza. Ma senza preghiera, senza una candela accesa, senza la presenza nel tabernacolo neppure lì ci sarebbe bellezza. La bellezza autentica  porta in sé una promessa che non è determinabile a tavolino, non si esaurisce nell’armonia, nella perfezione della forma o nella correttezza della proporzione.  Si diceva, però, delle fredde chiese pistoiesi. Ancora stordito dal freddo umido mi  acquatto su una panca e di colpo mi accorgo che la visita non è per caso. Dentro c’è una scultura stupenda che racconta il Vangelo di questa quarta e ultima domenica di Avvento. Una vecchia è inchinata davanti a una giovane: un’adolescente dal volto puro ed acerbo, ma dallo sguardo consapevole. Elisabetta in ginocchio stringe le braccia alla giovane parente che porta in grembo il suo Signore. Non c’è niente che esprima meglio la promessa che è racchiusa nella bellezza. Ogni bellezza è gravida di mistero. Ancora non mi è del tutto chiaro, ma c’è un nodo tra bellezza, promessa,  ispirazione e santità che fiorisce da questo delicato episodio del Vangelo di Luca. Nelle due donne si agitano due esistenze misteriose e già dialoganti. I due bimbi, ancora nel grembo delle madri si riconoscono, segnalano la loro presenza, rivelano la loro vocazione prima di essere venuti al mondo. C’è una forza dall’alto che suscita questo dialogo, che scavalca le parole ed entra nella carne, nell’umiltà delle cose terrestri. Il Vangelo non parla fuori dal mondo, ma dal di dentro. Non rivela i meccanismi del cosmo  o dell’atomo, ma li colloca nel piano divino, che è in fondo tutto quello che conta e che non si può sempre spiegare a parole se non con analogie.
Nelle due figure in terracotta non ci sono aureole, né colori, né gli attributi tipici dei santi. Soltanto una giovane e una vecchia. Anche il nostro mondo è privo di “tag” o di spicciola segnaletica spirituale,  e dal profondo dell’essere di quelle due donne è la forza dello Spirito che suscita santità e detta l’ispirazione. Così, ci dice Luca, è nata una delle poesie più recitate al mondo: quel Magnificat che si dipana da un cuore traboccante fiducia e consapevolezza dell’amore di Dio. Dio non soltanto mantiene le sue promesse, ma  le supera!

Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo.

E’ difficile trovare una brano musicale che rifletta questa bellezza.  Qui ci vuole la fede, si entra nella santità. Ma ancora prima di scrivere confesso di aver avuto nella mente  e nelle orecchie la bellezza inesprimibile di cui parla questo brano  intitolato “Daydreaming” . Estratto dall’album Wild Go (2010) è forse il pezzo più noto di questa band statunitense che porta un nome degno di metallari incalliti. I DARK DARK DARK, invece, propongono un suadente chamber-pop folk, che è proprio tutta un’altra cosa dal gusto per i riff di chitarra e il richiamo istintuale di molto ‘roccherrol’. La voce romantica e sognante della cantante Nona Marie Invie accompagna melodie dai toni struggenti e dagli sviluppi armonici classicheggianti.  La segnalazione merita anche per la qualità del videoclip che impreziosisce e segue perfettamente lo sviluppo del testo . Il risultato, in questo “sogno ad occhi aperti”, è poeticamente riuscito. C’è una bellezza, quella della natura, che racchiude qualcosa di stupefacente e inesprimibile. E’ la santità della creazione?

Se sapessi quanto è importante per me.
La dove l’aria è così tersa
Se sapessi quanto è importante per me.
Punta lo sguardo ad ovest
Ricordami le grandi montagne
 O, vagherei per miglia
Mi sono seduta laggiù e mi sono sgranchita la ossa.
Se sapessi quanto è importante per me.
O tutto ciò che non si può esprimere..
E’ una terra estesa a perdita d’occhio
Dove soffia solo il vento
Correrei più veloce che posso
Una terra che si perde a vista d’occhio
La sto cercando
Dove soffia solo il vento
Se sapessi quanto è importante per me.
Lo vedresti anche tu.
Oh tutto ciò che è inesprimibile.


Il Vangelo di questa ultima domenica di Avvento ci invita a fare il passo successivo. Anche nell’uomo si può contemplare questo mistero inesprimibile. Se solo sapessimo quanto è importante! Se lo crediamo anche noi lo vedremo. Tutto ciò che è inesprimibile, in fondo, è misteriosamente riassunto nel Dio che si è fatto carne. 

mercoledì 19 dicembre 2012

Segnalazioni Stonate 2012 | III Domenica di Avvento


Presa carta e penna decisi di fare il ritratto di mia sorella. Forse era al tempo della scuola media, forse quando ero ancora alle elementari,ma nonostante una certa dimestichezza con le matite e i fumetti il risultato lasciava molto a desiderare. Piuttosto che il profilo di una ragazzina sembrava quello di una donna sui trentanni; un’età favolosamente distante, del tutto inimmaginabile in quel momento. Così, per giustificarmi  aggiunsi sotto il disegno la seguente nota: “Se tra 20 anni mia sorella assomiglierà a questo ritratto mi pagherà cinquantamilalire”. Presi il foglio, ci feci una bella firma quale vidimazione solenne e lo attaccai sul retro di una quadro appeso nel corridoio. Già immaginavo di dimenticarmene presto e di ritrovare per caso, decine d’anni dopo, un foglietto ingiallito con una strana clausola. Oggi le lire sono sparite insieme al disegno, ma mia sorella ha un aspetto decisamente migliore del mio scarabocchio. Eppure,  davanti a quel disegno,  ricordo di essermi domandato quasi con ansia : “che aspetto avremo crescendo? Che cosa faremo tra vent’anni?”
A quella età ci si può permettere un’attesa trepidante come quella che precede il Natale. Oggi guardo i bambini del catechismo e formulo su di loro le stesse domande. Che saranno da grandi? L’esperienza insegna che quanto siamo da piccoli, in un modo o in un altro, lo saremo anche da grandi. Capita anche ai seminaristi: tali seminaristi, tali preti.  Il futuro secondo l’uomo non riserva dopotutto, grandi sorprese. Guardo i piccoli pregare in parrocchia con gli occhi chiusi e la manine giunte. Custodiranno la fede? Continueranno a pregare?  Incontreranno davvero Gesù? Soltanto il futuro secondo Dio genera novità. E’ la seconda nascita, quella nello Spirito, quella dall'alto. A Nicodemo, se ricordiamo Giovanni (3, 1-13), il concetto non appariva molto chiaro, ma a lui, come alle folle radunate dal Battista, qualcosa doveva pur essersi agitato nel cuore. 


Faccio quello che mi va.
Non me lo dici tu.
Non sei la mia mammina.
Non ci provare nemmeno.
Sparisci ora.
Il mondo reale è crudele!
Ti rispedisco a scuola.
Il mio psicoterapeuta
dice che devo crescere adesso
(qualsiasi cosa significhi).
Che cosa sto per diventare? 
Che cosa sarò quando sarò cresciuto? 
Mi riconoscerò?
Il seme gettato cresce da sè stesso
ma non sappiamo come.

Per questa terza domenica di Avvento mi servo delle parole di un'allegra brigata desiderosa di salvare il mondo. I Danielson Famile, ormai da quasi vent'anni propongono un vangelo indie-rock pingue di buoni sentimenti, predichette semi-infantili, preghierine ed effusioni stile-pentecostale. Ma tra i loro brani ci sono anche meditazioni non banali sulla variegata fenomenologia umana. Amore, amicizia, difficoltà relazionali abbondantemente condite da variazioni improvvise, coretti scolastici, strumentazione assortita. Il falsetto di Daniel Smith - il capofila di questa piccola tribù- può risultare a qualche orecchio fino piuttosto sgradito, ma non è altro che la sigla di uno stile molto originale. Prendere o lasciare. Per questa grande famiglia allargata non manca neppure la divisa con distintivo a forma di cuoricino. Insomma, una simpatica Unitalsi del pop-gospel che mi offre spesso motivi di riflessione. Cito qualcosa dal loro ultimo singolo "Grow Up", estratto dall'album "Best of Gloucester County" (2011). 


E' una piccola descrizione del passaggio all'età adulta in cui trova spazio la citazione del vangelo di Marco (4, 26-29). Un brano che, forse con qualche spintone, si può avvicinare al Vangelo di questa Domenica. "Che dobbiamo fare?" La folla porta nel cuore un'attesa. Ma nella risposta del Battista non c'è alcuna indicazione strepitosa o troppo puntuale sul futuro. Continua a far bene quello che fai. Custodisciti sulla giusta via: il Signore è vicino, al resto ci penserà Lui.  Quando il seminatore getta il seme il chicco muore. Giovanni, la voce, prepara la Parola. Ma se la Parola non conduce ad una piccola morte non è possibile rinascere. Per chi custodisce un'attesa nel cuore, per chi ha l'animo inquieto,  il tempo che separa la morte dalla rinascita - il tempo della morte del chicco - è il tempo di Giovanni. E' il tempo dell'Avvento. 
Che dobbiamo fare nel frattempo? Lo Spirito chiede il nostro consenso. Lasciargli spazio e rendersi disponibili alla sua azione non è sempre facile, ma il ritratto che Dio ha preparato per noi è di gran lunga migliore e sorprendente dei nostri scarabocchi terrestri. Forse nemmeno ci riconosceremo. Ma nel frattempo? 

Togli via ogni ramo
che non porta frutto.
Pota tutto il resto.
Dammi il meglio. Per favore?

sabato 8 dicembre 2012

Segnalazioni Stonate 2012 | II Domenica di Avvento


Dov’è Dio? Dove lo incontro?
In Seminario e/o in Collegio! Lì lo troviamo di sicuro. Così almeno può pensare il cristiano medio, ma forse, paradossalmente, ne è ancora più convinto chi più traballa nella fede. Possiamo esserne sicuri? A dire il vero Dio si è spesso ritirato là dove non andremmo a cercarlo. Così sembra suggerire la lunga zoomata storica che ci propone il Vangelo di Luca in questa Seconda Domenica di Avvento. “Nell'anno decimoquinto dell'impero di Tiberio Cesare..” La mente si spinge già verso Roma Caput Mundi. Invece occorre una decisa sterzata ad oriente verso gli oscuri territori dell'Iturèa, della Traconìtide e  dell'Abilène. Un terzetto che sembra uscito dall’edizione più difficile del Trivial Pursuit. Non aiuta l’orientamento neppure l’indicazione di una città perché Luca punta dritto nel deserto, dove “la parola di Dio scese su Giovanni”. Dio è dissociato dalle geografie del buon senso o del senso comune, ma può farsi trovare anche più vicino di quanto possiamo immaginare.
Nel palazzo dirimpetto al Collegio ferve la vita condominiale. In attesa dell’ascensore punto lo sguardo fuori dalla finestra e scopro il pensionato in pigiama e mutandoni concentrato ad alzare e aggiustare finestra e zanzariera. All’ultimo piano la vita scorre come in un reality senza audio. Si festeggiano compleanni, si consumano cene tra amici, ogni tanto si guarda la televisione, qualcuno accarezza un cane e un altro giovane condomino dondola sulla porta parlando al telefono. Parole senza qualità si infrangono sui vetri degli appartamenti. Gesti subito dimenticati moltiplicano l’entropia. Così vite parallele scorrono a miliardi sul pianeta. “ci sono cose che dico che non significano niente comunque .. e ci sono cose che faccio che non significano niente comunque

There are things
That I say
That don't mean a thing anyway

And there are things
That I do
That don't mean a thing anyway



La realtà del peccato priva di connessioni gesti e parole. Tutto scorre disordinatamente. Poi, quando la luce si spenge e le serrande si abbassano, ogni cosa è riassorbita nel nulla. Ho riportato più sopra le parole di Micah P. Hinson, noto folk-singer di Abilene. Non già il territorio citato da Luca, ma la cittadina statunitense da cui proviene questo cantautore dalla faccia a ragazzino e la voce che non ti aspetti. Dal grigio di quest’altra Abilene è presto precipitato in un abisso di dipendenza e depressione dopo la partenza di una turbolenta innamorata. Micah P. Hinson ne è uscito con un disco di rara intensità intitolato “The Gospel of Progress” (2004) da cui prendo spunto per accompagnare il Vangelo di questa Domenica. Ancora una volta, dunque, il tempo della prova è stato fecondo. Capita spesso così. Nel vuoto risuona più forte l’appello del Battista. Nel dramma le profezie acquistano tutto il loro spessore. Nell’abbandono scaturisce il grido che diventa preghiera. Non c’è sicurezza che tenga, se non nel Signore. Per questo abbiamo bisogno di ascoltare di nuovo l’invito pressante del Battista: “Preparate la via del Signore. Raddrizzate i suoi sentieri!” Quando la vita si smarrisce il peccato confonde il senso delle cose. Spezza le connessioni tra me e gli altri. Tra me e Dio.
Dalle finestre del Collegio le esistenze parallele dei condomini vicini, quelle degli uomini che sciamano nelle piazze, nei supermercati e nelle chiese, scorrono apparentemente senza senso.
Ma tu non dimenticarti di me”. Dio si ricorda. I nostri gesti e le nostre parole acquistano profondità in Dio. Anche Lui, dopotutto, si è affidato ad una voce: “Voce di uno che grida nel deserto”. Dio ascolta, Dio vede. Dio ricondurrà tutto a sé. Come recita la profezia di Baruc, nella prima Lettura: “Dio ha stabilito di spianare ogni alta montagna e le rupi secolari, di colmare le valli e spianare la terra perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio”. Perché Dio si è ricordato di me.

And don't you
don't you forget about me
forget about me
And don't you
don't you forget about me…

sabato 1 dicembre 2012

Segnalazioni Stonate 2012 | Prima Domenica di Avvento


    Sul treno, nel tempo sospeso del viaggio, ci perdevamo in discussioni di cui, forse, non avremmo parlato altrove. “Questi tempi sono strani e cupi – dicevo io col tono grave di chi crede di aver capito qualcosa – che ci aspetta?”. L’amico inteccava nella risposta, tradendo l’emozione di un concetto profondo: “Ormai mi aspetto solo l’Apocalisse”.
Beate adolescenza! In quello strano tempo della giovinezza si moltiplicano i segni del cambiamento: ci sono paura, speranza, desiderio di novità, si intreccia tutto e il suo contrario. E tutto potrebbe accadere. Anche l’Apocalisse. Col tempo abbiamo dimenticato il nostro sentenziare per tuffarci distratti nel tempo meno sospeso dei giorni. Ma “il giorno è arrivato quando non ci facevamo più caso”. Una piccola apocalisse ci ha sorpreso comunque. Qualcuno si è fatto prendere dalle paure e dall’angoscia, qualcuno si è perso, qualcuno ha trovato la sua strada, qualcuno è rimasto, qualcuno si è ritrovato. Ne parla il Vangelo di questa prima domenica di Avvento. Non servono epidemie o strategie del terrore a sconvolgere le nostre esistenze, la  paura e l’ansia verdeggiano dove il tempo è vuoto e l’attesa indefinita. Subiamo entrambi senza capire, così i segni passano e non li sappiamo interpretare.

   Ai tempi di quel viaggio dilagava il post-rock, etichetta che per qualcuno, a dire il vero, era già da archiviare. Ma è noto che i cultori delle definizioni e delle tassonomie dilagano soprattutto in ambito musicale. Un guru della critica musicale attuale assicura che: "una band viaggia dal rock al post-rock generalmente passando da una fase vocale ad una creazione di trame e paesaggi sonori che si confondono con il resto della strumentazione". Al tecnicismo di nicchia, però, andrà affiancato, nel sentire di molte band, tutto il pathos di disillusione e la protesta di una generazione che varcato il Duemila non ha saputo che farsene del nuovo Millennio. Anche perché il continuo “post-qualcosa”  (età post-atomica, post-comunista, post-moderna, etc..) rinnova il corto circuito della delusione. 

In questa larga manica di post-rockettari un po’ intellettualoidi è fiorito oltreoceano un drappello di band affini come i più noti  Godspeed You Black Emperor! e la loro costola, sempre più autonoma, dei Silver Mt. Zion. Dal loro ultimo EP "The West Will Rise Again" (2012), difatti traggo ispirazione per un singolare parallelo con il Vangelo di Luca.
L’ascolto della loro discografia non rasserena. Le melodie, perfette colonne sonore di un tempo di crisi, si dibattono spesso tra la luce e il buio. E alla fine rimane molto buio. La tensione che brucia nei loro testi, però, si carica spesso di toni biblici o si leva in un grido come una preghiera. Così difatti, si ascolta in una brano (diviso in due parti) dall’emblematico titolo “What We Love Was Not Enough”:

E il giorno è arrivato quando non ci facevamo più caso
E il giorno è arrivato quando non ci facevamo più caso

Ci sarà la guerra nelle nostre città
Ci saranno rivolte al centro commerciale
Ci sarà del sangue alle nostre porte
E terrore nelle sale da ballo

Tutte le nostre città bruceranno
Tutti i nostri ponti si sfracelleranno
Tutti i nostri spiccioli andranno a marcire
Ci sarà fango sulle nostre tracce
..
Poi l’occidente risorgerà
Poi l’occidente risorgerà
Poi l’occidente risorgerà

Quanto abbiamo amato non era abbastanza
Quanto abbiamo amato non era abbastanza
Quanto abbiamo amato non era abbastanza

   San Luca mi perdonerà se lo accompagno a queste parole ma, come vuole la tradizione, un po’ artista era anche lui e, in fondo, è la Scrittura stessa a ispirare da millenni poeti e cantanti.

«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.

Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
 Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
(..) Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell'uomo».

http://www.youtube.com/watch?v=xZoLDIal7vk
 
Ogni nostro momento può trasformarsi nell’attimo che indica l’apocalisse. A me capita: non capisco, subisco il tempo e i suoi segni, mi abbatto, forse mi arrabbio, ma con gli occhiali della preghiera perseverante tutto si mette a fuoco e i segni dei tempi si rivelano segni di Dio. Un incontro, una lettura, un imprevisto, la luce del sole, il rumore del vento. La trama del mondo lascia affiorare un piano diverso che appartiene a Dio. Scavalcata l’adolescenza si prospettano ulteriori apocalissi piccole e grandi, ma se le spalle non si fanno più robuste, la vista si allena e la speranza cristiana tiene alta la testa. Anche “l’occidente risorgerà”, ma a quali condizioni?

   Ricordo che al tempo di quel viaggio in treno – poco prima? Poco dopo?-, alla Giornata Mondiale della Gioventù di Toronto (2002) Giovanni Paolo II  invitava ad essere luce del mondo con quel guizzo poetico a lui congeniale: “anche una fiamma leggera che s'inarca solleva il pesante coperchio della notte”. Una piccola luce, come quella della preghiera, o come quella della nostra prima candela d’Avvento. 

sabato 13 ottobre 2012

50 anni dopo. Una fiaccolata in Piazza San Pietro con papa Benedetto.


Si chiama Joseph, ma non fa il papa. Anzi, si direbbe che un po’ ce l’abbia pure con lui. Siamo all’indomani del 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II e dell’avvio dell’Anno della Fede. Da bravo seminarista attento alle circostanze del momento presente mi documento sulla storia del Concilio con un libretto comprato per l’occasione. Alla stregua di qualche poeta romantico affacciato su mari di nebbia e rovine gotiche in cerca di ispirazione mi sistemo bel bello in Piazza San Pietro col libro nuovo di pacca. In realtà attendo amici e dissimulo pose situazioniste rincantucciandomi tra le colonne del porticato del Bernini. Ma c’è spazio per poche pagine perché nel frattempo arriva Joseph. Ha l’aspetto di un reduce, uno di quei soldati vestiti di grigio topo dell’esercito di Cecco Beppe. E’ austriaco ma ha sulle spalle il peso di qualche trauma, di una disgrazia capitata in Italia. Vive per strada, ma veste distinto – nonostante i calzoni corti- e con grande dignità. “Questi preti non hanno umanität : basta guardarli”. Ce ne sono più o meno per tutti. Visto il tipo, però, c’è poco da rispondere. “C’erano due uccellini caduti dal nido. Sono passate suore, preti: nessuno si è fermato! Non hanno visto che avevano bisogno di cura? Ho perso due ore per trovare il posto più vicino per farli curare. Poi loro allevano e quando sanno volare lasciano liberi. Questi preti parlano molto dolce, ma non hanno zenzo della realtà”. Con tutta la buona volontà mi accingo a perorare la causa della santa chiesa cattolica. E’ una battaglia persa e la storia di quei due uccellini mi ronza nella testa.


Si chiama Joseph e fa il papa. Il giorno precedente, la sera dell’11 ottobre, si è affacciato sulla piazza colma di gente, per lo più giovani con le candele accese in ricordo della fiaccolata che cinquant’anni fa accompagnò l’apertura del Concilio e ascoltò il celebre ‘discorso alla luna’ di Giovanni XXIII, quello che tutti ricordano per la ‘carezza ai bambini’. Anche il Papa ha sulle spalle il peso di qualche trauma, porta con sé “le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi” per usare il celebre attacco della Gaudium et Spes. Dalla camera dei ricordi è Joseph che parla, a braccio e un po’ commosso : “Cinquant’anni fa, in questo giorno, anche io sono stato qui in Piazza .. Eravamo felici .. e pieni di entusiasmo. Il grande Concilio Ecumenico era inaugurato; eravamo sicuri che doveva venire una nuova primavera della Chiesa”. Dalla camera vaticana è il papa che parla: “In questi cinquant’anni abbiamo imparato ed esperito che il peccato originale esiste e si traduce, sempre di nuovo, in peccati personali, che possono anche divenire strutture del peccato. Abbiamo visto che nel campo del Signore c’è sempre anche la zizzania .. Abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave e qualche volta abbiamo pensato: «il Signore dorme e ci ha dimenticato»”. Parole che gelano la piazza canterina e ammansita dal ricordo del Papa buono. “Il fuoco dello Spirito Santo – prosegue il Papa - il fuoco di Cristo non è un fuoco divoratore, distruttivo; è un fuoco silenzioso, è una piccola fiamma di bontà, di bontà e di verità, che trasforma, dà luce e calore. Abbiamo visto che il Signore non ci dimentica... Cristo vive, è con noi anche oggi, e possiamo essere felici anche oggi perché la sua bontà non si spegne; è forte anche oggi!”.

Possibile che dopo cinquant’anni, dopo il grande sforzo di aggiornamento attuato dal Concilio, dopo la poderosa riflessione sulla Chiesa elaborata in quegli anni lo stesso Papa descriva con parole così drammatiche la Chiesa e le sue vicissitudini? Forse anche di questo c’era bisogno. Per quanti progressi si possano maturare nell’aggiornare strumenti e strutture con essi non intacchiamo l’essenziale. Per quanto numerosi possano essere i giovani che affollano le piazze (che bisogno c’è poi di contarsi sempre?) o i cattolici che si rendono vivaci e presenti in parrocchia o nella rete, non è con i numeri, né con post, né con tag o cinguettii che si misura l’opera dello Spirito. 

Certamente la storia passa per i grandi della gerarchia ed i buoni e influenti teologi, ma gli ingranaggi decisivi si scoprono nei luoghi più impensati, spesso nel grigio e nelle tenebre in cui operano i santi e vivono i più piccoli tra i piccoli. Così, infatti, dove non sarebbe arrivato il Concilio Vaticano I e oltre, è arrivata una povera illetterata dei Pirenei. Poi da Lourdes, passando anche per Lisieux (solo per fare un esempio noto a tutti) il testimone è passato a tre pastorelli di Fatima a cui sono stati consegnati i misteri più gravi del secolo. La grande storia si piega alla preghiera, cede il fianco a ciò che è nascosto ed umile per confondere i potenti ed i sapienti di questo mondo. Così è stato anche nei momenti più bui del secolo come insegnano Edith Stein, Padre Kolbe e François Xavier Van Thuan. Nei piccoli, infatti, Cristo può parlare e rivelarsi con maggiore forza e splendore. Altrimenti occorre spezzarsi, frantumare le proprie sovrastrutture sul legno della croce per tornare come loro e abbandonarsi completamente a Dio. “In un punto decisivo della via cristiana la natura deve andare con Cristo alla morte. La sua crescita rettilinea deve rompersi, la sua visione deve trasformarsi in notte, la sua accurata compiacenza di sé in maltrattamento”. E un passaggio nodale che è garanzia di maturità, che permette di operare quel cambiamento di mentalità per cui non agiamo e pensiamo più come se Dio “fosse alle nostre spalle” e toccasse a noi programmare la via migliore e più feconda, ma “camminiamo in attesa aperta, verso di Lui”. Così diceva Hans Urs Von Balthasar, il grande teologo in Chi è il Cristiano?: un testo acuto e dirompente composto nel 1965, all’indomani della conclusione del Concilio. “Possiamo avvicinarci a Dio solo se, al di la di tutti i nostri propri problemi, rimane in noi lo spazio libero per ciò che la sua volontà ha di inatteso”. E’ una disposizione che passa per una vera e propria ‘espropriazione’. Per la chiesa tale espropriazione, che pure si avvia nelle aperture al mondo segnate dal Concilio, si trasforma in umiliazione. Un’umiliazione che chiede il perdono, così come lo ha ripetutamente formulato Giovanni Paolo II nel suo pontificato e soprattutto in occasione del Giubileo del 2000, ma è un’umiliazione, prosegue il teologo “da cui viene spontaneo il termine vergogna, e non ci si deve sforzare di liberarsene”. E difatti, anche volendo, non è per niente facile liberarsene. Anzi, dalla radice cattiva spuntano sempre nuovi polloni.

Quando nel 2010 volava verso Fatima Benedetto XVI sembrava parlare proprio di questo ai giornalisti che lo incalzavano sul terzo mistero: “anche qui, oltre questa grande visione della sofferenza del Papa, che possiamo in prima istanza riferire a Papa Giovanni Paolo II, sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano ... Il Signore ci ha detto che la Chiesa sarebbe stata sempre sofferente, in modi diversi, fino alla fine del mondo ... la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa ... Con una parola, dobbiamo ri-imparare proprio questo essenziale: la conversione, la preghiera, la penitenza e le virtù teologali. Così rispondiamo, siamo realisti nell’attenderci che sempre il male attacca, attacca dall’interno e dall’esterno, ma che sempre anche le forze del bene sono presenti e che, alla fine, il Signore è più forte del male, e la Madonna per noi è la garanzia visibile, materna della bontà di Dio, che è sempre l’ultima parola nella storia”. E’ una visione della storia e della chiesa che non si recupera sui libri, né si descrive con i numeri o le categorie degli analisti moderni: “la preghiera, la sofferenza, l’obbedienza di fede, la disponibilità (forse non sfruttata), l’umiltà, sfuggono ad ogni statistica”. E’ facile nei bar, come nelle sagrestie ( e perfino nei seminari e/o collegi) smarcarsi dalla vergogna e dall’espropriazione parlando di trame di palazzo, di berrette e partiti interni: “non è possibile – ammonisce ancora il vecchio Balthasar – che il cristiano voglia esigere e stare a guardare come la Chiesa viene espropriata e umiliata, senza veder compiersi questo salutare processo nella sua esistenza”.

50 anni dopo il concilio il Papa invita a tornare sui testi, gli autentici interpreti dei segni dei tempi. Con essi e con la fatica penata per elaborarli, il Concilio si “è preoccupato di far sì che la medesima fede continui ad essere vissuta nell’oggi, continui ad essere una fede viva in un mondo in cambiamento”. Le oscurità e le fatiche non verranno mai meno e sono il banco di prova dei nostri entusiasmi apostolici. Anche i santi più ardenti e coraggiosi ci si sono scontrati. San Giovanni Battista proclamava con parole di fuoco che il Messia era vicino: “Già la scure è posta alla radice degli alberi”! Ma poi, in attesa del supplizio, mandò dalla sua cella i discepoli a chiedere conferma. San Francesco Saverio, il grande evangelizzatore dell’Oriente, si diceva pronto a dare la vita per Cristo e la Chiesa così come dice il Vangelo: “chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà”. Però, come scrive in una lettera “quantunque il latino e il significato in genere di queste parole del Signore sia facile da intendere”, quando la situazione precipita davvero “tutto si fa così buio che il latino, pur essendo tanto chiaro, comincia ad offuscarsi, e in tal caso mi sembra che lo possa intendere solo colui al quale, per dotto che sia, Dio Nostro Signore lo vuole palesare in momenti particolari e per la Sua infinita misericordia”. Non a tutti il Signore chiede prove così esigenti, ma a tutti chiede il salto della fede. E’ un salto difficile, ma che apre alla speranza e alla gioia, perché, dice il Papa, “la fede vissuta apre il cuore alla Grazia di Dio che libera dal pessimismo”. “Cristiano – chiosa, invece von Balthasar – è l’uomo che vive di fede, che cioè ha regolato tutta la sua esistenza sull’unica possibilità apertagli da Gesù Cristo, il figlio di Dio, obbediente per noi tutti fino alla croce: quella di partecipare al sì obbediente, che redime il mondo, detto da Dio”. E se attorno alla Chiesa gravita il male, proprio la  feconda riflessione del Concilio ci ha dischiuso una prospettiva ricchissima sulla chiesa come mistero, comunione fra gli uomini e fra il cielo e la terra, chiesa come popolo chiamato universalmente alla santità, orientato, nella storia, sulla via della salvezza.

Sui marciapiedi della cronaca, invece, più precisamente quelli intorno a San Pietro, incrocio una signora devota. Lei, vedova con molti figli, torna dalla preghiera in chiesa. “Eh..sono vecchia, sa? ottantun’anni!”. E’ l’esordio tipico di chi vuole attaccare bottone e infatti la signora sorride prosegue e racconta: “Io abito qua vicino..ma sa che dalla terrazza vedevo papa Giovanni Paolo?”. Provo a dribblarla, ma lei insiste e mi dice di averlo sempre visto pregare, lui solo che camminava con il breviario in mano su una terrazza. Un papa, dunque, dei giorni feriali e dei momenti qualunque che diventa maestro di preghiera. Sono curiose le vie dello Spirito, ma passano quasi sempre per la carne e le parole degli uomini. Il cristiano che tiene Cristo davanti a sé non può fare a meno di correre incontro e insieme al fratello. “Tuttavia – e per l’ultima volta cito lo scritto di von Balthasar- dentro il fratello che incontra egli scorge il Figlio dell’uomo che per lui è morto e per lui interpone l’intercessione presso il Padre. Egli lo scorge dietro ognuno, dietro il mondo intero. Di ciò si nutra la sua speranza. .. la speranza dei cristiani non corre via dalla storia, ma lungo la storia corre verso la fine”.

Gli occhi di Joseph – quello che non fa il papa - pur nella maestosità della piazza berniniana, hanno saputo scorgere due uccellini caduti dal nido. Con il suo accento tedesco prosegue la sua requisitoria ora guardando dritto davanti a sé, come per concentrarsi o rammaricarsi di come stanno le cose, poi, di tanto in tanto, volgendo lo sguardo indietro ad una borsa che tiene accanto ai suoi piedi. “Chissà cosa ci tiene? Magari i pochi spiccioli o qualche vestito..”. Ma poi, quando si alza per salutarmi scorgo che nella borsa è avvolto un cucciolo: un cagnolino nero mezzo addormentato. Joseph lo accarezza con una tenerezza infinita che stride con gli accenti polemici di qualche minuto primo. “Si chiama Stella. E’ molto, molto tenera”. La tenerezza è un linguaggio universale, anche gli uomini più duri e arrabbiati finiscono per cedere di fronte ad un gesto di tenerezza. Anche gli animali sono sensibili alla tenerezza e perfino le bestie più temibili cedono di fronte alle coccole. Forse è per questo che quelle parole di cinquant’anni fa sono rimaste nella storia e nei cuori di tutti: “portate una carezza ai vostri bambini..”. Da chi custodisce la tenerezza ed ha occhi per le cose minime si può molto sperare.


Il mio libro sulla storia del concilio ha perso un po’ di interesse. Confesso che volevo saperne di più su contrasti tra tradizionalisti e progressisti, conoscerne i nomi, le svolte e le battute di arresto. C’è molto da leggere su questo. Ma che almeno tutto sia propedeutico a leggere il mondo e gli uomini. E per questo ci vuole la vista fine che allenano soprattutto la preghiera e l’amore. Così, nell’intreccio tra luce e tenebre proprio della storia i piccoli hanno un ruolo privilegiato. A loro, in modo particolare, papa Giovanni affidò la preghiera per il concilio: ai bambini “la cui innocenza e le cui preghiere a nessuno sfugge quanto valgano presso Dio, sia gli ammalati e i sofferenti, persuasi che i loro dolori e la loro vita, assai simile ad una immolazione, in virtù della Croce di Cristo si tramutano in una valida supplica, in salvezza, in fonte di vita più santa per la Chiesa intera”. Messe da parte le ri-letture, nuove attraenti letture ci aspettano.

Il Joseph papa, affacciato dalla finestra, si sarà pure sentito in obbligo di citare il beato predecessore. Ma in effetti, non poteva che concludere così: «Andate a casa, date un bacio ai bambini e dite che è del Papa».