giovedì 16 agosto 2012

Pellegrini dell'incompiuto

Pellegrinaggio diocesano: una pacchia per il seminarista! C’è dentro un po’ tutto: preghiera, servizi & animazione liturgica, cultura, chiacchiere, convivialità. E poi, se i pellegrini sono âgées, fioccano apprezzamenti, sorrisi, commozione, richieste di preghiera..insomma, un toccasana per l’autostima e la categoria. Ci scappa sempre qualche: “..siete anche de’ be’ ragazzi..”, “..ti s’aspetta in parrocchia!”, “quando canti messa vengo anch’io..”. Insomma, non manca proprio nulla. C’è il rischio, però, che il pellegrinaggio funzioni davvero, specialmente se si toccano luoghi speciali, come quelli attraversati dal recente Pellegrinaggio diocesano. Insieme ad un centinaio di pellegrini pistoiesi (e non) abbiamo infatti attraversato Israele, Giordania ed Egitto, fino al monte Sinai, sostando nei luoghi nevralgici dell’antico e del nuovo testamento. Ci ha guidato il Vescovo Mansueto Bianchi e tre sacerdoti che ricordiamo per dovere di cronaca, ma soprattutto per ringraziarli: don Piergiorgio Baronti, don Piero Vannelli e don Tommaso Chalupczak.

Nazareth, musulmani in preghiera nei pressi della Basilica della Natività
Viaggiare da seminaristi, come illustrato, non manca di pregi, ma dietro tanto entusiasmo si manifesta in realtà una grande aspettativa. Viene spontaneo domandarsi “Cosa si aspetterà la gente (e/o il vescovo) da uno come me?”. Ma occorre, si scopre, essere più precisi: “Che cosa vuole il Signore da me?”. 
A Nazareth e sul Lago di Tiberiade c’è l’esperienza di Gesù nel nascondimento del suo paese, nella predicazione e nei segni lungo il lago. E’ un luogo ideale per porsi seri interrogativi vocazionali. Oggi però, non è facile trovare a Nazareth le concentrazione favorevole, né recuperare il fascino romantico e il mito un po’ piccolo borghese della famiglia artigiana che dalle stampe ottocentesche si è propagato fino all’iconografia popolare. Di notte, lungo la via principale, il traffico è caotico: sono per lo più giovani, svagati e divertiti tra musica, facebook e localini come i coetanei delle nostre città. Ma c’è anche la preghiera islamica in un’assemblea affollata a due passi dalla Basilica dell’Annunciazione. E’ l’ambiguità su cui si gioca il futuro di molti paesi in bilico tra il “secolo” e il fondamentalismo. Si fatica ad immaginare in questo luogo la famiglia di Nazareth: oggi, inoltre, le città del mondo si assomigliano sempre di più. Ma duemila anni fa, in fin dei conti, anche i nazaretani fecero fatica a riconoscere il Messia. Qui lo stesso Gesù si aspettava il rifiuto. A Nazareth Dio si è fatto davvero piccolo e nascosto, verbo minimo più che abbreviato, almeno nei trent’anni che precedono la vita pubblica. 
Quando arrivò qui Charles de Foucauld il villaggio di Galilea poteva ancora assomigliare ad un presepe di cartapesta, ma la novità suscitata dallo Spirito trasformò l’ex-militare scavezzacollo in un maestro di spiritualità: “Per ciò che riguarda il raccoglimento, è l’amore che deve mantenerti in comunione con me e non l’allontanamento dai miei figli: vedimi in loro; e come io ho fatto a Nazareth, vivi tra di loro, assorto in Dio”.

Tabga, Chiesa del Primato, una delle "Pietre dei Cristiani".
Vivere tra di loro..”. Non  è mica semplice. Eppure la gente comune ha bisogno di conoscere Dio, di saperlo e sentirlo vicino. Fioccano le domande per i seminaristi, soprattutto quelle semplici e quasi toccanti nel loro candore sulla vita di Gesù. Non basterebbe questo per giustificare un pellegrinaggio in Terra Santa? Non è forse un’occasione preziosa per entrare nelle esigenze concrete della gente? Ma noi crediamo spesso di sapere tutto, o almeno quanto basta per stare tranquilli in un mondo autoreferenziale ed ovattato. E in effetti, nonostante le dritte di Charles de Foucauld, anche la Terra Santa immaginaria scivola tra le fascinazioni archeo-politiche e l’oleografia del presepe della nonna. La nostra fede scivola spesso in questa geografia immaginaria e a-problematica. Sul monte delle Beatitudini, invece, Gesù rovescia le prospettive del mondo e i suoi accomodamenti. Con le Beatitudini, ci ha ricordato lì il vescovo, Gesù scombina persino il modello legalistico del decalogo, ma lo assume, per darne compimento nell’ottica della fragilità umana. In quel discorso non è centrale l’osservanza spinta all’eroismo, ma la fragilità raggiunta dall’amore di Dio.
Giordania, Petra, il "Tempio del Tesoro" (foto di Gianni)
Il nostro pellegrinaggio dirotta dalla Terra Santa per puntare nella vicina Giordania: prima presso i resti e le rovine dell’estesa città di Gerasa -all’epoca di Gesù florida per i commerci, oggi per il turismo internazionale- poi a sud, nel roccioso deserto giordano, dove è nascosta la città di Petra. 
Qui il tempo resta l’architetto principale. Il calice dell’immortalità evocato dalle avventure di Indiana Jones non ha toccato la città degli uomini, che dopo i fasti antichi si è consumata nella sabbia, mentre quella dei morti, affollata di vuote tombe monumentali, combatte con il tempo sulla lunga distanza. L’ansia di immortalità non ha preservato questi luoghi dalla rovina e dell’incompiutezza che ne assicura il fascino ed è cifra dell’umano. A metà strada, in Giordania, il Monte Nebo ce ne ha parlato attraverso le parole del vescovo Bianchi.


Giordania, Petra, il canyon del Siq

«Questo è il paese per il quale io ho giurato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe: Io lo darò alla tua discendenza. Te l'ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai!». Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, secondo l'ordine del Signore.

Giordania, Panorama dal monte Nebo
Il brano del Deuteronomio – ha commentato il vescovo - ci sgomenta, ma ci riconduce alla caratteristica propria dell’uomo. Solo Dio può colmare la misura, soltanto in Lui l’incompiutezza non trascolora in disperazione, ma si apre alla visione che consegna la speranza. L’incompiutezza non restringe l’orizzonte, bensì lo spalanca oltre la nostra misura. Anche il Seminario sembrerebbe restringerlo. Si entra pieni di entusiasmo e progetti..poi il “deserto” riporta con  i piedi per terra, alle esigenze primarie, spirituali e non. Durante la messa sul monte anche i buoni propositi di chierichetti modello svaniscono in un baleno. Sembravamo ferrati in tutto: ampolline, canti e campanelli..ma l’essenziale era altrove! Siamo davvero incompiuti, ma prenderne consapevolezza è già caparra di salvezza. Forse è per questo che dalla cima del Nebo il panorama è così emozionante, anche se la personale terra promessa non coincide con quella che si stende davanti fino a perdersi nella foschia.

In Giordania i pellegrini si dividono: un gruppo torna in Israele, attraverso il deserto, la Samaria, fino a Gerusalemme, un gruppo più folto si spinge fino ad Aqaba, in quella striscia di terra affacciata sul mar Rosso e oggi spartita tra Arabia Saudita, Giordania, Israele ed Egitto. Le sollecitazioni vacanziere del mar Rosso stordiscono anche i seminaristi che pure tentano a più riprese di coinvolgere i pellegrini e imparare qualcosa. Ancora una volta, però, si scoprono più poveri: manca, infatti, il messale per la messa domenicale, difettano pure pane e vino. Le risorse digitali sono insufficienti e incombono i controlli di frontiera.
Egitto, Sinai, il deserto delle Gazzelle
E’ il momento del viaggio attraverso il deserto del Sinai, fino al monastero di Santa Caterina. Dopo una rapida visita al monastero si celebra la messa adeguando per quanto possibile un salone impolverato dell’albergo. E’ una messa minimale, ma forse la più bella del viaggio. Se l’i-pad resta problematico ai liturgisti del terzo millennio i seminaristi si accontentano di un messale-quadernetto a righe, con orazioni scritte a lapis. 
Dalla cucina ci arriva il pane arabo, un pane azzimo che assomiglia – almeno così ce lo immaginiamo – a quello spezzato nell’ultima cena. Al crepuscolo, nella valle tra le rocce del Sinai, il miracolo si rinnova ed il pane arabo si trasforma in pane di vita. E’ pane che sazia la fame che mai abbandona l’uomo, neppure quello satollo di beni o di desideri mondani. 
Il vescovo ci parla di questa fame, un fame di Dio radicata in ogni cuore umano. Il deserto propone con forza questa esigenza primaria. Chi lo attraversa misura la potenza vivificante dell’acqua che suscita erba, alberi e frutti tra le rocce e la sabbia. Ma si comprendono meglio anche le parole dei salmi che cantano la fame e la sete e la forza delle esperienze vitali come l’attesa dell’alba, il calore del mezzogiorno, la custodia dell’ombra. Il deserto riporta all’essenziale e fa rivolgere lo sguardo al cielo: sete, fatica, stupore, desiderio, fragilità, ma anche la capacità di vedere lo sconfinato, proiettarsi su unità di misura millenarie, meditare ogni cosa e l’infinito..sono le esperienze originarie che allontanano dal ripiegamento su sé stessi e conducono sulla soglia della preghiera.
Qui si misura il senso della vocazione e il valore delle scelte fondamentali. La questione cruciale -il “caso serio”- può essere svilito e conoscere distrazioni e cadute. Ma è capitato anche a Mosè, che appena sceso dal Sinai ha mandato tutto a pezzi e ha dovuto nuovamente risalire.
Egitto, Notte sul Sinai

Egitto, Alba sulla cima del Sinai (foto di Gianni)
La salita al santo Monte occupa tutta la notte. Il percorso è lungo e faticoso, specialmente l’ultimo e scosceso tratto. Su per il sentiero rischiarato dalla luce lunare però, si ha l’impressione di accompagnare i magi con il loro corteo di tesori e cammelli e, con gli occhi puntati al limpido cielo stellato, si impara che cosa significa essere guidati da una stella. Poi, per fortuna, attorno ai 2000 metri, ci sono anche le soste alle tende beduine dove ciò che è utopia al mercato di Pistoia, come scambiare 50 euro in spiccioli, si rivela possibile. L’ultimo tratto, carichi di monetine e un po’ infreddoliti, è appena rischiarato dalle luci dell’alba. Sulla cima si comincia ad avvertire la fatica (ma forse non la avvertono don Piero Vannelli e alcune eroiche pellegrine ottuagenarie) e a misurare la maestà di Dio che all’alba si rivela davvero sulla cima del monte, quando si accendono di luce le rocce e il cielo si imbianca. C’è un mondo davanti, che si estende a perdita d’occhio e su cui si lanciano i primi raggi di sole. Avverti subito il tepore sulla pelle e la forza della legge cosmica che uguaglia buoni e cattivi, ti interpella e ti supera.

Betlemme, ingresso alla Basilica della Natività
A Betlemme la minuscola porta della Basilica suggerisce che occorre farsi piccoli per entrare nel Regno dei Cieli. A modo loro ci provano anche i seminaristi, che  in stile Zecchino d’Oro animano di canti natalizi la liturgia. Però è bello. Qualcosa (forse Qualcuno) tocca il cuore in questi momenti di preghiera semplice e condivisa. E’ la festa della Trasfigurazione, ma durante l’omelia del vescovo si scopre che ne esistono almeno altre due. C’è la trasfigurazione di Dio nell’umiltà della Natività a Betlemme e quella nella Gloria decisiva della Resurrezione: sono gli altri due momenti in cui Dio si rivela e mostra in piena luce e trasparenza chi è davvero.

Il ritorno a Gerusalemme riunisce i pellegrini che si ritrovano tutti al Santo Sepolcro. I seminaristi si decidono per una visita lampo avanti la chiusura. Occorre una marcia olimpionica per le strade della città vecchia tra ragguagli nel percorso, sosia del Messia, drappelli di militi e ragazzini arabi. Una volta arrivati però, c’è tempo per una sosta tranquilla. La sera, infatti, quando non circolano i gruppi di turisti e di devoti anche il Santo Sepolcro diventa un luogo silenzioso e dimesso. Nel luogo più santo della cristianità non c’è lustro di marmi, né venditori di gadgets come nei nostri santuari, ma neppure il continuo occhieggiarsi dei diversi cristiani. L’oscurità porta il silenzio nella complessa e stratificata geometria della basilica. Si può ben pregare su quest’ora, nel sepolcro e sul Golgota, in ginocchio, uno accanto all’altro.

Gerusalemme, Basilica del Santo Sepolcro, Cappella del Golgota
Egeria, pellegrina spagnola che nel IV secolo redasse un celebre diario di viaggio, fervente di pii desideri, cercava in questi luoghi la conferma tangibile alle parole della Bibbia. Arrivato l’islam, dopo secoli di lontananza, quando i crociati ricostruirono questa Basilica, i luoghi santi acquistarono una forza di suggestione tutta terrena, in buona parte sincera, ma anche manipolabile. Poi la Terra Santa è stata esportata fin nella sua concretezza, di reliquie e architetture, nei regni d’Occidente. Con il tempo è stata tradotta in una geografia intima, che si dipanava -come ci ha insegnato San Francesco - nelle ore del giorno e nei luoghi della quotidianità. Sul Golgota la prossimità dei fratelli di seminario (e non solo), inginocchiati gomito a gomito, feconda un’esperienza che non resta emozionale. Non nelle pietre, ma nella carne, nei cuori e nella mente dei fratelli calpestiamo luoghi santi, in cui occorrerebbe, talvolta, slacciarsi i sandali come Mosè davanti al roveto. Prossimità che passa anche per le tensioni meschine tra i cristiani che si spartiscono la basilica e gli eccessi dei frati più maneschi. Anche queste sono ferite che Gesù ha portato con sé sulla croce e che indicano la faticosa ascesa della conversione. C’è però un fatto che ribalta ogni cosa, vince il peccato e azzera ogni dolore. La Resurrezione cambia tutto. Il risorto è la chiave di volta del nostro credere. La fede e l’amore sono le due gambe che ci fanno correre nella sequela, che rendono possibile la vita alla luce della gioia della Resurrezione. Parole che siglano l’omelia del vescovo nel Santo Sepolcro e che chiudono al rilancio il pellegrinaggio. 
La terra promessa, la terra santa di Gesù è ancora oggi terra contesa tra i popoli e i figli di Abramo, dove la storia e l’archeologia riaccendono divisioni e violenze. Ma questa terra rimanda con decisione alla terra degli uomini, agli spazi del cuore e dell’agire che non hanno confine. 


sabato 24 marzo 2012

5° domenica di Quaresima - PERDERE

Vogliamo vedere Gesù!
Sentirselo dire è il sogno di ogni testimone, evangelizzatore, seminarista.. un sogno che si può estendere ad ogni cristiano. Sulla scia dell’entusiasmo il seminarista novello, consumato dalla zelo apostolico potrebbe quasi smarrirsi: “Mitico! Ma dove lo porto?”. Non sempre abbiamo un’adorazione eucaristica, un prete pronto all’ascolto a portata di mano. Mettiamo che vada bene e abbia il prete in gaudiosa attesa. “Vogliamo vedere Gesù!”: “beh, per ora accontentati del prete..”
Se la prendiamo sul serio, quella domanda ci rimane fastidiosamente appiccicata. Gli apostoli si rincorrono l’un l’altro: “Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù”. E Gesù? Il Maestro sembra dribblare il quesito. Come capita spesso nel Vangelo le Sue risposte rimandano ad una comprensione ulteriore della domanda. La corsa entusiasta degli apostoli è bruscamente interrotta: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”.

Le parole di Gesù saranno cadute come macigni sull’animo dei discepoli. Capita anche ai seminaristi. Per me sono le parole più impegnative da ruminare e digerire in questi anni del seminario. Certo, ai seminaristi dopotutto non è chiesto il sacrificio, ma qualche piccola morte deve essere messa in conto. La tentazione dell’effetto tunnel è sempre in agguato, ma se una volta usciti con un colletto bianco tutto torna come prima siamo chicchi di grano inutili e rinsecchiti. Le nostre morti talvolta, sono infinitesimali, ma tutte merito Suo. Il seme che muore non deve ingegnarsi troppo nell’esercizio: una volta nel terreno fecondo tutto accade spontaneamente e anche la tensione che accompagna la piccola morte quotidiana si scioglie nella pace.

Se mi guardo allo specchio  risuona la parola dell’apostolo: “ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto” (1Cor, 12). Forse sono soltanto invecchiato, con qualche capello in meno e occhiali diversi. Come mi conosce il Signore? Che cosa ha intravisto di speciale in me? E ammesso che qualcosa di speciale ci sia davvero, che cosa devo fare per perdere la mia vita e.. ritrovarla?
Nell’imminenza della Passione può darsi che anche Gesù abbia avvertito il peso di questo interrogativo: “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». 
La Gloria di Gesù passa per la croce, soltanto innalzato attirerà tutti a sé. La risposta che cercavano gli apostoli arriva per la via meno accattivante: “Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.

Anche in chi segue Gesù è possibile “vedere Gesù”. Ma la via della visibilità è quella del chicco che muore. Stare in seminario come il chicco sotto terra può risultare un esercizio faticoso. Vorremmo vedere spuntare il germoglio, mettere presto foglie e spighe abbondanti. Sarebbe bello offrire subito parole edificanti, abbondare in sapienza e in opere sante. Ma è sufficiente seguire la croce: apriremo gli occhi, almeno, su quelle dei fratelli. La via dolorosa della croce personale non rimane isolata se si accompagna a quella di Cristo. Perché non è possibile spiegare questo mistero e correre dritti alla gloria? Se fosse possibile dispensare risposte giuste e confortare i fratelli sarebbe già molto. D'altronde i seminaristi vivono in un osservatorio privilegiato da cui è possibile scorgere le tante croci che accompagnano i compagni e i fratelli che incrociano per strada o in parrocchia.

James Tissot, Ciò che Gesù vide dalla Croce, 1886-1894, New York, Brooklyn Museum
Santa Brigida (1302-1373), patrona d’Europa (e chi lo sapeva?), mistica svedese vissuta a lungo a Roma e pellegrina fino in Terra Santa, mise per scritto un copioso volume di Rivelazioni. I suoi scritti urtano un po’ la nostra sensibilità (e la nostra devozione acqua e sapone) ma c’è un passaggio, piuttosto drammatico, tratto da una visione della Passione di Cristo, che può servire a chiudere il nostro discorso.
Poi il Figlio mio si rivestì e vidi allora le orme dei suoi piedi piene di sangue e conobbi da questi segni il percorso di mio Figlio. Dovunque andava, infatti, appariva la terra bagnata di sangue” (Libro I, cap. 10).

Brigida non si agiterà troppo se nelle impronte di Cristo riconosciamo il sangue versato da chi porta la croce nella sequela di Gesù: ammalati, orfani, poveri, disabili, feriti dalla vita.. Nel sangue che accompagna quelle orme si riconosce soprattutto il sangue versato dai martiri. La loro croce, già su questa terra, risplende della gloria dei santi e lascia vedere Gesù.

sabato 17 marzo 2012

Parole per la Quaresima | CREDERE

NICODEMO
Le  parole e i gesti nel tempio ti avevano impressionato. Eri un colto israelita, pio e autorevole e quella notte hai cercato Gesù. Nei suo segni avevi intuito l’opera di Dio, ma la tua comprensione rimaneva lontana, tutto era ancora opaco e la parola muta. Quella notte Gesù continuò a stupirti. Toccava corde profonde ma infittiva il mistero. Hai scoperto che anche le parole del “maestro buono” possono ferire. «Tu sei maestro d'Israele e non sai queste cose?». Quelle parole ti hanno fatto male? Ti sono rimaste inchiodate nella memoria. Sei arrossito, forse balbettavi, ma Lui è andato oltre. I sapienti non arrivano sempre primi.


«Tu sei maestro d'Israele e non sai queste cose?». Immagino che sarai tornato sui rotoli, a quel brano della Legge dove si parla dello strano serpente di bronzo che Mosè aveva applicato al bastone. Un serpente prodigioso che guariva dal veleno e salvava dalla morte. Cosa intendeva Gesù?
Spesso la Parola lascia interdetti. D’altronde è sufficiente la vita per lasciare aperti, e con sgomento, tanti interrogativi. Quella notte nel tuo cuore la curiosità (e lo stupore?) combatteva con la paura  della condanna e del disprezzo del sinedrio. Forse temevi perfino di smarrire la tua identità. Lui, comunque, l’aveva capito al volo e con il suo sguardo era andato anche oltre.

Caravaggio, Deposizione di Cristo, part., Pinacoteca Vaticana
Soltanto col tempo hai compreso le parole di quella notte. Sul Golgota, sotto la croce, hai scoperto Gesù innalzato. Ti sei accorto d’un tratto che anche il tuo cuore sanguinava con il suo. Dopo averlo visto morire come un brigante, inchiodato al palo, hai ricordato quelle parole. Ecco perché la ferita di quella notte si era improvvisamente riaperta. Non c’era da rincorrere la sapienza degli uomini, neppure da temere il giudizio degli altri, né credere di rimetterci comunque. Bastava amare. Ecco cosa ti chiedeva in quell’incontro. Allora eri rimasto ferito e forse anche un po’ deluso, ma Gesù ti aveva parlato d’amore. “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.” Già allora c’era amore senza misura. Ma tu misuravi le parole.

Soltanto sotto la croce hai compreso che nell’amore si spiegava ogni cosa. Anche la legge e i profeti si aprivano ad una nuova comprensione. Ricordi come si chiudevano i libri sacri? C’era quel finale aperto che parlava dell’amore di Dio : «Il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora..” Quel finale ti indicava la strada e apriva alla speranza, contro ogni speranza. “Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore, suo Dio, sia con lui e salga!”».

Il Padre agisce per amore. Un amore così grande che soltanto il sacrificio del Figlio poteva rivelare. Cosa c’era da sperare in quel momento? Nessun timore di restare schiacciati dalla paura e dal timore della condanna. Ricordasti le sue parole? “Chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio”. Non era il momento di precipitare di nuovo nelle tenebre. Sei tornato sul Golgota portando una mistura di mirra e d'aloe di circa cento libbre. Quel balsamo profumato, abbondante e prezioso, diceva tutto l’amore con cui ti sei finalmente aperto a Gesù. Credere nell’amore: ed era sufficiente. 

martedì 13 marzo 2012

Parole per la Quaresima | REALISMO

È forte questo Gesù! 
Piace questo Gesù che crea scompiglio tra i mercanti, scaraventa per terra monete,  rovescia i tavoli dei cambiavalute tra agnelli in fuga e sbatter d’ali di colombe, lancia rimproveri turbinando una sferza di cordicelle tra gli uomini e le mercanzie. Il Gesù delle devozioni e dei santini qui non lo riconosciamo, ma ci convince il gesto risoluto contro chi traffica nel tempio di Dio. “Quando ci vuole, ci vuole..” – verrebbe da chiosare. 
Forse, però, si corre il rischio di compiacere un certo moralismo politically correct, allontanando le parole del Vangelo dal nostro cuore. E' fin troppo facile, allora, alzare subito il dito contro le bancarelle di rosari e statuine che affollano tanti santuari o scagliare anatemi contro i presunti affarismi degli ecclesiastici. 
Alla fine, dopo lo sfogo profetico, Gesù ci riporta con i piedi per terra. Nelle sue opere e nelle sue parole finiamo spesso per entrare soltanto con il nostro punto di vista fino a piegare nel senso che più ci è congeniale le parole del Vangelo. Ma Gesù è sempre più realista degli uomini. 
Molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome. Gesù però non si confidava con loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c'è in ogni uomo.
Non appena crediamo di sapere tutto su Gesù ci piovono sulla testa queste parole scomode. Forse miracoli non ne abbiamo ancora visti, (e d’altronde Giovanni ci parla soltanto di "segni") ma le nostre piccole "rivelazioni" hanno bisogno del tempo del discernimento. Gesù non si fida di una fede epidermica e su misura, costruita sulla meraviglia e il sentito dire.

Valentin de Boulogne, 1618, La Cacciata dei Mercanti dal Tempio, Roma, Galleria Barberini
Anche la mia fede si snoda su questi percorsi, attraverso passi falsi e passi indietro. Mi pareva che era l’ora di volare: invece è quella di studiare. Avevo capito di fare l’apostolo e convertire coi lucciconi agli occhi. Era l’ora dell’umiltà. Credevo che per parlare di Lui dovessi complicare la sintassi e scovare gli aggettivi giusti. Forse non ho ancora capito. Credevo che bastasse eliminare soldi, dolciumi al cioccolato e stravaganze borghesi. Ci voleva la conversione. 
Potrei continuare a lungo. D’altra parte i Vangeli non ci dicono mai tutto nei minimi dettagli, tanto che tra le mercanzie ribaltate da Gesù non finiremo mai di aggiungere qualcosa. Io dimentico di metterci anche me. Sembra facile la quaresima-dieta, ma sapere che quando Gesù ti guarda dentro ha già capito tutto .. talvolta mi rimane indigesto.

domenica 4 marzo 2012

Parole per la Quaresima | FONDARE

Quando uno dice “Trasfigurazione” basta un’infarinatura di storia dell’arte per far saltare in mente il celebre dipinto di Raffaello. Un capolavoro del genere ha fatto gettare fiumi d’inchiostro e copiose lacrime agli esteti. Sarà la mitologia che circonda un capolavoro, il genio dell’artista o gli automatismi della psicologia, ma davanti a un tale dipinto possiamo fare nostre le parole di Pietro: “è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende!”. La bellezza che ci sorprende rimanda più forte che mai ad una bellezza che non è di questo mondo. Forse non sconfiniamo nel deliquio dei romantici se ci diciamo che questa è la mèta, l’orizzonte che inseguivamo, la casa dei sogni che più ci piace.


Eppure il dipinto non era ancora concluso che il pittore passò a miglior vita. Disdetta! Nel pieno della carriera, al vertice della fortuna, la morte improvvisa! Al Pantheon la grande tavola fu collocata dietro il catafalco di Raffaello e gettava nello sconforto e nel pianto la folla raccolta per l’estremo omaggio al pittore.

D’altra parte il trapasso dall’incanto al dramma è la cifra che articola le due metà del dipinto. L’incanto sospeso e trascendente della trasfigurazione è raffigurato in alto, quasi in contrasto con il dramma così terrestre della metà inferiore, dove è affollata un’umanità inconcludente e chiassosa, raccolta attorno al corpo stravolto del ragazzo posseduto dal demonio. L’esperienza degli uomini – non soltanto quella di fede – è fatta così. Anche le nostre case vivono questa tensione. Quando ci si sente a casa capita di essere presto scalzati dalle nostre piccole comodità su misura. Le nostre tende rischiano molto se le piantiamo senza consapevolezza.

Dopo la Trasfigurazione cosa mancava a Pietro per capire Gesù? Ormai sapeva molto di quello che occorre per una definizione teologicamente sostenuta. Eppure “mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò  che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti.” La parola di Gesù risuona ancora più eloquente nel silenzio e nel vuoto che seguono la trasfigurazione. Bello, sì. Stupendo. Ma tutto è sparito così presto e che significa risorgere dai morti?

Anche le nostre case vivono spesso l’incanto e il fallimento. Quante morti quotidiane  frantumano i sogni e l’incanto di una vita cominciata nell’amore e nell’entusiasmo. E’ il luogo della gloria personale e delle miserie quotidiane. Ma nessun posto è come casa.

Caro Pietro, non sapevi che dire, ma una tenda sul monte avresti potuto fissarla in un baleno e accanto al maestro buono e sapiente avresti potuto camminare fino alla fine dei giorni. Ma Gesù è sempre più realista degli uomini. E’ già tempo di scendere, ed anche in fretta. Il figlio dell’uomo dovrà essere consegnato e risorgere dai morti. La nostalgia della casa è feconda, ma la dimora che cerchi è davvero piantata qui sulla terra? Nel sacrificio di Gesù che attraversa il fallimento -e anche la tua miseria-, comprenderai l’incanto di quel giorno. Dopo il silenzio della morte, al terzo giorno, quello della resurrezione, ti aprirai alla comprensione di quella promessa misteriosa. E’ in quell’amore che si dona fino al sacrificio e che vince la morte che devi piantare la tenda. E’ qui che verrà piantata anche la tua croce, la tua penultima casa, quella che sorge “dove tu non vuoi”.

Anche le nostre tende possono essere piantate nel sacrificio d’amore del risorto. Chi visita una casa radicata in questa realtà scopre luce anche nelle tenebre e una pace che unifica il dramma e l’incanto. In questi giorni può rivelarlo la pratica della benedizione delle case, ma anche una riflessione come questa che ho ricevuto:

La casa è il luogo dove si  vive, si nasce, si muore, si lavora e si costruisce assieme la giornata, i mesi gli anni.
Cose di casa per ciascun tempo. La giovinezza con la gioia di figli piccoli e nonni ancora efficienti.
La maturità con lo sforzo economico degli studi e del lavoro. Il tempo di dei cambiamenti radicali imposti dalla società e dalla economia che mutilano, spesso, ciò che hai costruito.
E' la vita di casa quando si curano gli anziani. Costa sacrificio e pazienza. Ma per chi ama ricambiare l'amore è normale, bello e sa molto di cristiano
”.

sabato 25 febbraio 2012

Parole per la Quaresima | PERSEVERANZA

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».(Mc 1,12-15)

Dopo le indicazioni sulla preghiera e il digiuno del mercoledì delle Ceneri il Vangelo della prima domenica di Quaresima ci presenta il digiuno e la preghiera di Gesù. “Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto” : l’avvio della stringata narrazione di Marco ci avvisa subito che il tempo della prova non è primariamente il tempo di Satana, ma il tempo di Dio. Ci suona strano, ma forse anche la Quaresima non è primariamente il tempo dei nostri digiuni e dei nostri fioretti, ma tempo di grazia, di discernimento..di prova. 

Dopo “l’investitura” ufficiale di Gesù come Figlio durante il Battesimo (Mc 1,9-11) le tentazioni mettono subito alla prova l’obbedienza del Figlio. La fermezza con cui Gesù aderisce alla volontà del Padre è il frutto della sua preghiera e l’obiettivo della nostra. Nel Padre Nostro chiediamo a Dio : “sia fatta la tua volontà”; Giovanni ci assicura che “questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta” (1Gv, 5,14).
Le nostre tentazioni, in definitiva,  tentano di scalzare dal cuore la volontà del Padre puntando sulla nostra tiepidezza, sorprendendoci nella prova, confondendo le acque e orientando la mente ed il cuore sulla nostra volontà. La Quaresima è dunque il “deserto” della prova in cui coltivare la perseveranza.

Il seminario non è decisamente un deserto - anche se talvolta non mancano le “bestie selvatiche” ;^) - ma raccogliamo volentieri una preghiera per la perseveranza dei seminaristi.

Santa Caterina da Siena (1347 – 1380),  ha parlato spesso della perseveranza. Questo brano, estratto dalla lettera ad un sacerdote (Pietro di Giovanni Venture da Siena), mi sembra particolarmente illuminante. 
La perseveranza non è il frutto delle nostre qualità ascetiche o della nostra volizione, ma apertura sempre più incondizionata all’amore di Dio:

“«dove posso acquistare questa perseveranzia?». Rispondoti, che tanto serve la persona alla creatura, quanto l'ama, e più no; e tanto manca nel servizio, quanto manca l'amor; tanto ama, quanto si vede amare. Adunque vedi che dal vedersi amare viene l'amore; e l'amore ti fa perseverare. Quanto aprirai l'occhio dell'intelletto a ragguardare il fuoco e l'abisso della inestimabile carità di Dio inverso di te, il quale amore t'ha mostrato col mezzo del Verbo del Figliuolo; tanto sarai costretto dall'amore ad amarlo in verità con tutto il cuore e con tutto l'affetto e con tutte le forze tue, tutto libero schiettamente e puramente, senza niuno rispetto di propria utilità tua. Tu vedi che Dio t'ama per tuo bene, e non per suo; perocch'egli è lo Dio nostro che non ha bisogno di noi: e cosi tu, e ogni Creatura ragionevole, debbi amare Dio per Dio, in quanto egli è somma ed eterna bontà, e non per propria utilità; e il prossimo per lui. Poiché tu hai fatto lo principio, il fondamento nell'affetto della carità, subito il comincia a servire con lo strumento delle virtù. Sicché col lume e coll'amore acquisterai la virtù, e persevererai in essa. Ma avverti che, col vedere te essere amato da Dio, ti conviene vedere la colpa e ingratitudine tua, e aggravare la colpa nel cognoscimento santo di te, acciò tu non ti scordi della virtù piccola della vera umiltà, e acciocché tu non presuma di te, nè cadessi nel proprio piacere.  (...)

   E guarda che tu non ti fidassi di te medesimo; il quale fidare è uno vento sottile di reputazione che esce dall'amore proprio. Perocché subito verresti meno, e volteresti il capo addietro a mirare l'arato. (…) Fuggi, figliuolo, fuggi questo vento sottile del proprio piacere; e vattene, in tutto, nascosto in te medesimo, nel costato di Cristo crocifisso, e ine poni l'intelletto tuo a ragguardare il segreto del cuore. Ine s'accende l'affetto; vedendo ch'egli ha fatta caverna del corpo suo, acciò che tu abbia luogo dove rifuggire dalle mani de' tuoi nemici, e possiti riposare e pacificare la mente tua nell'affetto della tua carità. Ine troverai il cibo; perocché vedi bene che egli ti ha data la carne in cibo, e 'l sangue in beveraggio, arrostita in su la croce al fuoco della carità, e ministrato in su la mensa dell'altare,tutto Dio e tutto Uomo. Dissolvasi oggimai la durezza de' nostri cuori; ammollisi la mente a ricevere la dottrina di Cristo crocifisso.

mercoledì 22 febbraio 2012

Tempo di Quaresima: Mercoledì delle Ceneri

Con gli scossoni dell'anno liturgico i seminaristi blogger si riattivano lentamente; complici la dispersione natalizia e gli esami (in fondo il tempo del Seminario è in gran parte tempo di studio).
Dal seminario di San Miniato a Pistoia arriva una bella riflessione che ci apre alla Quaresima.

Come dice il Santo Padre, la Quaresima è: momento di conversione e di penitenza, “un percorso segnato dalla preghiera e dalla condivisione, dal silenzio e dal digiuno, in attesa di vivere la gioia pasquale”.


Non basta la parola c’è bisogno di testimonianza di vita, questo risulta dal messaggio per la quaresima 2012 del Santo Padre e dal documento “La porta della fede” per l’indizione dell’anno della fede.
Il Papa richiama alla lettura della Parola di Dio, alla formazione attraverso il Catechismo della Chiesa Cattolica (tutte cose che su internet si trovano senza spendere).

Ed ora non ci sarebbe altro da aggiungere perché solo per questo ci vuole una vita, comunque mi sento di dirvi questo: attraverso la sofferenza cresciamo verso il Bene, prima verso Dio e poi verso i fratelli; non è una sofferenza sterile, di dolore che ci provochiamo da soli, ma una sofferenza costruttiva, perché il Bene le più delle volte non è quello immediato e che subito vediamo, ma è un cammino spesso basato su scelte che ci superano cioè non provocano nell’immediato una gioia, ma è una esperienza che proviamo negativa ma che ci forgia verso il Vero Bene.

Dalle parole del Papa si capisce meglio: “solo credendo la fede cresce e si rafforza; non c’è altra possibilità per possedere certezza sulla propria vita se non abbandonarsi, in un crescendo continuo, nelle mani di un amore che si sperimenta sempre più grande perché ha la sua origine in Dio… Quanti Santi hanno vissuto la solitudine! Quanti credenti, anche ai nostri giorni, sono provati dal silenzio di Dio mentre vorrebbero ascoltare la sua voce consolante! Le prove della vita, mentre consentono di comprendere il mistero della Croce e di partecipare alle sofferenze di Cristo, sono preludio alla gioia e alla speranza cui la fede conduce. Noi crediamo con ferma certezza che il Signore Gesù ha sconfitto il male e la morte.

Infine vi dico: Dio ci parla con la sua Parola, leggete la Bibbia; noi rispondiamo alla sua chiamata e alla sua voce con la preghiera, pregate! 
Se potessi mostrarvi la forza della preghiera e della Parola di Dio, ve lo mostrerei, ma non so come, attualmente spero con tutto il cuore che nel mio poco e nel mio piccolo riesca a fare questo con la mia testimonianza di vita.