domenica 9 marzo 2014

Quaresima 2014 | 1° Domenica



Capiremo mai abbastanza la Bibbia?
Sul divano nel corridoio, mentre il sabato sera si spegne nella notte, ci confrontiamo sugli interrogativi scaturiti dalla parola. Perché dell’albero in mezzo al giardino non è possibile mangiare i frutti? Ma non c’era l’albero della vita in mezzo all’Eden? Perché si chiama albero della conoscenza del bene e del male? E perché Adamo ed Eva si scoprono nudi?

Così sta scritto, ma i nostri quesiti rimbalzano nella penombra in fondo al corridoio e tornano a noi rotolando uno sull’altro. Nel gioco al rilancio va avanti la discussione nell’emozione di scoprire quanto più si misura il grado della propria, povera, ignoranza.

Quando entrai in seminario credevo di sapere qualcosa. Almeno ero sicuro di avere qualche punto fermo. Poi, nella lunga e rapida quaresima del seminario-collegio, tutto ha assunto un’inedita e insondabile profondità. Ma anche il seminarista che fa questa scoperta non è esente dalla tentazione di stringere tutto subito in pugno.

Se sei seminarista, infatti, qualcosa dovresti pur sapere. La Parola è pane da distribuire a piene mani, ben condita, quanto si può, di appropriati attrezzi liturgici o ingegni catechetici.
Se sei seminarista dovresti avere più spazio nell’attività pastorale. A che servi altrimenti in parrocchia? L’entusiasmo della giovinezza, già per molti consuma gli ultimi guizzi. A 30, 40 anni conviene ancora aspettare per gettarsi nella mischia del popolo di Dio?
Se sei seminarista avrai pur diritto ad essere preso sul serio. Tra i candidati al sacerdozio sembra ancora viva la teoria dell’homunculus, sostituto ante litteram dell’embrione, che per la fisiologia antica consisteva in un omino piccino piccino, già formato in tutto, che l’uomo passava alla donna per garantirgli una crescita adeguata ed il parto. Ed ecco, infatti, scorrazzare tra i corridoi dei seminari e le strade del mondo il pretunculus, pretino piccino piccino, ma soltanto nelle dimensioni che brama di crescere in statura e santità.

Le strade del mondo, in quest’avvio di Quaresima 2014 sono le strade di Roma, inondate di gente e di luce quasi primaverile. Sullo sfondo stanno le rovine degli imperatori pontefici massimi e le cupole dei papi re, ma nella folla che emerge dalla metro, dove ognuno si inciampa l’un l’altro, tra le pattuglie di giovani esuberanti e coatti, e turisti smarriti arrovellati su una cartina, si intravedono, solitari a gran passi, in terzetti rumorosi, o in coppie minute e monocrome, non pochi preti, seminaristi, suore e religiosi. L’abito e la faccia di solito li tradiscono, ma in fondo, non sono così diversi dagli uomini del mondo. Immaginano e predicano famiglie e vocazioni perfette, ma ognuno avanza, nell’attitudine di pensiero di questa generazione, senza potersi staccare dalla propria ombra che la sera descrive sempre più lunga. Attorno, come loro, uomini e donne in cerca di una vocazione, per una domanda che in forma più o meno cosciente, sale al cuore ogni giorno. Anche oggi, mentre sfilano uno accanto all’altro, sui passi della ‘grande bellezza’ (più o meno cinematografica e terrestre) che cambi la vita.

Eppure anche il seminarista ha un dono speciale. Può ricordare, infatti, se non gli viene suggerito, che è per amore di Dio che si trova in seminario. Come ci sia finito forse non lo sa fino in fondo, ma se ci rimane (si spera) è perché a Dio gli vuole bene, perché ha scoperto che è bello stare con il Dio che salva. Il Signore non manca di ricordargli l’essenziale. A Lui piace passare per le strade impreviste, ma mostra un debole per i confessionali. Lì, nella parola del sacerdote ricorda: «Così devi essere: trasparenza della sua misericordia».  Essere trasparenza della sua misericordia, nella consapevolezza della propria insufficienza, in forza di un dono, sorretto dal suo amore che sempre precede.

Vivere la povertà di essere seminarista non è così scontato. Vivere la povertà personale, del cuore e della mente, non è facile neppure per gli uomini e le donne di sempre. È più umano attendere il miracolo che riconoscere la propria povertà, che accettarsi così come siamo, con il personale fardello di problemi e dolore. Eppure Dio ci ama così. E solo dopo chiede di cambiare.

La povertà è lo stile di Gesù. «Potremmo pensare che questa “via” della povertà sia stata quella di Gesù, mentre noi, che veniamo dopo di Lui, possiamo salvare il mondo con adeguati mezzi umani. Non è così. In ogni epoca e in ogni luogo, Dio continua a salvare gli uomini e il mondo mediante la povertà di Cristo, il quale si fa povero nei Sacramenti, nella Parola e nella sua Chiesa, che è un popolo di poveri. La ricchezza di Dio non può passare attraverso la nostra ricchezza, ma sempre e soltanto attraverso la nostra povertà, personale e comunitaria, animata dallo Spirito di Cristo» (Papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2014).

***


Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 4,1-11.
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo.
E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame.
Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane».
Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
Allora il diavolo lo condusse con né nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio
e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede».
Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo».
Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse:
«Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai».
Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto».
Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano.


lunedì 16 dicembre 2013

Segnalazioni Stonate 4.0 | Avvento 2013 | Vangelo della Messa dell'Aurora


C’è movimento tra cielo e terra: gli angeli una volta consegnato il loro annuncio risalgono alla gloria da cui sono scesi, mentre i pastori, incuriositi da un avviso imprevisto si incamminano nella notte: “Andiamo”, “Vediamo” ed essi “andarono senza indugio”. È facile immaginarli procedere col passo svelto di chi corre incontro ad un amico che l’aspetta. Chi corre incontro ad una persona cara – un passo dopo l’altro- sente che cresce il desiderio, avverte di pregustare già l’abbraccio che l’attende. E se invece, bruciando ogni tappa, in un secondo ci trovassimo già a destinazione, smaterializzati da un posto all’altro con un servizio di teletrasporto stile Star-Trek?

Non so se gioverebbe. Nel tempo del cammino sgombriamo la mente, ci predisponiamo all’incontro, abbiamo perfino il tempo di pensare alle parole migliori e predisporci alla recettività di un momento significativo.

La nostra giornata è zeppa di micro-viaggi, di tragitti minimi in cui non andiamo incontro a nessuno spostandoci da un luogo ad un altro. Tragitti concreti: casa-scuola, lavoro-casa. Percorsi vissuti sull’autobus o in auto imbottigliati nel traffico, segnati da pedalate furiose e soste prolungate lungo i binari della stazione. Movimenti vuoti che trascolorano uno nell’altro nei segmenti indistinti delle nostre giornate. Momenti così non li ricorderemo più dopo qualche minuto, inghiottiti nella ripetizione, assorbiti nel ciclo del sonno, dei pasti banali, del bagno e della doccia. Sarà anche per questo, perché perdiamo il senso della misura che separa le stagioni brillanti e significative dell’esistenza che quando le andiamo a ripescare nella memoria le troviamo distanti l’una dall’altra come ere geologiche. Agostino è il capofila dell’innumerevole schiera di esploratori e narratori della memoria che hanno inciso a fondo nella cultura d’occidente.

La facoltà della memoria è grandiosa. Ispira quasi un senso di terrore, Dio mio, la sua infinita e profonda complessità. E ciò è lo spirito, e ciò sono io stesso. Cosa sono dunque, Dio mio? Qual è la mia natura? Una vita varia, multiforme, di un'immensità poderosa. Ecco, nei campi e negli antri, nelle caverne incalcolabili della memoria, incalcolabilmente popolate da specie incalcolabili di cose, talune presenti per immagini, come è il caso di tutti i corpi, talune proprio in sé, come è il caso delle scienze, talune attraverso indefinibili nozioni e notazioni, come è il caso dei sentimenti spirituali, che la memoria conserva anche quando lo spirito più non li prova, sebbene essere nella memoria sia essere nello spirito; per tutti questi luoghi io trascorro, ora a volo qua e là, ora penetrandovi anche quanto più posso, senza trovare limiti da nessuna parte, tanto grande è la facoltà della memoria, e tanto grande la facoltà di vivere in un uomo, che pure vive per morire” (Confessioni, X, 17,26).

Adam Elsheimer (1578–1610), Fuga in Egitto, 1609, Monaco di Baviera, Alte Pinakothek 
Se attraversiamo il santuario vasto, infinito della memoria alla ricerca degli episodi della nostra infanzia abbiamo l’impressione di raggiungere lontananze abissali, il pleistocene della nostra storia. Chi accompagnava quei giorni ci appare oggi in una luce strana. Forse ci accompagna ancora oggi, come il babbo o una sorella, ma forse la vita lo ha incamminato per sentieri separati. I tratti assunti in quell’epoca lontana assomigliano alle ricostruzioni di specie fossili compagne della nostra protostoria. È un po’ il concetto che - non troppo apertamente a dire il vero- vorrebbe trasmettere Justin Vernon, folk singer statunitense frontman dei Bon Iver in Holocene, una delle hit più raffinate del 2011. L’Olocene, secondo la Treccani, è l’era geologica che inaugura la nostra storia e che si ferma circa 10.000 anni fa. «Olocene è un bar di Portland nell’Oregon, - prova a spiegare Vernon - ma è anche il nome di un’era geologica, un’epoca se volete (…) La maggior parte della nostre esistenze sono un po’ come queste epoche. Questo, più o meno, quel che vuol dire quella canzone. “E all’improvviso ho scoperto di non essere splendido”: le nostre vite possono sentirsi come queste epoche, ma in realtà sono soltanto polvere al vento. Eppure penso che ci sia un senso in questa insignificanza, ed è quello che ho cercato di descrivere con quella canzone».

In quel bar di Portland Vernon racconta di aver trascorso “una notte oscura dell’anima”. Ma in Holocene non c’è solo oscurità: “è anche una canzone che parla di redenzione e di quando capisci che vali qualcosa, che sei speciale e non troppo speciale allo stesso tempo”.

Il testo, difatti, gira attorno un indefinito viaggio della memoria sopra le corsie della vita in cui si alternano ricordi e situazioni puntuali e indistinte allo stesso tempo. Non se ne ricava molto e non è neppure facile tentare una traduzione. Conviene lasciarsi suggestionare dalle immagini e dalla melodia senza chiedere al testo ciò che non può dare.

E all’improvviso ho scoperto di non essere splendido
Sperduto lontano sulle corsie dell’autostrada
(vuoto frastagliato, denso e con ghiaccio)
Potevo vedere per miglia, miglia e miglia

Tra la Terza strada e il lago il salone è andato tutto bruciato
Era dove abbiamo imparato a festeggiare
Quella notte mi hai suonato “Lip Parade”
Né ago né filo, il certificato smarrito
Non dir nulla, questo mi basta

E all’improvviso ho scoperto di non essere splendido
Alto e lontano sopra le corsie dell’autostrada
(vuoto frastagliato, denso e con ghiaccio)
potevo vedere per miglia, miglia e miglia

La Notte di Natale, ha afferrato la luce, un santo splendore
su mio fratello, io e spine intrecciate
abbiamo coperto tutto per renderlo quello che doveva essere
per scoprirlo adesso nei miei ricordi

E all’improvviso ho scoperto di non essere splendido
Alto sopra le corsie dell’autostrada
(vuoto frastagliato, denso e con ghiaccio)
Ma potevo vedere per miglia, miglia e miglia


Il video che accompagna il brano dei Bon Iver è molto suggestivo. Un bimbo attraversa solitario paesaggi mozzafiato in una terra artica. Un’Islanda da sogno che sembra ritagliata da un documentario del National Geographic? Un viaggio sospeso che sembra senza tempo: oggi, domani, milioni di anni fa? Una rivelazione si sprigiona dalla bellezza del creato e raccoglie il gioco libero e felice del bambino che si diverte con gli elementi. Un’esperienza originaria di libertà che diventa canto libero dell’anima quando, sul finire del brano, un’aquila sembra prendere il volo dalle sue mani e librarsi oltre il limite del mare e “per miglia, miglia e miglia” fino all’infinito. Un sogno? Un desiderio di infinito? La contemplazione davanti alla finestra di camera, all’aprirsi del video, sembra quasi suggerirlo.
Anche nei tragitti angusti e ripetitivi dei giorni qualunque è possibile sollevare lo sguardo per miglia e miglia sopra l’orizzonte, al di sopra delle nostre miserie e dei propri limiti. 


Nel Vangelo della messa Natalizia dell’Aurora tutto ruota attorno il viaggio esteriore e interiore della Parola. Una parola prima rivelata dagli angeli, poi annunciata dai pastori, infine custodita nel cuore da Maria. Il testo greco infatti, usa lo stesso termine per indicare tutto questo attraverso una radice che ha a che fare con l’espressione verbale, con la cosa detta, ma che in italiano è restituita come “avvenimento”, quindi compresa in “ciò che del bambino era stato detto loro”, infine con “tutte queste cose” per indicare l’oggetto della meditazione di Maria. 

Anche a noi, come ai pastori, qualcuno si fa incontro nella parola, ci supera ma ci fa sentire davvero speciali, perché arriva per noi e per ognuno in particolare. Che giova tornare ogni anno al mistero del Natale se, consapevoli dell’incarnazione, del fatto che Dio si è fatto uomo per intrecciare umano e divino, non alziamo più alto lo sguardo?
Anche Maria, ripartita da Betlemme con il suo misterioso bambino, si incamminava per le strade della Palestina verso percorsi ordinari, forse banali come quelli di tutti di cui i Vangeli non fanno una parola. Da quella notte però, ci racconta Luca, Maria ha custodito tutto nel cuore, provando a leggere ogni cosa da più alte prospettive, legando le epoche della sua esistenza e della storia degli uomini attorno a quell’evento luminoso.

 * * *
Vangelo Lc 2,15-20
Dal vangelo secondo Luca
Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: «Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere».
Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.

lunedì 9 dicembre 2013

Segnalazioni Stonate 4.0 | Avvento 2013 | Vangelo dalla Messa dei Pastori (di Mezzanotte)

Satolli per il pranzo natalizio, ancora circondati dai nastri e dalla carta regalo stracciata, quando già il cielo si imbruna e il fuoco del camino o il tepore del riscaldamento confondono le idee, si leva inesorabile, con la sentenziosità di una parca, la voce della nonna: «ovvia giù: è finito anche il Natale». Te l’aspettavi, ma non ci voleva: come un balla di farina ti preme sul cuore e non riesci neppure ad articolare una reazione indispettita. «no, ancora no..ancora un poco!».

Il tempo dell’orologio ha vinto di nuovo. Il tempo dell’orologio è un tempo solitario, misura gli stessi minuti per tutti, ma per tutti diversi. È la vuota durata con cui dobbiamo confrontarci da soli. E invece, quando si vive un momento speciale il tempo vola, nessuno conta i minuti, il tempo non conta, conta soltanto la consapevolezza che questo è il giorno, questo il luogo, questa l’ora! 


Il tempo dell’orologio, o della durata, chiede costantemente di essere misurato. Ci domina mostrando puntualmente l’esigenza di essere organizzato. Augusto imperatore - morto giusto 2000 anni or sono - aveva ben chiaro il potere del tempo organizzato e, preso dalla smania di inaugurare una nuova età dell’oro, decise subito di prenderne le misure. Coltivava dunque l’esigenza del censimento e di rendicontare ogni cosa a sé e alla storia, facendo scalpellare e incidere qua e là le sue Res Gestae. Così la famiglia di Gesù, assorbita anch’essa nel tempo della durata dovette spingersi in Giudea fino a Betlemme. Maria era coinvolta in un’altra durata: un conto alla rovescia che decise di interrompersi giusto fuori casa, per giunta di notte e in un riparo improvvisato. Era arrivato quel giorno, quel luogo e quell’ora in cui il tempo di Dio e quello degli uomini si incastravano in una solidarietà irriducibile.

Ogni anno torniamo a «questa santissima notte» illuminata dallo «splendore di Cristo, vera luce del mondo,» come recita la colletta della liturgia natalizia. Ogni anno abbiamo bisogno di tornare a questa notte, in cerca del « segno » dei pastori, per riannodare i percorsi individuali e comunitari attorno a questo centro luminoso.

Anche l’attesa d’Avvento può naufragare nello scorrere del tempo cronologico, finire riassorbita dal ritmo delle ore. Almeno in quell’ora della notte le chiese si affollano. Perché? Non mi si dica che è soltanto abitudine o tradizione. Certo, anche questo, ma non può essere soltanto per questo. Perché dunque? È chiaro che una risposta univoca non c’è, ma forse, almeno in quella notte, è possibile cercare in chiesa qualcosa che coroni l’attesa del tempo della durata: un segno, una parola, un incontro, un simbolo, il senso di una storia. C’è vivo, sotto sotto, il desiderio dell’evento che orienta il tempo e che faccia dire «questo il giorno! Questo il luogo!»

Malinconici bardi una vaga psichedelica pop dai toni amari gli scozzesi Delgados hanno realizzato, poco più di una decina d’anni fa, una manciata di album di mediocre successo. Tra questi -ascoltati e riascoltati a non finire- ho ripescato un brano che è una buona cifra del loro stile dal ritornello accattivante e le melodie leggere, dove il testo descrive con efficacia le attese e le miserie del tempo dell’orologio (Coming from the cold, dall’album «Hate» 2002)

Tùffati in
un lavoro da sogno che migliore non potresti trovare,
un mazzo di chiavi e bottiglie grandi quanto il cielo.
Trovati un posto e preparati per la corsa.

Leva il tuo calice!
Berremo finché non passa l'estate
Tira fuori i cappelli: abbiamo tutti bisogno di farci una risata
e lascia parlare i vicini tanto sei certo di perderli di vista
Possiamo

Provare a cercare il giusto tipo di vita.
Mi piacerebbe soltanto che tu avessi la possibilità di decidere,
Ma se dai un'occhiata intorno a te non c'è nessuno.
Come puoi dire che tutto questo è giusto?

Non sei da biasimare,
Nessuno ti dice che non sei da biasimare.
Le circostanze attorno a te non sono dello stesso avviso
e io neppure riconosco chi resta
Sistemarti,
Spero davvero che tu possa sistemarti,
Prendere la tua tenda e portare la tua roulotte fuori città.
Troveremo un luogo dove vagabondare e dove tu possa fuggire
Possiamo

Provare a cercare il giusto tipo di vita.
Mi piacerebbe soltanto che tu avessi la possibilità di decidere,
Ma se dai un'occhiata intorno a te non c'è nessuno.
Come puoi dire che tutto questo è giusto?
Tutti stanno aspettando la grande sorpresa,
Ma nessuno ci farà caso quando arriverà,
tu, allora, rimanda l’attesa
Provare a cercare il giusto tipo di vita.
Mi piacerebbe soltanto che tu avessi la possibilità di decidere,
Ma se dai un'occhiata intorno a te non c'è nessuno.
Come puoi dire che tutto questo è giusto?
Arriviamo tutti da lontano
E tutti alla ricerca di qualcuno da abbracciare
Ma se dai un'occhiata intorno a te non c'è nessuno.
Come puoi dire che tutto questo è giusto?


Chi crede può vivere il tempo secondo un’altra prospettiva. La realtà si fa più densa perché ci sono istanti, luoghi, persone, in cui si può incrociare l’infinito. Apparentemente non c’è differenza: i tempi ed i luoghi sono gli stessi, i percorsi e le attese le medesime. Così perfino nella stessa esistenza si incrociano il tempo del badge da strisciare e quello della Redenzione, il giorno della partita e quello della Messa domenicale, quello dell’adorazione e della fila alle poste, il tempo dell’ascolto e quello del gabinetto corrono paralleli o si intrecciano curiosamente. Talvolta i due tempi si avvicinano fino a sovrapporsi nel tempo del servizio, dal pranzo condiviso, nella veglia accanto ad un letto d’ospedale come sui banchi di scuola, nell’abbraccio e nella mano nella mano. Decodificarli è il problema che coinvolge tutti, ma il Natale è uno dei momenti dell’anno in cui i due tempi si danno quasi universalmente l’appuntamento.


Anche il videoclip che accompagna il brano dei Delgados è evocativo dell’attesa indistinta che cova nel tempo dell’orologio. Si descrivono le vicende banali e solitarie di un lui e di una lei prigionieri del tempo della durata, attraverso due percorsi che si sfiorano, ma non si incrociano.

Perfino ai pastori in quella santissima notte, non doveva mancare il desiderio di qualcosa di meglio, di una posto caldo, di un antidoto alla noia e alla miseria dei giorni. Gli angeli annunciarono qualcosa di molto più grande che avrebbero paradossalmente incontrato nel segno del bambino. Come ogni anno attende anche il nostro abbraccio, fin troppo grandicello nei gesùbambino del presepe, ma con le braccia spalancate del futuro crocifisso. Attende paziente e puntuale, per introdurci a quell’incontro che rompe e dimentica ogni durata.

* * *

Lc 2, 1-14Dal Vangelo secondo Luca
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.
Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.
Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio.
C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l'angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
«Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

sabato 30 novembre 2013

Segnalazioni Stonate 4.0 | Avvento 2013

«Avvento» non significa, ad esempio, attesa, come si potrebbe pensare, ma è la traduzione della parola greca «parusia», che significa «presenza» o, meglio ancora, «arrivo», cioè presenza iniziata … L’Avvento ci ricorderà perciò due cose diverse: anzitutto, che la presenza di Dio nel mondo è già incominciata, che egli è misteriosamente presente; in secondo luogo, che la sua presenza è appena iniziata, non è ancora completa: essa deve ancora crescere, divenire, maturare (J. Ratzinger, Dogma e Predicazione, BTC 19, Brescia 1974, pp. 303-304).
Mi servo così di un pensiero autorevole per giustificare la scelta di proporvi nelle quattro domeniche di Avvento una riflessione sui Vangeli della Solennità del Natale, a partire dalla messa Vigiliare, a quella della Notte, fino ai due proposti per la liturgia del Mattino. Un modo per vivere fin da subito il senso di questa ‘presenza’ che oggi incomincia nuovamente.


Dopo un incidente automobilistico con la sua Ferrari il giovane Kavinsky è costretto ad un’esistenza da zombie. Apparentemente nulla è cambiato se non che per lui il tempo si è irrimediabilmente fermato in quel punto di non ritorno. Dire come stanno le cose alla propria fidanzata diventa terribilmente complicato.
Questo, più o meno – secondo le stesse parole dell’autore, Vincent Belorgey- ciò che descrive il brano Nightcall, uscito in un EP omonimo nel 2010, ma che ripropongo qui nella recente versione dei London Grammar. Il terzetto inglese sembra destinato ad accalappiare l’interesse degli adolescenti più inquieti, se non altro per il titolo del singolo con cui hanno fatto breccia “Wasting my young years” (dall’album If You Wait, 2013), che racconta con pathos leggiadro le vicissitudini di una relazione in crisi.


La “chiamata notturna” ‘coverizzata’ da questi giovanissimi è accompagnata da un video molto suggestivo. Una melodia straniante, sottolineata meravigliosamente dalla voce della statuaria interprete è immersa in uno scenario di nebbia e tenebre, vuoto interiore e isolamento. Un’immagine perfetta per descrivere lo stato d’animo che attanaglia certa adolescenza, quando non è raro sentirsi come uno zombie, prigioniero di un’identità (e di un corpo) da accettare nonostante tutto. Così  il teenager si trasforma in una creatura solitaria e introversa che cammina sul filo del rifiuto e della ribellione. Ben altri traumi, forse meno spaventosi di un incidente automobilistico, attraversano la vita ad ogni età. Specialmente quell’età. Famiglie frantumate, incomprensioni, vergogna, la difficoltà di relazionarsi con gli altri e con il mondo.

Sto per farti una chiamata notturna/ per dirti come mi sento./ Ti porto in macchina attraverso la  notte giù per le colline./ Sto per dirti qualcosa che non vuoi sentire./ Sto per mostrarti dov’è buttato, / ma non avere paura./ C’è qualcosa dentro di te/ che è difficile da spiegare./ C’è qualcosa dentro di te/ che è difficile da spiegare,/ ma tu sei sempre lo stesso…

Qualcuno, in casi limite, può vivere davvero come uno zombie, prigioniero di un’identità costruita sulle ‘cose’, su una meccanica dell’accumulo e della collezione che lo anestetizzano da sé stesso. «Io sono disposta a fare questa cosa, perché secondo me questo è il prezzo da pagare per tutte le cose che vogliamo noi». È l’ammissione – reale, purtroppo- di una tra queste creature morte a sé stesse, disposte anche a svendersi per ciò che è inconsistente. «Certo – diceva il papa ai giovani riuniti a Copacabana per la GMG - l’avere, il denaro, il potere possono dare un momento di ebbrezza, l’illusione di essere felici, ma, alla fine, sono essi che ci possiedono e ci spingono ad avere sempre di più, a non essere mai sazi. E finiamo “riempiti”, ma non nutriti».

La vicenda che ci racconta il Vangelo della messa vigiliare di Natale è immerso in un’atmosfera di sogno. Non si tratta di un incubo, ma Giuseppe non doveva sentirsi troppo bene. Meditava in cuor suo come respingere la giovane fidanzata e non rassegnarsi ad una vita da zombie. I suoi antenati Michelangelo li ha raffigurati sulle pareti della Cappella Sistina tutti mezzi addormentati, alcuni quasi annoiati, sprofondati in un’attesa secolare, altri eternati in pose decadenti. Chissà se Giuseppe si sentiva schiacciato da questa genealogia lunga mezza pagina, popolata di personaggi illustri e tipi meno esemplari.  Il suo sembra il dramma di un’esistenza non destinata a generare la vita, ma soltanto a subire quella altrui. Chiuso nella sua solitudine -seppure saldo nella giustizia- Giuseppe sperimenta la difficoltà di convivere con i propri fantasmi e il peso di prendere decisioni. I pensieri che turbano il suo sonno e rendono incerto il da farsi però, appartengono soltanto a lui. 


L’angelo, infatti, rivela a Giuseppe di guardare le cose da un’altra prospettiva. Da Dio arriva la notizia che si può superare il dramma di ‘non sapere come fare a’, del ‘non saper accettare che’, del ‘chiudersi in sé’. L’esistenza ha una svolta inaspettata che la libera dal passato e della difficoltà di leggere gli eventi: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù».
 Per Giuseppe è il momento in cui si diradano le nebbie ed è possibile aprirsi ad una maturità che realizza la vita e la propria vocazione. È una pienezza di vita e libertà a cui accenna anche il videoclip dei London Grammar, quando tra le nebbie appare una mandria di cavalli raccolti in un pascolo inquieto. Pur nella nebbia prendono il passo e si lanciano nella corsa, in aperto contrasto con l’algida rigidità dei personaggi umani e dei tre giovani rockers.



Gesù arriva nella storia per liberare la nostra vita dalle oscurità. Non c’è trauma o incidente che egli non possa raccogliere o sanare: «egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» …Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù.
Con Gesù tutto cambia, il nostro presente, ma anche il nostro passato che è ora inserito in un cammino di salvezza, in una storia attraversata - anche nelle sue tenebre - dalla promessa e della misericordia di Dio (14 generazioni da Abramo a Davide, 14 da Davide alla deportazione in Babilonia, altre 14 dopo la deportazione).
«Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia.» (Francesco, Evangelii Gaudium, 1).

Di un altro ‘chiamata notturna’ ci racconta proprio il Natale: non zombie, ma angeli gioiosi portano agli uomini messaggi inaspettati.

giovedì 19 settembre 2013

La vacanza del seminarista

Romanzo di formazione in tre parti.
3. FORMA

Il seminarista in vacanza si aggira in un’età compresa tra i 20 e i 40 anni inoltrati. Un ventennio che sembra appiattirsi sempre più sul decennio dei teenager. Non è mai troppo tardi però, per imparare a leggere la vita alla luce di Dio. La realtà si fa più densa e ogni gesto assume spessore: Dio ci educa. Specialmente in vacanza, quando il seminarista può crescere nel servizio e nell’ascolto. Allora, infatti, misura se la sua vita prende quota o si impantana; se è desideroso di trascinare i fratelli a Dio o a sé stesso.

Il seminarista in vacanza è fiero dei suoi studi. Quando ascolta omelie o qualche predicozzo può ripetere tra sé: “ah..qui la so lunga..qui ricordo bene..questo prete rigira sempre la solita frittata..” Ma la sapienza di un sacerdote carico d’esperienza e di decenni è tutt’altra cosa. Certamente occorre imparare, studiare, aggiornarsi, ma occorre anche crescere in sapienza e accogliere i doni dello Spirito. Quelli che passano – e passano sempre - anche nelle omelie più scalcinate e nelle mille indicazioni, grandi o minime, che scaturiscono dal popolo di Dio. 

Dopo un anno di istruzioni spirituali però, il seminarista in vacanza assiste all’omelia un po’ distratto. D’altra parte il suo forte -con qualche eccezione – è il rito. Ha imparato tutto sull’ars celebrandi e sulla preghiera. Ore di allenamento tra gli scranni e gli altari del collegio/seminario lo hanno ben istruito. Ma alla messa Andrea, un disabile grave, si batte il petto e scandisce con il candore purissimo che hanno soltanto i bambinelli del presepe, le parole dell’atto penitenziale. Mentre andiamo cercando le formule per una migliore actuosa participatio i piccoli di Dio sono già dentro le dimensioni profonde della preghiera. Senza accorgersene superano se stessi, già trasfigurati in matite, pennarelli ed evidenziatori di Dio.

Il seminarista in vacanza recita con scrupolo l’Ufficio, come il diligente alunno elementare che svolge i compiti a casa in attesa della merenda. Ma prima della messa, tra le panche della chiesa, una madre si avvicina al tabernacolo, si inginocchia, sosta un minuto, accende una candela. Anche in ospedale c’è una madre accanto ad un tabernacolo. E’ il letto dove giace il figlio disabile ormai nelle sue ultime ore, al culmine di un doloroso calvario. Adesso è il momento della “nuda croce” mi dicono. Ma la vita della mamma è stata tutta spesa per accogliere al meglio la croce e trasfigurarla in trofeo d’amore. 
Non ci sono crediti formativi per misurare il valore di un corso del genere, né molte altre vie per ricordarsi che la vocazione è dono di sé. Che la vera sapienza è umile. Che il cuore di ogni chiamato Dio lo vuole indiviso.

27 luglio 2013, Rio de Janeiro, XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù, adorazione eucaristica al termine della veglia
Nel mistero Eucaristico tutto si ricompone, come una goccia in cui è riflessa terra e cielo e che concentra tutto in sé stessa. Senza questo mistero la giornata del seminarista non ha un centro. Senza l’eucarestia non c’è cristianesimo e la chiesa cattolica diventa teatro. Tutto è assunto nel sacrificio della messa in cui ci è donato di rivivere il mistero della passione morte e resurrezione di Cristo. Ricevere e assumere la forma del pane eucaristico è il cammino continuo del seminarista prima e del prete poi. Una ‘forma’ che per Von Balthasar, il noto teologo, è la cifra del ‘caso serio’, quella forma compiuta che rivela l’essere e la propria vocazione.
Il seminarista in vacanza sperimenta, difatti, che la vera, grande tentazione è allontanarsi da quella forma divina, tradire la vocazione cui si è chiamati. 
In fondo è  la tentazione grave che incombe su tutti. Individuare la propria vocazione, discernerla alla luce dello Spirito, conformarla a Cristo nello stato di vita a cui chiama: è questo il caso serio che preoccupa uomini e donne compresi tra gli ‘enti’ e gli ‘anta’, perfino quelli che non hanno molta dimestichezza con la fede cattolica. 
E’ l’inquietudine che il seminarista provoca - anche involontariamente- con la sua scelta e che cova, attorno a lui, sotto i sorrisi e le lacrime di ogni giorno. Affiora nelle uscite del sabato sera e negli aggiornamenti reciproci, quando ci si scopre nella vita dei ‘grandi’ senza aver ancora capito bene cosa essere ‘da grandi’. Nel frattempo si sono manifestate incrinature interiori, sono affiorati momenti rimossi e se qualcosa va storto ti scopri di colpo – quasi con sgomento – incredibilmente fragile. Molti hanno frainteso le parole di Gesù. Molti non le hanno comprese  o non hanno accolto il suo messaggio. Ma quando Gesù piangeva per la morte di Lazzaro, anche se i più ostili hanno subito mormorato, non ci sono stati fraintendimenti: “Perciò i Giudei dicevano: «Guarda come l'amava!»” (Gv 11,36). Il seminarista in vacanza incontra anche le lacrime. Da prete ne incontrerà tante di più. Salendo e scendendo per le strade della Palestina, nei percorsi quotidiani degli uomini, anche Dio ha pianto.
Anche le lacrime, quale lingua universale, possono far intravedere la ‘forma’. L’icona è nella Passione di Giovanna d’Arco di Dreyer, il celebre film muto del 1928. Per l’interprete è un tour-de-force di primi piani tra estasi e lacrime. Giovanna è ormai prigioniera. Gli uomini la fanno piangere, la interrogano, la accusano, la tormentano e la condannano. Poi, con l’inganno, la costringono ad abiurare. Ma nel carcere, quando acquista consapevolezza dell’errore commesso, il pianto di Giovanna è ancora più eloquente. La forma è compiuta ancora prima del martirio. Gli inquisitori aguzzini di fronte a quella forma ammutoliscono tra le lacrime. E con loro il seminarista in vacanza. 

mercoledì 18 settembre 2013

La vacanza del seminarista

Romanzo di formazione in tre parti.
2. ALLENARSI

Lungo l’Arno -è il confine della Diocesi- i giovani canottieri scendono a riva con la canoa sulla spalla. Nell’ora calda della sera si allenano in acqua vogando a ritmi serrati e coordinati per risalire la placida corrente. “Si allenano tutti i giorni!  Tutto l’anno anche due volte al giorno, forché a  Pasqua e Natale”.
Li osservo scivolare sul pelo dell’acqua con viva ammirazione, come se deposto ogni fardello e superata ogni incertezza rivelassero un’umanità bella, forte ed entusiasta.

Anche il seminarista in vacanza si allena. Forse gli addominali non si sono fatti scultorei, né i bicipiti più tonici. Anzi, corre il rischio di avere quelle manine gracili e sottili, lisce e senza calli fatte apposta per reggere il peso dell’ostia. “Mi pare  a me che avete trovato un bel lavorino…” diceva il nonno  (che aveva le manone forti e grosse da contadino) apostrofando il seminarista e il suo mentore. Eppure anche il seminarista si allena. Lo ha detto pure il Papa ai giovani riuniti a Rio de Janeiro : “noi ci alleniamo per ‘essere in forma’, per affrontare senza paura tutte le situazioni della vita, testimoniando la nostra fede”. Un allenamento fatto di preghiera e sacramenti, ma sperimentato anche “attraverso l’amore fraterno, il saper ascoltare, il comprendere, il perdonare, l’accogliere, l’aiutare gli altri, ogni persona, senza escludere, senza emarginare”. Un allenamento da praticare tutti i giorni più volte il giorno: specialmente a Pasqua e a Natale.

seminarista in allenamento fisico
E’ durante la vacanza che il seminarista misura la propria costanza e fedeltà all’allenamento. D’altra parte è noto come l’estate, oltre ad essere il campo del demonio -come si ricordava affabilmente ai seminaristi di un tempo-, sia il banco di prova migliore per misurare l’efficacia del seminario. Se il cammino avanza (o si interrompe) perché il discernimento funziona avviene qualcosa di strano. 
Gli antichi, si dice, pensavano che l’orsa donasse la forma ai suoi piccoli leccandoli ripetutamente e stringendoli a sé. Se il seminario fa il suo lavoro anche al seminarista avviene qualcosa di simile. Il suo aspetto esterno forse non è così alterato, ma dentro, nell’animo di ogni chiamato Dio ha agito con solerte pazienza. Non è per via di quella faccia un po’ così, o per le sue pose devote da capo-chierichetto. Non è più possibile vivere senza di Lui. Non si tratta di far abdicare la volontà o, peggio, di lavaggio del cervello. Dio si fa spazio nella sua vita. Come si fa spazio nella vita di chiunque desideri la sua amicizia e accolga il suo amore. Per il seminarista in vacanza, di anno in anno, tutto è segno di grazia: Dio lo conduce.


D’estate, con più ampia libertà, può postare su facebook il ricordo delle memorie dei santi, frasi ad effetto estratte dai discorsi pontifici, taggare le foto degli amici dispersi nell’orbe cattolico e proporsi in versione giovanotto da spiaggia, seppure con un’espressione un po’ più concentrata e meditativa. Eppure negli incontri, nei momenti di convivialità, nelle chiacchierate con gli amici Dio chiede spazio, domanda dolcemente di entrare anche lì. Quando il seminarista saluta tutti e torna a casa resta il desiderio di aver parlato di Lui, di averlo almeno portato con sé.  Il riferimento ideale non è il rappresentante porta a porta di aspirapolvere miracolosi, ma la trasparenza di una vita donata. Traguardo che è dono e che presuppone il cammino di un’intera esistenza in Lui e dunque, la cura perseverante dell’interiorità. 
"cane della coscienzia"

Il seminarista in vacanza può coltivare con grande cura questo intimo orticello. Ne parlava anche Santa Caterina da Siena: “Noi siamo un giardino, o veramente orto, del quale giardino e orto n'ha fatto ortolano la prima Verità la ragione col libero arbitrio; la quale ragione e libero arbitrio, coll'aiutorio della Divina Grazia, ha a divellere le spine de' vizi, e piantare l'erbe odorifere delle virtù.” Un giardino che occorre custodire col “cane della coscienzia; e sia legato alla porta, sicchè, se i nemici venissero, e l'occhio dell'intelletto dormisse il cane abbai”. Un orticello che il seminarista in vacanza rischia di coltivare a suo piacimento ripetendosi “è mio! ..sono io!”. Per questo “Conviensi dargli mangiare a questo cane, acciocchè sia ben sollicito; e ‘l cibo suo non è altro che odio e amore, portato nel vasello della vera umiltà, e tenuto con la mano della vera pazienzia”. E tanto diventa cauto questo cane, che, “eziandio passando gli amici, abbaia, perchè l'intelletto si levi a vedere chi eglisono, e discernere se sono da Dio o no. E così non potrà essere ingannato l'ortolano, nè rubato il giardino; e non verrà il nemico a seminargli la zizzania dell'amor proprio” (Lettera all'abbate Martino di Passignano dell'ordine di Valle Ombrosa). 

domenica 15 settembre 2013

La vacanza del seminarista

Romanzo di formazione in tre parti.
1. SCENDERE/SALIRE

Il seminarista in vacanza fa lunghe vacanze.

A fine giugno o, al più tardi i primi di luglio, si chiudono le sessioni d’esame. I seminari ed i collegi si svuotano d’un fiato. L’ultimo giorno insieme, appena terminato il desinare, si intravede filare via tra la polvere del cortile l’auto del seminarista medio, ormai proiettato sulle superstrade della libertà.

Il seminarista in vacanza torna a casa con una certa emozione. E’ il reduce, il piccolo bravo ragazzo orgoglio delle nonne. C’è anche, purtroppo, chi a casa non è lieto. Rientra come traditore incompreso, tra l’attesa malcelata che il rientro sia definitivo. Comunque è il momento di sonore dormite o di precipitare di colpo coi piedi per terra. Fuori dall’ecosistema seminario/collegio la vita si inceppa nelle malattie e si ingarbuglia nei disagi quotidiani. Funerali, nascite e matrimoni, in un ritmo serrato che prelude agli appuntamenti quotidiani di un prete.

Il seminarista in vacanza attraversa bel bello le strade della sua cittadina, recupera luoghi e aggiorna percorsi tentando di confondersi con la gente che passa. Va in giro con magliette bizzarre, cimeli di oratori estivi e appuntamenti diocesani, reliquie di giornate mondiali della gioventù latrici di messaggi che inneggiano all’amore e alla pace universale. Ha acquisito ormai quella faccia un po’ così che lo contraddistingue. Se esce a cena spende poco, beve coca media alla spina o chinotto. Ogni camuffamento è ormai inefficace: lo riconosci sgattaiolare in chiesa nella calura estiva; fermo al semaforo il suo rosario oscilla dallo specchietto retrovisore mentre frequenze radio sospette fuoriescono dai finestrini. Quando in utilitaria bianca i seminaristi si aggirano per le strade di paese nei giorni di festa perfino i vigili urbani meno accorti li riconoscono: “Seminaristi? Il parroco vi ha lasciato il posto per la macchina..passate di qui..” 

Il seminarista in vacanza usufruisce di privilegi ecclesiastici tipo il succitato parcheggio riservato. E’ il beniamino delle ottuagenarie e delle madri che avrebbero tanto voluto che un figlio si facesse prete. Colleziona inviti a pranzo da parrocchiani della prima linea e improvvisa accurate visite pastorali nelle parrocchie dei parroci sulla novantina. Si inerpica per i campanili e ispeziona canoniche.

Il seminarista in vacanza elabora buoni propositi mentre è in vacanza per isole e penisola ed usufruisce di privilegi ecclesiastici assortiti anche fuori diocesi. Frequenta concertini e gelaterie, acquista libri che crede di leggere prima del rientro, va in cerca di beni ecclesiastici mobili da esaminare o farsi regalare.

 Il tabaccaio va in vacanza. Anche l’impiegato e il parrucchiere. Ma una mamma va forse in vacanza? Un padre può mandare in ferie la propria paternità? Un seminarista va davvero in vacanza? Dio non va in vacanza. 
William Holman Hunt, L'ombra della morte (1873)
Manchester City Art Gallery, Manchester

Al tempo di Gesù non c’erano vacanze, c’erano solo le feste. Probabilmente solo allora Giuseppe chiudeva bottega (sabato compreso ovviamente). In quei trent’anni di silenzio Dio stava quasi rimpiattato a Nazareth. Forse stava come in vacanza. Dicono che Giuseppe facesse il falegname, un vegliardo Geppetto tutto casa e sinagoga. Il vangeli di Marco e Matteo ci dicono che era figlio del “tekton”, del costruttore: un carpentiere? Un muratore? Gesù, in effetti, aveva un po’ il pallino dell’edilizia, basta pensare all’improvvido costruttore di torri o di case sulla sabbia delle parabole, alla pietra angolare scartata dai costruttori, alla costruzione del tempio e alla conseguente riedificazione in tre giorni.

I suoi detti e le sue parole raccontano l’esperienza dell’uomo nella luce di Dio. Il frutto della contemplazione trentennale nell’osservatorio di Nazareth dove “restava loro sottomesso”. Frequentava la sinagoga assiduamente, ma forse se ne stava da parte senza parlare troppo. Dopo quella volta a 12 anni nel tempio è forse rimasto in silenzio fino al momento stabilito, fino al giorno in cui compaesani niente affatto cordiali tentarono di precipitarlo dal monte. Trent’anni per ri-accogliere in sé la Parola nelle forme e nei generi con cui l’avevano espressa gli uomini.

Gesù dopo trent’anni non saprei dire se scendeva o risaliva all’appuntamento della visibilità pubblica. Se scendeva come quando aveva pregato sul monte o se risaliva dall’abisso dell’umanità minima e disarmante del villaggio in Galilea. Al seminarista in vacanza 6 anni sembrano un’eternità. Forse perché tutti chiedono quanto ancora ti manca all’ordinazione. Ma del seminarista medio, dopo l’anno accademico in collegio, non saprei dire se scende o risale all’appuntamento col mondo.